Otto marzo apocalittico

don_thumbSMOAUTO_366X0Oggi, otto marzo di un anno nero, ricomincio a scrivere dopo un lutto terribile: la perdita del mio amatissimo marito, Astrit Dakli, un uomo che, come disse una mia amica “anche una femminista può pensare di amare”. È per lui, per un uomo quindi, che scrivo in questa giornata dedicata alle donne, sapendo di andare controcorrente, perché come non basta una vagina per essere femminista così come non basta avere un pene per essere maschilista.

La questione è senza dubbio culturale, penso a donne che si atteggiano alla gestione di un potere maschile che non avranno mai in quanto femmine, e a uomini che tentano di mettere in discussione la loro identità pur di entrare in un più reale contatto con le donne.

Chi è femminista o meno, non ha importanza in questo caso, quello che è importante è chiedersi: chi migliora le cose? Chi rende migliore la convivenza umana?

La discriminazione di genere, così tante volte dibattuta, è una realtà innegabile: milioni di donne subiscono violenza maschile, le donne sono meno pagate degli uomini e fanno fatica a raggiungere apici nella carriera pur essendo più brave a scuola, interrompono il loro lavoro dopo il primo figlio perché non supportate da un welfare adeguato, in molti luoghi del mondo non hanno accesso alla tutela della propria salute, alla contraccezione, all’interruzione di gravidanza, a un parto sicuro, sono esposte a molestie per ricatto sul posto di lavoro, sono sotto rappresentate nella politica e nelle istituzioni, possono ritrovarsi infibulate, spose precoci, possono essere sottoposte a stupri etnici durante una guerra, possono essere trattate come semplici incubatrici produttrici di prole a pagamento, sottoposte a sfruttamento sessuale, schiavizzate. In tutto ciò politiche che osteggiano, o provvedono parzialmente e in modo paternalistico, alla risoluzione di questa discriminazione così ancora attuale nel mondo, non sono altro che l’espressione di un volontario sostegno di un sistema maschile di potere ancora ben saldo e resistente a un cambiamento profondo e radicale delle cose e per questo propenso a mantenere un certo tipo di mentalità.

Ma il maschilismo è un monopolio esclusivamente maschile o è ancora così radicato nella cultura da avere delle ottime sostenitrici nel genere femminile?

Ieri, mentre moderavo un interessante convegno sulla costituzione di parte civile delle associazioni nei giudizi per violenza sulle donne – organizzato dall’Associazione giuriste, l’Ordine degli avvocati e Telefono Rosa alla Cassazione di Roma – ho avuto la fortuna di ascoltare le ottime esposizioni da parte delle avvocate Caterina Flick e Antonella Faieta, ma soprattutto un esilarante intervento impostato con un taglio di genere, che nella mia testa solo una donna poteva fare, e che invece con mia grande sorpresa proveniva dal sostituto procuratore Eugenio Albamonte della Procura di Roma, che per spiegare le misure cautelari relative ai reati di violenza, ha inquadrato l’intero fenomeno con un ottica che raramente ho visto uscire da un cervello maschile: un intervento che mi ha fatto saltare dalla sedia perché non era esposto da chi certe cose non le ha imparate a memoria ma le ha comprese, le vive. E non parlo di paternalismo, come spesso è, ma di una reale presa in carico di una questione che riguarda uomini e donne, impostata attraverso un’ottica femminista nell’espletamento del proprio lavoro che in questo caso riguarda la violenza maschile sulle donne.

Un’assunzione che auspicheremmo come la normalità, e non l’eccezione, se a esercitare la professione ci fosse un uomo o una donna, e che vorremmo vedere espletata da tutti i giudic*, avvocat*, giornalist*, psicolog*, operator*, insegnat*, legislator* che si accingono ad affrontare il femminicidio con un approccio femminista e che avrebbe evitato, in questo Paese, obbrobri come la legge sulla violenza domestica passata con il pacchetto sicurezza nel 2013, o il piano antiviolenza straordinario del 2015 fatto senza capo né coda e rimasto sulla carta, o ancora peggio il codice bianco che equipara la violenza maschile sulle donne alla violenza sugli uomini dimostrando di non aver compreso nulla del fenomeno alla sue fondamenta.

E allora mi chiedo: perché le donne italiane sono ferme?

Quello che vedo intorno a me, e nel quale ho timore di rientrare, è un immenso groviglio di buone intenzioni e profonde difficoltà di una cultura maschilista che è ancora radicata saldamente nei corpi sia maschili che femminili. Il nodo non è solo la differenza di genere ma la piena assunzione di questa differenza con tutto ciò che questo comporta anche nella vita di tutti i giorni, nella quotidianità, nelle proprie relazioni sia pubbliche che private, perché non basta dire o parlare: bisogna provare a viverla. Una consuetudine che a oggi sembra ancora un’utopia all’interno dello stesso movimento delle donne che in Italia sembrano dilaniate da una costante ricerca di cambiamento attraverso atteggiamenti che nella realtà ricalcano sempre di più comportamenti maschili che poco hanno a che fare con la forza rivoluzionaria del femminismo e che a volte hanno una aggressività imputata in teoria ai maschi ma ampiamente praticata, e non perché le donne non possano essere aggressive ma perché ciò è usato per esercitare un potere. Atteggiamento che porta inevitabilmente a spaccature e quindi a un’inazione ormai patologica, che non fa altro che mantenere uno status quo che sembra ineluttabilmente riportarci a un patriarcato di ritorno e che forse questa volta sarà senza ritorno. Donne che cavalcano senza rendersene conto l’onda esattamente contraria di quella su cui pensano di stare, in barba alla tanto sventagliata solidarietà femminile ormai diventata chimera del passato.

Mentre rotoliamo verso l’ineluttabile, in Italia però la controriforma procede spedita: i centri antiviolenza, dopo il lavoro svolto in tanti anni, sono stati estromessi dal contrasto alla violenza maschile con un colpo di mano che ha dirottato i finanziamenti sul ministero della salute e degli interni che si occuperanno in maniera del tutto inadeguata delle donne che approdano ignare a un pronto soccorso mandando a monte tutto il sapere accumulato da anni di lavoro sul campo con l’ottica di genere dei centri; donne che non usufruiranno mai della ratificata Convenzione di Istanbul contro la violenza domestica e la violenza sulle donne, che pur essendo legge in Italia non è applicata perché nessuno, nelle istituzioni, si sogna di farla applicare in maniera esaustiva e completa; donne che potrebbero essere multate fino a 10 mila euro se interrompono una gravidanza clandestinamente dato che il 75% del personale ospedaliero in Italia fa obiezione di coscienza.

Ma la frontiera del futuro è altrove ed è una guerra aperta sul mondo venturo che riguarda l’utero a pagamento che qui ha sbaragliato i sacrosanti diritti della comunità LGBT, compresa l’adozione, concentrando tutto, in maniera confusa e fuorviante, sulla capitalizzazione di un utero che serve solo a uomini impossibilitati a fecondare da soli il proprio seme (problema che le donne anche lesbiche non hanno a meno che non siano sterili). Un utero che decontestualizzato dal corpo femminile e reso merce su cui contrattare in base alla legge del consumo e della proprietà, trasformerebbe le madri e madonne del passato in una laica incubatrice a gettoni: un futuro in cui potrebbero essere gli uomini stessi che, avendo ancora saldo il potere nelle proprie mani, potrebbero programmarsi anche i propri figli con connotazioni genetiche precise, usando semplicemente il corpo delle donne come accessorio, e questo magari fino a quando saranno in grado di costruire un utero artificiale e al di là delle proprie scelte sessuali.

Il futuro dell’umanità si gioca più di prima sul corpo delle donne, e secondo me gli uomini ce l’hanno più chiaro di molte donne.

 

Chiara e la casa che ancora non c’è: quando i giornali speculano sul femminicidio

Chiara Insidioso prima del 2 febbraio 2014 con il suo adorato cane

“Siamo al paradosso, la gente mi ferma per strada dicendomi che è stata data la casa a Chiara e che quindi è tutto risolto: sanno più loro che me. Ma chi divulga queste notizie senza aver accertato prima, non sa che così si rischia di danneggiare mia figlia invece di aiutarla? Non so come fare”. A parlare è Maurizio Insidioso, il padre di Chiara, la ragazza sopravvissuta al femmicidio di Maurizio Falcioni, e ancora ricoverata all’ospedale Santa Lucia di Roma da dove sarà dimessa a giorni. Un paradosso perché Chiara ancora la casa non ce l’ha, malgrado una notizia data solo a metà e gonfiata su tutti i giornali, frutto di una informazione a caccia di sensazionalismo a cui non interessa informare ma fare scoop.

“La verità invece è un’altra – dice Insidioso – ovvero che c’è una proposta di una casa fatta dal Comune che però deve essere valutata da esperti che valuteranno se la casa corrisponde o meno alle esigenze di Chiara, e saranno loro a dare una risposta, non i genitori perché non stiamo parlando di una persona normale che può entrare in in uno stabile chiavi in mano come uno di noi ma di una persona che ha esigenze che non ci immaginiamo neanche”. Un immobile che, anche dovesse passare l’esame, dovrà essere completamente riadattato e che, sempre se la cosa va in porto, potrà essere pronto tra parecchi mesi, forse un anno, e che smentisce ogni indiscrezione uscita in questi giorni sulla questione della casa come se fosse stata risolta: indiscrezioni che non aiutano certo Chiara la quale, a oggi, andrà comunque a Casa Iride dove aspetterà di avere un domicilio adatto e con adeguata assistenza, continuando la riabilitazione con operatori esterni.

“Le cose si sono messe senza dubbio in moto e la disponibilità del Comune di Roma e del nono municipio è massima e la apprezzo molto perché vedo che c’è un impegno vero, reale – conclude il papà di Chiara – e che le istituzioni si stanno impegnando, però da qui a dire che è tutto risolto è assurdo, perché anche nel momento in cui la casa fosse dichiarata idonea dagli esperti, oltre alla sua ristrutturazione che durerà del tempo, bisognerà provvedere alla preparazione di un’assistenza domiciliare di 24 ore al giorno che non è una banalità nelle condizioni di Chiara”. Un’assistenza domiciliare, e una riabilitazione a casa o in day hospital, che è non meno importante della casa in quanto si parla di una donna che essendo sopravvissuta a un femmicidio con lesioni gravi al cervello e con una inabilità totale, dovrà avere a sua disposizione medici, operatori, infermieri 24 ore al giorno e con costi molto elevati: costi che andranno quantificati e che, anche questi, dovranno essere sostenuti da uno Stato che deve adottare, come recita la Convenzione di Istanbul, “le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che le vittime abbiano accesso ai servizi destinati a facilitare il loro recupero”.

