Il #25 novembre dura fino al 10 dicembre: diamogli un senso (2013)

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Il 25 novembre è stata la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, una giornata indetta dall’Onu nel 1999 che fino a tre anni fa era completamente ignorata in Italia. Una giornata che quest’anno le Nazioni Unite prolungano fino al 10 dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani, per riaffermare l’idea che i diritti delle donne sono diritti umani, in una campagna che usa il colore arancione che in Italia, non a caso, è diventato rosso come il sangue delle donne uccise (e non perché “di sinistra”, come qualcuna spererebbe). Un elemento indicatore di come qui, in un Paese che fino a qualche anno fa non sapeva neanche dell’esistenza e delle difficoltà dei centri antiviolenza, regni sovrana l’ignoranza e dove femminicidio, termine che indica tutte le violenze – private e di Stato – che una donna può subire o essere esposta a subire fino al suo annientamento fisico, possa trasformarsi in un battibaleno in uxoricidio. Un fraintendimento non da poco, che significa non solo un errore che nell’informazione diventa mastodontico, ma che provoca una riduzione e una ghettizzazione del fenomeno, a cui si sta aggiungendo in maniera spropositata una spettacolarizzazione che è solo la punta di un iceberg enorme. Un paradosso, se pensiamo che ancora nel 2010 i centri antiviolenza che chiedevano aiuto erano una voce lontana che si disperdeva nel vuoto e nell’indifferenza, e dove era difficile far scrivere e far venire alle conferenze stampa anche un solo giornalista. Poi però, per testardaggine e per tigna, c’è stato un gruppo di donne che ha continuato e che insieme, malgrado percorsi e professionalità diverse, si è incontrato e unito in questa lotta. Donne a cui va il merito di non aver mai mollato e che con grandissimo lavoro di rete e competenze, hanno prodotto contenuti di alto valore, con molto da insegnare alle stesse istituzioni. Donne che si sono fatte ascoltare con un movimento di idee che andava oltre l’indignazione e che per questo era anche propositivo (tra cui la “Piattaforma Cedaw” e la “Convenzione No More”). Perché ognuna sapeva, in cuori suo, che la battaglia era troppo importante. Ma poi qualcosa è sfuggito di mano, perché le istituzioni sono andate oltre: a un certo punto, non potendo più far finta di niente, hanno capito che per avere spazi di manovra su questo tema, dovevano appropriarsene, facendo finta di ascoltarci. Il risultato, ora, è che il 25 novembre se lo sono ricordato tutti e anche chi non sapeva adesso sa. Ma cosa sa? che ci sono uomini “mostri” che uccidono ferocemente la moglie o la fidanzata? che il colore rosso, che ha coperto l’Italia in quel giorno, è il colore del sangue di quelle morte ammazzate? hanno scoperto che chi picchia e stupra, sono i vicini di casa che sembravano così carini? è questo che volevamo? certo che no. Non volevamo un’inflazione di programmi tv confezionati da giornalisti impreparati che fanno più danni che informazione. Non volevamo creare un business con tanto di gadget né un’inutile giornata tinta di rosso “sangue”, soprattutto se la Giornata  indetta dall’Onu in tutti i Paesi del mondo è arancione (ma pochi lo sanno perché appunto male informati). Non volevamo leggere, in piena campagna contro il femminicidio in cui si parla e riparla di stereotipi, di minorenni ribattezzate da tutti i giornalisti italiani come “baby squillo” con articoli morbosi e pieni di “attenzioni” sulle minorenni ma non sugli uomini, adulti e consapevoli, coinvolti nell’affare. Senza parlare dei soliti “negazionisti” d’assalto, che non vedono l’ora di puntare il dito contro le donne, e che con qualsiasi sia il pretesto, usano dati come fossero bruscolini senza avere la minima cognizione del fatto che in Italia non ci sono dati ufficiali perché non è attivo un osservatorio di genere sugli omicidi che filtri i femmicidi (come in Spagna e come in Francia), e che le morte i centri se le contano dalla stampa (quindi probabilmente sono molte di più). Per questo, e per molto altro, è per tutte le donne offensivo leggere, come hanno scritto in questi giorni alcuni professionisti dell’informazione che non sanno di cosa parlano, che noi siamo “messe meglio” di altri paesi perché i dati lo dimostrano: affermazioni incoscienti, dato che qui il sommerso della violenza sulle donne è di circa il 90% e dato che senza una seria raccolta di dati, in Italia, non è possibile sapere quale sia la vera situazione oggi (a differenza di altri paesi che hanno già una seria raccolta sul territorio). Inventarsi che l’Onu, che ha fatto il primo rapporto sul femminicidio l’anno scorso redatto da Rashida Manjoo (la quale ha preso in esame anche la situazione italiana), è in calo, è impossibile da commentare, soprattutto nella continua confusione che si fa tra femmicidio e femmincidio. Dire che i dati Istat mostrano che qui la violenza sulle donne è una cosa come un’altra, quando l’Istat sta adesso tentando di fare una nuova raccolta aggiornata di dati dopo quelli fermi al 2006, è fantapolitica. Il termine femmincidio resta “fuorviante” solo per chi non ne sa nulla, e che per questo dovrebbe lasciare la penna a chi conosce, a partire dai termini usati ed evitando di dire sciocchezze, perché se l’informazione si consuma sulla pelle di esseri umani –  come donne e bambine che rischiano la loro stessa incolumità e solo per ragioni culturali – ognuno di deve fare un esame di coscienza quando scrive o quando fa un servizio su certi temi. Infine il marketing pubblicitario funziona sugli stereotipi perché il problema sono proprio gli stereotipi di cui in Italia, come altrove, ci si nutre dalla culla, ed è per questo che sia le raccomandazioni Onu all’Italia, sia la Convenzione di Istanbul, insistono fortemente sullo smantellamento degli stereotipi culturali a partire dalla scuola e dai media, compresa la pubblicità. A questo si aggiungano i fiumi d’inchiostro sul pacchetto sicurezza, erroniamente passata come una legge contro il femminicidio che invece ha al suo interno molto altro, e sul quale anche chi ha concorso a farla e a costruirla, solleva oggi dubbi. 

Questa però, è solo una delle tante conseguenze della superficialità tutta italiana che si entusiasma per sgonfiarsi il giorni dopo, e una delle battaglie è proprio quella che chi ne parla debba parlarne con cognizione, evitando un inutile teatrino che porterà a una normalizzazione e a una “sottovaluzione di ritorno” su un fenomeno in cui ormai l’unica speranza è che gli strilloni perdano presto la voce. Ma la vera responsabilità di questo status, non è né dei “negazionisti” né delle donne che hanno iniziato questo percorso. La vera responsabilità è di un governo che hanno fatto di tutto per ghettizzare e normalizzare il fenomeno, dopo la ratifica della Convenzione di Istanbul. Escludendo Josefa Idem, ex ministra delle Pari opportunità, senza mettere al suo posto una nuova ministra con pieni poteri, il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha tolto al Paese e alle donne un pezzo importante di quel percorso, dimostrando che in realtà era “troppo” quello che volevamo, e che nessun*, tanto meno una ministra, poteva sostenere certe richieste, almeno in Italia. Il governo italiano, che oggi si fregia della lotta al femminicidio (continuando a confonderlo con il femmicidio), ha affossato inesorabilmente quel dibattito parlamentare iniziato con la ratifica di Istanbul, tranciando di netto quell’ascolto tra istituzioni e società civile (tutta, e non solo di alcune associazioni), che nella miglior tradizione italiana ha dato corpo a un DL sicurezza: un decreto che ha fatto passare attraverso “i corpi massacrati delle donne”, il controllo poliziesco del Paese. Norme, quelle introdotte da quella legge in cui appaiono anche articoli in materia di violenza sulle donne, che hanno avuto lo scopo di restringere importanti direttive europee e la Convenzione di Istanbul, richiesta a gran voce dalla società civile e oggi compromessa nella sua implementazione italiana. Non nominando una ministra a pieno titolo – neanche la viceministra del lavoro con delega alle pari opportunità, Cecilia Guerra – Letta ha ristretto la sua capacità di azione, tanto che anche la task force, formata da 7 tavoli e molto diversa da quella che era stata messa su da Idem, sta tracciando un lavoro con un percorso ristretto e limitato, perché sotto il controllo del vero potere: quello maschile che tiene le redini del Paese. Basti pensare alle risorse stanziate (circa 30 milioni di euro in tre anni), che non bastano neanche a coprire le spese dell’esistente, già molto ridotto e insufficiente rispetto a quello che dovrebbe essere in materia di prevenzione e sostegno delle donne e dei minori che vivono situazioni di violenza. Risorse così ristrette che le associazioni che lavorano sul campo, e che solo in parte partecipano a quei tavoli, litigano per spartirsi le fette più grosse. Un dato che pone moltissimi interrogativi perché quando non si investe per la formazione e per l’ampliamento e il rafforzamento delle reti di prevenzione e sostegno, quando non si va in profondità, significa solo una cosa: puntare sul controllo, come ha ben dimostrato il pacchetto sicurezza e come dimostra il codice di autoregolamentazione redatto dal tavolo sull’informazione della task force che impone regole anche ai giornalisti ma senza entrare in profondità: regole che, almeno i giornalisti italiani, infrangono costantemente (un esempio per tutti è quello della carta di Treviso sulla tutela dei minori).

