Pasolini era troppo per noi

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Pier Paolo Pasolini (foto da “Pasolini: Il mio corpo nella lotta di Enzo Siciliano, Corriere della Sera, 25 ottobre 1992)

Con una mano Roma oggi celebra la morte dell’uomo Pier Paolo Pasolini: torturato, massacrato, umiliato, ucciso, calpestato e dilaniato dai fascisti e dallo Stato nell’arena pubblica della piazza italiana di 40 anni fa. E con l’altra mano, negli stessi giorni, Roma ridà e getta se stessa nelle braccia di quegli stessi fascisti, e di quel potere marcio e camuffato, che a differenza del grande uomo, non sono mai morti e che ancora si cibano della carne umana. Come la peste nera. Come una malattia terribile che pur provocando morte, rimane impunita. (L.B.)

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Il corpo di Pier Paolo Pasolini ritrovato senza vita il 2 novembre 1975 (dall’archivio de L’Unità)

Pasolini, le foto “vietate” del massacro. La verità sull’orrore 40 anni dopo

da affariitaliani.it

ESCLUSIVO. Nel libro “Massacro di un poeta” riemerge da faldoni ingialliti il corpo di Pier Paolo Pasolini devastato senza pietà la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. E’ stato ucciso per quello che avrebbe potuto scrivere ancora.

Venerdì, 30 ottobre 2015 – 09:43:00

pasolini trattata

Avvertenza per i lettori: le immagini a corredo dell’articolo e contenute nella gallery senza alcuna copertura sono estratte dagli archivi del Tribunale e mai pubblicate. Per il loro contenuto sono assolutamente sconsigliate ai minori e alle persone impressionabili. Affaritaliani.it ha deciso di pubblicarle perché costituiscono un documento inedito sulla ferocia che ha accompagnato l’esecuzione dell’intellettuale.

di Patrizio J. Macci

Le fotografie non lasciano spazio a dubbi, immagini che valgono più dei milioni di parole scritte fino ad oggi. Il sangue lava via le parole aride delle sentenze come fossero cachinni sguaiati. Un “rito tribale”. Un’operazione stutturata e pianificata a tavolino, caratterizzata da una precisione e un’organizzazione inaudite. I killer sono un manipolo di fascisti che hanno usato scientemente gli attrezzi del mestiere della loro tradizione: catene, tondini di ferro, forse bastoni, una fragile tavoletta di legno già spezzata prima dell’aggressione con su scritto l’indirizzo delle baracche. Un commando nero.
Non c’è solo la presenza di altre persone, ormai ammessa anche da Pelosi unico condannato per il delitto – esca in parte inconsapevole che all’omicidio non ha neanche preso parte- da dieci anni nei suoi continui cambi di versione, nella sua verità raccontata a corrente alternata forte del fatto di essere l’unico testimone oculare identificato del delitto e praticamente impossibile da smentire.
Due automobili hanno sormontato il corpo di Pasolini, i segni del battistrada di motociclette sul corpo del Poeta e sul terreno dell’Idroscalo parlano inequivocabilmente della presenza di un gruppo nutrito di massacratori che gli urla “Jarruso”, omosessuale in dialetto siciliano.
Non appena Pelosi e lo scrittore giungono sul posto, accompagnati già da qualcuno nel veicolo e seguiti a breve distanza da altri dalla stazione Termini e dal ristorante “Biondo Tevere” avvengono in successione sia il pestaggio che il sormontamento con più auto.
Pasolini non dovrà uscire vivo dal massacro, per questo ognuno degli intervenuti deve essere funzionale nel suo ruolo. I convenuti hanno un obiettivo in comune: uccidere Pasolini. C’è la bassa manovalanza che vuole togliere un po’ di soldi al “frocio” Pasolini, i picchiatori “neri” che vogliono oscurare la voce scomoda del “comunista”, forse qualcuno che non accettava l’amore del Poeta per i “Ragazzi di vita”. In alto, in cima alla piramide quello (o quelli?) che hanno commissionato il delitto. Un delitto a più livelli, compartimenti stagni nel quale a malapena i partecipanti conoscono i volti dei complici. Pino Pelosi, unico condannato pagherà per tutti.
Quarant’anni dopo Simona Zecchi ha compiuto un’analisi filologica e cronologica delle carte processuali dell’omicidio pasolini, rovistando per tre anni negli archivi polverosi di mezza Italia, interrogando e braccando gli sparuti testimoni ancora in vita, districandosi in una giungla di false piste, fonti aperte e coperte, mettendo la parola fine a quarant’anni di false notizie e speculazioni editoriali intorno a lacerti di manoscritti mostrati e poi nascosti (il famoso Appunto 21 mancante dal manoscritto del romanzo postumo Petrolio), azzerando quanto scritto in precedenza. Ha riversato il suo lavoro di ricerca nel volume Pasolini “Massacro di un poeta” (Ponte alle Grazie editore), un libro da leggere con devozione dove ha pubblicato foto e altri documenti inediti, ha rintracciato scatti della scena dell’omicidio mai visti finora. Ricostruendo con perizia e precisione, fino a dove è stato possibile, la dinamica del delitto, sbaragliando draghi e mitologie complottiste.
Le foto, esplicite e violente dimostrano con inequivocabile certezza che ci fu una mattanza quella notte all’Idroscalo. Foto pubblicate perchè anche Pasolini nella sua instancabile e ossessiva ricerca della verità lo avrebbe voluto, perché come ha detto uno dei testimoni: “Se fosse stato un cane avrebbero avuto più pietà”. Foto che vanno inserite come tessere di un puzzle nell’analisi rigorosa svolta all’interno del libro.
Quarant’anni dopo alla domanda perché è stato ucciso Pasolini è ora possibile rispondere: per la forza delle sue parole, non per quello che aveva scritto ma per quello che avrebbe potuto continuare ancora a scrivere.

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1. “Quel bastardo è morto”

Elisei Marcello, di anni 19, muore alle tre di notte, solo come un cane alla catena in una casa abbandonata. Muore dopo un giorno e una notte di urla, suppliche, gemiti, lasciato senza cibo né acqua, legato per i polsi e le caviglie a un tavolaccio in una cella del carcere di Regina Coeli. Ha la broncopolmonite, è in stato di shock, la cella è gelida. I legacci bloccano la circolazione del sangue. Da una cella vicina un altro detenuto, il neofascista Paolo Signorelli, sente il ragazzo gridare a lungo, poi rantolare, invocare acqua, infine il silenzio. La mattina, chiede lumi su cosa sia accaduto. “Quel bastardo è morto”, taglia corto un agente di custodia. È il 29 novembre 1959.

Marcello Elisei stava scontando una condanna a quattro anni e sette mesi per aver rubato gomme d’automobile. Aveva dato segni di disagio psichico. Segni chiarissimi: aveva ingoiato chiodi, poi rimossi con una lavanda gastrica; il giorno prima aveva battuto più volte la testa contro un muro, cercando di uccidersi. I medici del carcere lo avevano accusato di “simulare”. Le guardie lo avevano trascinato via con la forza e legato al tavolaccio.

Il 15 dicembre si dimette il direttore del carcere Carmelo Scalia, ufficialmente per motivi di salute. A parte questo, per la morte di Elisei non pagherà nessuno. Inchieste e processi scagioneranno tutti gli indagati.

Leggendo della vicenda, Pier Paolo Pasolini rimane sconvolto. “Non so come avrei scritto un articolo su questa orribile morte”, dichiara alla rivista Noi donne del 27 dicembre 1959. “Ma certamente è un episodio che inserirò in uno dei racconti che ho in mente, o forse anche nel romanzo Il rio della grana”. Un romanzo rimasto incompiuto, poi incluso tra i materiali della raccolta Alì dagli occhi azzurri (1965).Se dovessi scrivere un’inchiesta, aggiunge, “sarei assolutamente spietato con i responsabili: dai secondini al direttore del carcere. E non mancherei di implicare le responsabilità dei governanti”.

Oggi è difficile, quasi impossibile cogliere la portata della persecuzione subita ogni giorno da Pasolini in 15 anni.

L’agonia e la morte in solitudine di Marcello Elisei scaveranno a lungo dentro Pasolini, fino a ispirare il finale di Mamma Roma (1962). Ma nel 1959 Pasolini non è ancora un regista. Ha 37 anni, è autore di raccolte poetiche, sceneggiature e due romanzi che hanno fatto scalpore: Ragazzi di vita e Una vita violenta. Ha già subìto fermi di polizia, denunce, processi. Per censurare Ragazzi di vita si è mossa direttamente la presidenza del consiglio dei ministri. Eppure, a paragone dello stalking fascista, del mobbing poliziesco-giudiziario e del linciaggio mediatico che l’uomo sta per subire, questa è ancora poca roba.

Nel libro collettaneo Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte (Garzanti 1977) Stefano Rodotà riassume la questione in una frase: “Pasolini rimane ininterrottamente nelle mani dei giudici dal 1960 al 1975”. E anche oltre, va precisato. Post mortem. Rodotà parla di “un solo processo”, lunga catena di istruttorie e udienze che trascinò Pasolini decine e decine di volte nelle aule di tribunale, perfino più volte al giorno, tra umiliazioni e vessazioni, mentre fuori la stampa lo insultava, lo irrideva, lo linciava.

2. Il giornalismo libero

“Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia”.

L’uomo che nel giugno 1968 scrive questo verso ha già sulle spalle quattro fermi di polizia, 16 denunce e undici processi come imputato, oltre a tre aggressioni da parte di neofascisti (tutte archiviate dalla magistratura) e una perquisizione del proprio appartamento da parte della polizia in cerca di armi da fuoco. “Appena avrò un po’ di tempo”, scrive in un appunto inedito, “pubblicherò un libro bianco di una dozzina di sentenze pronunciate contro di me: senza commento. Sarà uno dei libri più comici della pubblicistica italiana. Ma ora le cose non sono più comiche. Sono tragiche, perché non riguardano più la persecuzione di un capro espiatorio […]: ora si tratta di una vasta, profonda calcolata opera di repressione, a cui la parte più retriva della Magistratura si è dedicata con zelo…”. E ancora: “Ho speso circa quindici milioni in avvocati, per difendermi in processi assurdi e puramente politici”.

Oggi è difficile, quasi impossibile cogliere la portata della persecuzione subita ogni giorno da Pasolini in 15 anni. La mostra Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni, inaugurata nel 2005 e da poco riallestita alla sala Borsa di Bologna, restituisce appena tenui riverberi. Non può che essere così, per capire bisognerebbe calarsi nell’abisso come ha fatto Franco Grattarola, autore diPasolini. Una vita violentata (Coniglio 2005) – e ripercorrere la sfilza dei pestaggi a mezzo stampa. Toccare con le dita un’omofobia da sporcarsi solo a immaginarla. Soppesare l’intero corpus fradicio di articoli, denso come un grande bolo di sterco e vermi.

Tra i quotidiani si fa notare soprattutto Il Tempo, ma è la stampa periodica di destra a tormentare Pasolini in maniera teppistica e ininterrotta. Rotocalchi come Lo Specchio e Il Borghese si dedicano alla missione con entusiasmo, con reporter e corsivisti distaccati a tallonare la vittima, a provocarla, a colpirla in ogni occasione, con titoli come “Il c..o batte a sinistra” e lo stile inconfondibile oggi ereditato da Libero – per citare una sola testata.

Sulle pagine del Borghese si distinguono nel killeraggio il critico musicale Piero Buscaroli e il futuro autore e regista televisivo Pier Francesco Pingitore, fondatore del Bagaglino. Altre invettive giungono dallo scrittore Giovannino Guareschi e, in un’occasione, dal critico cinematografico Gian Luigi Rondi, ma la regina dell’antipasolinismo è senza dubbio Gianna Preda, pseudonimo di Maria Giovanna Pazzagli Predassi (1922-1981), poi cofondatrice – indovinate – del Bagaglino.

Celebrata ancora oggi su un blog di destra come “la signora del giornalismo libero”, “fuori dal coro”, “mai moralista né oscurantista” e via ritinteggiando, Preda coltiva nei confronti di Pasolini un’autentica ossessione omofobica, sessuofobica e – ça va sans dire – ideologica. Sovente si riferisce allo scrittore/regista chiamandolo “la Pasolina”. Per gli omosessuali, descritti come artefici di loschi complotti, conia il termine “pasolinidi”. Va avanti per anni – proseguendo anche dopo la morte di PPP – a scrivere cose del genere:

[Pasolini] ha potuto, con immutata disinvoltura, continuare a confondere le questioni del bassoschiena con quelle dell’antifascismo […] Una segreta alleanza […] fa dei ‘capovolti’ il partito più numeroso e saldo d’Italia; un partito che, attraverso i suoi illustri esponenti, finisce sempre col far capo o col rendere servizi al Pci […] Il ‘capovolto’ sente, a naso, quel che gli conviene e dove deve appoggiarsi, se non vuole rendere conto all’opinione pubblica di quello che essa giudica ancora un vizio […] Così nasce un nuovo mito… [A celebrarlo] pensano poi i giornali di sinistra, che riescono a camuffare da eroismo la paura segreta di questo o quel ‘capovolto’ clandestino. Luminose saranno le sorti dei pasolinidi d’Italia. Già si avvertono i segni delle fortune di coloro che hanno scoperto troppo tardi il vantaggio d’esser pasolinidi […] Se avremo, dunque, nuovi scontri con i marxisti […] prima di pensare a coprirci il petto, preoccupiamoci di coprirci le terga…

Il “metodo Boffo” giunge da lontano. E anche i complottismi sulla malvagia “teoria del gender”.