Una priorità che nel caso di Chiara non è solo un domicilio, ma una casa adatta alle sue esigenze con un’assistenza continua, giorno e notte, e una riabilitazione giornaliera: elementi essenziali affatto scontati ma richiesti chiaramente nella petizione #UnacasaperChiara lanciata da questo blog con Telefono Rosa, arrivata a o oggi a 89.440 sostenitori e in cui si chiede “che lo Stato, attraverso suoi soggetti istituzionali, si faccia immediatamente carico di una SOLUZIONE ADEGUATA E IDONEA alla situazione di Chiara, agendo in totale e autentico sostegno per lei e per la sua famiglia” e che “IL GOVERNO si impegni perché vengano create le condizioni economico-legislative, perché la Convenzione di Istanbul, nella sua totalità, venga applicata e divenga l’indispensabile strumento di contrasto alla violenza di genere, dato che il Parlamento l’ha ratificata, all’unanimità”. Una richiesta un po’ diversa da: date una casa a Chiara e poi lavatevene le mani, come invece fanno intendere molti giornali che forse non hanno letto la petizione pur citandola (e forse non conoscendo neanche la Convezione di Istanbul). Misure che sono ancora tutte da vedere e stabilire, e su cui le istituzioni non si sono ancora pronunciate ma senza le quali la casa per Chiara sarà completamente inutile. Elementi fondamentali a tralasciati da molti colleghi che hanno scritto sul caso in questi giorni, compreso il risarcimento che a Chiara spetta di diritto e che, essendo l’autore della violenza nullatenente, spetterà per forza allo Stato italiano.

Dire quindi che Chiara ha una casa e che è tutto risolto, potrebbe provocare, come sta già provocando, non solo una manipolazione della notizia trapelata in maniera incompleta ma anche una sottovalutazione di quella che è una situazione assai complessa e che solo chi conosce in maniera approfondita questi argomenti può riuscire a descrivere senza cadere in un giornalismo di serie B speculativo più che informativo. Spargere al vento notizie non accertate, in casi come questi, non è solo fuorviante e riduttivo ma rischia di creare una rivittimizzazione della donna, un fenomeno di cui si è parlato spesso in questo blog, in quanto può aumentare il danno già fatto: e questo solo perché il giornalista di turno ha bisogno di portare qualcosa al suo capo e quindi, a costo di distorcere, banalizzare, manipolare una notizia e pur di darla in pasto all’opinione pubblica, esercita vittimizzazione secondaria – attraverso una sovraesposizione mediatica errata e senza scrupoli – vietata esplicitamente dalla Convenzione di Istanbul.

Un esempio di pessimo giornalismo che dimostra come l’informazione italiana, sui temi della violenza contro le donne, sia ancora molto indietro perché non formata adeguatamente e quindi inconsapevole dei danni che può provocare su una donna che ha già subito una violenza e che in questo modo, con questa strumentalizzazione della sua storia, rischia di subire una seconda violenza.*

*Chi volesse riprendere pezzi dell’articolo e/o parte delle citazioni contenute in questa pagina, è pregato di nominare la fonte, grazie.

Chiara, sopravvissuta alla violenza maschile e senza casa, andrà in una clinica per anziani. E lo Stato dov’è?

Chiara Insidioso prima del 2 febbraio 2014

Chiara Insidioso prima del 2 febbraio 2014

Chiara Insidioso è una sopravvissuta al femmicidio. Massacrata due anni fa e ridotta in fin di vita a 19 anni dall’uomo che credeva di amare, Maurizio Falcioni (35 anni), oggi Chiara cerca di tornare al mondo in una stanza d’ospedale al Santa Lucia di Roma, assistita amorevolmente da genitori, amici, parenti, medici e riabilitatori. Ma ci sono due notizie sul caso della ragazza che alza il pollice per dire sì, apparsa in questi anni su tutti i giornali italiani: la prima è che tra 20 giorni sarà dimessa dal Santa Lucia e trasferita in una casa di riposo con pazienti più gravi e meno coscienti di lei; la seconda è che domani, mercoledì 24 febbraio, le istituzioni italiane, che in questi anni si sono occupate di lei in maniera non sostanziale, varcheranno le soglie dell’ospedale dove è attualmente ricoverata, con una visita del presidente della Repubblica, Mattarella, la ministra della salute, Lorenzin, e l’assessora alle Politiche Sociali della Regione Lazio, Visini, ai quali forse varrebbe la pena di sottoporre la responsabilità diretta che hanno riguardo Chiara Insidioso e tutte le donne che vivono, o hanno vissuto, violenza maschile.

“Chiara è arrivata qui in totale assenza di interazione con l’ambiente esterno – spiega la dottoressa Rita Formisano, primaria del centro post-coma del Santa Lucia – uno stato vegetativo con incapacità di eseguire ordini anche semplici, tanto che, sebbene seguisse con lo sguardo, gli stessi genitori si chiedevano se lo facesse volontariamente”. Uno stato da cui Chiara è uscita grazie allo staff della Fondazione con cui ha iniziato a recuperare la capacità di mangiare per bocca, di comunicare, farsi capire con piccoli gesti.

Un miracolo, direbbero alcuni, un duro lavoro d’equipe, dicono qui in ospedale.

Una storia, quella di Chiara, che non finirà con la sua dimissione dal Santa Lucia e un’accettazione in una casa di cura dove potrebbe anche rimanere a vita, dato che non ha una casa idonea ad ospitarla: “Chiara è passata dallo stato vegetativo a una coscienza – dice Formisano – e potrebbe migliorare ancora.Per questo per lei la cosa migliore sarebbe vivere in una casa attrezzata con i suoi cari e con un’assistenza in grado di provvedere alle sue esigenze. Sebbene Casa Iride sia un’ottima struttura con una piccola comunità di 7/8 posti, è anche vero che i pazienti ospitati lì hanno un livello di coscienza minore rispetto a quello di Chiara, che potrebbe invece seguire un percorso diverso con minore livello assistenziale ma maggiori stimoli, continuando tra il soggiorno domiciliare e il day hospital qui al Santa Lucia”.

Ma cosa impedisce di riportare Chiara a casa? Il fatto che Chiara una casa non ce l’ha e nessuno, neanche lo Stato che ha il dovere di essere presente in un caso come questo, è intervenuto in maniera efficace.

La mamma di Chiara, Danielle Conjarts, è un’olandese che vive a Cerveteri a casa di amici e ha perso tutto per seguire la figlia, anche il lavoro, e impiega 4 ore per venire in ospedale e tornare a casa. “Chiara ha convissuto con me fino a 16 anni – dice la madre – ma da quando è successo il fatto ho lasciato ogni cosa per stare dietro a lei e non ho più né una casa né un lavoro”. Il padre, Maurizio Insidioso, lavora alle poste ed è in una casa in affitto con la compagna, una casa che non è in grado di ospitare Chiara che, malgrado ormai capisca tutto, muove solo il pollice. “Ho chiesto aiuto facendo la domanda delle casa al comune – spiega il papà – perché ero preoccupato per il dopo, e quello che mi hanno proposto sono stati 50 metri quadrati a Ponte di Nona con un affitto 450 euro al mese. Una casa dove Chiara non può neanche girarsi con la carrozzina, e dove continuare la riabilitazione al Santa Lucia non è praticabile per la distanza. Per non parlare dell’assistenza domiciliare che per mia figlia deve essere costante e specializzata e che qui è gratis, ma che a casa sarebbe improponibile con le nostre risorse economiche”.

Chiara ha lesioni multiple al cervello, in modo particolare a livello fronto temporo-parietale sinistro: zone che sono quelle del linguaggio, con disturbi di memoria come esito ai disturbi di attenzione, e disturbi della percezione visiva per cui vede metà di ciò che ha davanti. Per il dottor Sergio Pero, logopedista di Chiara, “Quando Chiara è arrivata qui non sapeva riconoscere né l’ambiente né le persone che la circondavano, e la responsività era minima, mentre a livello motorio non aveva nessun movimento degli arti superiori. Ora non solo percepisce quello che ha intorno ma muove gamba, piede e braccio sinistro, e alza il pollice per dire sì, chiude gli occhi per dire il no, e ora ha anche imparato ad alzare l’indice per prenderti in giro. E poi ride, e con la mimica facciale esprime diversi stati d’animo, cosa che prima non faceva assolutamente”.

Risultati conquistati lentamente che potrebbero andare in fumo se Chiara non venisse stimolata come succede adesso in un centro specializzato come il Santa Lucia – che malgrado i tagli regionali, continua a stare in piedi grazie alla costanza e la volontà di chi ci lavora – e dove in questi giorni Chiara viene addestrata al progetto Sara@t: un sistema con cui potrebbe spostare lei stessa la carrozzina, aprire o chiudere le serrande, accendere e spengere la luce, aprire o chiudere le porte, accendere la TV, un computer, aprire un frigo, indicare i suoi desideri attraverso un sistema di icone con cui si relaziona. Un programma che potrebbe cambiare la sua vita. “La domotica – spiega Pero – è una scienza interdisciplinare per la costruzione di una luogo conforme alle capacità residue, ed è per questo che sarebbe importante che Chiara avesse una casa sua perché lì si potrebbero tarare gli spazi in base ai suoi bisogni. A Casa Iride lei potrebbe sicuramente fare l’addestramento con personale esterno ma poi la prospettiva dovrà essere quella di un domicilio dove possa vivere con un bagno fatto per lei, un letto maggiore del normale, spazi dove si possa muovere anche autonomamente. Una casa che per Chiara dovrebbe essere un luogo ampio, al pian terreno o con un ascensore grande, e spazi in cui si possa fare tutti gli atti quotidiani che a noi sembrano scontati ma che in realtà è difficilissimo riprendere quando si perdono”.