Una limitazione e un “taglio” consapevole e volontario, da cui inevitabilmente nasce il “teatrino della violenza”, con un abbassamento dei contenuti a vantaggio di una trattazione spesso superficiale e non sempre all’altezza del problema, un racconto tendente a un’estetizzazione che ha come scopo una normalizzazione che creerà non pochi danni al Paese: una normalizzazione che non sta nel “termine” che si usa, ma nella sostanza, con una restaurazione che ha fatto rientrare la portata rivoluzionaria delle richieste delle donne e della società civile (in parte anche rappresentate da quella Convenzione europea sulla violenza) e che ha spaccato in mille pezzi le associazioni e tutte le donne che con grande professionalità e tenacia, avevano iniziato quel percorso. Quello che che ancora è in corso, sarà tutto da raccontare.

I diritti delle donne sono diritti umani (2013)

Donna con bambino in braccio in una strada di Damasco, Siria - Foto di Luisa Betti © 2007 - Tutti i diritti riservati

Donna con bambino in braccio in una strada di Damasco, Siria – Foto di Luisa Betti © 2007 – Tutti i diritti riservati

Azione – 25 novembre 2013 –

Luisa Betti

25 novembre – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

È stata con la risoluzione 54/134 che nel 1999 l’Assemblea generale dell’Onu ha proclamato il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una data scelta non dall’Onu ma dalle attiviste che nell’incontro femminista Latinoamericano e dei Caraibi di Bogotà nel 1981, scelsero il 25 novembre per ricordare il femminicidio di Stato delle sorelle Mirabal, attiviste dominicane uccise su ordine del dittatore Rafael Trujillo nel 1960.

Ma cosa è cambiato da allora? Da anni il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, rilancia la campagna mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, anche se i dati della stessa Onu ci dicono che, malgrado gli sforzi degli organi internazionali, Ong e l’impegno di alcuni governi nazionali, la situazione è ancora lontana dalla soluzione. Violenza nelle relazioni intime, stupro di guerra, gendercidio, matrimoni forzati, femminicidio privato e di Stato, riduzione in schiavitù sessuale di bambine e ragazze, sono solo alcuni dei punti ancora in sospeso per un cambiamento reale e radicale come quello che viene auspicato su scala mondiale, almeno nelle intenzioni. L’Onu oggi dice apertamente che, malgrado convenzioni, risoluzioni e protocolli internazionali che hanno come argomento la violenza di genere, «la forma più comune di violenza contro le donne è la violenza inflitta da un partner intimo», aggiungendo poi che «in media, almeno una donna su tre è stata picchiata, abusata sessualmente o aggredita dal partner durante la sua vita», e che «secondo i dati della Banca Mondiale, lo stupro e la violenza domestica sono il maggior pericolo per una donna di età compresa tra 15 e 44 anni».

Oltre a questo, viene specificato che la metà di tutte le donne assassinate nel mondo sono uccise dal partner o ex, un dato che in Australia, Canada, Israele, Sud Africa e Stati Uniti, è compreso tra il 40-70% (dati OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità), mentre in Colombia avviene ogni sei giorni. Stime che indicano come nel mondo ancora adesso una donna su 5 sia vittima di stupro o tentato stupro. A questo si aggiungano, tra gli altri, femminicidi per dote (sud est asiatico) in cui una donna viene uccisa da marito o suoceri perché la sua famiglia non può soddisfare le richieste di pagamento; matrimoni forzati in età precoce, estesi in tutto il mondo e con alta incidenza in Africa e in Asia meridionale, che comportano relazioni sessuali imposte a bambine e ragazze giovani, con esposizione a parti precoci, malattie e mancato accesso alla scolarizzazione; stupri di guerra, che in Ruanda nel ’94 hanno coinvolto circa 500’000 donne, e in Bosnia sulle 50’000.

Ogni anno, per l’Onu, circa 2 milioni di persone, per l’80% donne, bambine e bambini, sono vittime di tratta per prostituzione, lavoro forzato, schiavitù o servitù. Circa 140’000’000 di ragazze e donne, che vivono oggi, hanno subito mutilazioni genitali, soprattutto in Africa e in Medio Oriente, mentre i femminicidi per adulterio con donne uccise da membri della famiglia, sarebbero circa 5000 ogni anno (dati UNFPA). In Europa, Nord America e Australia, più della metà delle disabili sono state vittime di violenze, mentre il 50% delle donne nell’Unione europea avrebbero subìto una forma di molestia sessuale sul lavoro. E se più della metà di tutte le nuove infezioni da HIV si verificano tra i 15 e i 24 anni, oltre il 60% dei sieropositivi in questa fascia di età sono donne di cui molte esposte a violenza sessuale, che nel caso degli stupri in zone di conflitto armato, vengono infette da HIV intenzionalmente in quanto strumento di guerra di un gruppo etnico contro un altro.

Sempre l’Onu ci dice poi che il costo di tutto questo è altissimo, sia per quelli diretti di assistenza e sostegno alle donne, spesso accompagnate dai figli, sia per quelli della giustizia: costi annuali che negli Stati Uniti, solo per la violenza domestica, superano i 5,8 miliardi di dollari; in Gran Bretagna si aggirano sulle 23 miliardi di sterline; e in Canada arrivano ai 1000 milioni di dollari canadesi.

Riguardo la violenza domestica, che è una delle forme di violenza endemica in tutto il mondo, circa 102 Paesi membri non dispongono di specifiche disposizioni di legge, e lo stupro coniugale non è un reato in almeno 53 Stati. In particolare sul femminicidio, secondo il rapporto della Special Rapporteur dell’Onu Rashida Manjoo, a fronte di un tasso di omicidi di uomini rimasto stabile negli ultimi 10 anni, è in atto un aumento delle uccisioni di donne con movente di genere, che tra il 2004 e il 2009 è stato stimato in circa 66’000 vittime all’anno a livello globale: quasi un quinto di tutte le vittime totali. E se «le cause profonde della violenza contro le donne – dichiara l’Onu – si trovano in relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne», le strategie di contrasto, in date come queste, si rivolgono, oltre che alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica, alle leadership politiche dei diversi Paesi, non solo perché la violenza contro le donne è pervasiva in tutto il mondo ma perché risulta necessaria una più ampia e scientifica raccolta di dati ufficiali ovunque: un deficit evidenziato in moltissimi Stati, e supportato da uno studio OMS che dal 2005 ha reso noto che dal 55% al 95% delle donne che subiscono violenza, soprattutto domestica, non hanno mai contattato la polizia, una ONG o chiesto aiuto.

In questo panorama sconfortante, le campagne internazionali hanno quindi l’onere di sensibilizzare tutti, e la campagna «Say NO – UNITE», lanciata nel 2009 dall’Un-Women, quest’anno non solo si vestirà di arancione – colore prescelto per la campagna internazionale – ma durerà con questo colore addosso per 16 giorni: si parte dal 25 novembre per arrivare al 10 dicembre, tracciando un filo ideale che unisca la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, alla Giornata in cui si celebrano i diritti umani, per riconfermare l’idea che i diritti delle donne sono diritti umani.

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Violenza e media: non basta essere brave persone e bravi giornalisti (2013)

La 27esimaora – Corriere.it – 25 SETT

Luisa Betti

Chi informa deve essere informato. E chi si occupa di violenza deve essere formato, nella stampa come nelle giurisprudenza. Se da più parti si concorda che la violenza sulle donne chiama l’intero sistema di valori ed educazione e chiede di «cambiare il modo di pensare», l’intervento di Luisa Betti al convegno Convenzione di Istanbul e Media, ha analizzato i modi con cui la Stampa ha trattato la violenza sulle donne. Cosa è cambiato e come i media potrebbero sostenere il cambiamento di paradigma. Ecco il testo dell’intervento.

