Perché le donne vengono ancora determinate dal desiderio maschile

L’auto-oggettivazione è il processo con cui il femminile ha imparato a pensare a sé come oggetto dello sguardo altrui

Graziella Priulla
Graziella Priulla
Sociologa e saggista, già Docente di Sociologia dei processi culturali all’Università di Catania. Ha pubblicato, tra gli altri, "Violate. Sessismo e cultura dello stupro" (Villaggio maori) e "Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo" (Settenove).



L’origine del “pomo della discordia” si perde nella notte dei tempi, in uno di quegli immortali miti greci che hanno fondato un immaginario arrivato fino a noi e che a loro volta si fondavano sugli assunti culturali e sull’assetto sociale del patriarcato. Narra il mito, come Omero riporta, che tre dee – Era, Atena e Afrodite – litigavano furiosamente su chi tra loro fosse la più bella. A dirimere la contesa venne chiamato Paride, figlio del re Priamo: tra la materna, la sapiente e la seduttiva egli scelse la terza.

A lei donò la mela d’oro (il pomo della discordia appunto) che consacrava la vittoria: un giudizio che ebbe conseguenze funeste, poiché ne derivò la guerra di Troia. Mettiamo in fila alcune considerazioni. Il tema: che cosa si chiede a una donna? Per occupare uno spazio contrassegnato come “femminile” la bellezza è il dazio da pagare. Millenni dopo l’avrebbe annotato Simone de Beauvoir.

La causa? Si sa, le donne non sono solidali tra loro, ciascuna vede nell’altra una rivale: perfino sull’Olimpo. Le conseguenze? Si sa, le donne portano guai

La pagana Pandora e l’ebraica Eva sono lì a testimoniarlo. La scelta del giudice? Un fragile mortale è chiamato a giudicare addirittura delle dee immortali. Questo enorme esercizio di potere gli viene conferito grazie a una sola caratteristica: è un uomo.

Carla Lonzi

“Da sempre il vero successo di sé la donna lo pone nel riconoscimento maschile” (Carla Lonzi, “Taci anzi parla”). Se n’era accorto anche un maschio, Pierre Bourdieu, che ne “Il dominio maschile” scriveva: “Le donne esistono innanzitutto per e attraverso lo sguardo degli altri, cioè in quanto oggetti attraenti, accoglienti, disponibili: e la pretesa femminilità non è spesso altro che una forma di compiacenza nei confronti delle attese maschili, reali o supposte”.

Mary Wollstonecraft

Non era un’osservazione nuova. Già nel 1792 Mary Wollstonecraft (“Vindication of the rights of women”) aveva affermato che la causa della debolezza femminile deve essere individuata in un’educazione che procede inducendo le donne ad assomigliare all’immagine che gli uomini hanno di loro. Un dominio per durare deve infatti essere interiorizzato dai/dalle dominati/e. Il potere si inscrive durevolmente nei corpi. L’auto-oggettivazione è il processo chiave mediante il quale donne e ragazze hanno imparato a pensare a se stesse come a oggetti dello sguardo e del desiderio altrui, quasi compiacendosi dello svalutarsi al ruolo di comparse in un copione in cui altri sono eroi (“un passo indietro”).

Pierre Bourdieu

Quanto tempo, quanto dolore prima che ce ne accorgessimo, annichilite com’eravamo dai meccanismi inventati per evitarlo. Impedirci di studiare e perfino di leggere, relegarci negli spazi angusti delle case, costruire leggi e religioni discriminatorie in nome di Dio, darci precetti morali e punizioni più stringenti, nei casi estremi bruciarci sul rogo, e intanto i maschi si esaltavano della propria forza fisica esorcizzando il potere misterioso, potenzialmente destabilizzante, di chi è in grado di riprodurre la vita.

Marginale, inferiore, discriminata, esclusa, assente, invisibile è stata per millenni la metà dell’umanità

Così ce l’hanno restituita la storia, le tradizioni, i costumi; così si esprimono ancora linguaggi nati in epoche lontane, che i figli e le figlie del nuovo millennio assorbono per osmosi. La polarizzazione sessuale è uno degli impegni sociali più intensi e più persistenti. La violenza non è solo fisica. C’è una violenza simbolica, insidiosa perché invisibile,  nell’interiorizzazione di un’immagine di sé dettata da uno sguardo esterno che ispeziona, valuta, giudica. Riappropriarsi dello sguardo e costruire di conseguenza un’autodeterminazione femminile significa rimettere in discussione la posizione degli esseri umani nel mondo, ossia scompaginare un assetto millenario. Ogni essere umano sa che esistono i generi ma sono state le donne a individuarne la parzialità come mappa attraverso cui leggere la realtà.

Non l’hanno definita come lo specchio delle differenze tra i due sessi, bensì come il sapere che stabilisce quali significati siano da attribuire a tali differenze. Per farlo si sono dovute guardare dentro, capire quanto l’educazione, i pensieri indotti, le ingiunzioni silenziose avessero inciso sulle loro identità. Non si tratta solo di colmare un’assenza ma di riesaminare criticamente premesse e parametri di un’intera cultura che trasforma le differenze in disuguaglianze. Che questo faccia una gran paura, ormai lo sappiamo. Nel nostro mondo ce lo dimostrano non soltanto le grandi manifestazioni (criticarle per fortuna in Occidente non è più politically correct) ma cose apparentemente più piccole per cui però la reazione è rabbiosa, a dimostrazione di quanto contino. Dentro la quotidianità allignano i pregiudizi, gli stereotipi, i luoghi comuni, gli schemi cognitivi, i condizionamenti che frenano il cambiamento.

Un unico universo simbolico ha colonizzato le vite di tutti razionalizzando, giustificando e dando per naturale e indiscutibile, un evidente squilibrio di potere

Lavorare sulla lingua – ciò che ci differenzia dagli altri animali – significa lavorare sulla struttura del pensiero. Il maschile grammaticale (un esempio che sembra minimo e non lo è) quando assume forma neutra nel presupposto di essere universale presenta l’uomo come la norma: contro la statistica, contro la logica, contro la realtà. Non vedere quanto sia assurdo dire normalmente “maestra” ma rifiutarsi di dire “ministra” significa affermare (senza avere il coraggio di ammetterlo) che a una donna si addice un lavoro di cura, non una posizione di potere. Gli uomini ancora parlano sentendosi protetti dai ruoli che storicamente hanno assunto nella dimensione sociale, dietro saperi che pretendono neutri: la politica, il diritto, l’economia, le lettere, le arti, la storia, la scienza stessa.

Come hanno notato gli autori dei men’s studies, delle donne si parla “in quanto donne” (questione femminile), mentre degli uomini “in quanto uomini” non si parla mai

Mentre i programmi scolastici continuano a rinnovare questa pretesa, la realtà di chi fa scuola si confronta quotidianamente con le domande sulle trasformazioni dei ruoli di genere e con la necessità di impostare organicamente il tema delle relazioni tra donne e uomini nel tempo e nello spazio, finora invisibile. Interrogare l’apparente naturalezza delle strutture sfidandole dove esse si radicano e si nascondono non è solo un efficace contrasto alla discriminazione ma un potente addestramento al senso critico. È in questo spazio che si manifesta la capacità di un’azione individuale e collettiva per un cambiamento che non incida solo in superficie.

 

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