#InQuantoDonna: linguaggio dei media

Quanto è importante la narrazione del femminicidio nell’informazione? Qui l’intervento sui media durante l’evento #InQuantoDonna organizzato dalla presidente della camera Laura Boldrini per il 25 novembre in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, pubblicato sulla 27esimaora del Corriere della sera online. L’incontro, che è stato trasmesso in diretta sulla Rai, si è svolto nell’aula di Montecitorio con 1.300 donne della società civile dove più di venti donne rappresentanti di associazioni e superstiti alla violenza, hanno preso parola. Qui il link del video integrale dell’evento a Montecitorio: INCONTRO – #InQuantoDonna – In Aula solo donne, in 1300 da tutta Italia, iniziativa della Presidente Boldrini e qui il link dell’incontro con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha incontrato le relatrici della giornata alla camera invitandole al Quirinale.

Il ruolo dei media nel contrasto alla violenza sulle donne

dalla 27esimaora.corriere.it

«Le donne devono essere ascoltate, e devono poter dimostrare la loro forza», è con queste parole che sabato 25 novembre nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ha esordito la presidente della camera, Laura Boldrini, davanti alle 1.300 donne della società civile invitate da lei nell’aula di Montecitorio per prendere parola nel cuore delle istituzioni. Donne da ogni parte d’Italia in un evento intitolato #InQuantoDonna, che ha avuto anche il pregio di far parlare chi alla violenza è sopravvissuta raccontando in maniera toccante la propria esperienza allargandola però all’esperienza di tutte e facendo di quella violenza che loro hanno toccato con mano, l’inizio di un percorso politico di cambiamento della società intera. Un messaggio a cui ha fatto eco il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha ricevuto la delegazione delle relatrici al Quirinale, ringraziando le donne per la serietà con cui hanno risposto a questa «chiamata per costruire una maggiore civiltà», ricordando che «non basta denunciare la violenza« ma che «bisogna rimuovere le cause e le condizioni che danno luogo a tutto questo: un lavoro culturale, educativo, per le istituzioni e per tutti settori della società compresa la scuola, il giornalismo, la comunicazione, le università, in cui ci dobbiamo sentire impegnati a rimuovere questa situazione e le sue radici». Un cambiamento culturale in cui i media hanno sicuramente un ruolo importante.

Vi proponiamo qui l’intervento integrale di Luisa Betti Dakli

Buongiorno a tutte, ringrazio la presidente Laura Boldrini e tutto il suo staff per aver organizzato questa iniziativa e per avermi invitata oggi per la Giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne: una giornata che fino a non molto tempo fa rimaneva completamente ignorata e che invece da diversi anni ormai è occasione di confronto anche fortunatamente dentro le istituzioni. E devo dire che sono particolarmente emozionata nel vedere l’aula di Montecitorio piena di donne e della loro forza, e sono commessa nell’ascoltare le storie delle donne sopravvissute alla violenza e di sentire quanta ferma volontà c’è adesso nel voler contrastare la violenza sulle donne, su tutte le donne.

Oggi qui parlerò del linguaggio con cui i media raccontano questa violenza, e come giornalista esperta di gender violence devo dire che ho visto questo linguaggio cambiare negli ultimi anni, anche se rimane ancora un enorme lavoro da svolgere. Solo nel 2006, quando uscivano i dati Istat elaborati da Linda Laura Sabbadini e in cui era evidente che la stragrande maggioranza della violenza fosse agita da uomini italiani nei rapporti intimi, i giornali descrivevano un’Italia che sembrava preda dell’immigrato venuto sul suolo italiano per aggredire e violentare le donne. Una manipolazione vera e propria che rispecchiava un’Italia inesistente e che descriveva gli immigrati come responsabili di una violenza che invece all’80% si consumava tra le mura domestiche di cui i giornali non davano notizia, perché forse neanche sapevano di cosa si parlasse. Un modo di manipolare la realtà del femminicidio (termine che indica tutte le violenze che una donna può subire nel corso della vita fino alla sua uccisione) che però ha subito un cambiamento negli ultimi 10 anni, grazie al lavoro fatto dalle donne e dalle colleghe, come quello della Rete nazionale delle giornaliste Giulia di cui faccio parte e che in questo momento, insieme alla Federazione Nazionale della Stampa, è a Venezia per presentare un manifesto che vuole essere un decalogo per una corretta narrazione della violenza.