Si parla continuamente di un cambiamento culturale per contrastare la violenza contro le donne in quanto fenomeno strutturale in Italia. Ma cosa significa cambiare la cultura? La cultura non è un corpo estraneo, la cultura siamo noi e si può cambiare solo partendo da noi. Per questo cambiare la cultura, significa cambiare il modo di pensare, con una consapevolezza e una conoscenza che permetta di rintracciare stereotipi e ruoli predefiniti, nascosti nelle pieghe profonde della società e così tanto radicati nel nostro modo di essere, da risultare quasi invisibili. Stereotipi che sono parte integrante del nostro modo di vivere, e che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità in base al sesso, e senza alcuna altra motivazione, condizionando pesantemente le relazioni umane. Ruoli definiti e stereotipati, che sono l’humus su cui proliferano la discriminazione e la violenza di genere. E quando il pregiudizio è così interno alla società, anche l’occhio più attento non si rende conto di quanto la discriminazione delle donne sia una costante dal primo giorno in cui si nasce femmina. Una discriminazione che è già una forma di violenza, in quanto la discriminazione di genere è già di per sé una violenza: un oggetto da conquistare, possedere, controllare.

La violenza maschile contro le donne però non è un fenomeno né nuovo né solo italiano.

E i dati dell’Onu ci dicono che nel mondo 7 donne su 10 subiscono violenza nel corso della vita, e che 600 milioni di donne vivono in nazioni che non considerano questa violenza un reato: una violazione di diritti umani planetaria. Dati su cui si sono concentrati a livello internazionale le Nazioni Unite, che quest’anno hanno siglato una storica carta contro la violenza su donne e bambine (Commission on the Status of Women – CSW, 8/15 marzo), e il Consiglio d’Europa con la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, redatta a Istanbul nel maggio 2011: organi internazionali che hanno sentito il bisogno di dare disposizioni organiche in merito, previa consultazione di Ong, delineando chiaramente sia i termini in cui questa violenza si manifesta, sia le forme di contrasto.

A questo si aggiungano le morti delle donne in quanto donne: ilfemmicidio (da non confondere col femminicidio), su cui nel novembre 2012 a Vienna, l’Academic Councilon United Nations System (ACUNS), ha redatto un documento dove esperte internazionali, come Diana EH Russell (criminologa statunitense che ha coniato il termine), hanno discusso della radice di genere delle varie forme di violenza contro le donne fino alla loro uccisione in quanto tali, stabilendo che

«il femmicidio è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze», che «le sue molte cause sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere».

La Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo, ha infine presentato al Consiglio dei diritti umani di Ginevra nel giugno del 2013, il primo Rapporto tematico sul femminicidio, adottando il termine sociologico coniato da Marcela Lagarde, che indica «la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».

Una violazione dei diritti umani come conseguenza dei rapporti “sbilanciati” tra i sessi, ribadita ormai non solo dai movimenti femministi e/o femminili, ma da un vasto panorama internazionale impegnato su un fenomeno che è trasversale a culture e società, anche diverse tra loro, ed esteso a ogni classe sociale e a ogni età.

La Convezione di Istanbul, oltre a condannare «ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica», ricononsce che il raggiungimento dell’uguaglianza è un elemento chiave per prevenire la violenza. Riconoscendo «la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere», la Convenzione insiste sulla prevenzione e sulla protezione attuabile attraverso una fitta e articolata rete di sostegno per le donne e i minori che le accompagnano, ma soprattutto chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale, nel senso che si possono fare le migliori leggi del mondo ma se non cambia la testa, queste leggi possono anche rimanere inapplicate (come già succede in Italia e come sottolineato dalla Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo, nelle sue raccomandazioni al nostro Paese).

La Convenzione di Istanbul stabilisce esattamente cosa si intenda per violenza contro le donne: «Con l’espressione violenza nei confronti delle donne – si legge – si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata».

Ma avere una chiara percezione di questa violenza, oltre a un’acquisizione ufficiale dei dati e un monitoraggio sull’efficienza dello Stato che sono a oggi inesistenti in Italia, occorre una narrazione del fenomeno che sia fuori dagli stereotipi, che sono la spinta principale a una sottovalutazione del problema che influenza non solo l’opinione pubblica ma anche gli addetti ai lavori: come dimostrano il 70% dei femminicidi avvenuti lo scorso anno in Italia, già segnalati come situazioni a rischio e quindi evitabili.

Ma alcune importanti indicazioni della Convezione di Istanbul, erano già state indicate, in maniera vincolante, dalle Raccomandazioni del Comitato Cedaw all’Italia – che sorveglia l’applicazione della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne ratificata dal nostro Paese nell’85 (con adesione al Protocollo opzionale nel 2002) – e anche in quelle della Special Rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo. E proprio perché lo smantellamento di una rappresentazione stereotipata è fondamentale nell’impatto culturale, tra le varie indicazioni, nei tre testi – due rivolti all’Italia e uno ratificato dal nostro Paese e quindi da implementare – ci sono indicazioni riguardo ai media e all’informazione.

Nelle raccomandazioni della Cedaw viene raccomandato all’Italia di «predisporre in collaborazione con un’ampia gamma di attori, comprese le organizzazioni femminili e le altre organizzazioni della società civile, delle campagne di sensibilizzazione attraverso i media (…), affinché la violenza nei confronti delle donne venga considerata socialmente inaccettabile». Nelle raccomandazioni Onu di Rashida Manjoo, si raccomanda di «formare e sensibilizzare i media sui diritti delle donne compresa la violenza contro le donne per ottenere una rappresentazione non stereotipata delle donne e degli uomini nei mezzi di comunicazione nazionali».

E nella Convenzione di Istanbul, si chiede, all’art.17, che «Le Parti incoraggiano il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità».

È quindi opportuno riflettere su come tali indicazioni siano implementabili nel nostro Paese in relazione ai media, ma soprattutto rispetto all’informazione di giornali, telegiornali, speciali e programmi d’informazione tramite stampa, tv e web. Perché se è vero che la percezione della violenza è uno dei nodi fondamentali, l’informazione che – a differenza di fiction o della pubblicità – si pone come “oggettiva”, influenza in maniera diretta la percezione di quel problema come fosse “super partes”. Un’informazione che, qualora non venga data in maniera corretta, può procurare anche distorsioni e danni gravi, in quanto nella formazione dell’opinione pubblica, dell’immaginario collettivo e nel sostegno degli stereotipi comuni, l’informazione ha un ruolo fondamentale.

Quando ho cominciato a monitorare l’informazione italiana con un “occhio di genere”, e occupandomi già di violenza su donne e minori, ho visto che malgrado in Italia l’80% della violenza fosse violenza domestica e malgrado la maggior parte degli autori di femmicidio fossero membri maschi della famiglia italiana (mariti, fidanzati, ex o partner respinti), di cui solo il 10% con problemi psichici accertati, si parlava sempre di “raptus, infermità mentale, gelosia, delitto passionale, stress dovuto al lavoro o alla perdita del lavoro”, e si tracciava un profilo della donna che ricalcava stereotipi comuni, quasi a suggerire una complicità della donna stessa la quale, avendo provocato, tradito, esasperato, respinto l’uomo, si era ritrovata uccisa.

Quando si trattava di un’uccisone dopo una lunga serie di maltrattamenti gravi in famiglia, nei giornali spesso il titolo riportava un’attenunate psichiatrica dell’autore e di solito il background culturale nell’illustrazione dei fatti, richiamava agli stereotipi femminili. Citando il Rapporto Ombra presentato dalla Piattaforma Cedaw a New York nel 2011: «I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano perlopiù commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi».

La violenza sulle donne – femminicidio (che in Italia ha ancora un altissima percentuale di sommerso), era trattata come un fatto di cronaca isolato e sporadico, attraverso una narrazione che per rendere più “appetibile” il racconto andava a scavare nel “torbido”, indugiando su aspetti morbosi per interessare e facendo leva su stereotipi culturali, senza dare un quadro d’insieme. Trasformando anche la vittima in offender e minimizzando la gravità del reato commesso. Ma chi informa deve essere informato e non può prescindere da una formazione e una preparazione adeguata su temi che non sono di serie B, e che non possono essere improvvisati, soprattutto se si tratta di professionisti dell’informazione, come siamo appunto noi giornalisti e giornaliste.

Con queste premesse, è iniziato il lavoro sul femmicidio-femminicidio nellaRete nazionale delle giornaliste italiane (Giulia) e ciò succedeva quando ancora nessuno, su stampa e tv, parlava di femmicidio/femminicidio. Il tam tam che è scaturito da quel lavoro, in Giulia e poi con Articolo21, ha portato l’informazione a concentrarsi in maniera differente sul problema, perché le giornaliste cercavano con grande tenacia di allargare gli orizzonti nelle redazioni in cui lavoravano. È stato così che dall’inizio del 2012 le giornaliste di molte testate italiane, hanno cominciato a dare una prospettiva diversa al trattamento della violenza contro le donne all’interno dell’informazione, al fine di argomentare il fenomeno con una prospettiva che superasse il pregiudizio discriminatorio, sia sulle donne sia rispetto alla considerazione di un argomento “inferiore” e privo di una sua dimensione specifica.

Altra spinta propulsiva, nel maggio 2012, è stata quella profusa dalla costruzione della Convenzione “No More” contro la violenza sulle donne / femminicidio – di cui sono la referente in Giulia – e dove sono confluite le forze della società civile con le più importanti associazioni che si occupano di violenza di genere in Italia.