L’equivalente di Gianna Preda sullo Specchio è lo scrittore ex repubblichino Giose Rimanelli, celato dietro il nom de plume A. G. Solari. Com’è ovvio, attacchi forsennati a Pasolini giungono anche dal Secolo d’Italia, ma un lavorìo più subdolo e influente di character assassination ha luogo sulla stampa popolare nazionalconservatrice, quella di riviste come Oggi e Gente.

Si va molto più in là, purtroppo. Pasolini sembra essere la cartina di tornasole del peggio. Nel 1968 il regista Sergio Leone, interpellato dal Borghese, sente l’urgenza di commentare così le polemiche sul film Teorema: “Sono convinto che tanti film sull’omosessualità hanno fatto diventare del tutto normale e legittima questa forma di rapporto anormale”. Perfino su Il manifesto si trovano battute omofobe: “La tesi [di Pasolini] ridotta all’osso (sacro) è molto chiara…” (21 gennaio 1975). Come ha scritto Tullio De Mauro:

I fiotti neri finiscono con l’inquinare anche acque relativamente lontane. Il linguaggio verbale non è fatto solo di ciò che diciamo e udiamo. È fatto anche di ciò che, nella memoria comune, circonda e alona il detto e l’udito. Il non-detto pesa accanto al detto, ne orienta l’apprezzamento e intendimento. Chi legge nell’Espresso del 18 febbraio 1968 il pezzo Pasolini benedice i nudisti con foto di giovanotto ciociaro nudo a cavallo di violoncello, è coinvolto dagli effetti del fiotto nero d’origine fascista, gli piaccia o no e lo volessero o no i redattori del settimanale radical-socialista.

È una vasta campagna a favorire, o meglio, istigare non solo le azioni poliziesche e giudiziarie, ma anche le aggressioni fisiche da parte di fascisti. Fascisti mai toccati dalla magistratura, che poi finiranno in diverse inchieste sulla strategia della tensione, come Serafino Di Luia, Flavio Campo e Paolo Pecoriello.

Il 13 febbraio 1964, davanti alla Casa dello studente di Roma, una Fiat 600 cerca di investire un gruppo di amici di Pasolini che difendevano quest’ultimo da un agguato fascista. A guidare l’auto è Adriano Romualdi, discepolo di Julius Evola e figlio di Pino, deputato e presidente del Movimento sociale italiano (Msi). L’episodio è riportato con dettagli e fonti in tutte le biografie di Pasolini, mentre è assente dalla voce che Wikipedia dedica a Romualdi.

Pasolini non querela, né per le diffamazioni a mezzo stampa né per le aggressioni fisiche. È una scelta meditata: non vuole abbassarsi al livello dei suoi persecutori. Inoltre, se querelasse non farebbe che aumentare la già enorme quantità di tempo che trascorre in tribunale.

3. Come mai?

Come mai una simile persecuzione? Perché era omosessuale? Tra gli artisti e gli scrittori non era certo l’unico. Perché era omosessuale e comunista? Sì, ma nemmeno questo basta. Perché era omosessuale, comunista e si esprimeva senza alcuna reticenza contro la borghesia, il governo, la Democrazia cristiana, i fascisti, la magistratura e la polizia? Sì, questo basta. Sarebbe bastato ovunque, figurarsi in Italia e in quell’Italia.

Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. - Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio
Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. (Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio)

 

Pasolini, ha scritto Alberto Moravia, scandalizzava quella “borghesia italiana che in quattro secoli ha creato i due più importanti movimenti conservatori d’Europa, cioè la controriforma e il fascismo”.

La borghesia italiana si è vendicata e, in modi più obliqui, continua a vendicarsi. La fandonia di “Pasolini che stava con la polizia”, ripetuta dai fascisti, dai perbenisti e dai falsi anticonformisti di oggi, prosegue la révanche dei fascisti, dei perbenisti e dei falsi anticonformisti di ieri.

Anche l’apologia postuma di un Pasolini semplificato, appiattito, lucidato e ridotto a santino fa parte della révanche.

4. “Non potranno mentire in eterno”

Nel marzo 1960 Fernando Tambroni, già ministro dell’interno e poi del bilancio, diventa capo di un governo monocolore Dc. L’esecutivo si forma grazie ai voti dei parlamentari missini. Appena quindici anni dopo la liberazione, una forza neofascista si avvicina all’area di governo. Proteste e disordini esplodono in tutto il paese. Il 30 giugno, decine di migliaia di manifestanti si scontrano con la polizia a Genova, città operaia e partigiana scelta dall’Msi per il suo congresso. Il 7 luglio, a Reggio Emilia, polizia e carabinieri sparano su una manifestazione sindacale uccidendo cinque persone. Il 19 luglio, Tambroni si dimette.

La rivista Vie nuove – su cui Pasolini tiene una rubrica dove dialoga con i lettori – produce all’istante un disco sull’eccidio di Reggio Emilia. Si tratta della registrazione della sparatoria. Su Vie nuove, anno XV, numero 33, del 20 agosto 1960, Pasolini commenta: “Quello che colpisce […] è la freddezza organizzata e meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento”.

Sono i giorni del processo al criminale nazista Eichmann, e Pasolini collega le due storie:

Egli uccideva così, con questo distacco freddo e preveduto, con questa dissociazione folle. È da prevedere che le giustificazioni dei poliziotti […] saranno del tutto simili a quelle già ben note… Anch’essi parleranno di ordini, di dovere ecc. […] La polizia italiana… si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito? […] Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno.

Nel 1961 Pasolini gira il suo primo film, Accattone. In un paese dove si legge pochissimo, il cinema è potenzialmente più pericoloso della letteratura.
La riprovazione borghese, la censura e la repressione scatenate dai film di Pasolini (tutti, nessuno escluso) saranno incommensurabilmente maggiori di quelle scatenate dai libri e dagli articoli. Se poi in un film riemerge la storia di come morì Marcello Elisei…

Nel 1962, il finale di Mamma Roma – film che scatena violenze fasciste ed è subito proibito dalla censura – mostra il giovane Ettore che muore in prigione, gemente, febbricitante e invocante la mamma, legato in mutande e canottiera a un letto di contenzione. “Aiuto, aiuto, perché mi avete messo qua?… Non lo faccio più, lo giuro, non lo faccio più… So’ bono, adesso… Mamma, sto a mori’ de freddo… Sto male… Mamma!… Mamma, sto a mori’… È tutta notte che sto qua… Nun je ‘a faccio più…”.

Il 31 agosto 1962 il tenente colonnello Giulio Fabi, comandante del gruppo carabinieri di Venezia, denuncia Mamma Roma per oscenità e si premura di aggiungere: “Si fa presente che l’autore e regista Pasolini e uno degli interpreti, il Citti, dovrebbero avere precedenti penali presso il tribunale di Roma”. Tra coloro che seguono e apprezzano Pasolini circola l’ipotesi che a irritare l’arma sia stato il finale del film.

Da qui in avanti, Pasolini è investito da un’onda d’urto censoria e repressiva che non ha corrispettivi nella carriera di altri artisti italiani.

5. “Distruggere il Potere”

Ecco il senso dell’avverbio “ovviamente”, usato da Pasolini per rafforzare una premessa che ritiene importante. È del tutto ovvio che PPP sia contro l’istituzione della polizia.

Ancora più ovvio il verso che segue: “Ma provate a prendervela con la magistratura, e vedrete!”. Quella magistratura che tanto ha perseguitato, continua e continuerà a perseguitare Pasolini, anche dopo la morte.

È a partire da questa posizione che l’autore della poesia Il Pci ai giovani affida a un mucchio di “brutti versi” – definizione sua – una riflessione confusa, che deraglia subito e diventa uno sfogo, un’invettiva antiborghese. Come scriverà poco dopo: “Sono troppo traumatizzato dalla borghesia, e il mio odio verso di lei è ormai patologico”.

Ma per quanto l’invettiva possa essere brutta sul piano formale e carente di focus nei contenuti, dopo averla letta tutta (tutta intera, non solo i 4-5 versi estrapolati e branditi come randelli da questo o quello scagnozzo) è difficile concludere che “Pasolini stava con la polizia”.

Pasolini descrive i poliziotti che si sono scontrati con gli studenti a Valle Giulia come “umiliati dalla perdita della qualità di uomini / per quella di poliziotti”. L’istituzione della polizia disumanizza. Per questo gli studenti – “quei mille o duemila giovani miei fratelli / che operano a Trento o a Torino, / a Pavia o a Pisa, / a Firenze e un po’ anche a Roma” – sono comunque “dalla parte della ragione” e la polizia “dalla parte del torto”. Se non si capisce questo, non si coglie l’intento paradossale di Pasolini. Il paradosso gli serve a precisare che la vera rivoluzione non la faranno mai gli studenti, perché sono figli di borghesi. Al massimo potranno fare una “guerra civile”, in questo caso generazionale, in seno alla borghesia. La rivoluzione, dice Pasolini, possono farla solo gli operai, ai quali la grande stampa borghese non leccherà mai il culo, come invece – nell’iperbole pasoliniana – sta facendo con gli studenti. Sono gli operai il vero pericolo per il potere capitalistico, dunque saranno loro a subire la repressione poliziesca più pesante: “La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte dentro una fabbrica occupata?”, si chiede retoricamente l’autore. Quindi, è proprio là che dovranno trovarsi gli studenti, se vogliono essere rivoluzionari: tra gli operai. “I Maestri si fanno occupando le Fabbriche / non le università”. Ma soprattutto, gli studenti devono riprendere in mano “l’unico strumento davvero pericoloso / per combattere contro i [loro] padri: / ossia il comunismo”. Pasolini li invita a impadronirsi del Pci, partito che ha “l’obiettivo teorico” di “distruggere il Potere” (quell’estinzione dello stato che Marx pone a obiettivo finale della lotta di classe e del socialismo) ma è finito in indegne mani, le mani di “signori in modesto doppiopetto”, “borghesi coetanei dei vostri stupidi padri”. Occupare le federazioni del Pci, dice Pasolini, aiuterebbe il partito a “distruggere, intanto, ciò che di borghese ha in sé”.

Questa esortazione occupa tutta la seconda metà del testo, ma – guarda caso – non viene mai citata.

Lo so, ti gira la testa. Ti avevano detto che Il Pci ai giovani parlava bene della repressione poliziesca. Hai sentito versi di questa poesia citati da pubblici ministeri mentre chiedevano pene pesantissime per i No Tav. Li hai uditi dalle labbra di Belpietro. Li hai letti nei comunicati del Sap e del Coisp…

6. Un infame mantra

Il Pci ai giovani fu attaccata subito, e non solo dagli studenti che criticava. Franco Fortini riempì Pasolini di insulti. Sotto il cumulo di quegli insulti, le critiche erano giuste. Pasolini provò a spiegarsi, cercando di non rimangiarsi il paradosso. Quei versi erano “brutti” perché non erano bastati “da soli a esprimere ciò che l’autore [voleva] esprimere”. Erano versi “’sdoppiati’, cioè ironici, autoironici. Tutto è dettotra virgolette”. Parlò di “boutade”, di “captatio malevolantiae”, ma non arretrò mai dal punto che aveva scelto e deciso di difendere: l’invito agli studenti a “operare l’ultima scelta ancora possibile […] in favore di ciò che non è borghese”.

Ma ormai la frittata era fatta e sarebbe rimasta a fumigare in padella per i quarant’anni e passa a venire, per la gioia di “postfascisti”, ciellini, sindacati gialli, teste da talk-show, scrittori tuttologi esternazionisti, commentatori pavloviani.

Ogni volta che si manifesta il conflitto sociale e la polizia interviene a reprimerlo riparte, come lo ha chiamato un cattivo maestro, “l’infame mantra” su Pasolini che stava con la polizia e i manganelli. Con quel mantra si è giustificato ogni ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine. Bastonate, candelotti sparati in faccia, gas tossici, l’uccisione di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz di Genova, la solidarietà di corpo agli assassini di Federico Aldrovandi eccetera. Periodicamente, frasi decontestualizzate sui manifestanti “figli di papà” e i poliziotti proletari sono usate contro precari, sfrattati o popolazioni che si oppongono alla devastazione del proprio territorio.

Ho però il sospetto che il mantra si sia imposto solo a partire dagli anni novanta, insieme a certe “appropriazioni” del pensiero di Pasolini. Sicuramente, nel periodo 1968-75 nessun detentore del potere, nessun membro del blocco d’ordine lesse quei versi come davvero apologetici della repressione. Basti vedere come proseguirono i rapporti tra Pasolini, la polizia e la magistratura, e come si evolsero quelli tra Pasolini, il movimento studentesco e le sinistre extraparlamentari.

7. “Propaganda antinazionale”

Nell’agosto 1968, due mesi dopo la polemica su Il Pci ai giovani, Pasolini partecipa alla contestazione contro la Mostra d’arte cinematografica di Venezia, occupa il palazzo del cinema al Lido, subisce lo sgombero poliziesco e si prende l’ennesima denuncia. Sarà processato insieme ad altri registi, con l’accusa di aver “turbato l’altrui pacifico possesso di cose immobili”. Verrà assolto nell’ottobre 1969.

Sulla rivista Tempo, anno XXX, numero 39, del 21 settembre 1968, la rubrica Il Caos tenuta da Pasolini contiene una “Lettera al Presidente del Consiglio”, che in quei giorni è Giovanni Leone, non ancora “quirinato” né impeached. Lo scrittore accusa il capo del governo per la repressione a Venezia. Quanti credono che Pasolini fosse contro il ‘68 e i contestatori trasecolerebbero leggendo questo passaggio (corsivo mio):

Nel ’44-’45 e nel ’68, sia pure parzialmente, il popolo italiano ha saputo cosa vuol dire – magari solo a livello pragmatico – cosa siano autogestione e decentramento, e ha vissuto, con violenza, una pretesa, sia pure indefinita, di democrazia reale. La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline.