Giornaliste che incontrandosi con i centri antiviolenza, magistrate, avvocate, psicologhe e tutte le operatrici che lavorano sulla violenza, hanno cercato di capire il fenomeno e quindi d’inaugurare un diverso modo di raccontare fatti che fino a quel momento erano raccontatati esclusivamente in maniera morbosa: come fossero film horror con particolari raccapriccianti inutili alla cronaca, e soprattutto come episodi a sé stanti e senza nessun collegamento tra loro.

Oggi le cose sono un po’ cambiate e grazie ai blog, alle rubriche e ai luoghi in cui le donne hanno avuto la possibilità di raccontare liberamente la realtà della violenza, qualcosa è cominciato a muoversi, ma ancora la strada è lunga. Ma perché i media sono importanti?

Perché chi legge i giornali, vede i tg e i programmi d’informazione sono milioni di utenti, e raccontare in maniera corretta questo fenomeno da parte dei media è una concreta forma di prevenzione e contrasto alla violenza, in quanto i media – insieme alla scuola – sono un punto di forza fondamentale per cambiare una cultura che vede ancora la donna su un piano di subalternità. Una cultura raccontata e sostenuta da chi informa che descrive una donna che vivrà sicuramente nella sua vita almeno una forma di violenza come un evento ineluttabile provocato per di più da lei stessa per la sua avvenenza, per la sua natura di provocatrice, per ribellione ai suoi doveri di moglie e di madre, perché ha esasperato il partner, perché lo voleva lasciare, e così via, insomma come se fosse lei la responsabile della violenza subita e non l’uomo che l’agisce. Fatti conditi con diverse attenuanti per l’offender e rendono questi reati idealmente meno gravi o addirittura giustificabili, rappresentati da titoli che chiamano in causa il “raptus”, il “momento di follia”, anche quando un femmicidio avviene dopo anni di violenza domestica, maltrattamenti, percosse, persecuzioni, e magari anche dopo diverse denunce che di fatto non hanno protetto la donna; racconti che non parlano dei retroscena della violenza ma che si fissano su particolari morbosi e tendono a minimizzare un reato che colpisce in Italia 7 milioni di donne.

Si descrive così delitto passionale che semplicemente non esiste nel nostro codice penale e che travisa completamente quello che invece è, ovvero una donna che viene uccisa in quanto donna perché ha voluto sottrarsi al controllo del partner, perché ha cercato di scappare dall’incubo di una violenza domestica che durava da anni, perché non voleva più essere perseguitata e quindi femminicidi che avvengono non per gelosia ma perché la donna non ha accettato l’esercizio del potere maschile e per questo è stata punita. Uomini che per la maggior parte hanno agito portando con sé armi – coltelli, pistole, accette – e che magari avevano sul loro conto già delle denunce per stalking, per aggressioni, per maltrattamenti e che non possono aver agito in preda a un momento di perdita di controllo.

La violenza sulle donne è un fenomeno che coinvolge più di un miliardo di donne nel mondo con 700 milioni di matrimoni forzati e 200 milioni di mutilazioni genitali femminili, e la forma più endemica di violenza è proprio la violenza domestica che colpisce donne di ogni età e estrazione sociale, e quindi anche donne scolarizzate, con un impiego di responsabilità e socialmente abbienti, un fenomeno complesso che non si può liquidare con un articoletto di nera ma che deve prevedere una formazione ad hoc per i giornalisti che la narrano che è fondamentale per dare un resoconto reale del fenomeno da parte di chi informa.

E questo, va detto, non solo perché chi informa deve essere informato, ma perché una narrazione scorretta della violenza provoca danni sulle stesse sopravvissute e chi è morta viene uccisa due volte. Un racconto della violenza, che ricalca stereotipi ancora vivi nella nostra società e che provocano una vittimizzazione secondaria, ovvero provocano una seconda sofferenza per la donna che ha subito violenza.

Ma che cosa è la vittimizzazione secondaria? È quando la donna non viene creduta, quando viene mandata a casa a fare pace col marito dopo essersi rivolta alle forze dell’ordine, è la non protezione, è il giudizio nei suoi confronti, è mettere sullo stesso piano la donna che si difende e l’uomo che aggredisce, è chiedere alla donna “perché non ha chiuso le gambe?” (come ha fatto un giudice canadese che è stato rimosso dal suo incarico), è far sentire la donna responsabile di quello che ha vissuto, farla sentire una stupida perché si è fatta picchiare, è non considerare grave la violenza psicologica che invece può portare al suicidio o all’annullamento di sé, è considerare una sopravvissuta una vittima senza speranza, una demente, o una donna che provoca gli uomini e che quindi quelle botte se le merita, o una ragazza troppo carina per non aspettarsi di non essere violentata prima poi.