Una massiccia proposta di cambiamento a tutto quello che riguardava questi temi che ha cambiato le carte in tavola a livello di informazione “alta” e con un grosso impatto culturale. E anche se, ancora adesso, appaiono titoli imbarazzanti soprattutto nei giornali locali, bisogna riconoscere che se adesso siamo qui, è anche per merito di tutto questo immenso lavoro. Ma c’è un problema che è venuto a galla in tutta evidenza quando la presidente della camera, Laura Boldrini, vittima di attacchi sessiti violenti, si è mossa su questo, ed è stata gridata la parola “censura” malgrado lei non l’avesse nenache proferita. Ciò è successo perché la sottovalutazione di quello che rappresenta in realtà la violenza sessista e discriminatoria contro le donne, persiste.

Oggi, quello che bisognerebbe evitare è infatti il meccanismo di speculazione strumentale che tratta il femmicidio e il femminicidio come un passepartout che fa notizia e su cui anche chi non ha strumenti né competenze, può avventurarsi.

Con modi meno sfacciati e meno aggressivi di prima, ma pur sempre in maniera superficiale, chi schiaffa in prima pagina il termine “femminicidio” senza cognizione di causa, continua a sottovalutarne la portata. Un pericolo, perché il pregiudizio della discriminazione di genere permane, e si riflette nel sostegno sotterraneo di una cultura che in ambito giudiziario trova ancora donne che non sono credute quando denunciano una violenza. Donne che rischiano di essere rivittimizzate in tribunale, e che si ritrovano impossibilitate a un accesso sicuro alla giustizia a causa dell’impreparazione degli “addetti ai lavori”.

Il punto cruciale è allora la percezione della violenza nella sua reale gravità: lo smantellamento di una cultura della “sottovalutazione della violenza” che traspare ovunque con conseguenze enormi, e in cui si rischia di far passare come normalità, un danno o una violazione. Per questo l’informazione ha un ruolo fondamentale: perché se i media sostengono questa cultura della sottovalutazione – che poggia sul pregiudizio della discriminazione di genere – è ovvio che anche la percezione dell’opinione pubblica sarà tale, e questo sosterrà a sua volta anche la rivittimizzazione nei tribunali, nelle forze dell’ordine, tra operator*.

Pubblicare articoli negazionisti della violenza contro le donne, o lasciare che giornalisti che non si occupano di queste tematiche si avventurino senza strumenti e conoscenze appropiate, può essere pericoloso. È quella che viene chiamata vittimizzazione secondaria e che in questo caso è fatta attraverso i media, quell’arma affilatissima che proviene dal pregiudizio ma anche dall’illusione che basta essere “brave persone” o “bravi professionisti”, per essere oggettivi e bilanciati.

Trattare le donne come se fossero vittime indifese da proteggere, perenni inadeguate, mettere sullo stesso piano la violenza maschile con la reazione femminile di fronte a una violenza fisica e/o psicologica, dare voce all’autore della violenza senza dotarsi di strumenti di approccio e analisi adeguate, può essere considerata causa di una rivittimizzazione mediatica. Una impreparazione che ha tenuto ben lontani i giornalisti da molti centri antiviolenza, i quali, per molto tempo, si sono rifiutati di dare in pasto le storie delle donne come se fosse materiale da scoop: un gap, tra la realtà della violenza e l’informazione che se ne dava, che oggi stiamo cercando faticosamente di riempire e su cui non vorremmo tornare indietro.

Dare la sensazione che l’uomo è un poveretto respinto da una donna che giocava coi suoi sentimenti di uomo ferito, senza chiamare quel tipo di situazione col suo vero nome, cioè violenza psicologica, è molto più pericoloso di quanto si possa pensare. Perché quello che è importante non è soltanto il racconto dei fatti, ma l’imparare a raccontarlisoprattutto in un contesto culturale così discriminatorio per le donne come quello italiano, dove l’idea che continua a passare è che comunque un certo tipo di atteggiamenti, anche violenti, siano un ingrediente normale dei rapporti intimi: una convinzione che nei tribunali, nelle caserme, e in alcune perizie psicologiche (CTU), espone la donna a grave rischio.

La violenza psicologica nei rapporti d’intimità, non è una semplice conflittualità della relazione.

Se il problema è strutturale, l’informazione e la narrazione mediatica di questa violenza, diventa uno dei fattori principali per il cambiamento. Per queste ragioni, non basta essere “sensibili” all’argomento ma bisogna conoscerlo, bisogna essere preparati, studiare, ed è fondamentale che la formazione valga, così come per i giudic*, forze dell’ordine, avvocat*, psicolog*, assistenti sociali, anche per i giornalist* che si vogliano occupare di questi temi.

Risolvere il problema culturale anche attraverso una corretta informazione, è il nodo: ma lo dobbiamo fare da sole continuando a punzecchiare direttori e caporedattori?

Io farei un passo in più perché vorrei che in questo momento gli uomini, che nelle redazioni italiane occupano la maggioranza dei posti di comando, scegliessero di ascoltarci prendendo in seria considerazione le modalità da noi indicate, non solo perché li riguarda ma perché è una responsabilità nei confronti di tutta l’umanità.

Per dare una corretta informazione, che non sia soltanto attraverso i seppur utilissimi e validissimi blog e rubriche di esperte, bisognerebbe entrare a pieno titolo nel tessuto vivo del giornale, avviando un processo di trasformazione anche dentro le redazioni. Redazioni che vorremmo fossero attrezzate, non solo con un vademecum o linee di condotta, ma conredattrici e redattori, formati su questi temi che possano non solo evitare pericolosi scivoloni ma anche produrre una nuova cultura, un nuovo modo di vedere le cose.

Una specie di “occhio di genere” che attraverso giornalisti e giornaliste format* sulla materia, possano nei vari desk rintracciare e stimolare un nuovo linguaggio, evitando non solo il neutro, ma anche mettendo in luce differenti aspetti di un certo avvenimento.

Come esiste il giornalista di esteri, di interni, sarebbe auspicabile che della violenza sulle donne e sui minori non si occupasse né il cronista né il redattore di turno, ma qualcuno che sa maneggiare l’argomento. Lo mettereste voi uno che fa sport a fare la pagina di economia? Credo di no.

Auspicare che le direzioni dei giornali si avvalgano di alcune figure professonali da inserire direttamente nel tessuto del giornale e che queste figure possano avere anche ruoli di responsabilità, sarebbe un grande passo avanti. Ma si potrebbe parlare di vero e proprio salto, se oltre agli aromenti, ci si attrezzasse per promuovere la soggettività femminile anche all’interno delle redazioni, tanto da scegliere la donna a parità di capacità con l’uomo. Come indicano le Raccomandazioni Cedaw, è indispensabile nel nostro Paese «adottare ulteriori misure per accelerare il raggiungimento della piena ed eguale partecipazione delle donne nei processi decisionali, a tutti i livelli e in tutti i settori», senza dimenticare di «sviluppare e applicare sistemi di valutazione del lavoro, basati su criteri di genere».

Le donne oggi sono l’avanguardia di un profondo cambiamento culturale che porterà vantaggi all’intera società e alle nuove generazioni, maschi o femmine che siano.

Boldrini /Fedeli: Immagino un Paese dove il potere femminile sia vissuto come una cosa normale (2013)

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Il Paese che vorrei

La 27esimaora – Corriere.it – 17 NOV

Luisa Betti  

Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Una sorta di brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una specie di sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (Global Gender Gap Report del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie che questa settimana mette a confronto due donne con cariche istituzionali:Laura Boldrini, presidente della camera dei deputati, terza donna che nella Repubblica italiana ricopre questa alta carica dello stato, e Valeria Fedeli, vicepresidente vicaria al senato. Due donne che, in maniera diversa ma affine, tentano di mettere in atto un cambiamento attraverso un’ottica di genere a partire dai loro ruoli istituzionali: nel linguaggio, nella cultura, in quello che propongono, ma soprattutto nel modo in cui esercitare un potere storicamente maschile.

Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?

Dovrebbe cambiare la cultura, sia per le donne che per gli uomini, con un’equa rappresentanza nei luoghi decisionali a partire dalle istituzioni stesse. Senza questo, il cambiamento non può avvenire. È un fatto di democrazia. Le donne possono davvero cambiare le carte in tavola ma devono poter decidere.

Come dovrebbe essere l’Italia? Intanto potrebbe essere un Paese diverso se tutte noi ci impegnassimo fin da bambine a non cedere alle pressioni e a esigere dai nostri fratelli pari suddivisioni di oneri in famiglia. Sono la prima di 5 figli e da piccola con mia sorella avevamo stabilito un punto: se aiutavano i fratelli, lo facevamo anche noi, altrimenti no. Oggi i miei fratelli sono uomini che a casa si danno da fare senza risparmiarsi.

