Sulle donne la violenza della giustizia (2012)

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Azione – 29-10-2012 –

Luisa Betti

Rapporto Amnesty International accusa il governo della Colombia di non aver fatto concreti passi avanti per portare di fronte alla giustizia i responsabili dei crimini sessuali legati al conflitto armato.

A Oslo il 17 ottobre sono iniziati i colloqui di pace tra governo colombiano e Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), che dopo mezzo secolo di conflitto armato interno cominciano a confrontarsi su una tragedia che ha devastato la popolazione provocando migliaia di morti e 4 milioni di sfollati. Su questi colloqui Human Rights Watch ha fatto notare che la chiave delle atrocità in Colombia è stata soprattutto «l’impunità dilagante per le atrocità» che ha consentito violazioni e favorito violenze commesse da guerriglieri, paramilitari, e militari. Una tragedia che la Corte Penale Internazionale (ICC) sta monitorando per poter aprire un’indagine sulle intenzioni della Colombia a voler perseguire effettivamente i crimini contro l’umanità.

Un conflitto, quello colombiano, che solo nel 2011 ha provocato 259’000 profughi, 305 civili rapiti, l’assassinio di 111 nativi, 45 difensori dei diritti umani e 29 sindacalisti, 38 esecuzioni extragiudiziali eseguite da forze di sicurezza, ma soprattutto 22’597 casi di stupro: quest’ultima cifra mostra come la violenza sessuale sia considerata un’arma di guerra da parte di tutte le parti in conflitto.

Susan Lee, direttrice del programma Americhe di Amnesty International, dichiara che «in Colombia, le donne e le ragazze sono spesso trattate come trofei di guerra, e vengono stuprate, o sono soggette ad altre violenze, da tutte le parti in conflitto per essere ridotte al silenzio ed essere punite. Da quando il presidente Santos è entrato in carica nel 2010, il governo ha preso impegni pubblici per affrontare la crisi dei diritti umani, ma si fanno ancora attendere concreti passi avanti per assicurare alla giustizia i responsabili di violazioni dei diritti umani, come la violenza sessuale contro le donne».

Nel rapporto diffuso il 4 ottobre da Amnesty International, Colombia: Hidden from justice. Impunity for conflict-related sexual violence (Al riparo dalla giustizia. Impunità per la violenza sessuale collegata al conflitto), il governo della Colombia viene direttamente chiamato in causa per non aver fatto veri passi avanti per giudicare i responsabili dei crimini sessuali e per aver agevolato l’impunità davanti a un fenomeno non denunciato da molte donne che raramente ottengono giustizia.

«Non indagando efficacemente sulla violenza sessuale, il governo colombiano sta dicendo ai responsabili che possono continuare a compiere stupri senza timore di conseguenze – ha precisato Marcelo Pollack, ricercatore di Amnesty International sulla Colombia – perché il problema della Colombia non è la mancanza di leggi, risoluzioni, decreti, protocolli e direttive relativamente buoni, in quanto quello che manca è la loro attuazione reale e coerente in tutto il paese».

Per Amnesty il fatto che lo stupro sia uno strumento di guerra è dimostrato dal fatto che viene usato contro le donne «per seminare il terrore tra le comunità, spingere alla fuga, vendicarsi contro il nemico, esercitare il controllo sui diritti sessuali e riproduttivi delle combattenti e sfruttare donne e ragazze come schiave del sesso». Malgrado ciò gli ostacoli alla giustizia sono enormi: mancanza di sicurezza per le sopravvissute allo stupro e per chi è coinvolta nel procedimento legale, discriminazione e stigma da parte dei funzionari giudiziari, impunità, mancanza di fondi.

Una donna, nel nord-ovest della Colombia, ha deciso di denunciare nel 2007 lo stupro del figlio da parte di un paramilitare, e rifiutandosi di ritirare la denuncia per le pressioni dei paramilitari, è stata costretta a guardare mentre mutilavano alcune loro vittime: dopo pochi mesi è stata rapita e stuprata da otto paramilitari per cui è rimasta incinta, e scoperta dal comandante, è stata picchiata ferocemente e ha perso il bambino.

A maggio la rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Margot Wallström, ha ascoltato le colombiane: «Abbiamo incontrato vittime di reati di violenza e dopo aver ascoltato le storie è chiaro che la questione della violenza sessuale è il lato oscuro della Colombia. È inaccettabile non aiutare la Colombia a raggiungere la pace. Le donne continuano a temere per la loro vita. I loro figli sono vittime di abusi e a rischio. Nella maggior parte dei racconti, gli autori sono gruppi paramilitari o armati. Ma quando queste donne cercano aiuto nelle forze di sicurezza, non si sentono rispettate, ascoltate, e non ricevono la protezione di cui hanno bisogno».

Alcuni parlamentari, Iván Cepeda e Angela María Robledo, hanno presentato una proposta di legge per combattere l’impunità, un testo che se approvato, modificherà il codice penale definendo la violenza sessuale in un conflitto armato come uno specifico reato in linea con gli standard internazionali. A remare contro però c’è la legge «quadro legale per la pace», approvata dal Congresso a giugno e firmata da Santos, che consente amnistia agli autori di violazioni dei diritti umani.

Ma un caso di giustizia è stato registrato anche qui. Circa un mese fa un tribunale ha condannato il sottotenente Raúl Muñoz Linares a 60 anni di carcere, per aver stuprato e ucciso nel 2010 una ragazza di 14 anni (Jenni Torres), assassinato i due fratellini di lei (Jimi e Jefferson, di nove e sei anni), e stuprato un’altra minorenne: dopo la denuncia della scomparsa, l’esercito si rifiutò di collaborare alle ricerche, e quando furono rinvenuti i corpi, le autorità locali rifiutarono di recuperarli e consegnarli alla famiglia.

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