In questi giorni abbiamo letto delle ragazze americane che hanno denunciato lo stupro a Firenze, che sono state interrogate per 12 ore e sottoposte a ben 250 domande poste dalla difesa dei carabinieri, ed è emerso che a una di loro sia stato chiesto se la sera del fatto portasse le mutande: una domanda che ci offende tutte, che offende tutte le donne e che ci riporta a “Processo per stupro” degli anni ’70.

Una rivittimizzazione grave che nei media si è caratterizzata nel modo in cui si è parlato di questi stupri come se fossero delle “bravate”, organizzando salotti tv per chiedere alle ragazze quanto avessero bevuto. Una rivittimizzazione che ha gli stessi effetti di una violenza perché fa sentire la donna responsabile di quello che le è accaduto ampliandone il dolore in quanto l’umiliazione viene proposta pubblicamente sotto gli occhi di milioni di spettatori, concorrendo così a sostenere la normalità di quella stessa violenza subita (una bravata) e l’impunità di chi la compie in quanto la colpa, in fin dei conti, è sempre di chi ha permesso che accadesse (però tu avevi bevuto), cioè la donna.

Scrivere «era un padre modello ma ha sterminato la famiglia» o «era un ragazzo d’oro ma l’ha bruciata viva», o descrivere la donna come un oggetto che viene decapitato, abbrustolito, buttato giù dal balcone come una cosa vecchia, è rivittimizzante.
Intervistare una sopravvissuta ledendo la sua intimità e scavando nel suo passato, è rivittimizzante, come anche intervistare un offender partecipando al suo sentire di uomo tradito, è rivittimizzante per la donna che ha subito una violenza da quell’uomo. Creare un circolo mediatico intorno alla violenza invitando personaggi completamente a digiuno, e non le esperte del fenomeno, dà un ritorno sbagliato e può essere rivittimizzante per chi quelle molestie le ha subite perché si sentirà al centro di una chiacchiera da bar in cui viene tranquillamente giudicata e magari offesa: come è successo nei confronti di Asia Argento che ha osato denunciare una violenza subita a 21 anni da un uomo di potere, al punto da doversi quasi giustificare e raccontare in maniera minuziosa il fatto anche pubblicamente. E questo malgrado un ricco codice deontologico in cui ci si richiama alla Tutela della dignità delle persone, alla Tutela del diritto alla non discriminazione, alla Tutela della sfera sessuale della persona, e malgrado l’Ordine dei giornalisti in Italia abbia assunto il decalogo della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) a proposito di violenza sulle donne dove, tra le altre cose, si invitano i giornalisti a «utilizzare un linguaggio esatto e libero da pregiudizi», a chiamare le donne non vittime ma «sopravvissute», a «permettere alla sopravvissuta di essere intervistata da una donna, in un luogo sicuro e riservato», «collocare la violenza nel proprio contesto», «raccontare la vicenda per intero» in quanto «a volte i media isolano incidenti specifici e si concentrano sul loro aspetto tragico», «non citare i nomi e non identificare i luoghi la cui indicazione potrebbe mettere a rischio la sicurezza e la serenità delle sopravvissute e dei loro testimoni», utilizzare «informazioni da esperti, da organizzazioni di donne o territoriali».

Noi sappiamo che la legge sulla violenza sessuale è passata da reato contro la morale a reato contro la persona solo nel 1996 e che il delitto d’onore è stato cancellato nel 1981, quindi l’altro ieri, ma sappiamo anche che in Italia sono state varate ottime leggi nel corso degli ultimi anni, tra cui la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la legge 119 che inasprisce le pene della violenza nei rapporti intimi: norme che però non sono rese efficaci dalla loro scarsa applicazione.

Una realtà che dimostra come non basti avere buone leggi se non si cambia la mentalità, una trasformazione in cui i media giocano un ruolo importante. Perché se è vero, come dice la Convenzione di Istanbul, che «il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne», quello che dobbiamo trasformare è una cultura che pone le donne in una posizione di subalternità in tutti i luoghi della convivenza umana pubblica e privata, che è l’humus su cui la violenza prolifera. E se pensiamo che nell’ultimo gender gap del World Economic Forum noi siamo all’82esima posizione su 144 Paesi analizzati (dopo la Grecia e il Madagascar), il lavoro da fare è enorme.

 

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