Leone risponde arzigogolando, Pasolini continua a mirare diritto e sul numero 41 del 5 ottobre 1968 ribadisce: “Io ero presente, quella notte. E ho visto coi miei occhile violenze della polizia”.

Per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine

Due mesi dopo, sul numero 52 del 21 dicembre 1968, Pasolini commenta l’ennesimo eccidio per mano poliziesca – due braccianti crivellati di colpi ad Avola, in Sicilia – e sostiene la proposta, fatta da un Pci ancora lontano dall’appoggio alle leggi speciali, di disarmare la polizia:

Disarmare la polizia significa infatti creare le condizioni oggettive per un immediato cambiamento della psicologia del poliziotto. Un poliziotto disarmato è un altro poliziotto. Crollerebbe di colpo, in lui, il fondamento della ‘falsa idea di sé’ che il Potere gli ha dato, addestrandolo come un automa.

In una puntata della rubrica rimasta inedita e ritrovata da Gian Carlo Ferretti, Pasolini risponde a una lettrice di destra, tale Romana Grandi, che gli ha inviato un volantino dell’Msi-Dn pieno di ingiurie nei confronti suoi e di altri intellettuali: “Un piccolo sforzo potrebbe pur farlo, visto che scrive e riscrive di essere unalavoratrice: non si è accorta che coloro che sono colpiti dalla polizia sono i lavoratori (e gli studenti che lottano accanto ai lavoratori)?”.

Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. - Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio
Pier Paolo Pasolini a Roma, nel 1967. (Franco Vitale, Reporters Associati & Archivi/Mondadori Portfolio)

 

L’autunno del ’69 – il cosiddetto autunno caldo – è una stagione di grandi lotte e vittorie operaie. Il 12 dicembre, per tutta risposta, esplode la bomba in piazza Fontana. A ruota, parte la montatura per colpire gli anarchici, le sinistre e il movimento operaio. Il 15 dicembre muore Giuseppe Pinelli. Il 16 dicembre, l’inviato del Tg1 Bruno Vespa comunica a milioni di persone che “Pietro Valpreda è il colpevole, uno dei responsabili della strage di Milano”. L’anarchico Valpreda diventa il mostro.

Pasolini, Moravia, Maraini, Asor Rosa e altri intellettuali firmano un appello “contro l’ondata repressiva”. Sul Borghese del 28 dicembre 1969, Alberto Giovannini coglie la palla al balzo e scrive:

Tra gli arrestati, oltre al Valpreda, uso a voltare la schiena non solo all’odiata borghesia ma anche agli amati giovinetti, vi sono molti ‘travestiti’ e ‘checche’; e il fatto non può lasciare indifferente P. P. Pasolini, che dei capovolti di tutta Italia è, di certo, il padre spirituale, visto che la natura ingrata […] non gli ha consentito di esserne la madre.

Sul numero 2, anno XXXII, di Tempo, del 10 gennaio 1970, Pasolini si rivolge al deputato socialdemocratico Mauro Ferri e scrive:

L’estremismo dei gruppi minoritari ed extraparlamentari di sinistra non ha portato in nessun modo (è infame solo pensarlo) alla strage di Piazza Fontana: esso ha portato alla grande vittoria dei metalmeccanici. Prima chePotere Operaio e gli altri gruppi minoritari extra-partitici agissero, i sindacati dormivano.

Dal 1 marzo 1971, per due mesi, Pasolini si presta a fare il direttore responsabile del giornale Lotta Continua, accettando il rischio di essere inquisito, rinviato a giudizio e processato per i contenuti del giornale. Cosa che succede il 18 ottobre dello stesso anno, per avere “istigato militari a disobbedire le leggi […], svolto propaganda antinazionale e per il sovvertimento degli ordinamenti economici e sociali costituiti dallo Stato [e] pubblicamente istigato a commettere delitti”. Pena massima prevista dal codice: 15 anni di reclusione. Testimoni per l’accusa: ufficiali, sottufficiali e agenti della pubblica sicurezza e dei carabinieri.

Dopo questo rinvio a giudizio, in spregio a qualsivoglia presunzione d’innocenza, la Rai blocca la messa in onda del programma di Enzo Biagi Terza B: facciamo l’appello. Oggi è una delle più famose apparizioni televisive di Pasolini, ma molti non sanno che fu censurata e andò in onda solo dopo la sua morte, cinque anni dopo essere stata registrata.

Nel frattempo, per chiedere – e il più delle volte ottenere – il sequestro delle opere di Pasolini agiscono in prima persona membri delle forze dell’ordine. A Bari, l’ispettrice di polizia Santoro segnala l’oscenità “orripilante” del film Decameron. Ad Ancona, contro la medesima pellicola sporge denuncia l’ispettore forestale Lorenzo Mannozzi Torini, secondo Wikipedia un “pioniere della tartuficoltura”.

Certamente provato ma per nulla intimidito, Pasolini finanzia e gira insieme al collettivo cinematografico di Lotta continua (Lc) un documentario-inchiesta su piazza Fontana e sullo stato delle lotte in Italia. Sceneggiato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, il documentario esce nel 1972 con il titolo 12 dicembre e la dicitura “Da un’idea di Pier Paolo Pasolini”.

Ancora nel novembre 1973, quando il rapporto con Lc è teso e sull’orlo della rottura, Pasolini dichiara: “I ragazzi di Lotta continua sono degli estremisti, d’accordo, magari fanatici e protervamente rozzi dal punto di vista culturale, ma tirano la corda e mi pare che, proprio per questo, meritino di essere appoggiati. Bisogna volere il troppo per ottenere il poco”.

8. “Le nostre vecchie conoscenze”

L’ultima stagione, quella “corsara” e “luterana”, è segnata dalla reiterata, implacabile richiesta di un grande processo alla Democrazia cristiana, ai suoi dirigenti e notabili, ai complici delle sue politiche.

Dopo Il Pci ai giovani, sono alcune formule-shock del Pasolini 1974-75 a detenere il primato delle decontestualizzazioni e delle letture strumentali.

Per esempio, si estrapolano paradossi come “il fascismo degli antifascisti” per difendere le adunate di estrema destra, guardandosi bene dal dire che Pasolini usava l’espressione per attaccare l’ipocrisia del cosiddetto arco costituzionale, l’insieme dei partiti al potere, quelli che – dice in un’intervista del giugno 1975 – “continueranno a organizzare altri assassinii e altre stragi, e dunque a inventare i sicari fascisti; creando così una tensione antifascista per rifarsi una verginità antifascista, e per rubare ai ladri i loro voti; ma, nel tempo stesso, mantenendo l’impunità delle bande fasciste che essi, se volessero, liquiderebbero in un giorno”.

Senza il contesto cosa rimane? Una manciata di immagini – le lucciole, la fine del mondo contadino, i corpi omologati dei capelloni – ridotte a cliché e rese innocue. Rimane il “mito tecnicizzato” di uno pseudoPasolini light e lactose-free, propinato dalla stessa cultura dominante che perseguitò Pasolini, dagli eredi giornalistici dei suoi diffamatori e dagli eredi politici di chi lo aggrediva per strada.

L’8 ottobre 1975, sul Corriere della Sera, Pasolini commenta la messa in onda diAccattone da parte della Rai. Nel suo film d’esordio, scrive, metteva in scena due fenomeni di continuità tra regime fascista e regime democristiano: “Primo, la segregazione del sottoproletariato in una marginalità dove tutto era diverso; secondo, la spietata, criminaloide, insindacabile violenza della polizia”.

Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia

Riguardo al primo fenomeno, scrive Pasolini, la società dei consumi ha “integrato” e omologato anche i sottoproletari, le loro abitudini, i loro corpi. Ergo, il mondo rappresentato in Accattone è finito per sempre.

È trascorso poco tempo, ma quelle parti di Roma sono cambiate. Pasolini le attraversa e dietro ogni incrocio, dietro ogni edificio, dietro ogni capannello di giovani vede – in una sovrapposizione lievemente sfasata – com’erano l’incrocio, l’edificio e quei giovani solo poco tempo prima. Tutto è in apparenza simile, ma la tonalità emotiva è alterata, la nota di fondo è irriconoscibile. Per un potente resoconto psicogeografico su tale “doppiezza” rimando alla passeggiata del Merda in Petrolio, Appunti 71-74a.

Ma cosa dice Pasolini del secondo fenomeno di continuità tra regime fascista e regime democristiano? “Su questo punto c’intendiamo subito tutti”, scrive, e sa di essere provocatorio. Sta parlando ai lettori del Corsera, è implausibile che tutti siano d’accordo nel ritenere “spietata” e “criminaloide” la violenza della polizia.

Ma l’autore è adamantino: “È inutile spendere parole. Parte della polizia è ancora così”. Segue un riferimento alla polizia spagnola, la guardia civil del regime franchista. Riferimento oggi incomprensibile, se non si sa cosa accadeva in Spagna in quei giorni. Ecco un titolo da l’Unità del 5 ottobre 1975: “Tortura a Madrid. / È stata usata dalla polizia franchista in modo sistematico contro non meno di 250 baschi. – Le conclusioni di un’inchiesta di Amnesty International – Testimonianze agghiaccianti”.

Il passaggio è rapido, ma non superficiale. Ci mostra un altro “doppio mondo” sfasato. Nella polizia fascista di Madrid e Barcellona, scrive Pasolini, rivediamo la nostra polizia, “le nostre vecchie conoscenze in tutto il loro squallido splendore”.

9. L’uomo che sorride

Tre settimane dopo, la notte tra il 1 e il 2 novembre, il corpo di Pasolini giace nel fango di Ostia, massacrato, ridotto a un unico cencio intriso di sangue.

Ora, per chiudere, prendo in prestito le parole di Roberto Chiesi:

Se guardate tra le terribili foto del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ce n’è una, forse la più terribile, che mostra il corpo rovesciato e martoriato, con intorno alcuni inquirenti e poliziotti seduti sulle ginocchia. In particolare c’è un poliziotto seduto accanto al cadavere di Pasolini, che sorride. La foto lo mostra in maniera inequivocabile: è un sorriso di scherno, di disprezzo. Questa immagine può essere presa a campione di tutta un’Italia deteriore, da rifiutare, condensata in quell’immagine in bianco e nero, apparsa sulle prime pagine di tanti giornali dell’epoca.

Pasolini continuava a essere contro la polizia, la polizia continuava a essere contro Pasolini.

Perché diffido dei tribunali dei minori italiani

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Il pezzo del Corriere di ieri che si spertica per sostenere quant’è bello e quanto sia evoluta la struttura che ospita il figlio di Martina Levato è deprimente: sostenere che è in un bel posto “con alberi e verde intorno” come se fosse questo quello che serve a un neonato, sfiora il ridicolo. Quando poi, sempre il Corsera, riporta la psicologa che dice a chiare lettere che un neonato ha bisogno di una persona fissa di riferimento, di ritmi regolari, dell’odore e del sorriso di chi lo accudisce, dicendo addirittura che se questo non viene garantito il bambino potrebbe avere danni irreparabili, il pezzo tocca il massimo livello di ipocrisia, in quanto riferisce come essenziale tutto il contrario di quello che sta succedendo a questo bambino che prima viene tolto alla madre, poi le viene permesso di vederlo, poi le viene ritolto e adesso è in una struttura con figure che sicuramente non saranno di riferimento nella sua vita futura, e che quindi non possono essere stabili, visto che ancora è da decidere a chi sarà affidato e visto che le famiglie dei genitori sono pronte a dare battaglia. A questo punto sarebbe stato più saggio, se davvero la madre non fosse in grado di accudirlo e allattarlo e se veramente l’unica soluzione è l’affidamento fuori dall’entourage familiare, affidarlo anche temporaneamente, ma direttamente e fin da subito, a una famiglia estranea e senza clamore, nell’attesa della conclusione delle indagini per una decisione definitiva: con tutte le famiglie che sono in attesa di adozione è così difficile trovarne una “normale” in grado di sostenere un affido temporaneo e poi eventualmente definitivo?

Ma lo Stato, che si preoccupa degli adulti e della loro sicurezza e non del reale benessere dei bambini, ha preferito la strada peggiore mettendo un bambino di 10 giorni in una struttura (facendoci credere che è la migliore del mondo), con i genitori e i nonni che comunque lo potranno andare a trovare con modalità protette, lasciando quindi che si instauri un legame, dopo averlo prima tolto alla madre subito dopo il parto, poi fatto vedere alla stessa una volta al giorno, con la manifesta intenzione di darlo comunque in affidamento a estranei. Il caso, dato in pasto ai media fin dall’iniziale prelevamento deciso dalla pm di turno subito dopo il parto, è stato messo in piazza con la pubblicazione di stralci della perizia fatta ai due genitori (anche se si tratta sempre di un caso che riguarda un minore) su cui lo show mediatico ha impastato tutto ciò che ci può essere di morboso in una storia del genere, per dare in pasto all’italiano medio tutto ciò che si può supporre su una donna-madre delinquente (anche i criminali hanno dei diritti) esponendola così a un doppio giudizio non solo da magistrati e psichiatri ma da tutta l’opinione pubblica non solo come autrice di un crimine ma come una strega reietta e pericolosa. Un crimine per il quale Martina Levato è stata già condannata in primo grado a 14 anni di reclusione (quindi la giustizia ha funzionato), ma che siccome è stato compiuto da una donna (forse le centinaia di migliaia di donne acidificate nel mondo dagli uomini sembrano più “normali”), che per di più ha osato presentarsi anche come madre, è doppiamente condannabile in quanto mette in imbarazzo le istituzioni e la comunità intera che si trova di fronte a una modello che scardina totalmente lo stereotipo della madre “buona” e rassicurante per una società che non ammette che una donna che ha commesso un reato possa permettersi di mettere al mondo un figlio: un accanimento che sui social ha sfiorato il linciaggio, e che non è emerso invece ,per esempio, per il padre. Un accanimento che ha coinvolto anche chi ha avuto l’ardire di avere un punto di vista diverso, tanto che quando Levato ha chiesto di essere trasferita con il figlio nella comunità di Don Mazzi o in un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri detenute e i loro figli da 0 a 3 / 6 anni), si è sollevato un fango anche verso la comunità di Don Mazzi e verso la sua persona.

