A Verona più di 100mila contro il Congresso delle famiglie ma per la questura sono 30mila: e i giornali ci cascano

dalla 27esimaora del Corriere della sera

Congresso mondiale delle famiglie

Uomini e donne, centri antiviolenza, transfemministe e gruppi Lgbtq: Noi (150mila) in piazza a Verona

di Luisa Betti Dakli

Chi c’è stato e si è fatta la manifestazione in lungo e in largo lo sa che ieri a scendere in piazza a Verona, con il corteo organizzato da Non una di meno contro il Congresso delle famiglie che si svolgeva al Palazzo della Gran Guardia, erano almeno 150mila: una cifra ben diversa dai 30mila divulgati dalla questura e ripresi da molti giornali che anche questa volta, come per l’8 marzo e il 25 novembre, non hanno reso giustizia alle mobilitazioni guidate dai movimenti femministi che ormai in Italia riescono a coinvolgere masse crescenti di dissenso. Giovani, vecchi, gente di mezza età, bambini, uomini e donne, centri antiviolenza e gruppi Lgbtq, ieri hanno riempito Verona di colori: una piazza che ha detto No all’attacco sempre più stringente del governo nei confronti dei diritti con politiche che minano la libertà di tutti, e che partendo da quelli delle donne e delle coppie omossessuali, arriva ad attaccare anche la libera informazione, con proposte di legge impopolari come quella di far adottare i feti per far desistere le donne ad abortire, fino al ddl Pillon che con la sua riforma della famiglia ha sollevato critiche feroci. Il senatore della Lega Simone Pillon, che è relatore al Congresso, in questo corteo ha avuto le contestazioni più numerose con slogan come: «Ma Pillon al congresso che cosa ci stai a fare? A casa ci sono i piatti da lavare», oppure «Il Pillon va ritirato, ma cosa vuole questo Stato?». 

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Donne che hanno gridato la loro voglia di libertà con «Siamo la luna che muova le maree, cambieremo il mondo con le nostre idee», oppure «Aborto libero, libera decisione, sui nostri corpi nessun padrone». E mentre nel Congresso delle famiglie, protetto da uno schieramento esagerato di forze dell’ordine in tenuta antisommossa, distribuivano piccoli feti di platica come gadget, in piazza veniva distribuito in omaggio l’album delle figurine azzurro e rosa da titolo Gli impresentabili e con le facce dei relatori e delle relatrici del World Congress of Family. Un album promosso da Indietro, March! che è una campagna di sensibilizzazione con l’obiettivo di svelare l’ideologia conservatrice e integralista delle organizzazioni che promuovono il Wcf, e che ha analizzato le nuove strategie di comunicazione di questi gruppi che inneggiando alla vita, alla bigenitorialità, alla mamma e al papà, e alla famiglia tradizionale, con un linguaggio che spesso saccheggia gli slogan femministi, si fanno in realtà portatori d’ideologie oscurantiste e lesive per il diritto: una sorta di lupi travestiti da agnelli. Ma a Verona non c’è stato solo il corteo di ieri perché è da venerdì che la città si è riempita di mostre, dibattiti, presentazioni e incontri, per capire dove va questo Paese e che cos’è veramente il Wfc che si svolge a Verona, e perché dà voce a relatori che vorrebbero sterminare i gay, riportare le donne a casa a fare figli impedendo loro di abortire e che vogliono ripristinare il matrimonio per sempre con l’uomo che comanda in nome della famiglia tradizionale. Una tre giorni che oggi si chiude con l’assemblea internazionale dove parlerà Marta Dillon, l’ideatrice del movimento Ni Una Menos in Argentina, e attiviste dei movimenti spagnoli, polacchi, irlandesi, croati, olandesi e francesi, dando avvio a un movimento mondiale delle donne, sicuramente più colorato ed esaltante del Wcf.

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Intervento di Luisa Betti Dakli, giornalista esperta di diritti umani, al corteo di Verona città transfemminista  del 30 marzo

Oggi siamo qui perché è in corso un attacco globale ai diritti, a cominciare da quelli delle donne e dai diritti civili. Nel mondo autoritarismo, populismo e intolleranza dilagano: dagli Stati Uniti con Trump, al fascista Bolsonaro in Brasile, mentre in Europa Ungheria e Polonia continuano il loro processo di limitazione delle libertà dei cittadini e soprattutto delle cittadine, sull’esempio della Russia di Putin, con un processo iniziato adesso anche in Italia grazie alla Lega che è arrivata al governo.