Una ripartizione equa senza la quale forse è inutile parlare di pari opportunità?

Se c’è’ una ragazza più preparata di un ragazzo ma non viene scelta perché un giorno potrebbe decidere di fare un figlio, significa che non è cambiato nulla. Le donne che lavorano possono rimuovere gli ostacoli all’autodeterminazione delle altre donne, e questo fa bene a tutti. Vi ricordate il pane e le rose? Il pane è il salario e le rose sono le relazioni, cioè gli altri, la capacità di relazionarsi nell’idea che io sto bene se stanno bene gli altri. Tutelare il bene comune e costruire un futuro migliore è un valore per le donne ma fa bene anche agli uomini.

La divisione degli oneri non dovrebbe rappresentare un’eccezione, è essenziale ed è il punto di partenza, così come il pieno rispetto dei generi all’interno di una classe di scuola e di un nucleo familiare. Con questi presupposti di base gli uomini saranno naturalmente pronti a farsi carico di quello che ancora adesso viene attribuito alle donne come naturale e scontato. Una riflessione che deve partire dalle donne stesse. Noi non pensiamo mai quanto pesa la nostra carriera su altre donne, su nonne, baby sitter, tate, mentre il problema centrale rimane un welfare che non c’è.

Un welfare che in Italia non è mai stato un granché e che con la crisi sta per sparire.

Per fare un esempio, nel Nord Europa non esistono le badanti, e se accettiamo l’idea che solo poche donne possono andare avanti lasciando dietro tutte le altre, noi non saremo mai veramente emancipate. Perché solo quando tutte le donne potranno accedere a tutti i diritti, allora si potrà parlare di un reale avanzamento. Un paese per donne è un welfare che possa permettere a uomini e donne di fare lo stesso percorso senza eccezioni.

La scuola è un ambito su cui intervenire?

I punti sono tre: la famiglia, come dicevo, la scuola e i media. È fondamentale anche un sistema mediatico che valorizzi le donne senza insistere in maniera così pressante sugli stereotipi, che sono una gabbia mortale sia per noi che per gli uomini. La liberazione dagli stereotipi, è una liberazione per tutti. Ci si sente più autentici.

Proverei a immettere il benessere soggettivo nel discorso che stiamo facendo, sia per un uomo che per una donna. Liberarsi dagli stereotipi significa averne consapevolezza, vuol dire conoscere per poter cambiare attraverso un concetto di autonomia e di sostenibilità globale senza discriminazione. E per fare questo si deve partire per forza da un’istruzione che tenga conto del rispetto dei generi.

Partiamo da cose concrete: qual è la prima cosa da fare?

La prima cosa, secondo me, sono i testi scolastici e i programmi, che vanno cambiati dalle elementari introducendo conoscenze che tengano contro dei generi. Ma introdurrei anche la formazione per gli insegnanti fatta in termini professionali. Non è facile ma è la prima cosa.

Per me è fondamentale dare eco nel dibattito pubblico, con un approfondimento che riporti all’attenzione nodi come la discriminazione sul lavoro fino al femminicidio. Chi ha incarichi istituzionali ha il dovere di portarlo avanti, dando voce alle donne: dalle sindache minacciate dalla ‘ndrangheta alle giovani che non trovano lavoro. Ma deve essere fatto dando segnali chiari. Immettere nel dibattito pubblico una questione non risolta ma solo sopita in questi anni in Italia, significa rimetterla all’ordine del giorno anche quando non è prevista. Come si è fatto con la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, su cui ora stiamo stimolando gli altri Paesi per arrivare a 10 ratifiche e renderla così vincolante. Questioni che in generale sono scottanti, date le reazioni che suscitano.

Avere il coraggio di squarciare il velo a qualunque costo?

Sì, squarciare il velo è importante a costo di essere attaccate. La Convenzione di Istanbul la più straordinaria piattaforma sugli stereotipi che abbiamo perché contiene indicazioni su che fare a partire dalla prevenzione e con interventi a 360 gradi, compresi scuola e media. A questo aggiungerei che la presidenza della Camera amplifica costantemente con i suoi interventi, tutto il lavoro delle altre in positivo, anche di quella percentuale di donne in parlamento che incarnano una cultura differente.

È un rapporto difficile quello delle donne con il potere?

In questo Paese il rapporto tra donne e potere è variegato, com’è normale che sia. Quello che mi piacerebbe vedere, però, è la fine della sottomissione al capo gruppo maschio e l’esercizio di un pensiero autonomo delle donne. Sono molto rammaricata, per esempio, che nella corsa alla leadership del mio partito ci siano solo gli uomini. Appena fatta la direzione del Pd, io e poche altre abbiamo fatto un appello alle donne per candidarsi, ma se non hai una forte rete, non ci riesci. Le donne dovrebbero farsi delle domande su quanto sia importante essere sostenute e sostenere.

Le donne, spesso, non si avvicinano al potere non solo perché non hanno sostegno ma anche perché non hanno abbastanza autostima. Quindi attuano un’autocensura a priori. Fatti i necessari distinguo, diciamo che generalmente non osano ambire a ruoli di potere perché lo ritengono un terreno riservato agli uomini. E se s’incamera un diritto come fosse una concessione, non ci siamo. Per accedere a ruoli decisionali, le donne devono essere in grado di percepirlo come normale, e non c’è dubbio che quando questo avviene, e cioè quando vi è accesso di donne consapevoli a ruoli apicali, queste donne rischiano di più ma possono essere efficaci nel cambiamento. La mia esperienza nelle crisi umanitarie, ad esempio, mi ha insegnato che quando gli aiuti vengono dati alle donne arrivano al nucleo familiare a vantaggio di un certo numero di vite, mentre se vengono distribuiti al capo comunità, spesso si disperdono perché vengono utilizzati per altri scopi.

Le donne sono più capaci nelle situazioni di crisi, se hanno un potere decisionale autonomo dagli uomini?

In situazioni di crisi le donne dovrebbero avere una posizione predominate, dovrebbero essere coinvolte nelle trattative. Tenerle fuori dai tavoli decisionali è controproducente, poiché le donne sono spesso le prime a essere colpite sia in un conflitto che in una crisi economica, quindi sanno meglio di cosa c’è bisogno, sanno cosa fare e come farlo. È necessario valorizzare questi aspetti, se si vogliono trovare le soluzioni.

Cosa significa ricoprire un’alta carica dello stato per una donna?

Come in tutti gli ambiti è più dura e non si fanno sconti. Qualsiasi svista viene considerato un errore e il terreno a volte sembra minato. Per quanto mi riguarda, come nel mio precedente lavoro, lo porto avanti con impegno e non mi risparmio. Entro alle 9 e non esco mai prima delle 10 di sera, e il week end sono sempre fuori, a contatto con la gente, dove mi chiamano, e spesso, quando rientro, mi ritrovo lettere infilate nella borsa, tutte con richieste d’aiuto. Nei primi sei mesi da presidente della Camera sono arrivate 35 mila email. E siccome voglio che tutti abbiano ascolto, rispondiamo sempre, perché ognuno merita una risposta. Io svolgo questo ruolo dando peso alle istanze delle persone.

È un modo “femminile” di esercitare il potere o la ricerca di una strada diversa?

Non saprei, posso solo dire che a me non interessano posizionamenti, privilegi. Ritengo piuttosto che la politica debba essere più umile, più a contatto e al servizio della gente, e deve saper chiedere scusa, perché è con umiltà che si rinsalda il patto tra istituzioni e cittadini, e bisogna essere capaci di farlo, ora. So che questa è una strada in salita ma so anche che è necessario percorrerla. Le donne mi dicono: lei ci rida dignità, e io non posso deludere.

Farsi chiamare la presidente, insistere sui cambiamenti, avere una forte determinazione a non fare mai un passo indietro rispetto a se stesse, è aprire una nuova strada anche nella gestione del potere. Lo dico sempre, io sono una femminista e su questo non faccio passi indietro, qualsiasi sia la mia posizione. Nelle iniziative che prendo, prediligo sempre il rapporto con le donne e per me fare rete a livello istituzionale significa già essere protagonista del cambiamento.

Proposte?

Per scardinare bisogna partire dalle donne oggi presenti nelle istituzioni, con incarichi di responsabilità e incarichi sociali. Queste donne devono rappresentare una parte della nuova classe dirigente in tutti gli ambienti. Se fossimo nella condizione di unirci per un cambiamento reale, potremmo attuare una vera trasformazione.

Il punto è: avere potere significa avere la meglio nelle correnti di partito e sugli assetti, o piuttosto entrare in sintonia con la società, in empatia con la gente? Non si tratta di essere ingenui, ma di capire che il cinismo ammazza tutto: il giornalismo, la politica, tutto. È una grande malattia del nostro tempo. E non basta essere donna per avere questa visione. Non tutte le donne, ovviamente, hanno la stessa sensibilità e gli stessi obiettivi.

