Misoginia globale: dalle mestruazioni all’aborto, se le cose vanno male la colpa è delle donne

Non lo sapevate? Le responsabili dell’inquinamento ambientale globale siamo noi e le nostre mestruazioni, perché invece di usare i pannolini di stoffa o la coppetta, usiamo assorbenti. A farcelo notare è stato pochi giorni fa il capogruppo grillino alla Camera, Francesco D’Uva, che sulla bocciatura alla camera della Tampon Tax (proposta per la prima volta nel 2016 da Possibile), ha detto a Omnibus: “Non abbiamo abbassato l’Iva sugli assorbenti perché non c’era la copertura finanziaria in quel provvedimento, e in più noi siamo anche per l’ambiente e non siamo a favore degli assorbenti usa e getta”.

Senza sapere che in certi casi non basta neanche una maxicoppa, il pentastellato ha consigliato pannolini di stoffa e coppette mestruali, come se le nostre mestruazioni fossero il principale fattore per l’inquinamento ambientale, dimenticando le emissioni delle aziende, la macchina su cui anche lui mette il suo sedere e i quintali di plastica nell’immondizia, compresa la sua. Una frase che sembra buttata lì per togliersi da un’impasse ma che in un momento in cui le donne sono sempre più sotto attacco, non può essere considerata una battuta, soprattutto se a dirla è un uomo. Ma perché dobbiamo essere qua a ribadire continuamente che sui nostri corpi, sulle nostre vite, sul nostro futuro decidiamo noi?

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Giorni fa Roma si è svegliata sotto tre mega cartelloni contro l’aborto: uno sulla Tiburtina, uno sulla Colombo e uno sulla Portuense. E mentre il Campidoglio verifica, i manifesti rimangono là come un attacco chiaro alle donne stampato su 250mq di parete, con addirittura la scritta rivolta alla leader del Global Strike  for Future, Greta Thurnberg, per invitarla a salvare “i cuccioli d’uomo”. Uno slogan non casuale dato che, su un Pianeta che ospita più di 7 miliardi di persone, nella testa di questa gente il genere umano potrebbe estinguersi a causa degli aborti, e naturalmente la colpa di chi è? Nostra, delle donne, naturalmente!

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Una combriccola che abbiamo visto all’opera durante il Congresso mondiale delle famiglie a Verona, così vicine all’estrema destra, che oggi pomeriggio si è data appuntamento a Roma dove sfilerà per ribadire la vita senza discriminazioni in base alla fase di sviluppo: un interesse che decade quando il feto si sviluppa e nasce, soprattutto se è femmina, viste le loro posizioni riguardo i diritti delle donne.

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Ma c’è qualcosa di più inquietante nella testa di questa gente, qualcosa di così assurdo e pericoloso da far pensare a un incubo. Vi ricordate quando l’ultraconservatore cattolico Rick Santorum, che nel 2012 era alla nomination repubblicana per le presidenziali Usa, diceva che “Le donne violentate non devono interrompere la gravidanza perché quel bambino è un dono di Dio”? Ebbene quello che 7 anni fa sembrava una follia è diventata legge in Alabama, negli Stati Uniti. Votata da 25 repubblicani, questa norma vieta l’aborto anche in caso di stupro o incesto, e lo consente solo se la donna è in serio pericolo di vita, condannando però i medici che lo praticano a pene fino a 99 anni di carcere: una legge che è stata firmata dalla governatrice repubblicana Kay Ivey, che su Twitter ha chiarito che in questo modo si afferma con forza “l’idea che ogni vita è preziosa ed è un regalo di Dio”, né più né meno dei deliri di Santorum.

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Ma l’Alabama non è il solo Stato ad aver ristretto il diritto a interrompere una gravidanza negli Stati Uniti. Due giorni fa il Missouri ha vietato l’aborto dopo l’ottava settimana consentendo di abortire solo in caso di emergenza ma non in caso di stupro o incesto, mentre in Georgia è passato il divieto di abortire sulla base dell’heartbeat: la pulsazione che si potrebbe percepire nelle prime sei settimane, quando la donna non sa neanche di essere incinta, che in realtà però non è un vero battito cardiaco dato che ancora il cuore non è formato. Decisioni contro cui si è sollevata Hollywood a cominciare dall’attrice Alyssa Milano che ha proposto lo sciopero del sesso lanciando l’hashtag #SexStrike a cui è seguita un’ondata di proteste in tutt’America, tra cui grandi star come Lady Gaga, Milla Jovovich e Reese Whiterspoon. Migliaia di donne in poche ore hanno raccontato le loro storie sui social aderendo alla campagna con l’hashtag #YouKnowMe, “Tu mi conosci, sono una donna che ha abortito”, lanciata dall’attrice tv Busy Philipps, che aveva raccontato in un talk show della sua interruzione a 15 anni.