Ma allora chi dovrebbe prendersi carico della Chiara di oggi, scegliendo il meglio per lei affinché questa ragazza di ventun’anni possa avere il diritto a una vita dignitosa con la possibilità di migliorare costantemente la sua esistenza?

Per Barbara Spinelli, avvocata esperta di violenza sulle donne, “Non è sufficiente che l’autore del tentato femmicidio di Chiara sia stato perseguito penalmente, perché lo Stato italiano ha obblighi internazionali precisi in materia di violenza maschile sulle donne che discendono sia dalla ratifica della CEDAW (Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, ndr) che della Convenzione di Istanbul, sia dalle direttive europee, come la 2012/29 sulla tutela delle vittime nel processo penale, che la direttiva 2004/80, sul risarcimento delle vittime di reato. Tra questi obblighi internazionali – continua – vi è anche quello di proteggere le donne da ogni forma di rivittimizzazione e di procurare compensazione alle vittime della violenza maschile sulle donne”.

Un dovere che mette di fronte lo Stato italiano a responsabilità dirette nei confronti di Chiara ma anche di tutte quelle donne che, sopravvissute alla violenza maschile, hanno il diritto di trovare protezione, risarcimento adeguato al danno subìto e reinserimento nella vita sociale: un obbligo che nella Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica), ratificata dall’Italia nel 2013, si chiarisce bene agli articoli 18 (co 3), articolo 22 (co 1) ma soprattutto all’articolo 30 (co 2) in cui si legge chiaramente che “Un adeguato risarcimento da parte dello Stato è accordato a coloro che abbiano subito gravi pregiudizi all’integrità fisica o alla salute, se la riparazione del danno non è garantita da altre fonti, in particolare dall’autore del reato, da un’assicurazione o dai servizi medici e sociali finanziati dallo Stato”.

“In conclusione – spiega Spinelli – è ingiusto e costituisce una violazione dell’obbligo di dovuta diligenza dello Stato, il fatto che Chiara, a differenza di una donna straniera, non possa trovare immediato accesso ai fondi destinati alle vittime di reato, come sta succedendo. Un obbligo di compensazione che non comprende un mero ristoro economico in quanto le istituzioni dovrebbero garantire un accesso agevolato a forme di assistenza psicologica e materiale ai fini della riabilitazione, per consentire la riparazione effettiva di quello che sì è il gesto di un singolo, ma che si inserisce in un contesto di inadeguata prevenzione ed attenzione delle istituzioni al fenomeno della violenza maschile nelle relazioni di intimità, specie quando colpisce persone svantaggiate come Chiara, più vulnerabili e per il cui aiuto dovrebbero esistere protocolli e misure ad hoc”.

Un dubbio supportato dalla necessità di accertare anche se l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine sia stata sufficiente a valutare i profili di rischio connessi alla situazione di Chiara, tanto da far supporre responsabilità che avrebbero potuto forse evitare il tragico evento del 2 febbraio 2014, quando Chiara fu presa a calci in testa dal suo partner fino a spappolare l’emisfero sinistro del cervello.

Massimiliano Santaiti, avvocato di Chiara, spiega che “Prima che la ragazza venisse massacrata, il padre aveva sporto tre denunce: due ai carabinieri per l’allontanamento della figlia, in cui lui stesso indicò come responsabile il Falcioni, e la terza con me in Procura dove nel dicembre 2013 andammo per vedere se i carabinieri avevano aperto un fascicolo sulla ragazza e dove constatammo che non risultava nulla. Una denuncia, fatta direttamente in Procura a integrazione delle altre due, dove elencammo tutti i problemi psichici e fisici di Chiara, compreso il fatto che la ragazza avesse un ritardo mentale e che soffrisse di broncospasmo allegando tutti i certificati medici: una denuncia in cui si dichiarò come Chiara potesse essere in quel momento in grave pericolo di vita ovunque lei si trovasse, e dove fu indicata anche la preoccupante frequentazione con Falcioni, uomo dalle condotte non certo rassicuranti. Denuncia che portò il pm ad aprire un’indagine, delegata però ai carabinieri del posto i quali asserivano che, data la maggiore età della ragazza, non potevano fare nulla”. Tempi poco tempestivi di un’indagine che non evitarono quindi a Chiara di rimanere quasi uccisa dal Falcioni accusato poi di tentato omicidio e maltrattamenti.

Fatti che raccontano come la situazione fosse stata segnalata più volte alle forze dell’ordine e dove, forse, quelle istituzioni che avrebbero dovuto proteggere Chiara, hanno invece mancato per un errato calcolo del fattore di rischio che la ragazza correva. Un errore che lo Stato italiano ripete troppo spesso nella maggior parte dei femmicidi di donne che pur avendo denunciato o segnalato i propri partner non vengono ancora adeguatamente protette nel momento del pericolo, e per questo spesso colpite a morte, e non sono supportate dopo nel caso riescano a sopravvivere, come Chiara Insidioso. Una scarsa attenzione e una valutazione inadeguata riguardo a un fenomeno ampio in Italia, con governi che per contrastare la violenza maschile sulle donne, in questi anni, hanno ratificato la Convenzione di Istanbul senza mai applicarla, legiferato con un pacchetto sicurezza inadatto e aspramente criticato dalla società civile, bloccato i fondi per i centri antiviolenza, e redatto un Piano antiviolenza straordinario confuso e inutile che comunque è rimasto carta morta: tutto questo nella più totale assenza di una ministra delle pari opportunità che potrebbe interloquire con centri antiviolenza e associazioni per trovare soluzioni adeguate.

“Il Follow up sulle situazioni di violenza è fondamentale – dice Spinelli – e se c’è un reato di tentato omicidio e maltrattamento come nel caso di Chiara, lo Stato deve provvedere a reinserire la donna in una vita normale in relazione al suo stato fisico e psicologico, ed è un obbligo non una concessione”. Le 4 P della Convenzione di Istanbul (Prevenzione, Protezione, Perseguimento dei colpevoli e Politiche integrate), prevedono infatti l’obbligo dello Stato che ratifica la Convenzione, a procurare compensazione alle vittime, oltre che il risarcimento del danno, che in questo caso è garantire a Chiara il proseguimento di una vita il più possibile vicina alla normalità in quanto, secondo gli obblighi della dovuta diligenza (articolo 5, comma 2): “Le Parti adottano le misure legislative e di altro tipo necessarie per esercitare la debita diligenza nel prevenire, indagare, punire i responsabili e risarcire le vittime di atti di violenza commessi da soggetti non statali che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione”.

 

Qui è possibile firmare la petizione per l’appello lanciato da Telefono Rosa per Chiara:

https://www.change.org/p/sig-presidente-della-repubblica-unacasaperchiara

Caro Astrit, questo non è un addio ma un arrivederci

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Astrit Dakli e Luisa Betti

Sono passate 36 ore da quando il medico della clinica dove eri ricoverato, mi è venuto incontro scuotendo la testa con il camice verde stretto addosso. “Astrit è andato”, mi ha detto con un filo di voce, “la situazione era drammatica”. Corro verso il tuo letto in terapia intensiva e trovo te, bianco come uno straccio con quel tubo in bocca, e i monitor che segnano un numero che finora non era mai comparso: lo zero e una striscia lunga, come nei film.

Un colpo atroce, una stilettata al petto e un pensiero: quei 7 anni della mia vita con te tutti davanti ai miei occhi.

Dopo due anni in cui la tua malattia non ci ha lasciato più, buttandoci di colpo in un mare in tempesta, te ne sei andato lasciandomi nel buio della notte con tutti i nostri ricordi accesi come un unico montaggio a colori di una grande storia d’amore in flash back. Una malattia dove abbiamo lottato insieme, come sempre fianco a fianco, senza smettere mai di credere che ancora avevamo una possibilità e apprezzando, in quei momenti, ogni attimo che la vita ci stava regalando insieme. Una malattia che invece di dividerci, come capita a tante coppie fino alla rassegnazione, ci ha uniti ancora di più nelle varie stanze degli ospedali che abbiamo attraversato in questi anni. Ospedali dove medici portavano la nostra coppia da esempio, e dove gli infermieri si commuovevano quando, prima di un intervento, ti preoccupavi di me e non di te. Una malattia che non ti ha mai fatto paura perché sapevi che, insieme, noi potevamo affrontarla ovunque ci avesse portato.

Abbiamo camminato insieme, mano nella mano, in tutte le cose che abbiamo fatto dal primo giorno del nostro amore.

I nostri viaggi in Scozia, in Romania, in Russia, a Lisbona, a Istanbul, a Londra.

Le tante case che abbiamo cambiato.

Gli oggetti scelti insieme, i regali, le dediche.

Con le tue mani bellissime, il tuo volto sorridente, la felicità nei tuoi occhi, ci ricordavamo di quel capodanno a Venezia dove fuggivamo dall’acqua alta per arrivare a stappare la nostra bottiglia al ponte di Rialto o quando ballavi la tecno sul lungo mare a Napoli per festeggiare l’anno nuovo.

Tu Astrit, non eri solo un grande giornalista, un uomo colto e intelligente, tu eri un uomo che nascondeva tanti piccoli tesori e che solo chi sapeva entrare dentro il tuo cuore poteva vedere brillare. Tu sei stato l’uomo che ha saputo ascoltare senza giudizio, senza nessuna competizione, e che sapeva leggere le emozioni altrui più profondamente di quanto facessi trapelare. Tu sapevi ma non dicevi, perché non volevi ferire, mettere in difficoltà, ma eri anche in grado di decidere con molta determinazione senza far pesare la tua autorevolezza. Eri un uomo che sapeva amare senza possesso, senza ripicche, e con grandissima dedizione, tanto che una mia amica oggi mi ha detto: “Astrit era uno dei pochi uomini che una femminista potrebbe scegliere di amare”.

