Anne e le altre: come il cinema delle donne racconta l’aborto

"La scelta di Anne – L’Événement" di Audrey Diwan, Leone d'oro all'ultimo festival di Venezia, vince il premio dell’Académie des Lumières come miglior film e miglior attrice protagonista per l'interpretazione di Anamaria Vartolomei

Eleonora Degrassi
Eleonora Degrassi
Critica cinematografica e televisiva, esperta di genere nell’immaginario visuale



Incetta di premi per “La scelta di Anne – L’Événement” di Audrey Diwan che oltre ad aver ricevuto il Leone d’oro allo scorso Festival di Venezia,è stato premiato pochi giorni fa da l’Académie des Lumières, composta dai membri della stampa estera con sede in Francia, come miglior film, mentre l’attrice che lo interpreta, Anamaria Vartolomei, è stata premiata come la miglior attrice di quest’anno.

Il film

Audrey Diwan

Francia, 1963. D’aborto si muore o si finisce in prigione. Rischia questo Anne (Anamaria Vartolomei) che vive un calvario senza fine, un viaggio impossibile e insostenibile per interrompere la sua gravidanza. Un film che la regista Audrey Diwan ha adattato dal romanzo autobiografico “L’evento” di Annie Ernaux, che porta sulla carta la sua storia personale.

Una testimonianza cruda su cosa significa per una studentessa nubile cercare di porre fine, in un passato recente, una gestazione indesiderata

Anamaria Vartolomei

Emergono contesto sociale, aborto clandestino, il profondo sentire delle donne vittime di una società patriarcale, del moralismo medico e del disinteresse maschile. Ma “La scelta di Anne” è quanto mai attuale perché ancora oggi non si è smesso di lottare per l’autodeterminazione femminile, l’aborto in tutto il mondo: in Texas come in Polonia, o in Spagna come in Italia dove l’aborto, anche se legale, è pressoché inattuabile per l’elevatissimo numero di medici obiettori di coscienza che si rifiutano di operare una interruzione di gravidanza provocando conseguenze devastanti.

L’aborto

L’opera di Diwan arriva urgente e potente come non mai, pur non trattandosi di un film a tesi o militante, la parola “aborto” non è mai pronunciata, come se non avesse “un posto nel linguaggio”. Ed è arrivato quattordici anni dopo il film “4 mesi 3 settimane e 2 giorni” di Cristian Mungiu, Palma d’oro a Cannes, che racconta con tragico e oscuro nitore la storia dell’aborto clandestino di Gabita nella Romania di Ceausescu del 1987.

Anche qui abortire è un reato perseguibile con il carcere in uno Stato vicino all’Inferno, dove è impossibile crescere e stare al passo con il resto del mondo, e dove tra il 1966 e il 1989 le donne morte a causa di una interruzione di gravidanza clandestina sono novemila

L’atto si compie, in una stanza d’albergo, e avviene di fronte ai nostri occhi: il dolore fisico è leggibile sul volto di Gabita, quello esistenziale negli occhi di Otilia, l’amica che l’aiuta a organizzare l’evento, Mungiu rende quasi insopportabile l’atto in sé, seguendolo con piani sequenza ed ellissi che oscurano ciò che è troppo doloroso mostrare. Cosa che invece Diwan non fa perché nel suo film lei mostra tutto, ogni cosa, anche l’insopportabile, ogni accenno dello strazio del corpo di Anne, le smorfie di lei che sente dentro di sé i ferri “lavorare” e lacerare le carni. Entrambi i film non danno mai un giudizio morale, ma mentre Mungiu inevitabilmente scrive un dramma politico in quanto tale, Diwan compie un percorso interiore, immersivo, la sua è una scelta radicale e coraggiosa: la macchina da presa entra quasi “perforando” anima e corpo della protagonista.

La storia di Anne

In fondo in “La scelta di Anne” la regista porta sullo schermo una ventitreenne come tante, che ha un gruppo di amiche, studia Lettere, ha tanti sogni e speranze. Un giorno incontra un uomo, ha un rapporto con lui, poco dopo scopre di avere un ritardo nel ciclo, le settimane passano e quella parola: “Niente”, che scrive sull’agenda, diventa una certezza.

Nel momento in cui un medico le dice che è incinta ha un solo pensiero: non vuole tenere questo bambino

Lo vorrà, ma non ora, non lo potrebbe mai amare, sarebbe la fine di tutto per lei, non desidera seguire le orme della sua famiglia, ambisce a qualcosa di più. Pretende di fare una scelta, disporre di sé, del suo corpo, della sua libertà, non accetta che gli altri, la società – che condanna il desiderio delle donne – scelgano per lei. L’intento di Diwan è quello di mettere chi guarda alla prova, fisicamente e psicologicamente, di mostrare anche i momenti più crudi e drammatici, quando Anne si sente sola, quando prova lei stessa a procurarsi l’aborto, quando a mezzogiorno di un lunedì bussa alla porta di una sconosciuta, l’unica che può salvarla.

Si è immersi nell’evento, realizzato in 4:3, un’inquadratura quasi quadrata che costringe a guardare solo la protagonista, a vedere ciò che vede lei, a partecipare a ciò che subisce Anne in quel corpo che affronta un’odissea, una lotta contro il tempo, contro la società, contro la legge. Il punto focale è la scelta, tanto da diventare parte del titolo nella traduzione italiana: “La scelta di Anne” che viene prima di “L’événement” (l’evento), come se la giovane protagonista volesse, dovesse prendere il centro, si tratta di lei, non di un pezzo di carne senza identità.