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Ma leggi simili sono state anche approvate in Kentucky, Mississippi, Ohio, e come se non bastasse ora in altri 10 Stati si discute su provvedimenti analoghi. Secondo il Guttmacher Institute, che analizza le interruzioni di gravidanza in Usa, da quanto Trump è presidente sono state introdotte leggi restrittive sull’aborto in 28 Stati e di questi in 15 si applica l’heartbeat diventato ormai è un modello legislativo, un po’ come è successo in Italia con le mozioni pro-vita a partire dal comune di Verona. Una legislazione promossa dal gruppo antiabortista Faith2Action, guidato dall’attivista conservatrice Janet Porter, che fino a poco tempo fa non aveva sfondato se non nei gruppi della destra ultracattolica e che quando propose il modello in Ohio nel 2011 fu bocciata dagli stessi conservatori.

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Leggi che non hanno nulla a che fare con i bambini ma che puntano ad avere un controllo sulle donne, sulle loro decisioni e ovviamente sui loro corpi, e questo in un’atmosfera completamente diversa rispetto a quando, negli anni ’70, negli Usa tutti erano favorevoli all’aborto: uomini, donne, cattolici e anche repubblicani. Pro-life che sia negli Usa che nel resto del mondo, usano un linguaggio rubato ai diritti umani e rivendicano come un diritto la prepotenza di poter obbligare una donna a non decidere sul proprio corpo, paragonando l’aborto a l’olocausto, i gulag sovietici, il genocidio ruandese e altri massacri, sulla base del principio che “la vita è un diritto” (ma solo quella che pare a loro) e “gli uomini sono creati uguali”.

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Chi sostiene queste leggi però sa che saranno bocciate nei tribunali in quanto su tutte vige la la “Roe v. Wade”, la sentenza del ’73 legalizzò l’aborto in tutti gli Stati Uniti: e allora perché insistere e farle passare, votandole nei vari Stati? Perché il vero obiettivo è quello di arrivare alla Corte suprema e lì mettere in discussione la legge federale sapendo che questo è un momento propizio, data la presenza di due giudici conservatori nominati da Trump: Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, accusato, quest’ultimo, di abusi sessuali da almeno 4 donne e dichiaratamente contro l’interruzione di gravidanza. Oggi  alla Corte Suprema i giudici conservatori sono 5 su 9, una Corte che potrebbe decidere che gli Stati non sono più vincolati dalla Roe, emanando così nuovi standard restrittivi sull’aborto.

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In fondo è chiaro a tutti che il GOP è in debito con i pro-vita che hanno elargito flussi di denaro per anni con la promessa di rovesciare la Roe in caso di vittoria: un debito politico che oltre alla promessa di nominare dei giudici pro-vita alla Corte Suprema, come Gorsuch e Kavanuagh, Trump ha mostrato di voler mantenere già subito dopo il suo insediamento con il ripristino della Mexico City policy, detta anche Global Gag Rule, con cui ha bloccato i fondi federali alle Ong internazionali per la salute riproduttiva delle donne in tutto il mondo.

elizabeth-warren-ap-19049072060111.jpgUn tema, quello dell’aborto, che è stato alimentato in maniera più o meno sotterranea in tutto il mondo e che esploderà nella corsa presidenziale americana del 2020 su cui Elizabeth Warren, tra le candidate democratiche alla Casa Bianca, sta già organizzando la rivolta proponendo al Congresso una piattaforma di diritti federali in grado di bloccare gli Stati americani che entrano in merito all’accesso ai servizi per interrompere una gravidanza, e premendo affinché sia approvato il Women’s Health Protection Act.

 

 

 

 

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