Il tribunale dei minori di Milano, che ha collocato il bambino in istituto e rispedito la madre a San Vittore, è ora in attesa di valutare il nucleo familiare entro il 30 settembre. Intanto Alexander Boettcher, il padre del piccolo che ha riconosciuto il figlio, ha dichiarato di pentirsi “del proprio passato stile di vita”, di partecipare “al dolore delle vittime di quegli atti che, seppure in parte, sono anche a lui attribuiti” e quindi di volersi far carico delle “responsabilità di padre nel modo più completo possibile”, fino al punto di far trapelare l’intenzione di sposare Martina, ma nessuno si è indignato e ha sparato a zero contro un uomo che marchiava le sue amanti con le sue iniziali sul loro corpo. Forse perché a per un uomo-padre non si pretende quello che invece si esige per una donna-madre.

Per il bambino sottratto-non sottratto quello che si prospetta è quindi trovarsi al centro di una battaglia legale, con i traumi che questo comporta, anche grazie a una serie di scelte contraddittorie da parte delle istituzioni, al di là del fatto che i genitori siano davvero “irreversibilmente” inadeguati: il piccolo non verrà allattato dalla madre (anche se è un diritto del bambino) ma potrà incontrare i genitori e i nonni con incontri protetti sebbene l’intenzione sia quella di darlo in affidamento a estranei, e nel frattempo sarà in una struttura a tempo indeterminato fino a una soluzione definitiva. Una situazione in cui comunque si rafforza il legame familiare, anche se con genitori reietti, per poi probabilmente portarlo altrove. Tutto ciò che senso ha?

I tribunali dei minori, in tutta Italia, sono stati al centro di polemiche per la mole dei bambini che vengono tolti ai genitori anche quando non ci siano motivi gravi (non è questo il caso ovviamente) ma solo per indigenza, per cui invece di dare sostegno economico alla famiglia si preferisce dare in affido i piccoli a case famiglia che per un bambino percepiscono dai 3.000 ai 6.000 euro al mese; o di bambini che vengono tolti alle madri quando la donna cerca di separarsi, denunciando il marito maltrattante e chiedendo l’affido esclusivo in presenza di violenza domestica. Bambini che possono essere affidati a estranei anche quando c’è un genitore accudente e presente, o addirittura possono essere collocati presso il genitore denunciato per maltrattamenti in quanto in realtà “alienato” da una madre malevola: e questo sulla base di Ctu di psicologi e psichiatri di cui si servono questi stessi tribunali, e che prendendo in prestito l’alienazione parentale (conosciuta come PAS e poi adesso riciclata come AP), dichiarano l’inadeguatezza di genitori o più spesso di una madre, con formulazioni dubbie e discutibili, e sulla base di una teoria dichiarata fasulla dal Ministero della salute italiano e bandita da organizzazioni internazionali in Paesi in cui ha provocato sfaceli. Perizie su cui i giudici dei vari tribunali dei minori italiani prendono decisioni a occhi chiusi e senza incidente probatorio, e che ormai hanno fatto scuola in tutta Italia: situazioni dove le madri vengono descritte come malevole, inadeguate, nevrotiche e pericolose anche quando non hanno commesso nessun reato ma stanno cercando di proteggere un figlio dalla violenza domestica e da un marito/padre maltrattante e/o stalker.

Per motivi molto meno gravi di quelli descritti nel caso Levato-Boettcher, si trovano oggi in casa famiglia una bella fetta dei circa 30.000 bambini che transitano in istituti, collocati in strutture con una facilità allarmante.

Chi non ricorda il piccolo di Cittadella trascinato all’uscita da scuola dal padre e dallo psichiatra per essere collocato in una casa famiglia dopo che il tribunale dei minori aveva imputato alla madre, in base a una perizia psicologica basata sull’alienazione parentale, il fatto che bambino non voleva stare con il padre preferendo rimanere a casa con la mamma? Un caso in cui è stata la stessa Cassazione a nominare la Pas come una teoria da non prendere in considerazione nei tribunali. Grazie alle perizie che giudicano madri malevoli in base all’alienazione parentale, i bambini di Donatella Cipriani che furono prelevati dai servizi sociali terrorizzati mentre uscivano da scuola due anni fa e che sono rimasti in casa famiglia per 18 mesi, sono stati affidati al padre “alienato” proprio grazie alle perizie di psichiatri favorevoli alla Pas e in cui si sosteneva che in base all’alienazione parentale la madre aveva allontanato l’uomo, da cui si era separata per le violenze subite e denunciate in sede penale: Cipriani che per aver denunciato i maltrattamenti e per essersi separata da lui, oggi si ritrova con un procedimento in penale (lei) per calunnia verso l’ex compagno ed è costretta a incontri protetti se vuole vedere i figli.

Ma non ci sono solo minorenni. Francesca Leonardo, ragazza parzialmente disabile capace di intendere e di volere di 23 anni (e quindi non minorenne), è stata prelevata da casa sua dove viveva con la madre a Tuscania e portata a forza in una casa famiglia in Umbria con un decreto del tribunale di Viterbo che sulla base di una perizia psichiatrica, redatta a seguito a un ricorso del padre e malgrado Francesca avesse scelto nella maggiore età di vivere stabilmente con la madre, che ha deciso di allontanare la ragazza dalla casa materna contro la sua volontà. E questo sempre sulla base di un supposta alienazione parentale di cui la mamma sarebbe responsabile di fronte a una figlia maggiorenne e in grado di decidere sebbene disabile. Un caso su cui sono state fatte ben due interrogazioni parlamentari rivolte al ministro della giustizia, al senato dalla vicepresidente Valeria Fedeli e un’altra da parte di Sel, che non hanno avuto risposta concreta, dato che la ragazza è ancora rinchiusa in casa famiglia.

Che fiducia si può avere allora in uno Stato che si comporta così? che affidamento si può avere verso i tribunali dei minori italiani che permettono a perizie psichiatriche e Ctu di dubbia valenza in quanto basate su teorie fasulle, malsane e non riconosciute, di poter decidere prelevamenti di bambini anche in presenza di genitori accudenti, collocandoli in case famiglia i cui guadagni non sono verificati né controllati da nessuno?

Eppure questo non fa notizia, su questo non indaga nessuno, meglio mescolare nel torbido di una storia da Grand Guignol, qualunque essa sia.

Martina Levato: come la comunità punisce una cattiva madre (ovvero madre cattiva)

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Martina Levato

Sul caso di Martina Levato, la 23enne condannata a 14 anni per aver acidificato un uomo insieme al suo compagno, Alexander Boettcher, e che a ferragosto ha partorito un bambino, sono stati versati in questi giorni fiumi d’inchiostro. Il caso, di cui non parlava più nessuno, è tornato a far discutere dopo che la pm Annamaria Fiorillo ha separato dalla donna il piccolo, adottando “provvedimenti urgenti e di prassi”. Il piccolo è stato affidato al Comune di Milano con la nomina di un tutore, in attesa di aprire un’istruttoria sull’adozione. Il bambino è stato tolto alla madre subito dopo il parto e questo è stato ritenuto da alcuni un atteggiamento disumano e da altri una tutela nei confronti del piccolo nella convinzione che in questo modo possa avere una vita migliore, dato che la madre è stata dichiarata una borderline pericolosa. I magistrati hanno giudicato con la frase “irreversibile inadeguatezza” non solo i genitori, ma anche l’intero contesto familiare, soprattutto i genitori di Boettcher, mentre le psichiatre Erica Francesca Poli e Marina Carla Verga hanno escluso qualsiasi forma di incapacità di intendere e di volere dei genitori, anche parziale, sebbene abbiano confermato l’inadeguatezza genitoriale. In particolare la pm Fiorillo ha chiesto che il bambino sia adottato da una famiglia scollegata dalla vicenda specificando che “il neonato venga dichiarato in stato di abbandono per totale e irreversibile incapacità e inadeguatezza del padre e della madre a svolgere funzioni genitoriali”; mentre Martina Levato ha chiesto oggi di essere trasferita con il figlio nella comunità di Don Mazzi o in un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri detenute e i loro figli da 0 a 3 / 6 anni), come le è consentito dalla legge italiana (legge su cui ancora adesso le associazioni che lavorano con i bambini in carcere con le mamme, chiedono modifiche per l’inadeguatezza delle norme apportate alcuni anni fa). Per ora il Tribunale dei minori ha deciso comunque che Martina potrà vedere e allattare il suo bambino una volta al giorno sotto controllo. Decisione provvisoria perché il piccolo sarà dato in affidamento o ai nonni (materni o paterni) oppure a una famiglia estranea.

Il fatto interessante che riguarda questa delicata vicenda è stato che il centro della discussione è stato per lo più su come deve essere una “madre”: chiunque si è preso la briga di giudicare come sia “cattiva” una cattiva madre e come deve essere invece una buona madre, sparlando anche di istinto materno, mentre parlando di superiore interesse del bambino ci si è avventurati in sproloqui senza conoscere né cosa consente la legge italiana, né dei rischi che questo bambino corre sia nel caso di possibile adozione (per esempio parcheggiato in istituti) sia nel caso di permanenza dei primi anni di vita in carcere con la mamma, e di come attualmente quella stessa legge che dovrebbe tutelare madri detenute con bambini piccoli in Italia, sia ancora carente in Italia. Cioè non si parla del caso, ma di quanto sia brutta e cattiva questa Martina Levato che essendo una reietta si è anche permessa di mettere al mondo un figlio. Al di là della storia, brevemente riassunta qui, è interessante quindi osservare l’accanimento dei media e degli “opinionisti” verso una donna che in quanto madre colpevole di un crimine (senza nulla togliere a quello che ha fatto per cui è stata già condannata a scontare 14 anni di prigione), diventa stigma del male assoluto: un trattamento che allo stesso livello diciamo di reato, non è neanche immaginato per gli uomini. Quante donne vengono sfigurate, torturate, stuprate nel mondo da uomini senza che sulla base di questo reato venga pesata la loro capacità di fare il padre? Di rado viene giudicata la capacità genitoriale di un uomo su questo, in quanto non è ritenuto probabilmente importante per la comunità.

Per questo pubblico (con il suo consenso) la lettera di Ilaria Boiano, avvocata di Differenza Donna, che spiega in maniera precisa e dettagliata lo stigma che colpisce le donne che delinquono, compresa Martina Levato.

Grazie


Il doppio standard e il principio di legalità che salta quando a delinquere sono le donne

di Ilaria Boiano

 

Le rappresentazioni delle donne nella nostra società rimangono molto limitate: alle donne proposte come oggetto sessuale si contrappone l’immaginario della donna accudente e madre “in essenza”.

Uscire da questo dualismo significa deviare dalla norma, una deviazione che per il sentire comune sembra ancora meritare una pena (anche solo sociale) più afflittiva: se le donne non accettano passivamente il ruolo di oggetto sessuale, ma si pongono come soggetto attivo e desiderante, allora si presume che vadano in giro in uno stato di consenso costante all’attività  sessuale e dunque la loro parola diviene “non attendibile”.

Anche rifiutare la maternità, o solo modificarne l’articolazione tradizionale, comporta una stigmatizzazione delle donne che provano a reinventarsi. L’idealizzazione della maternità ha cominciato ad essere scalfita da quando le donne non sacrificano più la propria dimensione esistenziale, e la propria vita nei casi di violenza maschile, sull’altare della “sacra famiglia”da tenere unita, ma scelgono di percorrere la strada della libertà e della realizzazione personale: la punizione sociale per aver rotto i vincoli familiari è la rappresentazione come ex moglie avida e vendicativa o “madre alienante”.

Se poi le donne sono pure straniere e per di più senza risorse, perché tali non sono considerati il coraggio e la determinazione che hanno consentito la fuga da persecuzioni e violenze e la realizzazione del progetto migratorio, il diritto alla piena realizzazione personale, anche attraverso la maternità, è fortemente compromesso da strutture sociali che, in luogo di “rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della personalità”(articolo 3 Costituzione italiana), ne producono di nuovi e spesso insormontabili che negano i più basilari diritti, compreso il diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8 CEDU).

Infine, la deviazione diviene socialmente intollerabile se le donne commettono reati: alla rappresentazione di uomini colti da raptus o criminali“per professione”, si contrappone l’immaginario di donne criminali promiscue,fredde dal cuore spietato, soggetti ‘doppiamente devianti’ dal comportamento innaturale perché non solo hanno infranto la legge, ma hanno anche trasceso le norme sociali e le aspettative connesse ad un comportamento femminile accettabile.

La prevalenza di queste narrazioni delle donne ci parla di una società ancora refrattaria al principio di uguaglianza sia sul piano sostanziale su quello formale.

Ancorala legge non è uguale per tutte: dalla lettura di recenti sentenze in materia di violenza sessuale, ma anche dei provvedimenti in materia di responsabilità genitoriale,  sempre di più ratifica delle conclusioni dei “professionisti della genitorialità”, con buona pace dei principi di terzietà e imparzialità della funzione giurisdizionale, emerge immediatamente come il senso comune intriso di convincimenti ingiustificati e narrazioni discriminatorie che ruotano intorno al sesso e ai ruoli di genere guidi anche il ragionamento giuridico con esiti in palese violazione dei diritti fondamentali.