Le sensazioni di chi lo vive

È l’altra faccia di “Il segreto di Vera Drake” (Mike Leigh, 2004), dove non si racconta la storia di una mammana ma della paziente. Non c’è il lavoro sotto mentite spoglie di una professionista della clandestinità che aiuta “le donne in difficoltà, quando non ce la fanno” perché non hanno nessuno, ci sono invece le lacrime, il sangue, la tensione sul volto di chi è vittima di un sistema, di chi colta dalla disperazione è disposta a fare qualsiasi cosa. Sia che si tratti di Vera Drake o di Anne, sia che si tratti degli anni ‘50 o della Francia anni ‘60, c’è un elemento in comune:

l’aborto non riguarda il corpo della donna bensì la morale, ma anne smonta questo principio

Si tratta proprio del racconto di un corpo che desidera, sogna, si trasforma, seguito e inseguito dalla regista che insiste con il suo sguardo su di lui avvicinandosi sempre di più. Allo specchio Anne inizia a vedere il corpo che cambia, percepisce l’embrione come una sorta di alieno che la sta mangiando da dentro, prendendole la vita, una “cosa” che resiste e lotta tanto quanto lei. Proprio per tali motivi, questo è anche un film dell’orrore, umanissimo e spietato perché per lei quello che le sta dentro è un corpo estraneo che fa di tutto per espellere.

È un horror anche perché ogni volta in cui lei dice a qualcuno, uomo o donna che sia, che vuole abortire, subisce umiliazioni, sguardi moralistici, anatemi. E lo è perché mentre tutti attorno a lei vivono le loro esistenze seguendo la scansione normale dei giorni, per Anne invece tutto è diverso, la sua è una corsa contro il tempo che viene cadenzato dalle settimane di gestazione che inesorabili compaiono sullo schermo.

Muri invalicabili

È sempre più disperata, viene crudelmente presa in giro dal primo medico che lei interpella, chiede aiuto ma non lo riceve, sussurra tra le lacrime alle amiche il suo stato e loro le voltano le spalle. Si trova di fronte a muri che sembrano invalicabili, eppure continua in quanto anomalia, diversa da tutti, contraria alla norma omologante. “La scelta di Anne” si fa thriller psicologico, lo si sente nell’atmosfera tesa, nella macchina da presa che è alle spalle della protagonista, nell’oscurità che ingloba Anne mentre la “meta” si fa più vicina, lo si percepisce perché lei sta commettendo un reato tanto più urgente quanto più la scadenza incombe.

In lei non c’è mai un minimo dubbio, non c’è vergogna, non c’è altra possibilità, viene meno lo stilema classico della donna che soffre le pene dell’inferno nel prendere la decisione se abortire o no

È lucida, sicura, ferma. Su un tavolo, sul letto di una mammana, con il ferro da calza, rischia la vita pur di non averla rovinata, compie un gesto rivoluzionario. Un gesto altrettanto rivoluzionario è quello di Autumn, protagonista del film “Mai raramente a volte sempre” (2020) di Eliza Hittman. Qui Autumn ha la stessa caparbietà di Anne nel decidere di abortire. È una ragazza di oggi, ma è minorenne, si sente altrettanto sola e giudicata, ingabbiata in un mondo che non le dà l’aiuto che merita, cerca invece di farla desistere. Autumn parte per New York, la città più vicina dove liberarsi di un fardello senza affrontare una burocrazia che non è dalla parte delle donne. Anche il suo viaggio è fatto di silenzi, dettagli dolorosi, violenze, anche per lei si tratta di un’odissea sopportata con tenacia e coraggio.

In entrambi i casi colpiscono la profondità delle storie e la rappresentazione delle protagoniste: Hittman ha la stessa età di Diwan, sono entrambe donne, scrivono un’opera asciutta e essenziale, nonostante le differenze anche di impostazione, la prima resta a distanza, si ferma un po’ più lontano, lo strazio è più contenuto. Diwan scrive un’opera straordinaria, claustrofobica e intensa, luminosa e oscura, una cronaca scarna e concisa, asciutta e concentrata, lavora assieme alla sua Vartolomei che modula ogni gesto, espressione, passo.

Il punto è penetrare ciò che pensa, desidera, ciò per cui lotta nel suo utero che qui da portatore di vita si fa portatore di morte

Il sangue, questo vuole vedere Anne, a certificazione dell’evento avvenuto. Con ostinazione, drammatica e poderosa, costruisce la sua identità di amazzone moderna che ha compiuto un “tragitto intellettuale” rifiutando quella malattia, come lei stessa dice, che colpisce solo le donne e le trasforma in casalinghe, e così può ricominciare a pensare al futuro. Anne per compiere legalmente l’aborto avrebbe dovuto rimanere incinta undici anni dopo, il 17 gennaio 1975, durante il primo anno della presidenza Giscard, quando venne approvata la legge Veil che legalizza l’interruzione di gravidanza entro le prime dieci settimane dal concepimento.

In Italia avrebbe dovuto aspettare fino al 22 maggio 1978 (la legge 194 che consente alla donna di poter ricorrere alla IVG in una struttura pubblica). Ma questa è tutta un’altra storia. “La scelta di Anne” è un film straordinariamente coraggioso che sta dalla parte di tutte quelle donne che hanno percorso la stessa via crucis, non smettendo mai di lottare, in nome della libertà per poter pensare al loro futuro.

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