Elezioni e presidenze, una donna sì ma femminista e non di destra: dal Parlamento europeo al Quirinale

L'elezione alla presidenza Ue di Roberta Metsola, antiabortista favorevole alla Pas, dimostra quanto sia urgente una scelta che non sia semplicemente di genere ma politicamente schierata a favore delle donne e dei loro diritti

Eleonora Forenza
Eleonora Forenza
Politica e attivista italiana, deputata al Parlamento europeo dal 2014 al 2019, è nel gruppo GUE/NGL, fa parte del direttivo dell'International Gramsci Society. Nella sua attività di ricerca si è occupata prevalentemente di studi gramsciani, teorie femministe e storia delle donne.



Non mi unisco a quel coro che dà il benvenuto all’elezione di “Una Donna” alla Presidenza del Parlamento europeo. Anzi, considero l’elezione della quarantatreenne maltese Roberta Metsola una catastrofe politica. Per molteplici ragioni che provo qui a condividere sinteticamente.

La “maggioranza Ursula”

Ursula Von Der Leyen

In primo luogo, l’ampia maggioranza che ha eletto Metsola (458 voti) corrisponde de facto a un ulteriore allargamento a destra della cosiddetta “maggioranza Ursula”, ossia dell’accordo tra Popolari, Socialisti e Liberali nella definizione dei “top jobs” (le cariche apicali) della architettura istituzionale della Ue. L’accordo aveva portato, nel 2019 (a inizio legislatura), tra l’altro all’elezione della attuale Presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen, all’elezione alla Presidenza del Parlamento europeo David Sassol (la cui morte tragica e prematura mi ha profondamente e personalmente colpita).

Giorgia Meloni

La “Grossa coalizione” nell’edizione 2019, dunque, aveva tenuto fuori i partiti della destra più conservatrice. L’edizione 2022 (derivante dalla violazione e revisione dell’accordo precedente fra i tre principali gruppi politici, PPE, S&D e Renew Europe) porta ora, invece, all’elezione della Presidente del Parlamento europeo con il voto favorevole di Ecr (il gruppo dei conservatori e del partito europeo guidato da Giorgia Meloni) e perfino di alcuni deputati leghisti.

Insomma, la “maggioranza Metsola” ricalca più la maggioranza Draghi che la “maggioranza Ursula”

Sira Rego

E infatti ne sono fuori i Verdi e The Left, che aveva candidato la spagnola Sira Rego. Molti giornali parlano di una vittoria dei sovranisti. A mio parere, si mostra ancora una volta, da un lato, la compatibilità dello schema Grossa Coalizione/maggioranza Ursula con opzioni politiche esplicitamente più a destra; dall’altro lato, si disvela la fragilità, quando non l’ipocrisia, della narrazione e della autorappresentazione della Ue come paladina dei diritti umani.

Roberta Metsola: antiabortista a favore dell’alienazione parentale

A proposito di diritti umani, nella scora legislatura al Parlamento europeo, il mio ultimo intervento in Plenaria fu una dichiarazione di voto contrario alla risoluzione sulla Guardia di frontiera e costiera europea di cui proprio Roberta Metsola era relatrice.

Durante tutto il corso della legislatura, Metsola ha più volte espresso la sua posizione apertamente antiabortista

Roberta Metsola

Una donna dichiaratamente contraria all’autodeterminazione in materia di salute sessuale e riproduttiva. Anche nell’attuale legislatura, Metsola ha votato contro la Risoluzione sulla salute sessuale e riproduttiva; contro la risoluzione sul riconoscimento della violenza di genere a livello comunitario; contro il riconoscimento di diritti economici alle vittime di violenza di genere; a favore dell’alienazione parentale. L’elezione di Metsola indebolirà ulteriormente la capacità dell’Ue di contrastare la violenza contro le donne, di attuare la Convenzione di Istanbul, di sostenere la lotta delle donne polacche. E apre una ulteriore, enorme contraddizione nelle forze socialiste europee che hanno votato per l’elezione di Roberta Metsola: tra queste, il Pd, che ha appena rivendicato l’elezione di una femminista come Cecilia D’Elia alla Camera nel Collegio Roma 1, ma non ha ritenuto di dover porre una red line di fronte a posizioni come quelle di Metsola.

La destra promuove donne ma di destra: compreso al Quirinale

Christine La Garde

Ma si apre anche, nuovamente, una contraddizione nel “femminismo liberale”. Angela Merkel, Ursula Von der Leyn, Christine La Garde, Roberta Metsola: donne che rappresentano, nelle pur nelle differenze tra loro, la destra neoliberista in Europa. Come già alle radici del quarantennio neoliberista avvenne con Margareth Thatcher.  E come avviene anche in Italia con Giorgia Meloni: “Sono una donna, sono una madre, sono cristiana”. Interpreti e simboli, pur nelle differenze, della “conciliazione” tra familismo e competizione neoliberista. Basterebbe questo elenco a farci stare lontane dagli appelli per “Una Donna” al Quirinale.

Eleggere una donna ed eleggere una femminista sono cose profondamente diverse. non escluderei che sia proprio una donna la proposta di destra per il colle

Il femminismo liberale, quello “per le pari opportunità di dominio” (come giustamente lo definiscono le autrici del Manifesto per un femminismo del 99%) proprio mentre rivendica le pari opportunità nella competizione per le posizioni apicali, finisce per legittimare e confermare l’assetto politico-economico esistente e neutralizzare la possibilità di rottura e differenza politica che un posizionamento femminista può rappresentare nello spazio pubblico e istituzionale.

Dove sono le donne della sinistra?

Paolo Maddalena

In questo quadro, la sinistra politica italiana appare ancora intrisa e soffocata da una cultura patriarcale e “marxilista” che la rende impermeabile alla comprensione di ciò che cinquant’anni di femminismo dovrebbero aver reso chiaro: la libertà delle donne, l’autodeterminazione e il diritto di scelta sul proprio corpo non sono questioni etico-civili, ma pienamente politiche. E quindi no, non si può apprezzare la proposta per il Quirinale di un maschio ultraottantenne antiabortista e difensore della famiglia “tradizionale” come Paolo Maddalena, che alcune e alcuni parlamentari sostengono.

Oggi più che mai lo spazio politico-mediatico è completamente partecipe di una cesura tra Palazzi e società. Uno spazio disincarnato, in cui può vivere l’astrazione di “Una Donna’

Rosi Braidotti

Uno spazio che alimenta e si fa occupare dalla surreale ipotesi di uno dei più grotteschi interpreti dello scambio tra sesso e potere (per non citare tutto il cursus honorum) come inquilino del Quirinale. Uno spazio che dà voce anche a una femminista, ma solo quando come Rosi Braidotti, interviene per unirsi al coro che vuole al Colle il pilota automatico in persona, Mario Draghi.

Mario Draghi

Forse per ritrovare una bussola, occorre ricostruire uno spazio pubblico in cui possiamo esporci restando tutte intere, senza diventare ologrammi di un teatro dell’assurdo. Non so se “Una Donna” prenderà il Palazzo (che non è nemmeno quello di inverno). So che mi preoccupa di più come vivono i nostri corpi nelle “casematte” in questo tempo che ci ha evidentemente distanziate dalla politica come gioia e possibilità di trasformazione collettiva.

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