Diritti Umani

Una generazione perduta (2013)

azione 13 maggio

Azione 13/mag/2013 –

Luisa Betti

Minori nel conflitto siriano Dall’inizio della guerra si stima che siano morti almeno 8000 bambini; per i sopravvissuti il dramma è quello di dover convivere con pesantissimi traumi psichici

«Non abbiamo conferme ufficiali a oggi sul numero dei bambini morti in Siria dall’inizio del conflitto, ma non c’è dubbio che se quelle appena fornite dell’Osservatorio nazionale siriano per i diritti umani corrispondono a verità, ossia 8000 bimbi morti negli ultimi 700 giorni, siamo di fronte a un dato aberrante e storico nella sua crudeltà, che non vorremmo mai aver sentito e che dovrebbe scioccare il mondo intero».

A parlare è Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef, che aggiunge come in Siria ci siano «6 milioni di persone colpite dal conflitto di cui 3 milioni sono bimbi a cui è stato tolto tutto», e se a questi aggiungiamo 1,3 milioni di rifugiati presenti nei Paesi limitrofi, di cui la metà bambini, viene da chiedersi come sia stato possibile tutto questo in così breve tempo.

Nel rapporto Bambini sotto tiro , diffuso da Save the Children, i bambini siriani soffrono di malnutrizione, malattie, e molte bambine sono obbligate a matrimoni precoci. Ma oltre ai pericoli fisici della guerra, un grosso fattore di rischio è costituito dai traumi psichici che determineranno, per chi sopravvive, una vita da adulti completamente devastata. Costretti ad abbandonare la casa, se sono soli i minori affrontano maggiori difficoltà di un adulto nel trovare cibo e cure se malati o feriti, e sono obbligati a trovare rifugio in parchi, fienili o grotte, e se riescono a trovare la strada per la salvezza arrivano completamente frastornati e senza punti di riferimento. «Nei campi profughi arrivano bambini e adolescenti in pantaloncini e ciabatte, e senza niente altro, in uno stato confusionale difficile da recuperare per i traumi subiti nel conflitto da cui sono scampati», conferma Iacomini.

Tra le testimonianze raccolte tra i minori rifugiati in Turchia, 1 bambino su 3 è stato aggredito, percosso o raggiunto dagli spari prima di fuggire, quasi un terzo dei minori è solo perché separato dalla famiglia, e 3 bambini su 4 hanno sperimentato direttamente la morte di un familiare o di un amico stretto. Un trauma che non cancelleranno mai più. «Avevo tanta paura e sapevo che non potevo muovermi da quell’unica stanza – racconta Yasmine, 12 anni – perché la casa era sotto tiro delle armi da fuoco. Così siamo stati in 13, stipati in una sola camera, per due settimane e quando mio padre è uscito, è stato ucciso sulla soglia davanti ai miei occhi».

Quando i conflitti si protraggono nel tempo in un clima di tensione e stress costante, nei bambini viene minato quel senso di sicurezza fondamentale per una crescita equilibrata: non capendo cosa sta succedendo si sentono impotenti, e a volte possono pensare di essere responsabili del disagio sofferto dalla famiglia e possono sviluppare anche il desiderio di vendetta.

Per l’Unicef tra i sintomi fisici dei bambini sottoposti allo stress continuo di un conflitto, ci sono disturbi del sonno, digrigno dei denti, pianto ininterrotto, dolori corporei, alterazioni dell’appetito, anoressia, stordimento e stati confusionali; mentre tra i sintomi emotivi ci sono nervosismo eccessivo, rabbia, difficoltà di concentrazione, affaticamento mentale, insicurezza e senso di colpa, a cui si aggiungono le dimensioni della paura, come la paura della morte, della solitudine, del pregiudizio, di suoni forti. Marta Triggiano di «Un ponte per…», che lavora con i profughi siriani in Giordania, spiega che «lo stress psicosociale e i problemi legati al post trauma sono forti perché questi piccoli non si sentono mai protetti e per loro è difficile trovare tranquillità. Quello che producono nei disegni sono carri armati, bombardamenti, bandiere insanguinate, e sono gli stessi temi che ho visto in ambito palestinese». Una testimonianza che conferma come gli effetti della guerra, in un territorio come il Medio Oriente dove l’esposizione alla violenza dei conflitti è costante, possa essere pericolosa per tutti i bambini: dai piccoli iracheni ieri, ai piccoli siriani oggi, fino ai piccoli palestinesi, da molto tempo.

Infine l’elevato numero di bambini tra le vittime in Siria sottolinea la natura indiscriminata degli attacchi. Riccardo Noury di Amnesty International dice che «in generale ci sono conseguenze di lungo periodo ovunque ci sia una guerra, traumi che i bambini si porteranno con sé tutta la vita, ma in Siria c’è anche la tortura dei minori che andando avanti nel conflitto è usata come arma di terrore contro i civili».

Save the Children denuncia come i bambini siriani siano arruolati dai gruppi presenti nel Paese e siano utilizzati dalle milizie armate come portatori, staffette o scudi umani sulla linea del fronte, mentre molte bambine e ragazzine sono costrette al matrimonio precoce per la diffusa minaccia di stupro. Um Ali ha 2 figlie e racconta: «Mia figlia ha 16 anni e amava andare a scuola, è molto carina e ancora innocente. Sappiamo che gli uomini minacciano le donne, non potendo proteggerla da sola ho dovuto fare in modo che si sposasse. Non potevamo rinunciare ad avere qualcuno che la proteggesse».

Per Iacomini «siamo di fronte a una guerra ai bambini e ci sono evidenze, notizie confermate, fatti, che parlano di minori violentati brutalmente sia durante la perquisizione delle forze armate nelle case, sia quando queste piccole vittime vengono fatte prigioniere, vengono catturate. Talvolta per sfuggire a una situazione sempre più logorante, si vedono famiglie spezzarsi e fare l’atto più doloroso che un genitore possa fare, ossia dare via i propri figli». Sono quelli che i siriani chiamano la «generazione perduta».

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