E noi ci siamo amati, compresi, sostenuti reciprocamente come due complici che si ritrovano vita dopo vita, e s’intendono con una sola occhiata. Ci siamo cercati, voluti e desiderati e per il nostro amore abbiamo sfidato cose che altri avrebbero lasciato perdere. Abbiamo faticato per rimanere stretti l’uno all’altro e abbiamo superato ostacoli su cui altri avrebbero inciampato. Abbiamo corso, riso, mangiato, bevuto, visto, guardato, odorato e scoperto luoghi nascosti senza paura. Ci siamo accompagnati nelle vie tortuose perché se uno di noi aveva un problema, l’altro non esitava mai a seguirlo con fiducia: una forza che esce fuori solo se si è una sola cosa.

Ed è così che in 7 anni abbiamo costruito una vita intera.

Noi, Astrit, ci siamo scelti: io per la tua gentilezza, premura, comprensione, e tu per la mia tenacia, determinazione, forza quasi primitiva, una forza che mi ha permesso di strapparti più volte alla morte guardandola dritta negli occhi.

Ci siamo incontrati per amarci e stare insieme nella nostra diversità assolutamente complementare, ed è stato un colpo di fulmine che ci ha legato per non dividerci mai più dal primo momento in cui ci siamo guardati, e questo al di là della vita e della morte.

Per tutti questi motivi, e per molti altri, tu sei sempre accanto a me e nel mio cuore.

E questo, ricorda, non è un addio ma è solo un arrivederci.

Perché i padri ricorrono alla Pas (AP) e le madri no

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Mentre il gossip si interessa alle loro vite private, continua a girare lo spot lanciato da loro sull’Alienazione parentale dal titolo “Ancora un’altra storia”. Si tratta sempre di Michele Hunziker e Giulia Bongiorno che ormai ignorano anche il secondo appello fatto dai centri antiviolenza, continuando a intraprendere la strada della sensibilizzazione su un disturbo-sindrome inesistente che mette a rischio molte delle donne che in Italia vivono una situazione di violenza domestica. Un atteggiamento che impone di approfondire e rimarcare il perché pubblicizzare qualcosa che non esiste, uno strumento che sta macchiando l’Italia di una delle più gravi violazioni dei diritti umani, non può essere a oggi considerato una svista qualsiasi. Uno spot scandaloso se si pensa che è stato prodotto anche da Rai cinema.

“Chiunque lavora a contatto stretto con la violenza sulle donne e non annovero tra costoro Doppia difesa – ha scritto in questi giorni Elvira Reale, psicologa esperta di violenza di genere – sa bene quanto siano posticci e poco significativi questi scontri tra genitori rappresentati nello spot. Dal 30% al 60% dei bambini soffre per il maltrattamento assistito (la violenza che la Convenzione di Istanbul definisce come l’assistere alla violenza esercitata dal padre sulla madre), che comprende anche ogni grave forma di violenza post-separativa: da quella psicologica e verbale (denigrazione, svalutazioni, persecuzioni e anche minacce di morte e di sottrazione dei minori ), alla violenza economica (il maggior potere economico degli uomini spesso è usato dagli stessi per ‘affamare’ la partner) e fisica”.

Per Reale, che a Napoli ha creato il pronto soccorso per donne che subiscono violenza all’ospedale San Paolo e che da 40 anni lavora in questo ambito (ha al suo attivo diverse pubblicazioni tra cui un manuale di due tomi dal titolo “Maltrattamento e violenza sulle donne”), si parte dall’inattendibilità del bambino per renderlo muto, inascoltato, e “da accuse di maltrattamenti ed abusi, del bambino – afferma – verso un genitore, frequentemente verso un padre, che è maggiormente implicato in comportamenti violenti, per poi considerare, allo stesso modo della PAS, le accuse frutto di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore”. Per questo “in molte CTU (consulenze tecniche di ufficio) l’impostazione è che sia che nominino la PAS in via esplicita sia che non la nominino, si parte sempre dal considerare la violenza contro le donne come un conflitto e le separazioni conseguenti”, ovvero non si dà peso alla violenza subita dalla donna, per mettere al centro comunque la figura indiscussa dal padre, anche qualora sia stato proprio il bambino ad averla subita. La violenza cioè non viene riconosciuta probabilmente per mancanza di strumenti e di formazione corretta da parte degli operatori e operatrici (dai giudici agli assistenti sociali agli psicologi), e per questo nei tribunali italiani “Se la donna è resistente alla relazione con un partner violento e teme anche per il figlio, sarà considerata genitorialmente inadeguata perché il genitore adeguato è quello che favorisce la relazione con l’altro, qualsiasi cosa sia successa prima”.

“Dalla mia esperienza – dice Elvira Reale – la PAS/ AP viene usata per lo più contro le madri a favore dei padri perché alle donne viene tolto il diritto, nei processi sull’affido, di parlare della violenza e di quello che hanno subito loro ed i figli”, e quindi “Nei processi per l’affido le donne devono solo mostrare adattamento alla condivisione con il partner nonostante questa, nei casi di violenza, divenga uno strumento di vessazione sulla donna a prosecuzione del maltrattamento durante la convivenza”. Uno strumento, quello della Pas, che rende del tutto inutile una legge come quella sullo stalking, subita da moltissime di queste donne proprio al momento della separazione, legge promossa – è bene ricordarlo – proprio da Giulia Bongiorno che oggi propone invece il suo esatto contrario.

Chiarendo che l’obiettivo di Pas e Ap rimane invariato, ovvero rendere il bambino inattendibile e punire la madre per averlo alienato dal padre, Evira Reale fa un passo in avanti chiarendo come siano gli uomini a volere questa legge per normare qualcosa che serve a loro: “Esclusi dal panorama della violenza di genere come vittime prevalenti, (la presenza maschile come vittima nell’ambito della violenza tra partner è data al 15%), esclusi anche dal contesto che individua il minore quale vittima prevalente di maltrattamento assistito, possono solo rivendicare per sé una condizione molto particolare che prescinde dal contesto della violenza di coppia e che si esprime solo nel corso della separazione”. Un concetto che chiarisce bene anche l’anomalia di un comportamento, quello della madre malevola, che nasce all’improvviso quando la coppia si separa, come “un fiore nel deserto”, e non dopo anni come succede in molta violenza domestica: “Esse nascono senza radici, non si giustificano in un contesto storico di violenze pregresse e vessazioni, esse hanno solo bisogno di una ed una sola ‘prova’ sorretta da una interpretazione soggettiva che altera la realtà dei fatti”.

Ed è per questo (e per i motivi che Reale illustra nella relazioni riportata per intero qui sotto) che “La proposta quindi della legge sull’alienazione parentale (…) – conclude Reale – servirà solo ad ostacolare il contrasto alla violenza di genere: ogni azione di auto-tutela e tutela dei minori da parte di donne vittime di violenza dal momento di approvazione di una tale legge sarà stoppata”.


Famiglia, relazioni affettive / filiazione, potestà, tutela

CONSIDERAZIONI SU: PAS E AP (PARENTAL ALIENATION SYNDROME E ALIENAZIONE PARENTALE)

di Elvira Reale, psicologa, esperta in violenza di genere e referente rete anti-violenza ASL Napoli 1

da Associazionesalutedonna

Non c’è differenza tra PAS ed AP se non nel nome e nel fatto (risibile) che non si dà più valore ad una sindrome di cui soffrirebbe il bambino ma ad una relazione di coppia conflittuale responsabile del disagio nel bambino.

A parte queste differenze tecniche il risultato è lo stesso: si parte dal rifiuto del bambino lo si definisce immotivato (sulla base di un pregiudizio e cioè che il bambino ha come punto di riferimento imprescindibile due genitori e che il rifiuto di un genitore è un’anomalia); ma non solo, si parte anche da accuse (di maltrattamenti ed abusi) del bambino verso un genitore (frequentemente verso un padre, che è maggiormente implicato in comportamenti violenti) per poi considerare (allo stesso modo della PAS) le accuse frutto di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore. L’esito di tutto ciò è un bambino che diventa inattendibile, per cui le sue parole sono considerate inaffidabili.

Il bambino colpito dalla presunzione di essere ‘indottrinato e manipolato’ non viene ascoltato più e si agisce per suo conto considerando a priori la necessità che sia subito riportato (anche con modalità traumatizzanti per un minore, vale a dire, impositive, violente e di sottrazione dal suo luogo abituale di vita) nel rapporto con l’altro genitore (generalmente il padre che ha anche le risorse per intraprendere un’azione giudiziaria pressante) rifiutato e/o accusato di maltrattamenti e violenze.

Questo in contrasto con tutte le convenzioni (New York, Lanzarote) e le leggi che tutelano e promuovono il diritto del bambino all’ascolto e ad esprimere il suo punto di vista nel processo per l’affido che lo riguarda direttamente! Ecco l’uso della PAS o dell’AP, o di altro costrutto analogo, mette in ugual modo fuori gioco questo diritto del minore ad essere ascoltato perché pregiudizialmente (nel caso in cui esprima un rifiuto o un’accusa) lo pone come incapace di esprimere il proprio desiderio/pensiero genuino di stare o non stare con un genitore, veicolando (si presume) invece il desiderio/pensiero di un altro (indottrinamento) che è in genere la madre, a sua volta considerata, sul piano psicologico, come colei che vuole trattenere il figlio presso di sé, che lo considera un suo prolungamento e fonte di realizzazione, e che non vuole dargli autonomia nella relazione con l’altro.

Molte CTU (consulenze tecniche di ufficio) hanno quindi questa impostazione sia che nominino la PAS in via esplicita sia che non la nominino: partono dal considerare la violenza contro le donne come un conflitto e le separazioni conseguenti, promosse in genere dalle donne, come altamente conflittuali; poi le CTU non ‘apprezzano’ e considerano patologici i comportamenti così detti ‘recriminatori’ delle donne che denunciano e rappresentano in corso di CTU la violenza, oppure delle donne che fanno resistenza agli incontri proposti di mediazione (molte CTU si arrogano il diritto di condurre, anche quando non richiesta dal giudice, la mediazione tra i coniugi!). Se la donna è resistente alla relazione con un partner violento e teme anche per il figlio, sarà considerata genitorialmente inadeguata perché il genitore adeguato è quello che favorisce la relazione con l’altro, qualsiasi cosa sia successa prima. Le CTU infatti non veicolano quasi mai la conoscenza della violenza domestica e si rifanno a teorie psicodinamiche o sistemico-relazionali che pongono la responsabilità dei fatti o in vicende individuali infantili, oppure in una relazione di coppia sempre paritaria e collusiva (la violenza invece pone al suo fondamento, come afferma la Convenzione di Istanbul, una disparità di potere tra uomo e donna ed una netta distinzione tra vittima e carnefice).

