L’Italia sempre più in basso nei rapporti di Amnesty (2012)

Donna con il bambino, Damasco, Siria -  Foto di Luisa Betti © 2007 - Tutti i diritti riservati
Donna con il bambino, Damasco, Siria – Foto di Luisa Betti © 2007 – Tutti i diritti riservati

IL MANIFESTO – DONNE, MONDO, SOCIALE  – 24.05.2012 – 

LUISA BETTI

Il nostro Paese si distingue (in negativo) per le violazioni dei diritti compiute ai danni di migranti, minoranze etniche (rom), minoranze sessuali, torture, maltrattamenti in carcere, discriminazioni verso le donne.
Nei Rapporti annuali di Amnesty International, l’elenco dei diritti violati nel mondo è così numeroso, e talmente esteso, che il rischio è di perdersi. Ieri a Roma è stato presentato il Rapporto 2012 dove si è parlato di “endemico fallimento della leadership a livello locale e globale nel proteggere i diritti umani”. Tra i 155 paesi visionati, un abbondante capitolo è stato dedicato all’Italia che in un contesto europeo è un Paese che si sta distinguendo in materia di violazioni dei diritti umani: sui migranti e richiedenti asilo, sui rom, sui diritti delle popolazioni LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), su torture e maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine e delle guardie carcerarie, e per le forti discriminazioni sulle donne. Per la prima volta Amnesty ha dichiarato che il nostro Paese “deve superare la rappresentazione delle donne come oggetti sessuali e mettere in discussione gli stereotipi sul ruolo di uomini e donne nella società e nella famiglia”, con un richiamo esplicito alle raccomandazioni del Comitato Cedaw, che vigila sulla “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” dell’Onu, fatte dopo la presentazione del “Rapporto Ombra” redatto dalla “Piattaforma Cedaw – 30 anni in corsa” e presentato l’anno scorso a New York, sulla condizione delle italiane. Chistrine Weise, presidente di Amnesty International Italia, dice che il problema degli stereotipi femminili e quello della violenza di genere, sono da considerare come priorità in Italia, e che l’elevato numero dei femmicidi che si stanno consumando nel Paese dimostra la necessità di un intervento da parte delle Istituzioni e del Governo. “Per combattere la violenza di genere e i femmicidi, la prima cosa è il sostegno economico ai centri antiviolenza che devono essere finanziati e rafforzati –  dice Weise – e lo dico non come opinione personale ma in quanto presidente di Amnesty in Italia. L’assenza di un’azione reale per contrastare il fenomeno, è da considerare come una delle violazioni dei diritti umani molto grave”.
In Europa in fatto di discriminazione di genere e violenza domestica – in aumento in tutto il territorio europeo e strettamente legato al femmicidio – l’Italia però non è da sola. In Danimarca “un certo numero di reati e abusi sessauli non consensuali – si legge sul rapporto – in cui la vittima è indifesa a causa di una malattia o ebrezza, non sono punibili per legge se il perpetratore e la vittima sono spostati”; in Finlandia “i servizi per le vittime di violenza sono rimasti inadeguati” soprattutto per le vittime di violenza domestica in quanto, essendo i centri finanziati dai servizi per la protezione dell’infanzia, hanno ospitato principalmente donne con figli ponendo “molte persone vulnerabili a rischio di ulteriore violenza”. In Norvegia “le donne non sono state adeguatamente tutelate contro la violenza nella legge e nella prassi” in quanto “nonostante il numero di stupri denunciati alla polizia sia aumentato, più dell’80% di questi casi sono stati chiusi prima di giungere in tribunale”. In Portogallo la violenza domestica “è un grave motivo di preoccupazione” (solo l’anno scorso le denuncie di violenza familiare erano 14.508) e anche in Albania la violenza domestica, che non è consoderata reato, non è punita nei tribunali e le donne non sono adeguatamente tutelate.
Per quel che riguarda il diritto alla salute delle donne in Polonia, dove l’aborto è legale quando la donna è in pericolo di vita, quando gli esami prenatali indicano un forte rischio per il feto, e quando la gravidanza sia il risultato di un atto criminale, “una donna incinta, a cui fu negato di sottoporsi tempestivamente a test genetici”, ha partorito una bambina gravemente malata. In Bosnia ed Erzegovina le donne sopravvissute agli stupri di guerra non hanno avuto garanzia al diritto di riparazione né al diritto a serivizi sanitari adeguati anche quando “soffrivano di patologie sviluppate in conseguenza dello stupro subito”.
In Asia le donne non se la passano meglio. Nelle Filippine il presidente Aquino, lo scorso marzo, ha riconosciuto la presenza di 300.000 aborti illegali all’anno in un contesto in cui l’interruzione di gravidanza è considerato un reato, mentre in Afghanistan, Bangladesh e Pakistan le donne continuano a subire discriminazione gravissime: violenze domestiche legalizzate da leggi, stupri – subiti da parte di estranei, datori di lavoro, parenti, familiari, in casa o anche in carcere e nei commissariati – matrimoni forzati, attacchi con l’acido e mutilazioni corporali per vendetta da parte di uomini e mariti, in un contesto in cui le donne continuano a finire in prigione per “reati morali”.
Malgrado le donne abbiano avuto un ruolo importante nelle primavere arabe, il rischio è che anche in questi paesi il cambio politico non risolva il problema dei diritti di genere. “In Egitto e Tunisia – ha ricordato Weise – Amnesty ha pubblicato un piano in dieci punti che includono la libertà di opinione, di manifestare, la lotta contro le torture, e il rispetto delle donne. Lo abbiamo sottoposto ai partiti che hanno vinto le elezioni del dopo Ben Ali e Mubarak, ma non abbiamo avuto nessuna risposta. In Egitto il medico che ha praticato i test della verginità sulle 17 ragazze fermate dalle forze dell’ordine per aver partecipato alle manifestazioni a piazza Tahrir, è stato processato ma non condannato. Test che sono illegali, ed eseguiti contro il volere delle donne, solo per evitare l’accusa di stupro all’interno del carcere in quanto una donna che non è più vergine avrebbe avuto difficoltà ad accusare un soldato di stupro”.
Negli Usa permane un alto tasso di mortalità per cause legate alla gravidanza in base alla disparità di “etnia, razza e reddito”, mentre in Canada la violenza sulle donne native è una vera emergenza e a ottobre nella Columbia Britannica, “è stata aperta un’inchiesta sulla risposta della polizia nei casi di donne scomparse e uccise a Vancouver”. In Sud America “la violenza di genere e la violazione dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e delle ragazze sono rimaste una preoccupazione diffusa”: in Messico le donne continuano a morire come mosche e la maggior parte dei responsabili gode di assoluta impunità; ad Haiti ormai la violenza sessuale nei campi per sfollati interni è la norma e in Salvador il personale militare può procedere a persquisizioni vaginali e anali illegali a donne e ragazze in visita ai loro familiari in carcere.
In Africa permane una situazione di assoluta drammaticità: in Burundi a settembre una donna incinta è morta dopo essere stata chiusa a chiave in un reparto maternità senza controllo, e nei campi profughi di Kenya, Ciad, Etiopia, Eritrea, le donne continuanio a essere stuprate appena si allontanano dalla propria locazione per fare legna da ardere.

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