In 150 mila contro femminicidio e politiche sessiste del governo, e i giornali parlano di migliaia di donne coi palloncini: sì ma quante?

Si sono allineati nella stessa direzione come se fosse stato un copione: all’indomani della manifestazione nazionale per la Giornata contro la violenza maschile sulle donne a Roma, i giornali hanno descritto la marea di 150mila persone che hanno sfilato per le strade romane sotto la pioggia e in una esplosione di colori, come migliaia di donne coi palloncini rosa. Un corteo indetto da Non una di meno dove hanno sfilato i centri antiviolenza di tutta Italia insieme a giovani e giovanissime, a uomini e donne, che hanno gridato il loro dissenso contro le politiche sessiste e razziste del governo Salvini-Di Maio, contro l’attacco alla 194 e contro la famiglia naturale del ministro Fontana, respingendo in blocco il ddl Pillon sulla riforma del diritto della famiglia. Una marea descritta come un gruppo di donne che scendono per strada in una giorno di festa: peggio di quando venivamo raccontate con la mimosa in mano l’8 marzo.

Nei Tg della Rai, il nostro servizio pubblico, quella che è stato un evento di portata nazionale come non se ne vedono ormai più, è stato relegato a quarta notizia da tutti i telegiornali: tg1 e tg2, e lo stesso tg3 che ha lanciato la notizia all’inizio, ha poi visto bene di allinearsi col resto dando la manifestazione dopo Conte, Salvini, e dopo la manifestazione a Parigi. Niente di nuovo sul fronte Occidentale quindi, perché come due anni fa, quando la marea delle donne nella Giornata contro la violenza maschile aveva raggiunto le strade in 250 mila, la notizia non è stata ritenuta degna di un’apertura. 

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La stampa poi ha parlato all’unisono: Skytg24 ha descritto “diecimila persone”,  il Messaggero invece ha descritto il corteo come una sfilata di donne come “fiere e belle”, evitando di dare i numeri e senza descrivere il corteo ma parlando di altro dimostrando che forse lì del giornale non c’era nessuno, e infine il Corriere della Sera non è pervenuto a parte foto e video. E poi ci sono Ansa, Askanews, Tgcom e anche RepubblicaIl Fatto (a dispetto dell’articolo di Angela Gennaro e del video in cui vengono intervistate le organizzatrici del corteo), che proprio non riescono a mettere nel titolo 150mila e preferiscono un generico migliaia che non fa capire la portata dell’evento: duemila? 10mila? 100mila? cosa significa “migliaia”?

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Uniche eccezioni degne di nota sono state l‘articolo di Rory Cappelli che salva Repubblica in corner e che oltre a descrivere minuziosamente il grande corteo del 24 novembre osa nel titolo un chiaro e tondo: “Siamo in 150mila”; e il pezzo di Linda Laura Sabbadini, che è anche una riflessione, e che titola “La lotta per le conquiste che sembravano acquisite”: due perle bianche in un Oceano oscuro.

Sviste che sembrano però più una censura, e che non sono sfuggite a un occhio attento, come quello di Loredana Taddei, responsabile nazionale delle politiche di genere della Cgil, che dal suo blog sull’Huffington Post, titola “Siamo la voce principale del dissenso ma voi non ve ne accorgete”, e pubblica la lettera di Se non ora quando Factory indirizzata a chi questi giornali li dirige, sottolineando il “grave errore politico” di considerare “irrilevante” una delle forze più attive e consistenti nel nostro Paese: quella delle donne.

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“In più di 150.000 abbiamo manifestato, su iniziativa del movimento femminista “Non una di meno” – si legge nella lettera – ma voi, di noi, vi siete accorti? Della grandezza di quella manifestazione, della sua rilevanza politica, della sua potenza, della sua capacità di mobilitare una marea di persone, nella stragrande maggioranza donne, che hanno sentito liberamente e profondamente di scendere in piazza, vi siete resi conto? Non sembrerebbe. Certo, ne date notizia, ma solo pochissimi tra di voi la pongono come prima notizia, come fatto centrale della giornata. Gli altri, la maggior parte, scrivono, en passant, migliaia di donne in piazza, tanti palloncini, teste canute ma anche giovani, e via, si passa ad altro”.

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Una narrazione, quella sulla violenza maschile contro le donne, che ha preso una brutta piega concentrandosi troppo sulla cronaca di fatti macabri e sulle vittime, oscurando però quando le donne agiscono, parlano, dicono cosa vogliono e cosa non vogliono. Giornali che hanno preferito concentrarsi sui fatti di cronaca – una donna è stata uccisa dal fidanzato a Firenze in quello stesso giorno – e sui progetti del governo che ieri, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne, hanno rilanciato la proposta della ministra Bongiorno sul “codice rosso”, che darebbe la priorità alle denunce delle donne, come se questa fosse la panacea a tutti i mali. Una proposta fatta da una ministra che appoggia apertamente l’alienazione parentale, su cui aveva qualche anno fa presentato anche una proposta di legge di iniziativa popolare: una teoria che espone e punisce donne e bambini che denunciano padri violenti e abusanti nel momento della separazione, e contenuta nell’articolo17 e 18 del ddl Pillon, ormai criticato da tutti (anche dall’Associazione nazionale magistrati).

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Un codice rosso che non sposterebbe una virgola della situazione attuale dove mancano 5.000 posti letto per le donne in pericolo, dove ancora non c’è formazione sufficiente né tra le forze dell’ordine che non proteggono chi denuncia, e dove esistono giudici (non tutti ma ancora troppi) che non riconoscono la violenza sulle donne lasciando a piede libero pericolosi offender – come il padre che ha ucciso il figlio di 11 anni a Modena – ed emettendo sentenze rivittimizzanti – come quella che ha assolto l’uomo accusato di stupro da una donna non creduta perché non urlava ma si limitava a dire “no”. Un codice rosso che non serve a nulla se i centri antiviolenza rischiano di chiudere e se non vengono riempite le falle ancora troppo grandi in Italia, come l’implementazione della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne che né il premier Conte, né Di Maio o Salvini hanno citato, sbandierando invece il codice rosso a costo zero. Un governo che ha liquidato l’attuale Piano antiviolenza strategico (2017-2010) come “un libro dei sogni”, ma che ha soprattutto dimenticato i fondi già stanziati di 30milioni di euro, di fronte a centri antiviolenza che faticano a sopravvivere e a rispondere a tutte le richieste di donne che le istituzioni, a oggi, non sanno proteggere in maniera certa e sufficiente, e su cui spesso non hanno la più pallida idea su come intervenire (quindi prima o dopo: cosa cambierebbe?).

 

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