Dalla mia esperienza, la PAS/ AP viene usata per lo più contro le madri a favore dei padri perché alle donne viene tolto il diritto, nei processi sull’affido, di parlare della violenza e di quello che hanno subito loro ed i figli.

Nei processi per l’affido le donne devono solo mostrare adattamento alla condivisione con il partner nonostante questa – nei casi di violenza – divenga uno strumento di vessazione sulla donna a prosecuzione del maltrattamento durante la convivenza. La violenza e lo stalking post-separativi hanno quindi come strumento tipico di vessazione l’uso strumentale dei figli sia per screditare la madre (ma questo succedeva anche prima della separazione), ma anche (e questo lo si trova solo come tratto specifico di un comportamento maschile) come strumento di controllo e mezzo per avvicinare la madre e continuare a maltrattare, ingiuriare, svilire e minacciare la partner. Per denunciare comunque questi comportamenti la donna ha come riferimento gli artt. del codice penale 572, 570 e 612 bis: essi sono pienamente sufficienti a comprendere comportamenti vessatori che includono i figli in un quadro contestuale di violenze plurime documentabili processualmente. L’uomo manca di un contesto così articolato all’interno del quale poter documentare, quale vittima, la ‘ragionevolezza’ di un rifiuto del figlio (al rapporto con l’altro genitore), colpito in vario modo dal maltrattamento sulla figura genitoriale di riferimento: con la paura ed il terrore del genitore violento, ma anche con l’adattamento e l’ imitazione di quel comportamento (la piaga della trasmissione intergenerazionale della violenza attraverso il maltrattamento assistito).

Mancando di un quadro di violenza pre-separativo che lo individui come vittima, l’uomo deve ricercare altri contesti di vittimizzazione ed altre leggi di riferimento; ecco che la proposta della Bongiorno, che aggiunge un altro reato come quello della ‘alienazione parentale’, è inequivocabilmente la proposta di una legge fatta su misura per gli uomini; costoro infatti, esclusi dal panorama della violenza di genere come vittime prevalenti, (la presenza maschile come vittima nell’ambito della violenza tra partner è data al 15%), esclusi anche dal contesto che individua il minore quale vittima prevalente di maltrattamento assistito, possono solo rivendicare per sé una condizione molto particolare che prescinde dal contesto della violenza di coppia e che si esprime solo nel corso della separazione (quale unico atto aggressivo/punitivo in prevalenza a carico di una partner che non ha alle spalle una storia quale autore di violenze). In definitiva l’alienazione parentale non solo non è una sindrome o un disturbo relazionale, ma non è neanche una condizione giustificata sul piano di una storia familiare di violenza perché nasce come un fiore nel deserto all’atto della separazione. Essa si giustifica quindi senza alcuna catena di prove valida sul piano giuridico ma solo sostenuta da costrutti psicologici poco scientifici che attribuiscono a un mix di sindromi inesistenti, di profili di personalità che nulla hanno a che fare con le condotte genitoriali, di pregiudizi sulle donne, il comportamento così detto ‘alienante’.

La PAS e la AP quindi nel loro ruolo di parte a favore degli uomini violenti, non hanno bisogno per sostenersi di un contesto di prove e di fatti.

Esse nascono senza radici, non si giustificano in un contesto storico di violenze pregresse e vessazioni, esse hanno solo bisogno di una ed una sola ‘prova’ sorretta da una interpretazione soggettiva che altera la realtà dei fatti: da un lato il rifiuto del bambino, la sua resistenza, la sua paura all’incontro con il padre, e dall’altro lato l’interpretazione ‘abusiva’, vale a dire, la presunzione di una madre possessiva e vendicativa (di che? se spesso in queste situazioni è la madre che si è separata per porre fine alla violenza?), o che per ansia, fraintendimento, problemi psichici personali (molto opinabili perché in genere sono condizioni emotive condivise da chi è stato vittima di maltrattamento), richiede una tutela ingiustificata per il figlio, come ad esempio le visite protette (che purtroppo quando vi sono minacce gravi, come il caso di Federico Barakat, ucciso in un incontro presso i servizi sociali, non servono alla tutela).

La PAS, o l’AP o qualsiasi altro costrutto psicologico, o qualsiasi profilo di personalità, che prescindano dalla valutazione del contesto di violenza precedente alla comparsa del comportamento così detto ‘alienante’, si precludono la possibilità di valutare come quel comportamento possa essere in realtà fondato su appropriate esigenze di tutela nei confronti del minore, e come il genitore che lamenta l’alienazione possa essere, in realtà e con molta probabilità, un maltrattante. Le donne al contrario hanno le prove, le documentazioni, le testimonianze dei maltrattamenti protratti negli anni contro di loro, hanno leggi, convenzioni, pronunce della comunità scientifica, a partire dall’Organizzazione mondiale della Sanità, che acclarano che quella condizione lamentata dalla singola donna, qualora non supportata da altra prova oltre la testimonianza attendibile della vittima stessa, sia statisticamente molto frequente ed abbia come unico responsabile il partner maschile.

Le donne non hanno bisogno di ricorrere alla PAS o all’AP per far valere i loro diritti ed i diritti dei minori all’affido esclusivo o al no contact con il padre maltrattante. Gli uomini, che non hanno un corrispondente e forte contesto probatorio di riferimento da cui far discendere come responsabilità in capo alla loro partner i comportamenti denigratori o di alienazione nei confronti dei figli, hanno bisogno della PAS/AP.

Per questo motivo gruppi sociali rappresentativi delle esigenze maschili difensive rispetto alla violenza di genere che li vede implicati prevalentemente come autori (in cui oggi possiamo inscrivere anche la coppia Bongiorno – Hunziker) hanno bisogno di creare (come appunto è nata la PAS di Gardner ma non solo) costrutti che si reggano da soli, senza bisogno di essere allocati in contesti di violenza, sostenuti/ideati da psicologi con a volte scarsa cultura scientifica, che inseriscono nella loro metodologia (dell’hic et nunc) anche il ‘divieto’ di declinare la storia del rapporto di coppia familiare in termini di violenza agita e patita. In sintesi, PAS ed AP prescindono dalla considerazione delle responsabilità genitoriali nella mancata tutela dei figli dalla violenza, e veicolano le posizioni anti-giuridiche degli psicologi quando essi giungono ad escludere l’ascolto del minore, o ne alterano il contenuto e le esigenze, (il ‘non voglio vedere mio padre perché fa male a mamma ed io ho paura’, diventa: ‘il minore vuole ed ha bisogno di vedere il padre ma è ostacolato dalla madre’) perché viziati da una presunta ed indimostrata azione di indottrinamento. Questa azione di ‘indottrinamento’ o ‘manipolazione mentale’ che si chiami PAS o AP, o in altro modo, non ha raggiunto alcuna validità scientifica nel contesto della presunta ‘alienazione genitoriale’ perché l’azione di manipolazione mentale non è un processo che si instaura dall’oggi al domani di una separazione e non è un processo solo psicologico; esso ha valore solo se condotto nel tempo con minacce, limitazione della libertà ed esperienza di concreti atti ritorsivi.

Per sfatare poi il pregiudizio delle donne che hanno come intento quello di punire i partner attraverso i figli c’è da dire che l’attaccare il ruolo genitoriale maschile non è frequente nelle donne vittime di violenza.

Le donne cha patiscono la violenza hanno un comportamento abituale, di timore verso il partner e di sopravalutazione del ruolo paterno rispetto al proprio, che le spinge a preservare, fin dove è possibile la relazione del figlio con il padre (una donna si pone sempre problemi nel denunciare il partner violento proprio perché teme di danneggiare il figlio nella relazione con il padre). In più, nelle storie di violenza è tipico raccogliere le testimonianze delle donne sul fatto che un uomo maltrattante usa sempre come violenza psicologica la denigrazione e la svalutazione della partner anche nel suo ruolo di madre e lo fa abitualmente davanti ai figli.

La proposta quindi della legge sull’alienazione parentale, nei fatti a prevalente se non esclusivo vantaggio degli uomini violenti (abbiamo detto che le donne hanno altri modi per dimostrare la volontà lesiva di un partner che si manifesta nel colpirle sulla genitorialità), servirà solo ad ostacolare il contrasto alla violenza di genere: ogni azione di auto-tutela e tutela dei minori da parte di donne vittime di violenza dal momento di approvazione di una tale legge sarà stoppata; l’art. 572 bis non potrà che essere una pietra tombale sulle azioni di denuncia contro il partner che una donna vittima di maltrattamento dovrebbe fare, e dovrebbe essere sostenuta a fare, anche a tutela dei figli, vittime essi stessi (in modo contestuale) di maltrattamento assistito.

Alla fine ci chiediamo: come mai le scienze giuridiche, con i loro rappresentanti nei tribunali, possano giungere ad appiattirsi su questi costrutti ed ipotesi non dimostrabili avulsi dalla conoscenza di fatti storici, dalla catena delle prove, dalla valutazione delle testimonianze delle vittime? Noi ci auguriamo che in Italia finalmente inizi in campo giuridico una riflessione, presente nei paesi anglosassoni (Inghilterra, Irlanda, Stati Uniti, Canada, Australia), che ponga, alla base della discussione dell’affido dei minori: – la valutazione obbligatoria del contesto di violenza pre-separativo per discriminare le separazioni solo conflittuali da quelle in cui c’è violenza, – e la conseguente assunzione del principio che: ‘dove c’è violenza domestica (anche senza che un procedimento penale aperto sia completato, ma sulla base di un convincimento fondato del giudice dell’affido) il partner violento vada escluso in via presuntiva dall’affido, a tutela del diritto prioritario del minore alla salute ed alla sicurezza (diritto che comunque precede quello molto discusso e molto discutibile alla bi-genitorialità).