Diviene secondario così verificare se quanto stabilito dalla legge, sia a livello sostanziale sia a livello procedurale, caso per caso sia stato rispettato.

Dinanzi alla vicenda del figlio di Martina Levato, per il quale, come è noto, è stato disposto l’allontanamento immediato dalla madre al momento della nascita ed è stato aperto un procedimento di adottabilità dinanzi al Tribunale per i minori di Milano a seguito di ricorso del PM, questione da considerare in uno Stato di diritto,prima di ogni considerazione, per altro intrisa di retorica, sull’importanza del primo contatto madre-figlio o della forza “rieducativa” dell’esercizio della maternità per una donna condannata, ancora non in via definitiva, per reati gravi, è se le autorità hanno agito nel pieno rispetto dei diritti fondamentali della donna in stato di privazione della libertà personale, cioè nelle mani dello Stato.

Oggetto di vaglio dovrà essere quindi l’apparato motivazionale dei provvedimenti delle autorità al fine di assicurare, insieme all’interesse e benessere del bambino, che qualsiasi decisione assunta non sia fondata su pregiudizi e rappresentazioni discriminatorie.

In particolare,ciò che desta più perplessità nella vicenda di Marina Levato, almeno in base alle informazioni rese note dai media, è l’immediato allontanamento del neonato dalla madre dopo il parto: giustificato con la finalità di tutelare il benessere psicofisico del minore, ritenuto a rischio in caso di allontanamento successivo, tale atto appare di fatto un arbitrio commesso ai danni di una donna privata della libertà personale, atto per di più eseguito prima ancora dell’avvenuta notifica del provvedimento di allontanamento alla diretta interessata, che ha provocato sofferenza e dolore di tale gravità da configurare un trattamento inumano e degradante vietato dall’articolo 3 Cedu.

Il “superiore interesse” del minore, anziché prevalere, finisce così per cedere il passo innanzi alla pretesa punitiva dello Stato, pretesa punitiva che si è manifestata al di fuori dei limiti stabiliti dalla legge e in modo esacerbato perché l’interessata dal provvedimento ha violato non solo la legge, ma una norma sociale di genere:Marina Levato è doppiamente colpevole per il delitto commesso perché donna e dunque ancora più esemplare deve essere la reazione pubblica.

Dato di fatto, che conferma la natura discriminatoria per motivi di genere dell’allontanamento del neonato da sua madre, è che la medesima solerzia delle autorità a disporre l’allontanamento dal genitore non si rileva quando sono le donne a segnalare comportamenti pregiudizievoli dei padri ai danni dei figli minori: in questi casi, l’argomentazione con la quale si giustifica la mancata adozione di misure di protezione dei minori è che gli eventuali comportamenti violenti commessi nei confronti di terzi (magari proprio della ex compagna madre del proprio figlio) non può essere di per sé ritenuto indice di inadeguatezza genitoriale.

In definitiva, nel nostro ordinamento il principio di legalità è minacciato da un doppio parametro di valutazione che guida l’applicazione della legge in direzione discriminatoria delle donne.

E questo non è solo un problema nostro, di noi donne, ma riguarda la società tutta: quando vacilla il principio di legalità, è a rischio la libertà di tutti e tutte.

Denim Day contro la violenza sulle donne: oggi racconto perché non ho denunciato

dal Manifesto

Anar­kikka per #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimday

Anar­kikka per #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimday

Oggi è il Demin Day, la gior­nata isti­tuita 15 anni fa dall’associazione “Peace Over Vio­lence” in rispo­sta alla sen­tenza della Cas­sa­zione che in Ita­lia assolse un uomo dallo stu­pro di una ragazza per­ché indos­sava un paio di jeans. E in que­sta gior­nata lan­ciamo la sfida di pub­bli­care arti­coli con lo stesso titolo: “Per­ché non ho denun­ciato” e comin­ciamo facen­dolo in prima per­sona sui blog del “Fatto”, “Il Mani­fe­sto” e del “Cor­riere”. L’iniziativa è pro­mossa da un gruppo di gior­na­li­ste (Luisa Pron­zato, Nadia Somma, Luisa Betti) che invi­tano tutte le altre, gior­na­li­ste e blog­ger, a fare pro­prio il titolo e l’immagine. E invita tutte le altre donne a rac­con­tarsi rispon­dendo a “Per­ché non ho denun­ciato”? Hanno già ade­rito all’iniziativa i blog di Anar­kikka (che rin­gra­ziamo per aver dise­gnato l’immagine di oggi), “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, “Lip­pe­ra­tura” di Lore­dana Lip­pe­rini e “Gen­der, genere, genre… ma non solo” di Rita Ben­ci­venga. Rilan­ce­remo, e chie­diamo di rilan­ciare, per tutta la gior­nata, pro­se­guendo anche nei giorni suc­ces­sivi, gli arti­coli e le sto­rie che segui­ranno a que­sto appello con l’hastag #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimDay.


Oggi ci metto la fac­cia nel vero senso della parola, per­ché quell’occhio nero me lo sono por­tato in giro per più di una set­ti­mana senza bat­tere ciglio. Certo, con un paio di occhiali grandi e con grosse lenti nere, potevo coprire tutto l’occhio ma quando me li toglievo, si vedeva che era un bel caz­zotto dato in fac­cia. Un caz­zotto che non mi andava né su né giù, ed è per que­sto che anch’io, donna riso­luta, sicura di me, e con un bel baga­glio alle spalle, a mia madre che mi chiese: cosa hai fatto? Risposi: ho bat­tuto a uno spi­golo. Una rispo­sta che non avrei mai imma­gi­nato di dare, e che mi uscì quasi spon­ta­nea dalla bocca, come quelle frasi fatte che non rie­sci a fer­mare men­tre ti escono auto­ma­ti­ca­mente con un rapido movi­mento delle labbra.

Ma come, pro­prio io?

Sì, pro­prio io.

Il rodi­mento misto a umi­lia­zione però non era tanto quel livido che rovi­nava l’estetica del mio bel visino quanto il dover ammet­tere che il mio com­pa­gno, che subito dopo è diven­tato ex, era que­sto e che ero stata anni con un tizio che in realtà era un’altra per­sona: ma come, pro­prio a me? (mi doman­davo). Sì cara, pro­prio a te (mi rispon­devo). Per­ché quel livido sul viso era la dimo­stra­zione tan­gi­bile che mi ero sba­gliata, che la per­sona con cui avevo con­di­viso una parte impor­tante della mia vita era que­sto, e che io, pro­prio io, per que­sto abba­glio (come se fosse una mia respon­sa­bi­lità), ora mi ritro­vavo anche con un occhio pesto che mi ver­go­gnavo a mostrare e che mi ricor­dava quell’errore (sem­pre mio) ogni volta che mi guar­davo allo specchio.

Era tanto tempo fa, e ancora non avevo fatto tutto il per­corso che ho fatto dopo, ma cer­ta­mente avevo gli stru­menti per capire che quella vio­lenza era solo la punta dell’iceberg di un’altra vio­lenza che andava avanti da tempo, da molto tempo. Una vio­lenza sot­ter­ra­nea, sub­dola, che era scop­piata in vio­lenza fisica solo a corol­la­rio di anni di pres­sione psi­co­lo­gica che per gli addetti ai lavori ha un nome e si chiama: gaslighter (que­sto invece l’ho sco­perto dopo).

Essere vit­tima di gaslighter non è una cosa che si rac­conta facil­mente, per­ché quando ti guardi indie­tro, ti chiedi: come ho fatto a uscirne? Stare den­tro una rela­zione in cui il part­ner altera la realtà che vivete fino a farti cre­dere che la vera realtà è quella che lui costrui­sce per non ammet­tere una per­so­na­lità distorta, ti fa diven­tare pazza (o quasi) e ti fa vivere in un mondo com­ple­ta­mente alte­rato. Tu non vedi più nulla e la tua ricerca costante è solo la veri­fica delle tue sen­sa­zioni, del tuo piano di realtà, in un con­te­sto in cui la per­sona che vive con te, e ti cono­sce, mani­pola con­ti­nua­mente tutto quello che vi cir­conda fino a desta­bi­liz­zarti completamente.

Gaslighter deriva dal titolo di un film, “Gaslight” diretto da Georg Cukor nel 1944, dove un marito cerca di por­tare la moglie alla paz­zia mani­po­lando l’ambiente e in par­ti­co­lare le luci a gas abbas­sate con­sa­pe­vol­mente da lui: cosa che la moglie nota ma che lui insi­ste essere solo frutto dell’immaginazione di lei che comin­cia così a dubi­tare di se stessa. Per la let­te­ra­tura “Lo scopo del com­por­ta­mento di gaslighting, comune alle tre cate­go­rie di mani­po­la­tori, è ridurre la vit­tima a un totale livello di dipen­denza fisica e psi­co­lo­gica, annul­lare la sua capa­cità di scelta e respon­sa­bi­lità”. Il gaslighter, che mette in atto la mani­po­la­zione men­tale, “fa cre­dere alla vit­tima di vivere in una realtà che non cor­ri­sponde alla realtà ogget­tiva e mina alla base ogni sua cer­tezza e sicu­rezza: in sostanza agi­sce su di lei un vero e pro­prio lavag­gio del cervello”.

Ed era pro­prio così, per­ché dopo anni di alta­lene emo­tive e di simu­la­zioni, nel momento in cui il suo imma­gi­na­rio piano di realtà è venuto a galla, e io ho capito che c’era qual­cosa che mi sto­nava mal­grado la sua fer­rea inten­zione di impor­melo, tutto è scop­piato. Fino a quel caz­zotto arri­vato pro­prio nell’ennesimo ten­ta­tivo, suo, di farmi pas­sare per matta, a me, e nel voler affer­mare la sua pre­tesa di farmi cre­dere una realtà com­ple­ta­mente inven­tata, ancora una volta, alla quale io resi­stevo con tutte le mie forze per­ché, appunto, non ero scema.

Per essere più chiari, in una dina­mica di vio­lenza psi­co­lo­gica, il gaslightingattra­versa tre fasi:

1) Incre­du­lità in cui la vit­tima non crede a quello che sta acca­dendo né a ciò che vor­rebbe farle cre­dere il suo “carnefice”.

2) Difesa in cui la vit­tima ini­zia a difen­dersi con rab­bia e a soste­nere la sua posi­zione di per­sona sana e ben “pian­tata” nella realtà oggettiva.

3) Depres­sione dove la vit­tima si con­vince che il mani­po­la­tore ha ragione, getta le armi, si ras­se­gna, diventa insi­cura ed estre­ma­mente vul­ne­ra­bile e dipendente.

Io mi sono fer­mata alla seconda, anche se ero a un sof­fio dalla terza, e mal­grado ciò per uscirne fuori com­ple­ta­mente sono stata costretta ad allon­ta­narmi per anni dal mio mondo di rela­zioni sociali, dai miei rap­porti, da amici e anche dal mio ambiente di lavoro (con danni seri alla mia vita).

La psi­co­loga Mar­tha Stout sostiene che “i socio­pa­tici usano fre­quen­te­mente tat­ti­che di gaslighting”: “per­sone che tra­sgre­di­scono coe­ren­te­mente leggi e con­ven­zioni sociali” e che “sfrut­tano gli altri”. In buona sostanza “bugiardi cre­di­bili e con­vin­centi che negano coe­ren­te­mente ogni misfatto”: un ritratto per­fetto del mio ex che per anni ha simu­lato un’altra per­sona in un rap­porto a due e in maniera dav­vero con­vin­cente, da grande attore. Una simu­la­zione che gli rie­sce così bene da con­vin­cere chiun­que, me com­presa, che si tratta di per­sona affi­da­bile, seria, con la testa sulle spalle, mal­grado die­tro que­sta fac­ciata ci sia ben altro. Un vero inso­spet­ta­bile (come sono molti offender).

Altri autori riten­gono che in certe forme di com­por­ta­menti abu­santi e mal­trat­tanti, il per­pe­tra­tore pre­senti il pro­filo di un “per­verso nar­ci­si­sta”. Eiguer (1989) defi­ni­sce il per­verso nar­ci­si­sta come “colui che influen­zato dal suo Io gran­dioso, cerca di sta­bi­lire un legame con un altro indi­vi­duo attac­can­dosi in par­ti­co­lar modo alla sua inte­grità nar­ci­si­stica per disarmarlo”.

Per l’esattezza esi­stono tre tipo­lo­gie di gaslighter:

il mani­po­la­tore bravo ragazzo che si pro­pone come attento e pre­mu­roso nei con­fronti della sua vit­tima, ma che in realtà agi­sce col solo intento di sod­di­sfare i suoi bisogni.

Il mani­po­la­tore affa­sci­nante che uti­lizza tutte le sue dote sedut­tive per influen­zare ed infine imporre il pro­prio ascen­dente sulla vittima.

L’inti­mi­da­tore che a dif­fe­renza dei pre­ce­denti ha un com­por­ta­mento più diretto.

Il mio ex era una via di mezzo tra il primo e il secondo.

Per­ché non ho denun­ciato uno così pericoloso?

