“Mi hanno violentata tutti”. Caso grillo: arrivano le parole della ragazza che racconta quella notte

La testimonianza agli atti della giovane riportata da Gianluigi Nuzzi sulla Stampa fa tremare le fondamenta della difesa

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



Arriva come una mazzata ed è la testimonianza di Silvia (nome di fantasia), la ragazza rivittimizzata da Beppe Grillo colpevole di aver denunciato uno stupro di gruppo in cui è coinvolto il figlio del fondatore del Movimento 5 stelle.

Beppe Grillo

Parole di una ragazza di vent’anni che si abbattono sul navigato ex comico, mandando in frantumi le immagini del video diventato virale in questi giorni: quelle di un vecchio con la bava alla bocca che sbraita per difendere il figlio dicendo che sono “ragazzi che si divertono in mutande e con il pis*llo di fuori”. Un’arringa che ha dato il via alla campagna #ilgiornodopo in cui donne e ragazze stanno lì con cartelli scritti a penna, scrivendo cosa hanno fatto il giorno dopo aver subito una violenza maschile perché spesso lo stupro è un’esperienza vissuta in silenzio, a dimostrazione che si può decidere di denunciare o di non denunciare ma sempre senza tempi preordinati, per non collassare sotto il trauma e cercare di sopravvivere.

Le parole delle donne non sono di serie B

Gianluigi Nuzzi

Grillo, che aveva dichiarato che lei era “consenziente” perché aveva denunciato dopo 8 giorni, perché dopo lo stupro era andata a fare kitesurf, e perché nel video si vedeva un rapporto multiplo senza violenza, cade miseramente sotto un fiume di parole asciutte, quasi impersonali, tratte dall’indagine e pubblicate da Gianluigi Nuzzi sulla Stampa di oggi, permettendo al racconto ormai diventato pubblico, di cambiare rotta.

Un racconto che abbiamo ascoltato tante volte, un canavaccio uguale a tanti altri narrati da donne che hanno vissuto un’esperienza simile e che faticano a essere credute perché per la violenza sessuale vale il motto: “la mia parola contro la tua”

Inquirenti nella villa di Beppe Grillo

Testimonianza che vogliamo riportare, tratta dall’articolo della Stampa, perché le parole delle donne contano e arrivano come macigni su una società in cui domina la cultura dello stupro: dove sono le donne a cercarsela e non gli uomini ad agire, dove le donne, descritte come bugiarde, prima ci stanno e poi si pentono. Testimonianza, questa, che è agli atti dell’indagine per stupro di gruppo, contestata dalla difesa, con foto, video, intercettazioni e deposizioni di tutte le persone che ruotano intorno a questa storia.

La testimonianza di Silvia

Una vicenda che dopo 16 mesi di indagini preliminari, arriva alla richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Tempio Pausania, proprio per le prove a carico dei ragazzi. L’incipit del pezzo di Nuzzi descrive Silvia in lacrime che racconta all’amica di essere stata stuprata:

“Silvia, perché piangi?”, chiede Roberta, “Mi hanno violentata”, risponde tra i singulti, “Ma chi?”, “Tutti Roberta. Tutti”

È il 17 luglio 2019, sono quasi le tre del pomeriggio e Roberta si è svegliata dopo aver dormito sul divano e dopo la spaghettata a casa di Grillo nella villa di Cala di Volpe, in Costa Smeralda, Sardegna. Silvia è nella stanzetta priva di porta, con una tenda che separa il vano dal corridoio, di fronte al bagno, ed in lacrime. Sono Ciro Grillo, Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria i ragazzi che la sera prima invitano le due amiche, in vacanza a Palau dopo la maturità, a sedersi al loro tavolo prenotato al Billionaire dove si conoscono e dove le ragazze erano andate per vedere alcuni amici milanesi.

L’incontro al Billionaire e il post-serata

Nei verbali le due ragazze dicono che già qui bevono vodka mentre i ragazzi parlano e di Red Bull. Ballano e alle 3.30 gli amici milanesi se ne vanno ma loro rimangono. Alle 5 prendono un taxi e vanno tutti insieme a casa di Ciro dove alle 5.30 Roberta cucina gli spaghetti e dove continuano a bere. Dopo aver mangiato Francesco Corsiglia, dice Silvia, va con lei a prendere le coperte in un’altra stanza e qui tenta di baciarla sbattendola sul letto. Roberta si addormenta sul divano del soggiorno e Silvia rimane con gli altri ma la situazione degenera.

Nuzzi descrive che Silvia che non riesce a dormire perché una volta nel letto il ragazzo non va via malgrado le sue richieste di lasciarla sola e alla fine “la costringe a un rapporto completo” da cui “lei cerca di liberarsi” e lo fa mentre i ragazzi guardano la scena dall’uscio della porta senza intervenire ridendo e facendo anche commenti

Lo stupro di gruppo

Silvia però si libera e fugge in bagno ma non riesce a chiudersi e viene raggiunta da Corsiglia, racconta lei, che ripete lì la violenza. Dopo l’accaduto, lei vuole andare via con un taxi ma è stravolta e gli altri ragazzi la convincono a rimanere, mentre Silvia piange e li rimprovera di non essere intervenuti, perché ancora ignara di quello che sarebbe successo dopo. Secondo la sua testimonianza infatti, sono già le 9 di mattina e tutti la costringono a bere di nuovo vodka tenendola per i capelli, mentre Lauria la porta “a dormire in camera matrimoniale” dove, ormai incosciente per l’alcol, viene raggiunta da tutti per quello che lei descrive uno stupro di gruppo consumato a turno mentre lei era ormai priva di coscienza e in cui viene girato il video citato da Grillo nella sua arringa mediale.

Quando alle 14.45 Roberta si sveglia, trova l’amica che piange ma soprattutto si ritrova nel silenzio collettivo. “C’era del mutismo da parte di tutti”, dice Roberta riferendosi ai ragazzi nella villa

Alle 15 Corsiglia e Grillo accompagnano le ragazze ad Arzachena, dove prendono un taxi per tornare al bed & breakfast. Silvia cerca subito di procurarsi la pillola del giorno dopo perché nessuno ha usato precauzioni, e poi va a lezione di kite surfing a Porto Pollo dove l’istruttore racconta di una Silvia strana: “Ricordo che era molto turbata”, dice agli inquirenti. Ma sarà il 19 luglio, quando arrivano i genitori, che Silvia racconterà tutto alla madre tra le lacrime decidendo poi di denunciare dopo 8 giorni, una volta tornata a casa, mentre i ragazzi si mandano messaggini scrivendosi: “Ho paura che quella ci ha denunciato”. C’è il video, ci sono le foto, le intercettazioni ma anche le testimonianze. La parola adesso va ai magistrati che faranno il loro lavoro.

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