 

Di Nicola/Luccioli: Immagino un Paese senza discriminazione fuori e dentro la giustizia (2013)

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Il Paese che vorrei

La 27esimaora – Corriere.it – 8 NOV

Luisa Betti

Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Un brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (“Global Gender Gap Report” del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie. In questa puntata entriamo nei palazzi di giustizia con due donne che, in modi diversi, hanno affrontato il potere maschile: Maria Gabriella Luccioli, Presidente di Sezione della Corte di Cassazione, e Paola Di Nicola, giudice presso il Tribunale penale di Roma. Prima donna a entrare nella Corte di Cassazione 30 anni fa e prima giudice a essere ammessa tra gli 8 candidati che si sono contesi a maggio di quest’anno, la nomina alla presidenza della Corte suprema di Cassazione (ora ricoperta da Giorgio Santacroce), Gabriella Luccioli ha segnato diversi momenti storici nella vita di questo Paese: con la sentenza Englaro, quella sull’uso nelle Ctu dei tribunali della non verificata Pas (Sindrome di alienazione parentale), e quella che ha affidato un bambino alla madre insieme alla sua compagna, piuttosto che a un padre violento. Un mondo, quello della magistratura, che ha vietato l’accesso alle donne fino al 1963 e che Paola Di Nicola ha descritto nel suo libro: La giudice. Una donna in magistratura, (Ghena Book, 2012), raccontando la sua storia personale e professionale, e dando un certa idea sull’impatto dei pregiudizi di genere in un luogo di potere come questo.

Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?

È un discorso lungo, perché dovrebbero esserci tante cose insieme. Prima di tutto dovrebbe essere un Paese che non ha bisogno di quote per promuovere le donne, e in cui le donne stesse non siano valutate per avvenenza ma per impegno e capacità. Un luogo che possa fare a meno dell’uso del corpo femminile come oggetto nelle pubblicità, nei media, ovunque, e dove il linguaggio non sia espressione del più becero machismo. Bisognerebbe, insomma, rifondare tutto su una cultura priva di stereotipi: cosa che può avvenire solo dopo una profonda elaborazione della necessità di superare i pregiudizi sulle donne.

Intanto dovrebbe diventare un Paese civile dove la differenza e il senso del limite diventano sintomi di consapevolezza e non di carenza. Un luogo dove il potere non sia più una forma di sopraffazione o di esercizio della forza ma che abbia un aspetto umano, sia attraverso il corpo di un uomo o di una donna. E poi mi piacerebbe un Paese in cui non ci si debba vergognare delle differenze, anzi. Le donne sono il concentrato della differenza e per questo sono i principali bersagli di pregiudizio.

Gli uomini cosa farebbero senza stereotipi?

Secondo me, gli uomini si libererebbero anche loro da questa gabbia, perché alla fine sono faticosi per entrambi. Un buon inizio per gli uomini, sarebbe cominciare a interrogarsi sul perché commettono violenza sulle donne, cosa li spinge a diventare stalker, e perché devono maltrattare le loro compagne per sentirsi forti.

Se si andasse nella direzione dello smantellamento degli stereotipi, ci sarebbe un grande vantaggio per tutti. Con diverse relazioni ispirate al rispetto reciproco, si mettono le basi per un dialogo più sano. C’è da dire che per fare questo c’è una sola chiave: l’educazione, sia nelle famiglie che a scuola. In famiglia, il ruolo delle mamme che educano i figli maschi è importantissimo, è il modo per un superamento totale della valorizzare del modello maschile di riferimento. E nella scuola bisognerebbe cominciare da subito, da piccoli, facendo giocare maschi e femmine con gli stessi giocattoli.

Quindi la scuola è un punto di partenza.

Sì, e come materie incentiverei lo studio dell’educazione civica, naturalmente, e farei leggere la costituzione in tutta le sue possibilità, ma introdurrei anche lo studio della storia delle donne. Però, prima, vanno cancellati gli stereotipi. Questo lo dico perché lo vedo come nonna, e non solo a scuola ma anche nella scelta del tempo libero e dello sport: i bambini vanno al calcio e le femmine a danza, così diventa un dato ineluttabile, non puoi sfuggire.

Diciamo che comincerei dalla scuola materna, insegnando la differenza di genere a bambini e bambine, perché solo distruggendo gli stereotipi dall’inizio ce la puoi fare. E poi cambierei il modello che da duemila anni ci costringe all’idea della femmina da proteggere, perché impedisce di essere protagoniste della propria vita. La consapevolezza è la cosa più importante, solo quando si aprono gli occhi allora viene tutto fuori. Una cosa che mi capita anche ai processi.

Può spiegare meglio?

Parlo delle donne che denunciano il compagno o il marito violento dopo tanto tempo, ma anche degli uomini che si meravigliano quando vengono condannati, soprattutto se si stratta di maltrattamenti o stalking. Diciamo che se c’è una violenza grave, fisica o sessuale, è evidente che si tratta di un reato, ma se ci sono maltrattamenti e violenza piscologica, ci si meraviglia che si tratti di reati. Mi è capitato diverse volte, e questo vale anche per persone istruite, con tanto di laurea. Il problema è il modello introiettato, quello che scambia la violenza con l’amore, e che riguarda sia gli uomini che esercitano questo controllo, sia le donne che lo subiscono e non lo mettono a fuoco. Se noi non rompiamo questo meccanismo e non indichiamo gli stereotipi come base di modelli malati, questi continueranno a essere diffusi e quindi a essere considerati normali. Per dirla tutta, se non cambiamo il modo di pensare, tutte le leggi sono inutili, qui va reimpostata l’identità della persona e delle relazioni.

Nella Giustizia italiana come funziona, ci sono stereotipi?

Bisogna fare delle distinzioni perché alla fine i pregiudizi verso le donne sono così profondi che ti condizionano a 360 gradi. Noi, in magistratura, siamo ormai al 48% e in generale c’è un atteggiamento diverso dei colleghi rispetto al passato. La donna giudice però, continua a essere vittima di pregiudizio nel quotidiano. Faccio un esempio pratico capitato a me: sono a Roma e fuori dall’udienza, l’imputato chiede al carabiniere “oggi sarò giudicato da un giudice o da una donna?” Cioè, l’istituzione diventa alternativa al mio genere.

Per me è diverso, sono in Cassazione da vent’anni e il rapporto tra le parti non c’è, mentre quando ho iniziato la carriera, il pregiudizio verso di noi era fortissimo. Mi ricordo che la mia prima destinazione fu a Montepulciano, in Toscana, dove trovai un foro molto civile, che accettò bene il mio arrivo anche se ero una donna. La vera difficoltà, invece, fu con i colleghi, soprattutto quelli più giovani, che vedevano la presenza di una collega come un’ombra: c’era una diffidenza, uno scetticismo e una critica indescrivibile. Poi, una volta arrivata a Roma, è stato più facile e ho cominciato a ricevere complimenti, ma mi sentivo comunque e sempre sotto esame, e sentivo che al minimo errore sarei stata giudicata non meritevole.

Ma il pregiudizio che costruisce il tetto di cristallo per le magistrate, c’è o non c’è adesso?

Quando si tratta di posti decisionali, il fatto di essere una donna, conta. E su questo pregiudizio bisognerebbe discutere in magistratura, perché oggi è ritenuto un problema individuale: sei tu a doverti far valere, è responsabilità tua se si affievolisce la tua autorevolezza. E questo nega che ci sia un problema di genere, che invece ci sta perché il pregiudizio sulle donne è ancora forte. Un pregiudizio che non crolla in 50 anni e che l’assunzione del modello maschile a oltranza, anche da parte delle donne, non risolve.

In magistratura le donne sono il 48% e tra un po’ superiamo gli uomini, perché sono di più le donne che vincono il concorso e questo dimostra che sono più brave, è un risultato obiettivo. Mentre per quanto riguarda le nomine e gli incarichi direttivi, abbiamo un 18% nei tribunali e un 12% nelle procure, un numero inadeguato rispetto alla proporzione. Qui il discorso è articolato, perché se da una parte è vera una minore disponibilità delle donne a proporsi e a mettersi in gioco, spesso per gli incarichi si adduce il fatto che noi abbiamo meno anzianità perché siamo entrate dopo, che è un falso problema. La verità è che dietro ci sono criteri apparentemente neutri che nascondono uno stereotipo.

Che rapporto hanno le donne con il potere?

Noi abbiamo usufruito delle lotte femministe e quindi sembra che abbiamo più diritti, però poi ti rendi conto che non è così. Il diritto di entrare in magistratura ce l’ho ma non ho il riconoscimento di essere istituzione davanti a gran parte dei miei imputati e i pregiudizi non si fermano davanti all’aula di giustizia. E se poi nel rapporto con il potere, le donne vengono fagocitate dal modello maschile, c’è solo l’immobilità. Peccato, perché le donne consapevoli possono cambiare il mondo.

