Chi giudica la bellezza? Come cambiano i criteri nella storia

Sumeri e antica Grecia: due luoghi e due epoche nel mondo antico a confronto sui canoni femminili e maschili

Frances Pinnock
Frances Pinnock
Archeologa, già docente di Archeologia e Storia dell'arte del Vicino Oriente antico all’Università La Sapienza di Roma, è co-direttrice della Missione Archeologica Italiana a Ebla, in Siria. Si occupa di studi sulle donne nella Siria e nella Mesopotamia preclassiche. Ha pubblicato, tra gli altri, “Donne alla finestra. Un viaggio alla (ri)scoperta delle donne d'Oriente e delle donne in Oriente” (L’orto della cultura), “Egitto e vicino oriente antichi: tra passato e futuro” (Pisa University Press).



Il concetto di bellezza viene spesso usato quando ci si occupa di figure femminili anche per il mondo mesopotamico: si sostiene che l’iconografia maschile tenda a esprimere un qualche concetto di potere, o attraverso l’esibizione della forza, o attraverso un’espressione di pacata saggezza, mentre l’immagine femminile dovrebbe veicolare un’immagine di grazia e bellezza. Certo questo accade in molti casi, ma il concetto di bellezza è uno dei più labili e più difficili da definire e afferrare concretamente.

Parlando di bellezza umana, i criteri di valutazione sono molto sensibili a tendenze legate a momenti storici specifici e possono cambiare anche drasticamente da luogo a luogo

Sostanzialmente con il concetto di bellezza si tende a identificare un modello che ha una validità temporale e geografica definita. Se con il termine “bellezza” si indicano delle caratteristiche fisiche, ma anche un modo di presentarle o rappresentarle e narrarle, di volta in volta consone al gusto e alle mode dei tempi, è evidente che, a forte distanza di tempo o di spazio, è difficile capire appieno un concetto della bellezza espresso solo per immagini, quando si ignorano i parametri utilizzati. Analizziamo quindi la documentazione scritta mesopotamica, alla ricerca di qualche elemento “oggettivo” dei criteri estetici eventualmente presenti nelle culture della Terra tra i Due Fiumi.

Il concetto di “bellezza” nella cultura mesopotamica

Innanzitutto, mi è sembrato naturale rivolgermi alla poesia d’amore, con risultati però assai deludenti, perché le liriche mesopotamiche sono decisamente erotiche e con immagini piuttosto crude, ma scarse sono le descrizioni degli amanti. Se ci si rivolge agli inni in onore della dea Ishtar, che è una sorta di dea dell’amore, si ottiene qualche dato in più. La dea, che è ispiratrice soprattutto di timore reverenziale, è “gioiosa, rivestita di grazia, adorna di fascino tentatore, di attrattiva, di incanto”: ha labbra dolci, bocca vivace, è pronta al riso, ha un bel colorito, occhi grandi e brillanti. I suoi attributi sono “potente, splendida, magnifica”. In un inno a Ishtar “regina dei cieli” si parla della sua forza sublime e del suo splendore. Una dea altera, sublime e regina. Un elemento particolare si può trarre dal poema sulla “Discesa di Ishtar agli Inferi”.

Qui la dea, per entrare nell’Oltretomba, deve passare attraverso sette porte e superare sette guardiani, a ognuno dei quali consegna uno degli emblemi del suo potere: la tiara, gli orecchini, la collana, gli spilloni del vestito, la cintura di “pietre della nascita”, braccialetti e cavigliere e, infine, la fascia per i fianchi. I gioielli, come parte importante dell’attrattiva femminile, ricompaiono in un tardo manoscritto dell’VIII secolo a.C., dove la dea Tashmetu, per affascinare il dio Nabu, indossa orecchini e braccialetti di corniola. Scendendo sulla Terra, nei proverbi, un uomo dice di sé di avere il volto come un leone, il corpo di un angelo guardiano e cosce che sono pura delizia, mentre la donna dice di sé che è discreta, di retto giudizio, non preda di emozioni e di eloquio piacevole.

Se, dunque, non esistono parametri complessivi di bellezza fisica, è evidente che la rappresentazione del maschio umano, soprattutto come corpo vigoroso e “bello”, e della femmina umana come persona discreta e posata, apportatrice di gioia e sorriso, sia una chiara costruzione di genere sociale più che di un modello fisico

La forza delle immagini

Passando all’evidenza visiva, abbiamo, da un lato, una serie di immagini ufficiali delle élite mesopotamiche che appaiono molto stereotipate, mentre la perdita del colore, che originariamente doveva vivacizzare le figure, crea ulteriori ostacoli alla loro comprensione in senso estetico.

La rappresentazione del corpo femminile nudo veicola un concetto di potere, piuttosto che di disponibilità, per la forza di attrazione esercitata soprattutto dallo sguardo inequivocabile

Ricordiamo, inoltre, che nel mondo mesopotamico la sessualità non pertiene alla persona naturale dell’individuo, ma piuttosto a quella culturale. Il sesso non deve rappresentare la sfrenatezza, ma il controllo e da questo forse discende quanto abbiamo prima notato, vale a dire che una donna desiderabile è colei che sa parlare con dolcezza e che è fonte di allegria.

La bellezza omerica

Possiamo confrontare questi dati con quelli di un mondo diverso, vale a dire l’omerica Iliade. Trattandosi della narrazione di una guerra, presentata come conseguenza ultima di una sorta di concorso di bellezza, pensavo di trovare dati interessanti e ho quindi cercato gli attributi di Afrodite, di Elena, di Paride e di Briseide.

Per quanto concerne Afrodite, gli attributi che compaiono più di frequente sono “aurea” e “amante del sorriso”

Per quanto riguarda Elena si ricorda sempre che possiede ricchezze e beni, in qualche caso si dice che abbia belle chiome, mentre solo una volta vengono citate le sue braccia bianche, il lungo peplo, il velo bianco, l’usare parole di miele. Di Paride il poeta dice che sia bello come un dio, glorioso e divino, ma Ettore lo definisce sempre bellimbusto, donnaiolo e seduttore. Infine della schiava Briseide, che pure è al centro di una contesa al testosterone tra eroi, non si dice mai che abbia ricchezze e beni, ma che sia giovane, con guance graziose, bei capelli e pari all’aurea Afrodite. Dunque, nel caso della dea e di Elena, che è comunque una regina, tornano le caratteristiche già apparse nei testi mesopotamici, del sorriso e dell’uso di parole dolci, oltre al possesso di gioielli e ricchezze, mentre nel caso di Briseide, che è in una posizione di totale dipendenza, si fa più chiaramente riferimento ad attributi fisici.

Possiamo quindi forse concludere che nel mondo mesopotamico e, come abbiamo visto, nell’Iliade, la bellezza, proclamata ma non descritta, più che un insieme di caratteristiche fisiche, sia un complesso di elementi, che includono anche i gioielli, gli abiti e il modo di porsi, in una rappresentazione ideale di genere, che è anche manifestazione di potere.

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