Caso Grillo: Silvia noi ti crediamo

Continua sui media il Victim blaming sulla ragazza che ha denunciato lo stupro di gruppo ma non è la sola: la campagna di DonnexDiritti contro la vittimizzazione secondaria a sostegno di tutte le donne che hanno denunciato una violenza

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



Ieri sulla “Verità” è apparsa, sul caso Grillo, una nuova e più particolareggiata deposizione di Silvia (nome fittizio) che a differenza dell’articolo di Nuzzi, che sulla Stampa di 10 giorni fa ricostruiva la vicenda, scende in particolari agghiaccianti e terribili, rivelando la crudezza del racconto agli atti: schiaffi sul corpo, “mi chiamavano cag*a”, “la vodka aveva un sapore strano”, “ho svegliato la mia amica dicendo di andare via perché mi avevano violentata ma lei ha fatto spallucce e si è riaddormentata”. Indagini che si sono concluse con nuovi capi di imputazione tra cui l’abuso verso l’amica Roberta mentre dormiva sul divano.

Sì, perché più si va avanti e più si scava, si gratta il fondo, facendo rivivere a lei quello che ha già descritto ai magistrati. Per questo, e per non costringere tutte le ragazze a sottoporsi a nuove sofferenze, DonnexDiritti lancia oggi la campagna #silviaioticredo contro la vittimizzazione secondaria a sostegno di tutte le donne che denunciano una violenza maschile, e che di solito faticano non poco a essere credute e a non essere considerate responsabili di quello che hanno subito (se vuoi aderire alla campagna condividi il video qua sotto e mandaci il tuo video in cui dici: “Silvia io ti credo” a network@donnexdiritti.com).

Ma se sono così poche, dove stanno tutte queste false denunce?

Una presa di posizione che ci sembra necessaria perché spesso viene chiesto il perché le donne non denuncino una violenza maschile, perché rimangono in silenzio, perché si sottraggono e si nascondono. L’Istat ci dice che in Italia solo il 7% delle donne denunciano la violenza subita. Mentre l’European Union Agency for Fundamental Rights ci ha fatto sapere che in Europa non solo il 70% delle donne non denuncia ma che l’Italia è il Paese in cui il sommerso è più ampio. A spingere le donne al silenzio non è né la vergogna né il pudore, ma la paura di non essere credute e di essere rivittimizzate anche pubblicamente: in caserma, nelle aule di tribunale, sui giornali, in televisione.

Interrogatori sfiancanti che insinuano costantemente il dubbio sulla credibilità, con richieste di dettagli superflui, indagini sulla vita passata, e domande tipo: perché non ha gridato? perché non ha chiuso le gambe? cosa indossava quella sera?

Paola Di Nicola

Come dice la giudice Paola Di Nicola: “Gli stereotipi sulle donne sono i più diffusi perché inchiodati nella memoria millenaria. Sono quelli per cui le donne mentono o esagerano, denunciano un innocente per averne vantaggi, vanno a caccia di notorietà, se la sono cercata e quindi responsabili di ciò che hanno patito, oppure traggono sempre qualche beneficio dall’essere oggetto di attenzioni sessuali”. Stupri che vengono attenuati nel racconto come se fossero reati meno gravi, perché legati al fattore culturale mai morto, che una violenza sessuale non si può dimostrare: la mia parola contro la tua. Un racconto porno-soft che indugia su elementi legati a un immaginario maschile perverso che non guarda all’età della donna ma che anzi specula su questo fattore, specialmente se minorenne, e che si può consumare anche quando la ragazza è morta. Come nel caso di Desirèe Mariottini, la giovane di 16 anni stuprata e uccisa a San Lorenzo a Roma, dipinta su molti giornali e salotti televisivi, come una drogata che si prostituiva per procurarsi una dose, quando invece non aveva mai avuto rapporti prima dello stupro.

Vittimizzazione secondaria

Sbattute in prima pagina come delinquenti che rovinano uomini stimati, giovani promesse e bravi ragazzi, sono in fondo donne, ragazze, addirittura minorenni, che nella vita scelgono scientemente di mettersi in questo carosello, solo per lo sfizio di vendicarsi o, come dice qualcuno, perché prima ci stanno e poi si pentono.

Le loro storie buttate in pasto a telespettatori che stanno davanti alla tv coi popcorn come si sta davanti a un film porno di serie B, con conduttori e giornalisti che fanno la regia di storie e sofferenze vere, come si fa in un qualsiasi reality

È successo tante volte: alle ragazze americane che hanno denunciato lo stupro di due carabinieri e fatte passare come due sporche bugiarde che volevano intascarsi un’assicurazione (fake news pubblicata senza verifica), alla ragazza di Montalto di Castro che a 16 anni ha dovuto affrontare la gogna di un intero paese contro di lei per aver denunciato uno stupro di gruppo, o la ragazza di Melito che è dovuta andare via dal suo paese perché a 13 anni era stata vittima del branco e aveva denunciato tutti.

Victim blaming nel caso Grillo

E succede ancora oggi, con Silvia appunto che ha denunciato uno stupro di gruppo nella mattina del 17 luglio del 2019 in Costa Smeralda nella villa del garante dei 5 stelle. Un caso diventato virale su tutti i giornali grazie al padre di uno degli indagati, Beppe Grillo, che ha usato la sua notorietà per mettere in discussione l’operato dei magistrati e rivittimizzare la ragazza per scagionare il figlio e i suoi amici con un video che ha fatto milioni di visualizzazioni. Indagini che finora erano rimaste nelle stanze della Procura di Tempio Pausania, e che adesso sono diventate un osso ghiotto per chi è in cerca di audience: show in cui viene data la pubblica parola agli indagati, empatizzando anche con loro, o ai loro amici che ovviamente li difendono.

Salotti in cui opinionisti da strapazzo che non conoscono neanche l’abc delle dinamiche della violenza maschile sulle donne, sparlano e fanno ricostruzioni fantasiose: tanto sono donne, ognuno può dire la sua anche se è una baggianata

E per questo alla fine il processo si fa in un ambito che non si può più chiamare neanche informazione, con la parola della ragazza messa sotto il vaglio di tutti, anche del primo che passa per strada: “Scusa, tu che ne pensi di questa ragazza? Hai visto il video?”. Perché una donna che denuncia deve dimostrare fino in fondo che è stata davvero violenza, che lei non era consenziente, e che è stato uno stupro: fuori e dentro i tribunali, e lo deve dimostrare al mondo perché sta inguaiando maschi che si sono solo divertiti. Perché si sa, le donne mentono, sono delle “poco di buono”, la loro parola non vale quanto quella di un uomo. Giovani maliarde che si ubriacano e poi dicono che è uno stupro. E questo senza sapere che il fatto di essere ubriache, o comunque non in grado di esprimere consenso, è un’aggravante. Ed è così che alla fine questi show vanno in fondo, scavano, raschiano.

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