Sono andata al congresso di ANM (Associazione nazionale magistrati, ndr) tempo fa, e c’erano tantissime donne, e si aveva questo impatto forte, anche visivo, di una magistratura con donne autorevoli e con alcune che sono intervenute con grande piglio. Si vede che abbiamo raggiunto traguardi ardui. Però le donne hanno ancora poco potere, nel senso che stanno raggiungendo professioni impensabili fino a 10 anni fa, ma questa delle posizioni apicali è un tema forte sia in politica, che nelle università, come nella magistratura, in tutto.

Proposte?

Bé, il Consiglio superiore della magistratura ha solo 2 donne, e per i luoghi di potere il problema di genere è ancora da risolvere in Italia. Bisogna puntare a far entrare più donne.

Per quanto riguarda le donne nel Csm, la proporzione è ridicola. A luglio si voterà, e lì il discorso è complesso perché c’è il gioco delle correnti. Non so, forse si supererà questo tetto minimo, ma non credo ci saranno rivoluzioni, si parla di una riforma e si parla anche di quote nel Csm. Vedremo.

Puppato/Idem: Immagino un Paese dove ci prendiamo le redini e non aspettiamo che ce le diano (2013)

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Il Paese che vorrei

La 27esimaora – Corriere.it – OTT 31  

Luisa Betti

Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Una sorta di brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una specie di sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (“Global Gender Gap Report” del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie che comincia qui con due donne che si sono distinte nel confronto con il potere maschile: la senatrice Josefa Idem, ex ministra delle Pari opportunità del governo Letta, e Laura Puppato, senatrice anche lei, che nel 2012 ha sfidato quattro uomini per la leadership del centrosinistra.

Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?

Per quanto mi riguarda, immagino un Paese che non ha più bisogno di quote, dove le donne sono protagoniste della propria vita professionale e affettiva, e dove possono scegliere quello che desiderano in ogni ambito, a partire dal lavoro e tutto il resto. Immagino una donna che non deve chiedere il permesso per nessuna cosa, che non conosce il senso di colpa, che non si alza per prima nei lavori di cura. Una donna che se decide di fare figli con un uomo, può sentirsi in un progetto condiviso non solo nelle linee teoriche ma anche nella quotidianità, dato che spesso gli uomini entrano nel merito per dire la loro ma poi delegano il lavoro pratico alle compagne. E poi vorrei un Paese che non rappresenti più la donna come la vittima con l’occhio nero coperta di lividi, ma che sia chiara l’immagine di un soggetto, e non di un oggetto, che si alza in piedi e dice forte e chiaro: “Non osare mai più”.

Io immagino un Paese dove non c’è più bisogno di discutere sul tema. Dove le donne ci sono e sono presenti, non per concessione maschile o perché è bene che ci siano, ma perché è un fatto normale, perché per competenza, capacità e storia professionale ci sono. Ecco, un Paese in cui sia prevista per le donne un’autentica autonomia di pensiero, sia praticata la vera libertà di espressione e di vita, e dove la differenza di genere esiste come e’ ovvio, ma non è una discriminante che determini una priorità maschile nel lavoro, nella gestione delle cose.

E gli uomini, che fine fanno?

Penso a un possibile modello di convivenza per tutti: uomini, donne, bambini e bambine, insomma tutti. Un modello di relazione che abbia come base un solido rispetto reciproco, e una perfetta corrispondenza. Ma per questo, invece dei corsi di autodifesa, bisognerebbe fare corsi di convivenza, cioè cominciare a pensare in positivo mettendo al primo posto l’educazione sentimentale. È così che si rende possibile un modello di rapporto allo stesso livello tra uomini e donne, anche nelle relazioni intime. E poi vorrei un mondo un po’ più autentico, con bellezze reali, sia maschili che femminili, dove non ci sia bisogno di Photoshop e dove i rapporti siano più liberi dagli stereotipi. C’è una mia amica che lavora in questo campo, fa ritocchi con Photoshop, ecco, lei per esempio sogna di mettere su una comunità di donne che collaborano tra loro e che incontrano gli uomini solo fuori, diciamo per amore. In fondo gli uomini fuori dal potere, sono anche graziosi.

Sono d’accordo, però insisto sul fatto che bisogna partire dalla scuola, dall’educazione famigliare fin da subito, dalla nascita. Suggerisco di inserire la filosofia fin dall’inizio, dalla scuola materna, da prima di cominciare a leggere e scrivere. Dovremo far conoscere la storia che hanno fatto anche le donne, oggi completamente occultate nei libri di testo. E poi bisogna conoscere il mondo, guardarsi intorno, aprirsi al mondo. In Italia abbiamo tolto la geografia, un’assurdità perché la geografia serve a conoscere, è politica se fatta bene. Così come anche l’educazione civica, parliamo tanto e poi se vai per la strada e chiedi la differenza tra un disegno di legge e un decreto legge nessuno lo sa. La scuola è il fulcro principale da dove comincia la trasformazione, solo così si cambia la mentalità, si modifica la cultura di una società.

Riformare la scuola e fare un gender planning nella culla?

Diciamo che è una grossa fetta. La scuola non può essere una sorta di bulimia, una indigestione di nozioni ma dovrebbe stimolare la mente a una riflessione critica. Una scuola che non s’immobilizzi sul voto ma che liberi il pensiero. Dare gli strumenti della messa in discussione del presente, e quindi anche degli stereotipi culturali, perché il laboratorio di decostruzione di questi modelli è la scuola. Le donne non si rendono conto pienamente della loro forza, perché non riconoscono il guinzaglio con cui sono tenute a bada, e quindi pensano che il limite che viene posto, la difficoltà nell’accesso al lavoro e l’esclusione dal potere, sia un fatto scontato. Se avessimo fin da subito strumenti di decostruzione di questo stereotipo, saremmo in grado di riconoscere e cambiare più velocemente la situazione che ci circonda e ci riguarda.

La gestione del potere è centrale in tutto questo discorso, e gli stereotipi sono certamente il muro che ci divide lasciando le redini strette in mani maschili. Mani che non mollano oggi e difficilmente molleranno domani. È impensabile che venga affidata alle donne una divisione equa di questo potere, malgrado siamo più della metà. La verità è che noi ce lo dobbiamo prendere questo potere, questo governo delle cose, ma prima di tutto dobbiamo essere convinte di poterlo gestire, sapendo fare anche meglio degli uomini.

Pensate a un colpo di mano per prendere il potere?

L’accesso al potere e alla gestione di un Paese, rientra nei pregiudizi. Si ritiene, pur non dicendolo apertamente, che le donne non ne siano capaci perché non sono abituate o perché non l’hanno mai fatto. Fa parte della discriminazione ed è uno degli stereotipi più forti. In verità noi abbiamo alle spalle 2000 anni di gestioni di nuclei familiari spesso allargati, in condizioni improbabili, in contesti persino impossibili anche solo da immaginare. Un sapere accuratamente occultato dalla storia. In Italia, soprattutto, la gestione del lavoro familiare è stata sempre portata avanti dalle donne, siamo noi che abbiamo risolto situazioni estreme, di sopravvivenza dei nuclei umani: perché le donne sono sempre state il cuore operativo della gestione di gruppi familiari. In ogni caso l’abitudine a gestire le difficoltà e a mandare avanti la “baracca” è il frutto di un lavoro quotidiano tramandato che ha costruito e sviluppato un sapere, quasi sempre misconosciuto o ridotto ad uno pseudo sapere, perché considerato solo un dovere. Diciamo un lavoro gratuito che facciamo da sempre.

Sono d’accordo, e vorrei che le donne vivessero la propria forza senza paura di essere punite per averla tirata fuori. Potere significa poter plasmare i contesti in modo da far star bene le persone, tutte. La donna non è necessariamente più buona o più brava a gestire ma è unica e diversa, e quindi si può pensare di avere un risultato migliore rispetto agli uomini, soprattutto perché c’è un maggiore rispetto della vita, e di questo sono convinta. Si potrebbero avere risultati migliori per tutti, nessuno può escludere che questo comporti un miglioramento per la società, bisogna provare a farlo.

Le donne al potere come uscita dalla crisi? Si può immaginare?

In un Paese come il nostro, sempre vicino al baratro e dove non si sa più dove mettere le mani, sono senza dubbio le donne, o meglio quelle che riconoscono questo sapere e questa forza, che possono contribuire a far uscire l’Italia dalla crisi. Perché vedono il domani con occhi nuovi. Ma sia chiaro che non possiamo aspettarci che ci venga chiesto o affidato questo compito, riconoscendo che potremo essere capaci di trovare le chiavi giuste. No, non dobbiamo attendere che questo accada. Siamo noi che dobbiamo trovare la forza per prendere le redini e poter cambiare rotta.