I miei amici e le mie ami­che, ai quali mostravo senza ver­go­gna quell’occhio nero e che sape­vano tutta la sto­ria, mi dice­vano: ma per­ché non lo denunci? Lo devi denun­ciare, quello è un mani­po­la­tore, un ego­cen­trico peri­co­loso, un simu­la­tore, un per­verso, e chissà dove ci arriva e quanti danni farà (parole pro­fe­ti­che). Era vero, potevo denun­ciarlo ma poi si sarebbe tolto di torno? Que­sto qui (pen­savo) mi per­se­gui­terà per sem­pre e userà la denun­cia per rima­nermi alle costole men­tre io non lo voglio più vedere, io voglio uscire da que­sta sto­ria per­ché mi sta dan­neg­giando e la pros­sima volta, altro che caz­zotto. Uno che ti aspetta sotto casa per sei ore con­se­cu­tive e tu non puoi nean­che andare a fare la spesa, uno che ti si mette con la mac­china sotto il can­cello di casa a notte fonda per bloc­carti quando torni da un viag­gio, o che chiama i pom­pieri e ti fa rom­pere la fine­stra per entrare in casa tua men­tre non ci sei, non è uno che molla facil­mente. Uno stal­ker non molla la sua preda così e appro­fitta di qual­siasi appi­glio per rima­nere aggrap­pato. E poi, il caz­zotto e l’occhio nero erano lì, ma le ferite della vio­lenza psi­co­lo­gica, che sono quelle che pro­cu­rano più danni, come fai a dimo­strarle? come fai a denun­ciarle? Dovrai rac­con­tare tutti que­gli anni di sup­pli­zio, per avere cosa? Giu­sti­zia da qual­cuno che nean­che sa cos’è la vio­lenza psi­co­lo­gica? E che magari potrebbe anche pen­sare che quel caz­zotto te lo sei cer­cato? Qui se non arrivi mas­sa­crata in tri­bu­nale nean­che ti guardano.

Que­sto era quello che risuo­nava nella mia testa, que­sto è quello che ho fatto.


Ade­sioni all’appello #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimDay.

Gior­gia Vez­zoli su “Vita da stre­ghe

Cri­stina Obber su “Non lo fac­cio più

Claudia Sarritzu su Globalist.it

Giulia Vola su Magazine delle Donne

Angela Gennaro su Huffington Post

Silvia Vaccaro su Noi Donne

Alberta Ferrari su L’Espresso

Paola Bevilacqua su Padova Donne 

Vittoria Camboni Candeloro sul Movimento per l’Infanzia

 

 

Oggi difendo un uomo

Antonio Cipriani

Nel mio lavoro non ho fatto che difendere donne e bambini raccontando ingiustizie e violazioni, descrivendo storie, leggendomi fascicoli giudiziari, proposte di leggi, per tradurre e informare. Ho difeso, preso posizione senza paura di essere giudicata “non oggettiva”, mi sono battuta, ho ascoltato donne che mi bussavano alla porta perché disperate nell’incubo di una vita accanto a un marito violento, dando voce ai soggetti più esposti alla prepotenza di un potere a volte nascosto dietro volti rassicuranti.

Oggi però vado in controtendenza, e anche se non ho mai preso posizione per difendere un uomo, questa è un’ottima occasione per farlo. E a offrirmela è un amico e collega, un uomo che stimo per la sua trasparenza, serietà, umanità profonda. Un uomo che potrebbe essere d’esempio a molti altri e che oggi rischia il carcere per aver lavorato e diretto un giornale che, una volta fallito, ha scaricato sui giornalisti tutte le responsabilità. Lui è Antonio Cipriani, giornalista dell’Unità che ha diretto L’Ora di Palermo per passare poi alla direzione di E-Polis, e che nel 2011 ha lasciato DNews per fondare la piattaforma The Globalist Syndication diretta dal fratello Gianni Cipriani.

Ma come può un giornalista serio che non ha mai fatto torti a nessuno e non ha mai fregato 100lire, rischiare il carcere? Ce lo spiega lo stesso Antonio che su Globalist.it ha raccontato la sua storia (riportata per intero qui sotto) cercando di riassumere i fatti e il suo stato d’animo. “Nel 2011- scrive Antonio – E Polis è fallito tra debiti, inchieste, accuse di bancarotta. E questo fallimento  ha scaricato sulle spalle dei giornalisti le cause in corso. Trentaquattro processi sulle mie spalle di direttore responsabile. Un’enormità. Trentaquattro processi sparsi in tutt’Italia, perché E Polis usciva e veniva stampato in tutta Italia. Trentaquattro processi senza alcuna difesa e senza alcun aiuto”.

Oggi Antonio non ha più risorse e non potendosi più permettere un avvocato, viene aiutato dagli amici, ma non basta perché davanti a lui ha la prospettiva di una condanna in penale e di una carcerazione: “Senza nessun editore alle spalle – racconta – senza fondi. Senza niente altro che i risparmi di una vita da mettere sul piatto giudiziario. Per pagare. Pagare sempre. Perché alla fine tutti si riduce a questo. Se hai i soldi paghi, chiudi con un accordo, ed eviti problemi. Se non hai soldi e combatti, alla fine non puoi che perdere”. Un uomo contro tutto, un caso dal sapore kafkiano che improvvisamente diventa realtà ma che sembra scaturita da uno dei peggiori incubi di un pazzo. Un caso assurdo in cui Antonio viene scaraventato da un giorno all’altro, e dove è costretto a correre dietro la propria libertà, un caso dove “gli effetti di un fallimento, di azioni in alcuni casi non proprio limpide degli editori, ricadono sulle fragili spalle di chi invece pensava di poter esercitare la libertà di stampa e di garantirla ai suoi colleghi”. Fino ad arrivare all’epilogo, dove Antonio, stremato nel fisico e nella psiche nonché prosciugato nelle tasche, non riesce a difendersi dall’ennesima accusa, quella di omesso controllo: un’accusa per la quale oggi rischia la prigione: “Anche l’ultima condanna, quella assurda al carcere per un omesso controllo (neanche a scomodare il reato d’opinione, cosa che per altro si tratta), è arrivata per la mancanza di soldi. Perché non avevo denaro per pagarmi un avvocato. Così è”.

Ma il paradosso non finisce qui, perché dopo una vita scoperchiata per aver lavorato come direttore di un giornale andato a gambe all’aria, dopo essere stato lasciato solo nel momento della resa dei conti, oggi Antonio rischia la galera proprio mentre nelle aule del parlamento è in discussione la riforma della legge sulla diffamazione che dovrebbe mettere fine alla carcerazione per i giornalisti: una pena abnorme per chi fa questo mestiere, e può anche rimanere vittima di querele intimidatorie per quello che scrive (anche quando si tratta della verità), soprattutto se pensiamo all’impunità che in Italia imperversa verso offender sulle donne e verso maltrattanti e abusanti sui minori. Ma riuscirà Cipriani a rientrare in una legge che è ancora in discussione in Commissione giustizia? Riuscirà a rincorrere il tempo per avere come premio la sua libertà? In Italia è molto improbabile. E se così non è, per lui non c’è neanche un Presidente della Repubblica che accordi la grazia, come successe al direttore del “Giornale” graziato da Napolitano.

Per questo, e per un senso di giustizia profondo, chiedo a tutti i colleghi e le colleghe di divulgare la sua storia (come già stanno facendo in molti), ma chiedo anche a tutti e a tutte di lanciare appelli pubblici sui social, sulle vostre bacheche facebook e su twitter con l’hastag #LiberAntonio, affinché Cipriani non debba rischiare il carcere per una legge che sta per essere cambiata proprio perché ingiusta.

Grazie


La storia completa da Globalist.it

Il mio caso assurdo di giornalista destinato al carcere

Inserito da Antonio Cipriani il 07/05/2015 alle 22:25 nella sezione

di Antonio Cipriani

Fa un certo effetto aprire una mail e scoprire che contiene un ordine di esecuzione per la carcerazione. Cinque mesi e qualche giorno per aver omesso, come direttore responsabile del quotidiano E Polis, il controllo su un articolo scritto da un giornalista professionista. Questo dice la sentenza del tribunale di Oristano. Cinque mesi da fare in carcere e in subordine – se verranno accolte come spero le richieste della mia difesa – in affidamento in prova al servizio sociale o ai domiciliari.

È solo l’ultimo tassello, per ora, di una storia assurda e travagliata che va avanti da quattro anni. E mi vede ostaggio di una serie di incongruenze nelle leggi che regolano la professione giornalistica, e mi costringe oggi – io in genere schivo e riservato – a prendere carta e penna e a raccontarla. In mio nome e in mia difesa. E in difesa e nel nome di tutti quelli che si trovano nella mia stessa situazione e non hanno alle spalle le corazzate dei media e che questi problemi li vedono sicuramente da un’altra prospettiva.

In sintesi. Ho diretto E Polis (prima Il Giornale di Sardegna e poi Il Sardegna) dall’ottobre 2004 al dicembre 2007. Poi mi sono dimesso a seguito di un cambio di proprietà. Nel 2011 E Polis è fallito tra debiti, inchieste, accuse di bancarotta. E questo fallimento ha scaricato sulle spalle dei giornalisti le cause in corso. Trentaquattro processi sulle mie spalle di direttore responsabile. Un’enormità. Trentaquattro processi sparsi in tutt’Italia, perché E Polis usciva e veniva stampato in tutta Italia. Trentaquattro processi senza alcuna difesa e senza alcun aiuto.

Dal 2011 il mio impegno professionale è stato: difendermi alla meno peggio, farmi aiutare da avvocati amici, evitare il più possibile condanne, cercare di non pagare tutte le spese giudiziarie. Rateizzare Equitalia. Inseguire gli indulti.

Perché ogni processo consta di notifiche per ogni passaggio, quindi di mattinate passate in questura o dai carabinieri, di carte da leggere, di avvocati da nominare, di udienze. Di condanne, più o meno giuste, sulle quali neanche entro nel merito perché si aprirebbe un altro capitolo.

Giustizia del pagare. Senza nessun editore alle spalle, senza fondi. Senza niente altro che i risparmi di una vita da mettere sul piatto giudiziario. Per pagare. Pagare sempre. Perché alla fine tutti si riduce a questo. Se hai i soldi paghi, chiudi con un accordo, ed eviti problemi. Se non hai soldi e combatti, alla fine non puoi che perdere. Perché anche se riesci in tre gradi di giudizio a prevalere, le spese sono talmente alte che quasi conviene accordarsi preventivamente e pagare il riscatto dall’omesso controllo.

Basta moltiplicare trentaquattro processi per la cifra media del costo di un processo (se qualcuno ha avuto la sventura.) per capire che è una partita persa in partenza. E che forse qualcosa si potrebbe anche fare per evitare che la libertà di stampa diventi una questione di reddito e di protezioni. Chi le ha la esercita, chi non le ha meglio se imbraccia il violino.

Anche l’ultima condanna, quella assurda al carcere per un omesso controllo (neanche a scomodare il reato d’opinione, cosa che per altro si tratta) è arrivata per la mancanza di soldi. Perché non avevo denaro per pagarmi un avvocato. Così è.

Perché la legge è assurda? Perché è assurdo che gli effetti di un fallimento, di azioni in alcuni casi non proprio limpide degli editori, ricadano sulle fragili spalle di chi invece pensava di poter esercitare la libertà di stampa e di garantirla ai suoi colleghi. Perché è assurdo e anacronistico che un direttore possa controllare riga per riga un intero giornale – nel mio caso 15 per circa 800 pagine uniche sfornate al giorno – brevine e lettere comprese. Ed è anche inaccettabile poi che un direttore debba pagare per errori di professionisti che magari in tribunale hanno capito fischi per fiaschi o in una conferenza stampa hanno sbagliato un reato. Che dovrebbe fare quel direttore? Ogni sera verificare una per una le notizie? Chiamare tutti i tribunali per sapere se è vero che Tizio è stato condannato per corruzione e Caio per rapina?

L’impossibilità di esercitare un controllo del genere su professionisti, che fanno tanto di esame per iscriversi all’Ordine, non rende il reato troppo generico? Omesso controllo di che cosa se il controllo è impossibile? Diverso è il ruolo della direzione nella titolazione, nelle campagne di stampa. Quella è responsabilità diretta, anche penale se incorre in un reato. Peccato che per questo genere di reato sono stato condannato solo una volta, e alla fine la Cassazione ha addirittura stabilito che avevo ragione, che difendevo solamente la libertà di stampa. Peccato che in altri 33 casi mi sono dovuto difendere dall’indifendibile, senza responsabilità dirette sugli eventuali errori. Certo, potevo censurare qualche cronista. Sarebbe stato accettabile? Quando ho bloccato pezzi che contenevano evidenti caratteristiche di diffamazione, sono fioccate le accuse di censura. Figuriamoci.

Chiudo col carcere. Perché mi sembra davvero sproporzionato l’omesso controllo con la condanna al carcere. E in genere assurdo che possa esserci la possibilità del carcere per un reato d’opinione, figuriamoci in un caso in cui le responsabilità personali sono davvero minime. E mi auguro che questa situazione, per certi versi simile a quella di altri colleghi, possa spingere davvero sulla strada di una regolamentazione di questi casi assurdi. E, comunque, si discuta politicamente dei paradossi, delle ingiustizie e del fatto che il carcere per reati giornalistici non è mai un segno di libertà e democrazia.

La fragile difesa di Bongiorno e Hunziker: non era Pas ma Alienazione parentale

d-14-27

Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker

Si sono sbagliate, non volevano dire Pas ma Alienazione parentale e chi le ha criticate, non ha capito cosa volevano dire. Questa la riposta di Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno alle critiche sollevate in questi giorni riguardo la proposta di legge che hanno presentato per punire con il carcere chi si macchia di un reato connesso alla Pas, anzi no, all’Alienazione parentale.

