Caro Presidente Mattarella… lettera aperta sul femminicidio

Caro Presidente,

Le scrivo come si fa a un padre, un uomo saggio, capace di ascolto e con una grande responsabilità sulle spalle, e mi rivolgo a Lei, che ricopre la massima carica dello Stato, cosciente di quanto sia difficile questo compito in un Paese come l’Italia.

Le scrivo oggi per parlare di violenza maschile sulle donne, un fenomeno che coinvolge 7 milioni di donne in Italia, più di 1 miliardo di donne e ragazze nel mondo, e che è non un’emergenza ma un fenomeno strutturale in quanto affonda le sue radici in una cultura, in una mentalità, che pone la donna come subalterna all’uomo: donne che guadagnano meno a parità di mansione, costrette a lasciare il lavoro per badare ai bambini, donne che vengono uccise di botte se si azzardano a sottrarsi a un marito che le controlla, donne che vengono fischiate per strada, ragazze che non sono libere di vestirsi come vogliono per non rischiare di essere stuprate dagli amici, bambine che vengono indirizzate a studi e giochi “adatte” al fatto ineluttabile di essere nate femmine e per questo non trattate come i loro fratelli maschi.

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Una violenza, quella sulle donne, che si nasconde dietro atti banali, azioni fatte per routine, battutine in comitiva sulle quali dovremmo iniziare a non sorridere, perché la violenza è subdola, e non solo nella mente di un uomo che guarda una donna come una preda ma anche in quello di una donna che essendo nata in un contesto machista pensa che sia giusto così ed educa le sue figlie a fare altrettanto.

Della violenza sulle donne ne parla ormai moltissimo e le iniziative in tutta Italia per la Giornata internazionale del 25 novembre non sono ancora concluse: ma cosa manca in Italia per arrivare a voltare pagina? Perché non riusciamo a far emergere il sommerso e a contrastare un fenomeno ormai riconosciuto, sviscerato, chiaro e incontrovertibile a tutti? Senza andare troppo lontano in Spagna con la legge contro la violenza sulle donne del 2004 (Ley Orgánica 1/2004, 28 dicembre, de Medidas de Protección Integral contra la Violencia de Género), sono riusciti ad abbattere il fenomeno per più del 70% e lo scorso anno hanno stanziato un miliardo per il suo contrasto, dopo aver ratificato la Convenzione di Istanbul nel 2014 e continuando a fare formazione per i magistrati che devono proteggere queste donne senza giudicarle come si fa con gli imputati.

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Una cosa imbarazzante per la vicina Italia che pur avendo ottime leggi, e pur avendo ratificato la Convenzione di Istanbul nel 2013, rimane ancorata a una mentalità per cui quelle leggi non sempre vengono applicate. Qui il 93% della violenza rimane sommersa perché le donne hanno paura di essere giudicate e non credute quando denunciano, e questo perché lo stereotipo mai morto è quello della femmina bugiarda, poco di buono, troppo ribelle che va punita perché in fondo se l’è andata a cercare.

Un Paese, il nostro, che due giorni fa nella Conferenza Stato-Regioni ha destinato 30 milioni al Piano nazionale antiviolenza, senza considerare che i centri antiviolenza chiudono perché ancora non arrivano i finanziamenti del 2018 per un blocco insanabile e inspiegabile tra lo stanziamento e l’erogazione di questi soldi che servono non per attività ricreative ma per salvare donne e bambini da violenza e possibile morte. “Ritardi stratosferici nei pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche”, come ha fatto notare la presidente di DiRe (Rete nazionale dei centri antiviolenza), Lella Palladino, verso centri che “affrontano indebitamenti non più sostenibili per continuare a garantire l’accoglienza”. Finanziamenti che sono comunque una goccia in un Oceano che dovrebbe non solo sostenere ma anche proteggere, prevenire, formare, creare un accesso sicuro alla giustizia, e attuare un cambiamento culturale profondo, dato che qua 1 italiano su 4 pensa ancora che uno stupro dipenda da come una donna sia vestita (dati Istat).

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Mancanze, incoerenza, incapacità. Perché?

E intanto, mentre noi celebravamo il 25 novembre con fiori e fanfare, una donna veniva uccisa a sassate, un’altra a bastonate e un’altra ancora con 20 coltellate dall’amante perché era incinta e lui non voleva farlo sapere alla moglie. Un assassino che il padre ha avuto l’ardire di difendere dicendo che il femminicidio è causato dalla parità di genere che “manda fuori di testa gli uomini”. Frasi inaccettabili in un Paese dove una donna subisce una forma di violenza ogni 15 minuti, dove l’80% di questa violenza avviene in ambito domestico (dati della Polizia di Stato) e in cui il 70% delle donne uccise aveva denunciato il proprio aguzzino: morti che si sarebbero potute evitare con uno Stato presente che davvero vuole contrastare il femminicidio.

Uno Stato che parla di violenza come un fenomeno da contrastare ma che poi, quando una donna denuncia un partner violento, la punisce portandole via i figli e accusandola di alienazione parentale, una teoria mai dimostrata scientificamente e invitata da un medico statunitense per scagionare i pedofili, ma accolta dai giudici nei tribunali ordinari e dei minori come se fosse “oro colato” grazie a Ctu (consulenze tecniche d’ufficio) fatte da psicologi e psichiatri che ormai hanno creato un business sulla pelle di questi bambini privati dell’affetto di una madre trattata come una criminale solo perché ha avuto l’ardire di denunciare un marito violento: una prassi che è una chiara violazione dei diritti umani e del fanciullo, e che attecchisce immancabilmente sul solito stereotipo che in fondo le donne sono delle bugiarde che ci marciano.giornata-contro-violenze-seulle-donne.jpgLa fiducia, ecco cosa manca Presidente, manca la fiducia ma non quella da parte delle donne verso le istituzioni, perché noi siamo abituate a resistere e a tenere duro, ma la fiducia delle istituzioni nei confronti delle donne, è quella che manca: quando chiedono aiuto, quando denunciano e devono dimostrare che non sono loro le responsabili, quando gridano per strada la loro rabbia e la voglia di riscatto, quando respingono una molestia sul lavoro e lo perdono, e anche quando propongono vie d’uscita per la violenza come le donne dei centri che devono fare i salti mortali perché le istituzioni non credono fino in fondo alla loro importante ed essenziale funzione. Donne che andrebbero premiate, portate in giro come un fiore all’occhiello e che invece devono elemosinare ascolto e denaro.

La prego Presidente, di perdonare questo messaggio ma so che anche a Lei sta a cuore tutto questo come a me e a tutte le donne, e ringraziandoLa per la Sua cortese attenzione, le chiedo umilmente di fare ciò che è in Suo potere per un contrasto reale alla violenza maschile sulle donne, partendo dall’accesso sicuro alla giustizia e alla salvaguardia reale di donne e dei minori che non si attua sottraendo un bambino alla madre ma proteggendo lei e suo figlio dalla violenza denunciata, e questo anche in considerazione che la Costituzione attribuisce al Lei, in quanto Presidente della Repubblica, la Presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).  Un atto che, in un quadro globale volto a un vero cambiamento di una mentalità che sostiene e coltiva una profonda ingiustizia sociale rivolta alle donne, sarebbe un grandissimo passo in avanti.

Cordiali saluti, Luisa Betti Dakli

 

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