8 marzo: non regalate mimose

In India, dopo la morte della studentessa stuprata sul bus da 5 uomini, le donne si sono riversate nelle piazze

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



Su Wikipedia si legge che la festa della donna è nata «per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo». Ma l’8 marzo, che nel corso del tempo è diventata la giornata in cui si regalano mimose, quest’anno potrebbe riappropriarsi del suo significato originario grazie ai movimenti che si stanno sviluppando a livello planetario contro il femminicidio.

Il 14 febbraio è stata una tappa fondamentale in questo percorso perché milioni di donne e uomini nel mondo hanno danzato contro la violenza, rispondendo alla campagna «One Billion Rising» lanciata da Eve Ensler, autrice de I monologhi della vagina , che dal ’98 porta avanti il V-Day, ovvero il giorno della vagina. La scrittrice, che con questa iniziativa ha coinvolto 205 paesi, è arrivata a «One Billion Rising» dopo un lavoro di anni in cui è riuscita a pronunciare la parola «vagina» in 50 lingue e 140 Paesi diversi. In Bangladesh, dove tra il 2001 e il 2012 ci sono state 174’691 vittime di violenze (dote, attacchi con acidi, rapimenti, stupri, femmicidio e tratta), nel giorno di san Valentino 13’000 donne sono insorte in 64 distretti del Paese.

In India, dopo la morte della studentessa stuprata sul bus da 5 uomini mentre cercava di tornare a casa con il fidanzato, l’indignazione che si è riversata nelle piazze ha riportato l’attenzione del mondo su un fenomeno che in India ha contorni inquietanti e che solo grazie alle forti mobilitazioni è rimbalzata sui media internazionali.

«In India – dice Ensler – ho partecipato alle manifestazioni seguite alla morte della ragazza di Delhi stuprata dal branco, e tante donne che marciavano mi hanno confessato di sentirsi per la prima volta libere e unite».

In questo Paese un mese fa una bimba di 6 mesi è stata ricoverata per le lesioni procurate da un tentativo di stupro, anche se la madre della piccola, che voleva denunciare il fatto, si è vista in un primo tempo rifiutare l’esposto perché la polizia sosteneva che le lesioni potevano essere state provocate dai morsi di un topo.

La cultura discriminatoria verso le donne, che porta alla mancanza di una vera prevenzione della violenza, è stata alla base della Commissione Varma riunita dal governo indiano dopo lo stupro del 6 dicembre: ma anche se la commissione ha messo in luce alcuni punti fondamentali come la violenza domestica (che è la forma di violenza più estesa anche in India), gli stupri delle forze militari nelle zone in conflitto, la complicità delle forze dell’ordine nelle violenze, il primo ministro Manmohan Singh, più che applicare norme specifiche di contrasto, ha preferito una legge che punisse fino all’ergastolo gli autori di femminicidio (in caso di morte o coma della vittima, e in presenza di una seconda condanna per stupro o violenza sessuale aggravata).

L’Europa nel 2011 a Istanbul ha prodotto la «Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica», in cui uno dei focus è appunto la violenza nei rapporti intimi che anche nei Paesi europei è la forma più estesa di violenza e che coinvolge migliaia di minori che vi assistono, o sono coinvolti, con conseguenze devastanti sul loro sviluppo. Il 70% dei femminicidi in Europa sono legati a violenze per mano di partner o ex già denunciati o segnalati ai servizi ma non adeguatamente allontanati, una sottovalutazione del rischio che produce morti che le istituzioni potrebbero evitare.

A Vienna il 26 novembre (Acuns – Academic Council on the United Nations System), si è svolto il «Simposio sul Femmicidio» in cui si è dichiarato che l’uccisione della donna «in quanto donna» è un crimine in cui sia dimostrabile la connessione con il genere della vittima. Durante questo incontro esperte e studiose si sono confrontate con tutte le forme di femmicidio-femminicidio, partendo anche dal rapporto tematico presentato a giugno alla 20.ma sessione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra e redatto dalla special rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo. Tappe di preludio ai lavori della 57.ma sessione del Csw (Commission on the Status of Women) dell’Onu presieduta da Michelle Bachelet, che si svolge dal 4 al 15 marzo a New York e che quest’anno ha come tema «L’eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze», con focus specifici sul problema.

Secondo Bianca Pomeranzi, membro del Comitato per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne dell’ONU (Cedaw), la vera intenzione è portare le Nazioni Unite alla stesura di una convenzione internazionale contro la violenza sulle donne: «L’India e la parte asiatica insisteranno per avere questa convenzione anche se, a fronte di un grande interesse, il clima politico globale comprende la pressione di gruppi meno inclini alla laicità: Stati arabi, cattolici e protestanti, che introducono elementi di difficoltà nella discussione all’Onu». Per Pomeranzi alcuni Paesi con forte impronta religiosa tendono a mantenere un assetto patriarcale che è diventato un problema all’interno dell’ONU, considerato che non ha più la spinta dei movimenti delle donne come poteva accadere anni fa. «Discutere di femminicidio e discriminazioni fisiche delle donne – conclude – non sarà facile». Un ostacolo cui si opporranno però le donne che in tutto il mondo vogliono un’azione forte e decisa dell’ONU contro femminicidio e discriminazione.

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