La bagarre è scoppiata in seguito alle affermazioni di Hunziker che, invitata da Fabio Fazio in prima serata a “Che tempo fa” domenica 10 maggio, ha parlato della proposta di legge dal titolo “Disposizioni penali in tema di abuso delle relazioni familiari o di affido”, pronunciando chiaramente la parola Pas (Sindrome di alienazione parentale), una malattia dichiarata inesistente dal Ministero della Sanità, assente dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) e dall’ICD-10 (Classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati), rifiutata dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici, la Società italiana di pediatrial’Ordine degli psicologi della Regione Lazio, la Rete nazionale dei centri antiviolenza (DiRe), e dichiarata pericolosa dal National District Attorneys Association (Istituto di ricerca dei procuratori americani) e dall’Associazione Spagnola di Neuropsichiatri.

Un’intervista, quella di Hunziker, che dopo un articolo apparso su questo blog ha sollevato una massiccia protesta di professionisti, avvocati, psicologi, psichiatri, e soprattutto di tutte quelle madri che denunciando un partner violento si sono viste sottrarre i figli portati in casa famiglia proprio in nome della Pas. Protesta che si è rincorsa e arroventata nei social e che ha culminato con una lettera aperta della Rete delle avvocate dei centri antiviolenza che, ribadendo l’inconsistenza della Pas e chiedendo immediata rettifica a Fabio Fazio e ai vertici Rai, ha chiarito come non solo “Nel nostro ordinamento vi sono già strumenti in sede civile e in sede penale idonei a garantire l’esercizio della responsabilità genitoriale (…), nonché norme civili e penali adeguate a sanzionare comportamenti pregiudizievoli dell’interesse dei figli”, ma che Fattispecie penali come quella oggetto della proposta di legge avanzata da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker, sono funzionali solo a veicolare nelle aule giudiziarie strategie punitive nei confronti delle donne che tentano di proteggere sé stesse e i figli dalla violenza maschile”.

Casi che sembrano ignorati dall’avvocata Bongiorno e dalla sua socia Hunziker, che insieme gestiscono un’associazione che si prefigge di proteggere queste donne che subiscono violenza: “Doppia Difesa”.

La reazione è stata tale che stavolta è scesa in campo l’avvocata Bongiorno in persona e specificando che anche se Hunziker ha parlato chiaramente di Pas, in realtà loro intendevano un’altra cosa: l’Alienazione parentale. In un’intervista a “L’Espresso” l’avvocata si è dichiarata infatti sorpresa dal fatto che si fosse parlato di Pas. “Ma io non voglio affatto normare la Pas – ha precisato – io voglio normare un abuso”. La Pas, per Bongiorno, “E’ stata citata mentre spiegavamo in generale l’argomento, come una delle varie conseguenze psicologiche sui minori che alcuni sostengono esista”, “una parola che, peraltro, nel testo nemmeno compare”. E per chiarire la loro distanza dalla Pas è apparso anche un comunicato  in cui si dichiara che non solo la loro associazione “Doppia Difesa”, “ha l’obiettivo di combattere la violenza sulle donne e i minori” ma che con questa proposta di legge loro chiedono solo “che sia introdotta una legge sull’Alienazione parentale”.

“Abbiamo letto una serie di critiche a questa ipotesi – scrivono nel testo – e in particolare, ci ha colpito il dibattito, del tutto fuorviante, che si è aperto sulla Pas”, in quanto “Questa proposta non ha alcuna pretesa di normativizzare la Pas intesa come malattia”, specificando anche che molte di queste polemiche hanno banalizzato “un problema reale, che riguarda molte dinamiche familiari, facendo leva su argomentazioni demagogiche”. Quasi come se la violenza sulle donne e i minori che l’accompagnano, ampiamente citate nelle critiche di esperti e soprattutto dalla Rete delle avvocate dei centri antiviolenza, non possano essere considerate testimonianza di un triste spaccato dell’Italia.

Eppure Michelle Hunziker non ha avuto dubbi nel pronunciare la parola Pas e lo ha fatto più volte parlando della proposta di Bongiorno, ovviamente prima che qualcuno le facesse notare che la Pas non esiste. In un’intervista rilasciata a “Chi”, Michelle Hunziker aveva dichiarato che avrebbe presentato, insieme a Giulia Bongiorno, un disegno di legge per “tutelare i minori vittime della sindrome dell’alienazione genitoriale”, mentre sul suo profilo pubblico su Facebook aveva scritto testualmente: “Giulia Bongiorno ed io con DOPPIA DIFESA, abbiamo presentato una proposta di legge che tutela i bambini dalla Pas, sindrome da alienazione parentale”. Ma è proprio in tv e davanti a milioni di telespettatori che Hunziker non ha avuto dubbi nell’affermare che “Quando i genitori si separano – aveva dettoChe tempo fa – il figlio spesso diventa un’arma di ricatto” e che “Non solo il figlio soffre tantissimo perché non riesce più magari a vedere il papà, o addirittura viene talmente alienato, che gli viene una sindrome che si chiama Pas, che è una sindrome a tutti gli effetti che è una sorta di abuso, di violenza”.

Nello spiegare la legge quindi una delle promotrici parla più volte e insistentemente di Pas, ovvero di quella sindrome non scientifica e mai provata che ancora gira nei tribunali italiani, soprattutto per provare le false accuse di madri o minori maltrattati. E non a caso, da Fazio, Hunziker parla proprio di padri alienati e del figlio che “non riesce più magari a vedere il papà”, e non la mamma. Perché Hunziker, nella sua semplicità, dice il vero confermando quanto sollevato dalle critiche e spiegato dalle avvocate dei centri.

Ma allora ci chiediamo: è sufficiente cambiare il nome e passare da Pas ad Alienazione parentale per dare una risposta alle critiche?

Lo psichiatra Andrea Mazzeo, che da anni si occupa di difendere i bambini dalla Pas, spiega che tra Pas e Alienazione parentale la differenza è inesistente, perché le due espressioni indicano il medesimo concetto e che cambiare nome alla stessa sostanza è solo un escamotage per sfuggire ai numerosi rigetti: un tentativo già messo in atto negli USA dai sostenitori della Pas e criticato dalla comunità scientifica statunitense. “Non a caso – dice Mazzeo – in un recente articolo su una rivista di psicologia (Psicologia contemporanea, ndr), vengono proposti per la cosiddetta Alienazione parentale i medesimi otto criteri che Richard Gardner, il fondatore della Pas, aveva proposto come sintomi della Sindrome di Alienazione parentale, un dato che dimostra in maniera inequivocabile che si parli della stessa cosa”.

In realtà il concetto di Alienazione parentale è stato prima considerato una grave malattia dei bambini (Pas) e poi, dopo i respingimenti culminati con la dichiarazione del Ministero della salute che nel 2012 la dichiarò una non-malattia, trasformato dai suoi sostenitori da disturbo individuale a disturbo relazionale, ovvero da sindrome a condizione che, sempre secondo Mazzeo, presenta evidenti analogie con il vecchio concetto di plagio, e questo malgrado il plagio sia stato cancellato dall’ordinamento giudiziario italiano nel 1981 da una storica sentenza della Corte Costituzionale in quanto considerata “ipotesi non verificabile nella sua effettuazione e nel suo risultato, né è dimostrabile” – come appunto anche per l’Alienazione parentale. “Ma la cosa secondo me determinate – conclude lo psichiatra – è che non molto tempo fa il Tribunale di Milano ha rigettato la richiesta di una Ctu contenente la Pas in quanto inammissibile (Trib. Milano, sez. IX civ., decreto 13 ottobre 2014, ndr ), così come aveva fatto la sentenza di Cassazione per il caso di Cittadella. Ed è stato più o meno da quel momento che, pur mantenendo tutti i parametri della Pas, i suoi sostenitori l’hanno trasformata in Alienazione parentale. Nominare la Pas è diventato scomodo e così psicologi e psichiatri a volte neanche la nominano nelle Ctu (Consulenza tecnica d’ufficio, ndr) perché l’essenziale è comunque applicarla per allontanare i figli soprattutto dalle madri”.

Madri chiamate “malevoli” che mettendo in cattiva luce il padre attraverso false accuse di violenza domestica o abusi, hanno scientemente allontanato il figlio dal genitore che in questo modo viene alienato: Ctu in cui non si nomina la Pas ma la si applica semplicemente. Un’applicazione massiccia, quella della Pas alias Alienazione parentale, che ha causato e continua a causare allontanamenti dei bambini, prelievi forzosi, collocamenti in case famiglia, affidamenti congiunti in presenza di violenza domestica, senza che nessuno si renda davvero conto che, come hanno ricordato anche le avvocate dei centri antiviolenza, quando il motivo della separazione coniugale è la violenza in famiglia o addirittura gli abusi sessuali sui figli, i bambini hanno il pieno diritto di rifiutare il genitore violento o abusante.

Per la psicologa Elvira Reale, che dirige il Centro Clinico sul maltrattamento delle donne presso la U.O. di Psicologia Clinica (ASL Na 1) e ha fondato lo sportello antiviolenza del pronto soccorso dell’Ospedale San Paolo di Napoli, “Non c’è differenza tra Pas e Alienazione parentale se non nel nome e nel fatto, risibile, che non si dà più valore a una sindrome di cui soffrirebbe il bambino ma a una relazione di coppia conflittuale che crea disagio nel bambino”. Reale spiega che, a parte queste differenze, il risultato è lo stesso, in quanto si parte in entrambi i casi dal rifiuto del bambino e lo si definisce immotivato sulla base di un pregiudizio: ovvero che un bambino che rifiuta un genitore è un’anomalia. In questo modo, partendo dal rifiuto, le accuse di maltrattamento del bambino verso un genitore, che è frequentemente il padre, vengono considerate come frutto di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore, di solito la madre, sia che venga chiamata Pas sia che venga chiamata Alienazione parentale sia che non venga nominata affatto.

“L’esito di tutto ciò – conferma la psicologa – è che il bambino diventa inattendibile, per cui le sue parole sono inaffidabili, e data la presunzione di essere stato indottrinato e manipolato, non viene neanche ascoltato e si agisce per suo conto considerando a priori la necessità che sia subito riportato nel rapporto con l’altro genitore che è generalmente un padre accusato di maltrattamenti e violenze, e che ha anche le risorse per agire un’azione giudiziaria pressante. E questo viene fatto in contrasto con tutte le convenzioni e le leggi che tutelano e promuovono il diritto del bambino all’ascolto e a esprimere il suo punto di vista nel processo per l’affido”.

Grazie alla “scuola” fatta dalla Pas in questi anni tra psicologi e psichiatri, la maggioranza delle Ctu in tribunale, che sfornano diagnosi su cui i giudici basano la loro decisione di affido dei bambini, hanno quindi questa impostazione sia che nominino la Pas in via esplicita sia che non la nominino o che la chiamino in un altro modo, perché partono dal considerare la violenza contro le donne come un semplice conflitto di coppia in cui sono le donne a essere altamente conflittuali: non si distingue cioè, per impreparazione, la violenza domestica dalla semplice conflittualità in una coppia che si sta separando. Per la dottoressa Reale se la donna è resistente alla relazione di un partner violento e teme anche per il figlio, “sarà considerata genitorialmente inadeguata perché il genitore adeguato è quello che favorisce la relazione con l’altro, qualsiasi cosa sia successa prima: un passato che non è mai valutato nelle Ctu”.

“Queste consulenze tecniche d’ufficio – continua – non sono quasi mai redatte da esperte di violenza domestica e si rifanno a teorie psicodinamiche o sistemiche relazionali che pongono la responsabilità dei fatti o in vicende individuali infantili, oppure in una relazione di coppia sempre paritaria e collusiva, anche se la violenza invece pone al suo fondamento, come afferma la Convenzione di Istanbul, una disparità di potere tra uomo e donna. Dalla mia esperienza – conclude la psicologa – la Pas o l’Ap viene usata per lo più contro le madri a favore dei padri perché alle donne viene tolto il diritto, nei processi sull’affido, di parlare della violenza e di quello che hanno subito loro ed i figli. Nei processi per l’affido le donne devono solo mostrare adattamento alla condivisione con il partner nonostante questa, nei casi di violenza, divenga uno strumento di vessazione sulla donna a prosecuzione del maltrattamento durante la convivenza. La violenza e lo stalking post-separativi hanno quindi come strumento tipico di vessazione l’uso strumentale dei figli sia per screditare la madre, ma anche, e questo lo si trova solo come tratto specifico di un comportamento maschile, come strumento di controllo e mezzo per avvicinare la madre per continuare a maltrattare, ingiuriare, svilire e picchiare la partner”.

Continuare a parlare di Pas o di Alienazione parentale o non nominarla affatto ma sostenerne il meccanismo, è quindi la stessa cosa ed è un incentivo per i padri violenti a continuare con le violenze rimanendo impuniti. Per questo una legge che considera l’Alienazione parentale (questa volta nominata chiaramente da Bongiorno) come base per un reato, sarebbe quindi comunque una legge basata sulla Pas che, oltretutto, rischierebbe di mandare in galera le donne che hanno subito violenza domestica e cercano di tutelare i loro figli.

E questo non perché non esistano separazioni conflittuali in cui i genitori (e non il bambino che deve essere lasciato fuori) non debbano fare un percorso, ma perché in Italia il concetto di Pas o Alienazione parentale, viene purtroppo applicato sistematicamente nei tribunali dei minori e nei tribunali civili a situazioni di violenza domestica non riconosciute nel momento della separazione, e quindi dell’affido, dove il minore è sempre più spesso o dato in affido condiviso, malgrado il padre sia un maltrattante, o prelevato dalla casa in cui vive e rinchiuso in casa famiglia. Questa è la realtà dell’Italia che conta la maggioranza dei casi in questo Paese, e che rappresenta una chiara violazione dei diritti umani, in cui Bongiorno e Hunziker si sono inserite, magari senza saperlo e sicuramente in buona fede.