 

La Pas entra in Viminale grazie a Hunziker e Bongiorno, i centri antiviolenza insorgono e l’Onu bacchetta l’Italia

C’è una madre che sembra ridotta uno straccio. E’ una donna che racconta la sua storia: quella di un figlio abusato sessualmente dal padre all’età di quattro anni, un marito che la picchiava e che ha cercato di ucciderla. Un bambino che oggi ha 8 anni e che il tribunale dei minori costringe a vedere il padre malgrado la sua volontà a non voler vedere più il suo abusante. Un obbligo che il giudice ha deciso malgrado le indagini in penale e malgrado un abuso certificato da un grande ospedale di Roma, una scoperta agghiacciante che portò, a suo tempo, questa madre a denunciare quell’uomo e a separarsi subito. Una decisione che gli sta costando cara perché se da un lato il tribunale penale sta proseguendo l’inchiesta, dall’altra le perizie e la Ctu del tribunale dei minori l’accusa di essere una madre malevola che si oppone al ricongiungimento tra padre e figlio il quale grida, inascoltato, il suo disagio e la volontà di non vedersi più davanti quell’uomo come invece è costretto a fare. “E’ come se l’abuso sessuale certificato, il disagio del bambino e le indagini che si svolgono in penale non esistessero – dice la sua avvocata – è assurdo, la trattano come se fosse responsabile delle violenze del marito, come se fossi lei la criminale, e questo grazie alla maledetta alienazione parentale che ormai mettono in tutte le Ctu che i giudici continuano a chiedere”. La donna conferma e aggiunge: “Dicono che mi oppongo al rapporto tra padre e figlio, che sto alienando mio figlio dal padre e che se lui si rifiuta la colpa è mia, sono io che lo manipolo. Della violenza che ha subito mio figlio non si parla, non la prendono proprio in considerazione, anzi l’assistente sociale mi ha anche detto che se non lo porto agli incontri con il padre, il tribunale ci mette 5 minuti a togliermelo e metterlo in casa famiglia. Sono disperata”.

Di storie così ne ho sentite tante in questi anni.

Le gemelline di Napoli che ogni sera venivano molestate sessualmente dal padre che imponeva loro di fare il bagnetto: un uomo che, cacciato dalla moglie e denunciato, è stato assolto per “lavaggi maldestri” perché considerato comunque un buon padre a dispetto di una madre alienante.

Il giovane collocato a 700 chilometri da casa, dove è tornato con mezzi di fortuna da solo e a piedi scappando dalla casa famiglia dove è stato per 4 anni, dopo essere stato prelevato con la forza da scuola dato che la madre era stata giudicata inadeguata dal tribunale dei minori.

La bambina di otto anni che, dopo aver raccontato dettagliatamente le violenze sessuali subite dal padre, si è vista costretta a incontrare il suo abusante perché i periti del tribunale erano convinti che dovesse riappacificarsi con la figura paterna, mentre la madre disperata era costretta a stare zitta perché minacciata di essere accusata di alienare la figlia dal genitore.

Storie di ordinaria follia in un Paese dove ci si lamenta perché le donne non denunciano la violenza vissuta in casa dal partner, senza prendere in considerazione che quando queste donne denunciano vengono rivittimizzate e addirittura criminalizzate da quelle stesse istituzioni che dovrebbero invece sostenerle e aiutarle. Il fenomeno della violenza domestica, che in Italia raggiunge il 70% della violenza sulle donne, ha un aspetto che le istituzioni continuano a non voler vedere: l’enorme sommerso che non dipende dal masochismo delle donne stesse ma dall’inefficienza dello Stato, dalla paura di subire un processo, oltre alla violenza, e adesso anche dal terrore di perdere i propri figli per vederli rinchiusi in casa famiglia o addirittura affidati a un padre violento proprio grazie all’alienazione parentale, che ormai si è infiltrata nei tribunali tra la maggior parte degli psicologi che compilano le Ctu (consulenza tecnica d’ufficio) richiesta ormai come prassi dal giudice quando si tratta di separazioni con minori. Un boomerang che ormai è nota a tutte le signore che vanno per ricevere giustizia e escono massacrate e bollate come criminali: punite come “madri malevole” pericolose, per aver messo in discussione il nucleo familiare e la patria potestà. Un boomerang che si chiama Alienazione parentale (o Sindrome di alienazione parentale che è la stessa cosa) e che davanti a una richiesta di giustizia, fa arrivare a queste donne l’accusa di non voler far vedere i figli all’altro genitore, di alienarli e di metterli contro il coniuge o l’ex partner, senza nessun ascolto né dei minori né delle donne che denunciano e si separano dai maltrattanti, riguardo le violenze vissute.

La colpa, in quelle stanze, è sempre delle madri qualsiasi cosa succeda: lei è super protettiva, lei è una nevrotica, lei è inadatta a fare a madre, è una madre nociva perché è lei che mette il bambino contro suo padre, lei è esagerata perché quest’uomo è comunque un buon padre, lei si è cercata quest’uomo quindi non si lamenti, lei fa la vittima ma in realtà lo vuole solo alienare dal padre. Insomma una serie di giudizi redatti da periti, psicologi e assistenti sociali, assolutamente impreparati in materia di violenza domestica e che invece di andarsi a studiare come s’imposta un colloquio con una donna che ha subito violenza, ricorrono in maniera indistinta alla mediazione – vietata dalla Convenzione di Istanbul in caso di violenza domestica – e applicano al caso, ormai metodicamente, una sindrome inesistente e mai dimostrata: la Pas-Alienazione parentale che ristabilisce di fatto un patriarcato cancellato solo sulla carta in questo Paese.

Ma oggi c’è di più. Si è andati oltre.

Del fatto che questa sindrome sia un’inesistente bufala non riconosciuta scientificamente, e malgrado ciò applicata nei tribunali italiani, se ne è parlato molto e sono anni che insieme ad altri denunciamo questa grave violazione del diritto, su cui l’Italia è stata redarguita, ovviamente non ascoltata, anche dall’Onu. Oggi però assistiamo a qualcosa di osceno perché come se non bastasse la lobby pro-Pas ha trovato due sponsor inaspettate: Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno, che pur avendo dato vita a un’associazione che dovrebbe assistere le donne che subiscono violenza, “Doppia difesa”, sponsorizzano l’Alienazione parentale – cavallo di battaglia di uomini e partner violenti nei tribunali quando si parla di affido dei minori – costruendo così un sistema di “doppia accusa” proprio nei confronti delle donne. La show-girl e l’avvocata hanno infatti presentato mesi fa una proposta di legge a iniziativa popolare che vorrebbe mandare addirittura in galera chi si macchia dell’inesistente sindrome (Pas alias Alienazione parentale), eludendo i racconti delle donne che hanno avuto, e hanno tutt’ora, a che fare con la Pas: storie andrebbero ascoltate attentamente da chi si prefigge di aiutarle.

“Ma io non voglio affatto normare la Pas io voglio normare un abuso: chi mi critica non ha letto la mia proposta, che alla Pas non fa cenno”, aveva detto mesi fa l’avvocata Giulia Bongiorno all’Espresso dopo le accuse mosse dai centri antiviolenza su questa proposta di legge, aggiungendo di non aver mai immaginato che “anziché esaminare la proposta, si inventasse una polemica estrapolando da un discorso molto più ampio una parola che, peraltro, nel testo nemmeno compare”.  E per chiarire la loro distanza dalla Pas era anche apparso un comunicato  in cui si dichiarava che l’associazione “Doppia Difesa” aveva “l’obiettivo di combattere la violenza sulle donne e i minori” e che con questa proposta di legge loro chiedevano solo che fosse “introdotta una legge sull’Alienazione parentale”. Una gaffe nella gaffe, dato che la Sindrome di alienazione parentale (Pas) e l’Alienazione parentale sono la stessa cosa (un escamotage linguistico usato dagli “esperti di Pas” dal momento in cui è stata respinta in diversi ambiti istituzionali come il Ministero della salute e la Cassazione), e dato che la stessa Bongiorno, durante la presentazione della proposta di legge fatta a Milano, di fronte a una platea accuratamente scelta, aveva chiaramente parlato di Pas, e quindi di Sindrome di alienazione parentale, dicendo che “i minori sono della comunità e non solo dei genitori, e siccome è stato scoperto che esiste una sindrome che è la sindrome della Pas che in realtà crea un problema psicologico fortissimo nel figlio utilizzato come strumento, a nostro avviso deve esistere una fattispecie incriminatrice che sanziona chi strumenta il figlio” – parole molto chiare forse dimenticate durante l’intervista rilasciata all’Espresso. Presentazione in cui Michelle Hunziker ha chiarito come la loro associazione, che si è occupata di stalking e discriminazione, ha poi anche ricevuto “tantissime richieste di aiuto da parte di padri che non riescono a vedere i loro bambini, che si separano e sono disperati” e che “questa legge si chiamerà Alienazione parentale che provoca la sindrome sul minore della Pas, ma è una violenza anche sul papà o sulla mamma che vive questa cosa” (il testo è rintracciabile nel video postato su Youtube da Affari Italiani).

Dichiarazioni che dimostrano prima di tutto che loro stesse hanno parlato, e parlano, di Pas e Alienazione parentale in maniera indistinta – contrariamente a quanto dichiarato da Bongiorno nelle dichiarazioni successive – ma soprattutto evidenziano quanto le due promotrici di una legge così importante, tanto da prevedere misure detentive, abbiano davvero poco chiaro sia la provenienza e la storia della Pas (Buongiorno dice che “è stato scoperto” senza dare nessun riferimento) sia la fattispecie e lo sviluppo del fantomatica sindrome, ora trasformata in disturbo (Alienazione parentale senza sindrome) dai professionisti della Pas stessa. Le polemiche suscitate e la rivolta delle avvocate dei centri antiviolenza italiani, che mesi fa hanno contestato questa proposta e l’uso strumentale di concetti poco chiari con una lettera aperta alla Rai – dato che Hunziker aveva lanciato questa proposta su Rai tre durante una sua intervista da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” – non hanno avuto però l’effetto sperato: le due signore non solo non hanno chiesto un confronto per capire di più su quale terreno si stavano avventurando ma hanno rilanciato la sfida, dopo l’estate, con uno spot sulla pseudo Alienazione parentale al Festival di Venezia, che da pochi giorni va in onda nelle case italiane, in cui chiedono anche dei soldi (dona due euro per combattere la Pas). Un affronto che ha superato le soglie della decenza quando lo spot è stato presentato alla Scuola di perfezionamento delle Forze di polizia come si vede chiaramente sul sito del ministero degli Interni.