Parliamo di una crisi mondiale creata dalla voracità di gruppi di potere per lo più maschili e con meccanismi di autodistruzione. È vero che le donne non sono tutte uguali e che non sono sempre migliori degli uomini, ma la donna è anche più propensa a cercare soluzioni in base alla pratica di gestione di cui parla Laura. Cercare di non creare danni alle future generazioni, significa, in ultima analisi, tenere a mente il bene di una umanità che siamo noi a mettere al mondo.

Le donne sono più adatte in una situazione di crisi perché abituate al peggio?

No, il problema è solo quello di riconoscere che questo Paese noi, lo sapremmo gestire perché la gestione ci è propria. La facciamo da sempre. Sono solo le dimensioni a cambiare. In ogni momento e da tempo immemore, ma non perché siamo migliori, perché è così, è sempre stato così. Immaginiamo una donna che affronta la maternità, per esempio, lei pensa sempre al futuro, momento per momento, in tutta la fase della crescita, pensa alle conseguenze di tutte le sue azioni perché ha a cuore la sopravvivenza di chi ha messo al mondo. È così anche per la politica. Ogni volta che abbiamo la possibilità di emanare un disegno di legge, o di incidere su questo ambito d’azione politica, ci chiediamo sempre: quali saranno le conseguenze? Non pensiamo al ritorno mediatico, alla pancia, ma guardiamo le cose in prospettiva, includendo nel ragionamento anche i danni possibili.

La Norvegia, per esempio, ha obbligato la presenza femminile nella gestione aziendale e amministrativa, e con risultati positivi, quindi oltre a una storia occultata ci sono anche esempi concreti e visibili, ora. Le donne, ripeto, non sono migliori a prescindere ma possono distinguersi in quello che è stato fatto finora con qualcosa di diverso. E c’è solo il rischio che si possa migliorare.

Proposte?

I modelli vanno per contagio, se il modello maschile è vincente, anche gli altri lo seguono, comprese le donne. Se invece poi tu, come donna, metti in discussione quel modello nella gestione del potere, allora puoi rischiare di essere punita. In sostanza ci vogliono nuovi modelli, modelli diversi e di diversa convivenza, e ci vuole anche una rete tra donne, perché ci vuole supporto tra noi per uscire da tutto questo. E sono convinta che non ci sia nulla di scontato, mai.

Su questo non ci sono dubbi, il ruolo delle donne sempre rimosso nella storia è da riportare a galla anche e soprattuto tra le donne. Tra di noi, impariamo a volerci bene.

Femminicidio, ai media il compito di raccontarlo senza pregiudizi (2013)

BN LuisaBetti

lauraboldrini.it – 18 novembre

di Luisa Betti

Alle porte del 25 novembre, Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, resta prioritario in Italia un intervento culturale per contrastare un fenomeno strutturale che necessita la messa in campo di strumenti efficaci e di cui si parla continuamente.

Ma cosa significa cambiare la cultura?

La cultura non è un corpo estraneo, siamo noi e si può cambiare solo partendo da noi, dal nostro modo di pensare e con una consapevolezza che permetta di rintracciare stereotipi così radicati da risultare quasi invisibili. Ruoli che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità in base al sesso, condizionando le relazioni umane, e che sono l’humus su cui proliferano discriminazione e violenza.

Per avere giusta percezione di questa violenza, oltre a un serio monitoraggio, occorre quindi una narrazione fuori da pregiudizi, che nella loro spinta alla sottovalutazione del fenomeno, possono influenzare l’opinione pubblica e spesso anche gli addetti ai lavori. Tutto ciò con una conoscenza reale ed effettiva di quello di cui si dà informazione, a partire dagli stessi termini, dato che ormai in Italia spesso si confonde il termine femminicidio addirittura con l’uxoricidio.

Femmicidio e femminicidio hanno, invece, significati precisi che molta informazione sembra ignorare: il primo è il termine criminologico coniato da Diana H. Russel per le uccisioni di donne con movente di genere e su cui nel novembre 2012 a Vienna, l’Academic Councilon United Nations System (ACUNS), ha redatto un documento in cui si spiega che “il femmicidio è l’ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze”, e che “le sue molte cause sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere”; mentre il secondo, ovvero il femminicidio, è il termine sociologico coniato da Marcela Lagarde, che indica “la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all’esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia”, e quindi con un significato ben più complesso, sicuramente non ristretto ai mariti che uccidono le mogli.

La violenza contro le donne, però, non è un fenomeno né nuovo né italiano, e i dati dell’Onu ci dicono che nel mondo 7 donne su 10 subiscono violenza nel corso della vita, e che 600 milioni di donne vivono in nazioni che non la considerano un reato. Dati su cui si concentrano l’Onu, che quest’anno ha siglato una storica carta contro la violenza su donne e bambine (Commission on the Status of Women – CSW, 8/15 marzo), e il Consiglio d’Europa con la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Istanbul 2011). Convezione che, ratificata dall’Italia quest’anno, oltre a condannare “ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica”, riconosce che il raggiungimento dell’uguaglianza è un elemento chiave per prevenire la violenza e chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale, in quanto si possono fare le migliori leggi del mondo ma se non cambia la testa, le leggi possono rimanere inapplicate.

E proprio perché lo smantellamento di una rappresentazione stereotipata è fondamentale, tra le varie indicazioni, ci sono quelle che riguardano media e informazione sia nella Convenzione di Istanbul (art. 17) che nelle Raccomandazioni Cedaw all’Italia e nelle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell’Onu, Rashida Manjoo. Riflettere su come tali indicazioni siano applicabili nel nostro Paese a giornali, telegiornali, speciali e programmi d’informazione tramite stampa, tv e web, è allora tra le priorità: non solo perché l’informazione influenza in maniera diretta come fosse “super partes” – a differenza di fiction o pubblicità – ma perché un’informazione non corretta, può procurare distorsioni con gravi ripercussioni nella vita delle persone.

Citando il “Rapporto Ombra” della “Piattaforma Cedaw” (New York, 2011): “I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell’opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano perlopiù commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi”. Fatti di cronaca presentati come isolati, che spesso trasformano la donna in offender e insinuano il dubbio che se la sia cercata, minimizzando il reato. Ma chi informa deve essere informato e non può prescindere da una preparazione adeguata. Ma allora perché la sottovalutazione della violenza contro le donne, persiste?

Di femminicidio, oggi, se ne parla sui giornali, in tv, sul web, ma spesso il meccanismo è strumentale e tratta questa violenza come un passepartout che fa notizia e su cui anche chi non ha competenze, può avventurarsi. Un pericolo, perché il pregiudizio della discriminazione di genere permane nella testa, e si riflette nel sostegno a una cultura che in ambito giudiziario trova ancora donne non credute. Donne che nel loro accesso alla giustizia sono rivittimizzate. Per questo, se i media sostengono tale sottovalutazione, sostengono anche la rivittimizzazione, giustificandola in ambito pubblico in una pericolosa connivenza. Pubblicare articoli negazionisti, insinuare il dubbio che forse la donna o la ragazza se la sia andata a cercare, concentrarsi sulla vita intima della donna, mettendo in primo piano le attenuanti per l’offender, e lasciare che giornalisti privi di strumenti appropriati ne diano informazione, sono elementi chiave per una vittimizzazione secondaria attraverso i media.

Un terreno scivoloso in un contesto culturale, come quello italiano, dove l’idea che continua a passare è che un certo tipo di atteggiamenti, anche violenti, siano ingrediente normale dei rapporti intimi.

Per queste ragioni, non basta essere “brave persone” o “professionisti”, e non basta essere “sensibili” ma bisogna essere preparati, studiare. Per dare corretta informazione su questa realtà e in generale sui diritti e le discriminazioni di genere, oltre ai seppur utilissimi blog, bisognerebbe allora entrare a pieno titolo nel tessuto del giornale, avviando un processo di trasformazione dentro le redazioni che dovrebbero essere attrezzate, non solo con linee di condotta, ma con redattrici e redattori formati ad hoc. Auspicare che le direzioni di testata, si avvalgano di queste figure da inserire anche con ruoli di responsabilità, dimostrando di comprendere davvero un problema che non riguarda solo le donne ma anche gli uomini, che nelle redazioni italiane occupano la maggioranza dei posti di comando, e che dovrebbero sentire l’urgenza di prendere in seria considerazione quanto detto.

Luisa Betti è giornalista, esperta di diritti umani, violazioni e discriminazioni su donne e minori. E’ tra le promotrici della Convenzione No More contro la violenza sulle donne – femminicidio, di cui è referente per Giulia. Fa parte di Articolo 21 scrive su Il Manifesto, cura il blog Antiviolenza del giornale online. Scrive sul blog La 27Ora del Corriere della sera.