Come ricordavano le avvocate dei centri antiviolenza, “Dare spazio a informazioni infondate e visibilità a proposte di legge come quelle pubblicizzate da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker non solo vanno in direzione contraria alla tutela dei diritti dei minori, ma prestano il fianco ad un uso strumentale e antidemocratico del diritto che danneggia i bambini e le bambine e discrimina le donne”. Per questo attendono ancora che la Rai e Fabio Fazio diano la possibilità di rettifica a quanto detto a “Che tempo che fa” da Michelle Hunziker.

Avvocate dei centri antiviolenza contro Hunziker e Bongiorno, chiedono rettifica a Fabio Fazio sulla Pas

 

Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker

Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker

È diventata un’ondata di proteste, appelli, comunicati, lettere aperte e animate discussioni sui social, quella che è si scatenata a seguito di un articolo pubblicato su questo blog (“Hunziker e Bongiorno chiedono il carcere per chi si macchia di un reato inesistente“) qualche giorno fa. Il pezzo riportava le dichiarazioni fatte da Michelle Hunziker, intervistata da Fabio Fazio domenica 10 maggio, che ha parlato della proposta di legge dell’avvocata Giulia Bongiorno che vorrebbe punire con il carcere chi si macchia di un reato basato su una malattia che non esiste: la Pas (Sindrome di Alienazione parentale). “Quando i genitori si separano – aveva detto Hunziker a Che tempo fa – il figlio spesso diventa un’arma di ricatto, non solo il figlio soffre tantissimo perché non riesce più magari a vedere il papà, o addirittura viene talmente alienato, che gli viene una sindrome che si chiama Pas, che è una sindrome a tutti gli effetti che è una sorta di abuso, di violenza”.

Un’affermazione, questa, che ha mostrato quanto la show girl ignori la vera origine e gli effetti della Pas: una malattia, come già ampiamente documentato, mai dimostrata scientificamente, dichiarata inesistente dal Ministero della Sanità, classificata come non utilizzabile nei Tribunali dalla sentenza di Cassazione sul caso del bambino di Cittadella (il minore trascinato davanti la scuola), assente nelle due maggiori classificazioni internazionali dei Disturbi mentali (DSM e ICD), non considerata dall’APA (American Psychological Association), dichiarata pericolosa sia dal National District Attorneys Association (Istituto di ricerca dei procuratori americani) che dall’Associazione Spagnola di Neuropsichiatri, e infine rifiutata in Italia dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici, la Società italiana di pediatria, l’Ordine degli psicologi della Regione Lazio e la Rete nazionale dei centri antiviolenza (DiRe), in quanto usata “in maniera strumentale dagli autori delle violenze che fanno leva sulla minaccia di sottrarre i figli per tenere le donne sotto il loro controllo”, sia nei tribunali dei minori che nei tribunali civili, al momento della separazione e della decisione dell’affido dei figli. Un avvertimento sostenuto anche dalle Nazioni Unite quando il Comitato CEDAW ha raccomandato all’Italia nel 2011, di monitorare “nell’ambito dei procedimenti relativi all’affido condiviso, in caso di presunti episodi di abuso sui minori”, in cui “possano essere prodotte consulenze basate sulla dubbia teoria della Sindrome da Alienazione Parentale (Pas)”.

Un grido, quello della società civile, che si è levato per le dichiarazioni di Hunziker davanti a milioni di spettatori, a sostegno di una proposta, quella di Bongiorno, che va a infilarsi in un brutto buco nero di questo Paese: quello dei bambini inascoltati e sottratti alle madri che cercano di separarsi magari da un marito violento, e spesso dichiarate malevoli e alienanti riguardo un minore che, proprio per motivi legati agli abusi, non vuole vedere il genitore violento. Quello che crea perplessità infatti è che oltre all’ipotesi della prigione per il genitore “alienante” (di solito la madre) con diagnosi fatte da CTU (Consulenza tecniche d’ufficio) redatte da psicologi e psichiatri sulla base una sindrome inesistente, Hunziker e Bongiorno, che insieme hanno creato “Doppia difesa” per tutelare le donne maltrattate, non siano a conoscenza che per la maggior parte questi casi sono connessi a violenza domestica in cui gli offender usano proprio la Pas per contestare le  accuse e chiedere addirittura l’affido dei bambini per ricattare le madri maltrattate.

A chiarire questo punto in maniera esaustiva, è arrivata oggi la parola autorevole della Rete nazionale delle avvocate delle case delle donne e dei centri antiviolenza, che con una lettera intitolata “La Pas non esiste!”* e indirizzata alla presidente della Rai, al direttore di Raitre e a Fazio, hanno precisato come “Nel nostro ordinamento vi sono già strumenti in sede civile e in sede penale idonei a garantire l’esercizio della responsabilità genitoriale ad entrambi i genitori nonché norme civili e penali adeguate a sanzionare comportamenti pregiudizievoli dell’interesse dei figli”, e che “Fattispecie penali come quella oggetto della proposta di legge avanzata da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker sono funzionali solo a veicolare nelle aule giudiziarie strategie punitive nei confronti delle donne che tentano di proteggere sé stesse e i figli dalla violenza maschile”.

“La Pas – spiegano le avvocate – infatti è utilizzata dai padri maltrattanti nelle aule giudiziarie per screditare le donne che in sede di separazione richiedono protezione a favore dei figli che si rifiutano di incontrare il padre perché traumatizzati dai comportamenti violenti paterni”. Casi che le avvocate dei centri antiviolenza conosco bene e che sorprendentemente sono ignorati dall’avvocata Bongiorno e dalla sua socia Hunziker, che insieme gestiscono proprio un’associazione che dovrebbe proteggere queste donne che subiscono violenza. Per la Rete delle avvocate “L’Italia è tenuta, secondo gli obblighi assunti a livello internazionale con la ratifica dalla Convenzione di Lanzarote nell’ottobre 2012 e con la Convenzione di Istanbul nel 2013, ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare le donne e i minori da ogni forma di violenza, compresa la violenza assistita, cioè quella che subiscono i figli presenti alle condotte maltrattanti paterne nei confronti delle madri”, ma che è “proprio quando le autorità applicano tali principi che gli uomini maltrattanti si appellano alla Pas dipingendo le donne come madri malevoli che alienano i figli”.

“Dare spazio a informazioni infondate e visibilità a proposte di legge come quelle pubblicizzate da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker – conclude la Rete – non solo vanno in direzione contraria alla tutela dei diritti dei minori, ma prestano il fianco ad un uso strumentale e antidemocratico del diritto che danneggia i bambini e le bambine e discrimina le donne”. Per questo, e per il danno che Fazio potrebbe aver procurato dando spazio a una notizia basata su un argomento così delicato e controverso senza aver fatto prima le dovute verifiche, le avvocate dei centri chiedono anche “una la tempestiva rettifica durante la trasmissione Che Tempo che fa sul tema della PAS, con esplicita precisazione che le fonti pubbliche e più autorevoli concordano nel ritenere la Pas scientificamente infondata”, chiedendo anche “che sia dato spazio all’approfondimento competente sul tema della violenza assistita”.

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TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DELLA RETE NAZIONALE DELLE AVVOCATE 

Alla Presidente della RAI

Anna Maria TARANTOLA

annamaria.tarantola@rai.it

Al Direttore Generale

Luigi GUBITOSI

luigi.gubitosi@rai.it

Al direttore di RAI TRE

Andrea VIANELLO

andrea.vianello@rai.it

Al conduttore di “Che tempo che fa” FABIO FAZIO

raitre.chetempochefa@rai.it

 

LA PAS NON ESISTE!
L’informazione scorretta contribuisce a discriminare le donne e a violare i diritti dei minori

Quale Rete nazionale delle avvocate delle case delle donne e dei centri antiviolenza impegnate nella difesa dei diritti delle donne in ambito civile e penale su tutto il territorio italiano, esprimiamo assoluto dissenso in ordine alle dichiarazioni rese dalla sig.ra Michelle Hunziker in qualità di rappresentante di DOPPIA DIFESA nel corso della sua trasmissione

‘Che tempo che fa’ del 10 maggio scorso sul tema della cosiddetta PAS.

La sig.ra Hunziker ha affermato che
“Quando i genitori si separano, il figlio spesso diventa un’arma di ricatto, non solo il figlio soffre tantissimo, perché non riesce più magari a vedere il papà, o addirittura viene talmente alienato che gli viene una sindrome che si chiama PAS, che è una sindrome a tutti gli effetti che è una sorta di abuso, di violenza”.
La PAS (Parental Alienation Syndrome, in Italia tradotta in “Sindrome di alienazione parentale”) non esiste e le sue teorizzazioni non hanno alcuna validità scientifica. Già il Comitato CEDAW nel 2011 ha invitato le autorità italiane ad arginare l’utilizzo nei tribunali di riferimenti alla “discutibile teoria della PAS” per limitare la genitorialità materna (Comitato CEDAW, 2011, paragrafo 51).
Il Ministero della Sanità, a seguito dell’interpellanza parlamentare n. 2-01706 del 16 ottobre 2012, seduta n.704, ha chiarito che “Sebbene la Pas sia stata denominata arbitrariamente dai suoi proponenti con il termine disturbo, l’Istituto superiore di sanità non ritiene che tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”.
La PAS, infatti, non trova alcun riconoscimento nel “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” (DSM) né nella “Classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati” (ICD-10), i due principali sistemi nosografici attualmente in uso ed è contestata dagli ordini professionali di riferimento.
La Corte di Cassazione nel 2013 è ritornata sulla questione precisando che la PAS non gode di nessuna validità scientifica e pertanto “nei giudizi in cui sia stata esperita c.t.u. medico-psichiatrica […] il giudice di merito è tenuto a verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale e che risulti, sullo stesso piano della validità scientifica, oggetto di plurime critiche e perplessità da parte del mondo accademico internazionale, dovendosi escludere la possibilità, in ambito giudiziario, di adottare soluzioni prive del necessario conforto scientifico e potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che intendono scongiurare.” (Cass. Pen. n. 7041 del 20/03/2013).

Altrettanto seria è la produzione legislativa in materia, che non può prescindere dalle indicazioni che ci vengono dal diritto internazionale ed europeo.

Dare spazio a informazioni infondate e visibilità a proposte di legge come quelle pubblicizzate da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker non solo vanno in direzione contraria alla tutela dei diritti dei minori, ma prestano il fianco ad un uso strumentale e antidemocratico del diritto che danneggia i bambini e le bambine e discrimina le donne. Nel nostro ordinamento vi sono già strumenti in sede civile e in sede penale idonei a garantire l’esercizio della responsabilità genitoriale ad entrambi i genitori nonché norme civili e penali adeguate a sanzionare comportamenti pregiudizievoli dell’interesse dei figli. Fattispecie penali come quella oggetto della proposta di legge avanzata da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker sono funzionali solo a veicolare nelle aule giudiziarie strategie punitive nei confronti delle donne che tentano di proteggere sé stesse e i figli dalla violenza maschile. La PAS infatti è utilizzata dai padri maltrattanti nelle aule giudiziarie per screditare le donne che in sede di separazione richiedono protezione a favore dei figli che si rifiutano di incontrare il padre perché traumatizzati dai comportamenti violenti paterni.

L’Italia è tenuta, secondo gli obblighi assunti a livello internazionale con la ratifica dalla Convenzione di Lanzarote nell’ottobre 2012 e con la Convenzione di Istanbul nel 2013, ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare le donne e i minori da ogni forma di violenza, compresa la violenza assistita, cioè quella che subiscono i figli presenti alle condotte maltrattanti paterne nei confronti delle madri. L’Italia è tenuta di conseguenza ad adottare “le misure necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza e per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini”. Purtroppo è proprio quando le autorità applicano tali principi che gli uomini maltrattanti si appellano alla PAS dipingendo le donne come “madri malevoli” che alienano i figli. 

Alla luce di quanto esposto, riteniamo che la leggerezza con cui il servizio pubblico ha affrontato il tema così delicato della tutela dei diritti dei minori e la superficialità con la quale si diffondono informazioni errate e infondate concorrono con strategie di sistematica violazione dei diritti fondamentali delle donne e dei minori.

Chiediamo pertanto la tempestiva rettifica durante la trasmissione “Che Tempo che fa” sul tema della PAS, con esplicita precisazione che le fonti pubbliche e più autorevoli concordano nel ritenere la PAS scientificamente infondata. Chiediamo inoltre che sia dato spazio all’approfondimento competente sul tema della violenza assistita.

Roma, 16 maggio 2015

Avv. Teresa Manente, Roma – Avv. Simona Napolitani, Roma – Avv. Rossella Benedetti, Roma – Avv. Ilaria Boiano, Roma – Avv. Marta Cigna, Roma – Avv. Giusi Finanze, Roma – Avv. Giovanna Fava, Reggio Emilia – Avv. Elena Tasca, Bologna – Avv. Barbara Spinelli, Bologna – Avv. Samuela Frigeri, Parma – Avv. Daniela Manici, Parma – Avv. Cristina Capurso, Barletta – Avv. Anna Maria Raimondi, Napoli – Avv. Giovanna Cacciapuoti, Napoli – Avv. Sofia Lombardi, Napoli – Avv. Elisabetta Renieri, Firenze – Avv. Lorenza Razzi, Prato – Avv. Francesca Barontini, Pistoia – Avv. Marzia Pauluzzi, Gorizia – Avv. Elena Biaggioni, Trento – Avv. Loredana Piazza, Catania – Avv. Ippolita Sforza, Brescia – Avv. Sveva Insabato, Torino

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Chi volesse riprendere pezzi dell’articolo e/o parte delle citazioni contenute in questa pagina (compresa la lettera), è pregato di nominare la fonte, grazie.