Gruppi politici che una volta arrivati al potere cercano di instaurare dittature a tutti gli effetti, cancellando lo stato di diritto con una demagogia che parte dallo spauracchio dell’invasione migratoria, speculando su gente che scappa da guerre che l’Occidente ha scatenato nei loro paesi. Qui oggi questi gruppi si sono riuniti in quello che viene chiamato Il Congresso Mondiale delle Famiglie, un raduno che è nato in Russia nel 1997 da un americano e un russo che volevano svegliare e guidare la destra cristiana globale dopo la caduta dell’Urss. Un raduno che nel tempo è diventato l’unione di tutti i gruppi dell’estrema destra, anche filonazisti, e di movimenti ultracattolici, ortodossi reazionari ed evangelici americani, che nulla hanno a che vedere con la cristianità ma che dalla Russia fino agli Stati Uniti, attraversano l’Europa come una falce nera macchiata del sangue della nostra libertà.

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Un raduno che sarebbe dovuto passare inosservato e che invece è stato programmato solo dopo 6 mesi da quello fatto in Moldavia a settembre, quindi alle porte delle elezioni europee, e che qui in Italia ha avuto il patrocinio di Regione, Provincia e del governo dato che Fontana, il ministro della famiglia senza portafoglio, non ha rinunciato a dare il suo patrocinio e quindi ancora adesso il logo di palazzo Chigi campeggia sull’iniziativa, dando a questi gruppi e gruppuscoli una credibilità istituzionale che è vergognosa. Una copertura istituzionale data a gente che parla di sterminare gli omosessuali, di costringere le donne a non abortire, di ripristinare il matrimonio per sempre e che occultano la violenza domestica perché fa parte dei dolori di chi si sposa. Un Congresso che mette al centro la famiglia tradizionale come se fosse una favoletta dietro cui si celano invece politiche pericolose che ci fanno tornare al Medioevo non solo per le campagne contro l’aborto o contro i gay, ma per l’ideologia di fondo che comprende nel pacchetto patriarcale il ripristino totale del pater familias: un maschio alfa che comanda col pugno di ferro a partire dal proprio nucleo di riproduzione, e che sulla sua donna e sui propri figli può fare quello che vuole per riaffermare il proprio controllo, fino anche battere o maltrattare, con un grave occultamento della violenza domestica proprio mentre in tutto il mondo si cerca di contrastare il fenomeno della violenza maschile sulle donne che è arrivato a coinvolgere più di un miliardo di donne e ragazze nel mondo.

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Un ribaltamento dei piani che è del tutto inaccettabile! Un congresso, quello di oggi a Verona, che porta come fiore all’occhiello rappresentanti di paesi come l’Ungheria, dove il presidente Orban cerca di imporre alle donne di fare figli perché a fronte delle migrazioni lui antepone la nascita di neonati bianchi e ungheresi. Un presidente che ha tolto, come uno dei suoi primi atti, tutti gli studi di genere nelle università e dove la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne non è passata perché ledeva la famiglia tradizionale, e questo mentre campeggiava sui giornali lo scandalo di un deputato del suo partito che aveva massacrato la moglie fino a romperle tutte le ossa. Un congresso che ha invitato un paese come la Polonia, dove il governo dell’ultradestra Diritto e Giustizia cerca continuamente di cancellare del tutto la legge già restrittiva sull’aborto, e dove le attiviste vengono picchiate pubblicamente per strada senza che nessuno intervenga. Un Paese che fa perquisizioni nei centri antiviolenza, a cui toglie i finanziamenti affinché le donne rimangano a casa a prendere le botte. Che cos’è questo se non fascismo?

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Ma questo è solo l’inizio perché dietro la famiglia tradizionale si nasconde un attacco fortissimo a tutti i diritti: dopo il divorzio, l’aborto, i diritti civili, i migranti, le donne marchiate come bugiarde quando denunciano, l’attacco si allarga alla libera informazione che questo governo vuole silenziare per avere campo libero e instaurare una dittatura che schiacci il libero pensiero sull’esempio della Russia dove i giornalisti che non sono allineati non vengono esclusi o radiati ma uccisi. Ed è per questo che i giornalisti e le giornaliste di Articolo21 aderiscono a pieno a questa manifestazione di oggi. Qui in Italia il ministro degli interni Salvini ha strumentalizzato la morte atroce di due ragazze uccise, Pamela e Desirée, usando i loro corpi uccisi in nome di una politica securitaria per incitare all’odio, mentre il suo partito, dagli spalti del governo, cerca da mesi d’imporre una riforma della famiglia con il ddl Pillon che rende impossibile divorziare e che espone donne e bambini alla violenza domestica, e che avalla la pedofilia.

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Il vento sta cambiando perché le donne hanno cominciato a protestare, a scendere in piazza insieme agli uomini, e a guidare un movimento fortissimo che non arretra. Oggi essere qui significa ricordare al mondo che le donne rappresentano l’unica vera chiave del cambiamento per un futuro libero dal patriarcato e libero anche da gente che vuole limitare la libertà di cittadini e cittadine in nome di un nemico inesistente. Essere qui oggi significa essere contro il loro oscurantismo, contro ogni tipo di razzismo, contro la violenza sulle donne, contro ogni tipo di sopraffazione, discriminazione, diseguaglianza, intolleranza e disumanità verso il prossimo. E questo in nome di una libertà che non sarà facile portare via in nessun modo.

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