Eventi che hanno creato di nuovo lo sdegno dei centri antiviolenza che si sono visti costretti a scrivere nuovamente per chiarire come “L’Alienazione parentale (AP) nuova definizione della ex PAS (sindrome di alienazione parentale) è uno strumento di pura invenzione di chi vuole paralizzare le scelte di vita delle donne che desiderano separarsi da un uomo violento”, e che “Lanciare una campagna contro una sindrome inesistente al fine di sostenere un progetto di legge che vorrebbe introdurre il reato di alienazione parentale, significa fare danno a tutte le donne che hanno figli e vogliono separarsi da un uomo violento”. Tanto che DiRe (la Rete dei centri antiviolenza italiani) si chiede: ma “Doppia difesa avrà assistito donne che vogliono separarsi dal violento e non riescono a tenerlo lontano dalla loro vita perché ci sono i figli?”. Parole che se sono scritte da chi lavora da 30 anni sulla violenza maschile sulle donne e salva queste stesse donne anche dalla morte, devono avere un senso e devono essere ascoltate: il numero delle mamme che oggi hanno paura a separarsi da mariti violenti, perché terrorizzate di perdere i bambini attraverso l’accusa di alienare figli che non vogliono vedere il genitore abusante, è in crescita proprio grazie al dilagare della Pas – AP nei tribunali attraverso le perizie degli psicologi e l’azione di avvocati super addestrati.

Tralasciando volutamente tutti i riferimenti già elencati tante volte in tanti articoli scritti in questi anni su quanti hanno ricusato la pseudo-Pas, mi soffermo oggi e volutamente su un fatto molto grave, ovvero sull’evidenza che malgrado le raccomandazioni dell’Onu, la bocciatura della Cassazione e del Ministero della salute, malgrado l’assenza della Pas dal Dsm, e malgrado tutti gli appelli, la Pas continua a essere usata nei tribunali e accettata come prassi nel più assoluto silenzio delle istituzioni italiane che se da una parte si vantano di aver messo a punto strumenti contro la violenza domestica, dall’altra non mettono un freno a una delle più gravi violazioni dei diritti umani nel nostro Paese, mentre hanno il dovere di mettere al bando questo strumento di ricatto per le donne, rendendo incostituzionale l’uso della Pas – Alienazione parentale (come è stato già fatto in Spagna e negli Stati uniti dove ha fatto seri danni), definendolo, quello sì, come un reato perseguibile per legge.

Un silenzio che sta provocando un danno irreparabile con bambini prelevati a forza da casa e a scuola, strappati dalle mani delle proprie madri senza alcun preavviso, donne che sono costrette a chiedere di vedere i figli in casa famiglia come se facessero l’elemosina, umiliate da assistenti sociali da cui vengono rivittimizzate e trattate come criminali della peggior specie, e che da un po’ di tempo vengono addirittura denunciate per calunnia dal momento che hanno osato segnalare un abusante. Una situazione che imploderà in maniera devastante con bambini sedati, isolati dai propri affetti, scaraventati da una parte all’altra, ridotti a pupazzi senza volontà, inascoltati e spostati come pacchi e tutto perché un tal Richard Gardner, abusante a sua volta, ha costruito una sindrome ad hoc, la Pas, per cui “su un bambino che è manipolato dal genitore affidatario (la madre) e denigra e rifiuta il genitore non affidatario (il padre), si deve tener conto che le eventuali denunce di abusi paterni sarebbero sempre false (false denunce in fase di separazione), e che terapia deve essere coatta, con minacce al bambino e alla madre, con trasmissione delle informazioni al giudice, e nessuna riservatezza” (Patrizia Romito, Corso di formazione, “Violenze contro le donne e i minori: connessioni, continuità e discontinuità”). Gardner che nel dare indicazioni scriveva che il terapeuta del bambino alienato “deve avere la pelle dura ed essere in grado di tollerare le grida e le dichiarazioni sul pericolo di maltrattamento” (Gardner, 1999a; p. 201).

Riflessioni a cui aggiungiamo che proprio poche settimane fa l’Italia è stata redarguita dall’Onu in quanto, pur avendo le norme e rispettando sulla carta le linee guida internazionali, non riesce a garantire la tutela delle donne e dei figli che le accompagnano dalla violenza maschile, perché, secondo il V rapporto del Comitato ONU sui diritti economici, sociali e culturali (E/C.12/ITA/CO/5, Documento1 del 28 ottobre 2015), il problema è rappresentato proprio dalla scarsa applicazione delle misure previste e quindi dalla carenza di tutele effettive.

Cosa aspettano allora le istituzioni italiane, il governo che si vanta delle sue leggi che rimangono solo sulla carta, i magistrati che ordinano prelevamenti coatti, a vietare che i bambini che sono in una separazione con un genitore violento siano rinchiusi in casa famiglia o affidati al padre abusante per merito di una sindrome che non esiste, inventata da uno pseudo professore venuto alla ribalta mediatica negli Usa grazie al caso Allen e oggi sponsorizzata in maniera del tutto irresponsabile in Italia?

Per non parlare dei giornalisti, colleghi che per la maggior parte continuano a trattare l’argomento come se non fosse accaduto nulla a Cittadella, dove il bambino che venne trascinato fuori dalla scuola per essere messo in casa famiglia era stato dichiarato “alienato” dalla madre nei confronti del padre. Come se tutti questi casi di sottrazione di minore con accusa di madre malevola, alienante, inadeguata fossero normali e non degne di un approfondimento, casi descritti o tralasciati senza che nel cervello dei colleghi sorga spontanea la domanda: ma che cosa sta succedendo? Un fenomeno che ha al suo interno tratti inquietanti se, d’altra parte, quei pochi giornalisti che se ne sono occupati in maniera approfondita, sono stati minacciati in qualche modo, compresi i senatori e le senatrici perseguitati perché anni fa fermarono la proposta di legge arrivata alla commissione giustizia al senato in cui si chiedeva, con il ddl 957 ,proprio di inserire la Pas (Alienazione parentale) nella modifica della legge che regola l’affido condiviso (56/2006) e che non passò proprio grazie all’ascolto dei senatori nei confronti della società civile e delle associazioni che lavoravano contro la violenza sulle donne e che avvertirono della pericolosità di queste modifiche. Modifiche che in maniera trasversale ai partiti, la lobby pro-Pas ha cercato di far entrare in tutti i modi con numerosi disegni di legge e proposte – ce ne sono almeno una decina in ogni legislatura – nel tentativo di farne passare almeno una.

Insomma dove c’è la Pas, ora camuffata in AP, c’è qualcuno che pur di far passare come valida questa sindrome falsa e ascientifica, è pronto a tutto, tanto che chi prova a fermarla o a informare in maniera critica, può passare dei guai. Ma allora facciamoci anche un’altra domanda: ma dietro la Pas o l’Alienazione parentale, dietro tutto questo accanimento e questa determinazione a far passare come buona una cosa che non esiste, malgrado le critiche e i respingimenti, cosa ci sta?

Forse un business così fiorente per cui vale la pena combattere? Oppure qualcosa di più?

Credo che anche Bongiorno e Hunziker dovrebbero farsi queste domande perché come sono sicura che il loro operato sia fatto in buona fede, così anche sono certa che qualcosa di poco chiaro si nasconda dietro al fantomatico mondo della Alienazione parentale, alias Pas che, guarda caso, colpisce in maniera massiccia le madri e quasi mai i padri.

 

L’irrazionale paura del gender e la censura su Michela Marzano

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Il sesso biologico non determina necessariamente l’orientamento sessuale di una persona che non per forza dovrà essere eterosessuale: questa la realtà dei fatti, e allora perché accanirsi con tutte le proprie forze per negare questa evidenza? Quello che sta succedendo in Italia da un po’ di tempo è una indegna alzata di scudi contro un’ipotetica teoria del gender che si vorrebbe insegnare a scuola confondendo le idee a povere anime innocenti, su cosa sia un maschio e una femmina e sulle infinite modalità di accoppiamento anche “contro natura”. E quella che in un primo momento sembrava una banalità insostenibile da guardare con distanza e con un sorriso di compassione, perché impossibile da sostenere, nel giro di pochi mesi è diventata un fenomeno preoccupante che rivela davvero l’anima conservatrice, bigotta e fascista mai morta di questo Paese.

La questione è nata tempo fa dalla notizia della divulgazione nelle scuole di libretti dal titolo “Educare alla diversità nella scuola” messi in campo con il governo Letta e poi dati in pasto a una stampa omofobica che ha usato il libello incriminato per far credere che a scuola si insegnasse come diventare gay e lesbiche, o addirittura a masturbarsi (come se ce ne fosse bisogno). Una bufala dai risvolti grotteschi che la stessa attuale ministra dell’istruzione, Stefania Giannini, è stata costretta a smentire al Corriere della Sera affermando che questi opuscoli erano in realtà strumenti “di sensibilizzazione all’educazione alla parità tra i sessi, quello femminile e quello maschile, perché la nostra società deve fare dei passi avanti su questo fronte, e per prevenire la violenza di genere e l’omofobia”.

Ma in Italia la famiglia non si tocca e sebbene si parli da anni dell’importanza di un cambiamento culturale che combatta gli stereotipi, che sono anche alla base della violenza maschile sulle donne, oggi questi stereotipi non solo sono ancora presenti e agiti, ma addirittura difesi all’arma bianca. Per molti italiani la famiglia è ancora solo e unicamente etero, l’uomo deve essere educato a fare il maschio e la donna la femmina, in barba a tutte le convenzioni internazionali sulla discriminazione di genere ratificate dall’Italia, compresa la recente Convezione di Istanbul che, riguardo il contrasto alla violenza maschile sulle donne, batte il moltissimo sulla trasformazione culturale e l’abbattimento degli stereotipi che sono sessisti e distruggono la vita sia delle donne che degli uomini.

Ma l’inesistente teoria del gender, coltivata a dovere dalla destra e dal mondo cattolico nel terreno della proverbiale ignoranza dell’italiano medio, ha avuto un eco così grande da creare sia un allarme irrazionale da crociata contro l’educazione alla diversità nelle scuole, sia una sorta di caccia alle streghe, scoprendo il vero volto di un Paese incapace di qualsiasi passo verso un reale progresso laico e civile.

Su un sito di divulgazione come Wikipink si legge che le espressioni teoria di genere o ideologia di genere “sono la traduzione dall’inglese di gender theory e gender ideology” e che “sono utilizzate dai sociologi, dagli antropologi, dai filosofi, dagli psicologi e dagli altri studiosi che si occupano dei cosiddetti gender studies (in italiano: studi di genere)”, che può significare lo studio del ruolo della donna o il comportamento maschile in una data società e in un certo periodo storico, in un contesto però in cui la lingua inglese “usa la parola teoria in senso molto più ampio di quanto non faccia la lingua italiana”. Teoria che mette in discussione l’ideologia di genere o anche “ideologia maschilista usata per indicare l’attuale asimmetria di potere tra gli uomini e le donne nella società occidentale, quelle credenze predominanti nel mondo occidentale dell’uomo bianco che hanno diffuso i valori, impliciti ed espliciti, riguardo alla naturalezza (e correttezza) del dominazione di un gruppo (maschio, bianco, proprietario, colonizzatore) su gruppi subordinati (femmina, non bianca, non proprietaria, colonizzata)”.

La fonte spiega come “I gruppi cattolici che combattono, con crescente veemenza, le teorie di genere non hanno come bersaglio coloro che studiano la condizione della donna in una sperduta tribù dell’Amazzonia, o il metodo per identificare il sesso d’un nascituro. Il loro obiettivo sono infatti le teorie sul genere formulate dagli psicologi e dai biologi a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso” e che “Uno dei loro bersagli, spesso citato, è la teoria proposta da John Money secondo la quale l’identità di genere potrebbe svilupparsi anche in contraddizione con il sesso biologico ma in accordo con quello che Money chiamava sesso di crescita, ossia, sulla base dell’educazione ricevuta”, per distinguere così il sesso biologico dalle quelle caratteristiche culturali che attribuiscono, in diversi contesti, caratterizzazioni diverse all’uomo e alla donna.

Attivisti cattolici che affermano “che alcuni organismi internazionali e potenti lobby di potere LGBTI promuovono questa teoria attraverso la sostituzione del termine sesso con il termine genere, l’estensione alle coppie dello stesso del diritto al matrimonio, all’adozione, e alle tecniche di riproduzione assistita”.

La paura infatti non è solo quella dei genitori di ritrovarsi bambini e bambine “diversi” per colpa del libretto messo all’indice, ma è il riconoscimento dei diritti civili, l’accettazione dell’omosessualità come una scelta libera e normale, il riconoscimento di famiglie omosessuali con figli di fatto. Ovvero la messa in discussione della sacra famiglia: mamma, papà e figli rigorosamente educati a perpetrare stereotipi che sono fonte di discriminazione e violenza in base al genere (contro le donne) o in base alle scelte sessuali (omosessuali, lesbiche, trans, ecc.). Un fantastico mondo di violenti, razzisti, omofobi, maschilisti.

Ma l’accanimento oggi in Italia tocca il grottesco se in un sito che si chiama “Pro vita” descrivendo un convegno all’Università di Catania, prende di mira la professoressa Graziella Priulla, sociologa della comunicazione e della cultura e docente ordinaria di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania, perché indica la teoria del gender come un pericoloso strumento usato ad hoc per “l’intromissione della Chiesa cattolica nella vita laica del Paese, nel tentativo di riappropriarsi del monopolio sulle fasi evolutive (e quindi anche quella sessuale) dell’individuo”. Una preoccupazione che “Pro vita” mette alla berlina sottolineando come “i laici, le donne e gli insegnanti democratici stanno combattendo con noi” (cioè con loro).

Michela Marzano nel suo ultimo libro “Papà, mamma e gender” (Utet), cita campagne e spot sia di “Pro Vita” che di “Manif pour tous”, in cui si racconta che attraverso la teoria del gender a scuola si sarebbe insegnata la masturbazione in età scolare: “Spot che falsificano la realtà, influenzano l’opinione pubblica, anche quando questa è in buona fede”, dice Marzano. “Si parla di gender, si parla di educazione, ma in realtà quello che disturba è l’omosessualità – spiega in una intervista a Wired – cioè è il fatto che si continua a pensare che ci sia una superiorità dell’eterosessualità sull’omosessualità, e si continua a pensare che gli omosessuali siano cittadini di serie B”. E questo malgrado tutte quelle famiglie esistenti che non corrispondono allo schema “normale” di papà, mamma e figli.

Un atteggiamento da restaurazione che ormai non è più serpeggiante ma manifesto tanto che il comune di Padova ha rifiutato di fare la presentazione del libro di Michela Marzano per sabato 14 novembre, con tanto di motivazione scritta, nei locali del comune in quanto, recita il comunicato firmato dal sindaco leghista Massimo Bitonci: “Il Consiglio Comunale, con mozione 2015/0070 approvata il 5/10/2015 ha impegnato il Sindaco e la Giunta Comunale a vigilare affinché non venga introdotta e promossa la ‘teoria del gender’ e che venga al contempo rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità. L’indirizzo approvato dal Consiglio Comunale individua pertanto un preciso interesse pubblico, impegnando il Comune nella vigilanza affinché sia rispettato ‘il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità’. Infatti il Consiglio Comunale con la predetta Mozione ha riconosciuto ‘la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna come un’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e nel matrimonio liberamente contratto tra un uomo ed una donna il fondamento della famiglia quale società naturale, e ad afferma altresì come la famiglia sia il nucleo naturale e fondamentale della società e che come tale ha diritto di essere valorizzata. L’iniziativa da voi promossa, come richiesta di una sala comunale per la presentazione di un libro che avvalora ‘la teoria gender’ si pone in antitesi con l’indirizzo programmatico dell’Amministrazione Comunale su tale tematica”.

E anche se ieri il rettore Rosario Rizzuto ha aperto l’ateneo di Padova invitando Marzano a presentare lì il suo libro (sempre sabato 14 novembre), rimane il fatto che questa miscela esplosiva di ignoranza e conservatorismo, porta il segno di una pericolosa restaurazione in un Paese in cui adolescenti gay si suicidano perché non accettati e degradati dai compagni, le ragazze hanno il terrore di denunciare gli stupri subiti dai propri amici, e le donne vengono ancora uccise soprattutto nel momento in cui si separano uscendo proprio dallo stereotipo madre-moglie non accettato dal partner violento ma promosso da una ideologia che ci fa tornare indietro di mille anni.

(di seguito la risposta al Comune della Libreria “Lìbrati” di Padova che ospita la scrittrice il pomeriggio di sabato 14)

La libertà non si ferma. Che piaccia oppure no

da La libreria delle donne di Padova

Sabato 14 Novembre Michela Marzano sarà a Padova. Alle 16.00 avrebbe dovuto fare un incontro in Sala Paladin e poi, alle 18.00, venire a Lìbrati. Ci hanno comunicato ieri che il Sindaco ha negato la disponibilità della Sala adducendo la seguente motivazione:

“Si precisa che il Consiglio Comunale, con mozione 2015/0070 approvata il 5/10/2015 ha impegnato il Sindaco e la Giunta Comunale a vigilare affinchè non venga introdotta e promossa la ‘teoria del gender’ e che venga al contempo rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità. L’indirizzo approvato dal Consiglio Comunale individua pertanto un preciso interesse pubblico, impegnando il Comune nella vigilanza affinchè sia rispettato ‘il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità’. Infatti il Consiglio Comunale con la predetta Mozione ha riconosciuto ‘la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna come un’istituzione naturale aperta alla trasmissione della vita e nel matrimonio liberamente contratto tra un uomo ed una donna il fondamento della famiglia quale società naturale, e ad afferma altresì come la famiglia sia il nucleo naturale e fondamentale della società e che come tale ha diritto di essere valorizzata. L’iniziativa da voi promossa, come richiesta di una sala comunale per la presentazione di un libro che avvalora ‘la teoria gender’ si pone in antitesi con l’indirizzo programmatico dell’Amministrazione Comunale su tale tematica”.

Si tratta di un’azione intollerabile che non può essere accettata né fatta passare sotto silenzio. Le Sale Comunali non sono di proprietà del Sindaco ma dei cittadini e delle cittadine di Padova e non sta nei poteri del Sindaco stabilire quali libri possano o non possano essere presentati, ciò che può essere o non essere letto, ciò che può essere o non essere detto. Si tratta di un chiaro abuso di potere. Un Sindaco non può minare la libertà di parola e di espressione. Farlo significa mettere in pericolo  i fondamenti della democrazia, democrazia che vuol dire pluralità.

L’educazione di genere è educazione al rispetto e lotta alla violenza, è apertura alla libertà e alla consapevolezza di sè. Il contrario dell’educazione di genere è violenza, omofobia, sessismo, è espressione della volontà di un pensiero unico, quindi fascismo.

Comunque sia l’affannarsi di coloro che, appellandosi ad una fantomatica teoria del gender, tentano di frenare l’apertura verso le differenze, la legittimazione dell’amore in tutte le sue forme, la lotta contro gli sterotipi di genere, è inutile, si tratta di una lotta vana destinata al fallimento. Non basterà negare gli spazi pubblici, bandire libri dalle scuole, fare proclami per impedire un cambiamento che è già in atto nella nostra società. La libertà non si ferma. Che piaccia oppure no.

Appunto perchè non abbiamo intenzione di fermarci di fronte a questi tentativi liberticidi, vi aspettiamo numerosissime e numerosissimi a Lìbrati, sabato alle 18.00. Incontreremo la bravissima Michela Marzano per un dibattito sul suo nuovo libro “Papà, mamma e gender”. Parleremo di libertà, di amore e di rispetto, gli ingredienti indispensabili per costruire una società più giusta (altrochè famiglia “naturale”).