25 novembre

Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line (2013)

Presidenza della Camera dei deputati, seminario parlamentare “#nohatespeech. Parole libere o parole d’odio? Prevenzione della violenza on-line”, relatrice su “Violenza contro donne e ragazze tramite web, social network e media” (10/06/2013).

Luisa Betti

“Ringrazio per avermi invitata a questo incontro. Mi occupo di violenza sulle donne, quindi è di questo che parlerò oggi qui, andando subito al nocciolo del problema. Quando è uscita fuori la polemica rispetto alla Presidente della camera, Laura Boldrini, riguardo alle minacce subite da lei in rete e a quello che si chiama – dato che le parole sono importanti – la violenza del linguaggio, il discorso è rimbalzato immediatamente sulla censura nel web, e questo perché di fatto la violenza contro le donne, è sempre un problema che arriva dopo tutto il resto. Una circostanza che ha acceso ulteriori polemiche, senza che sia stato dato il giusto peso al fatto che la Presidente ha subito, in realtà una forma di violenza di genere che moltissime donne subiscono ogni giorno. Violenza che riguarda tutte le donne in diversi contesti sociali, a cui la Presidente Boldrini ha risposto in maniera ferma e determinata, dimostrando la capacità di prendere in mano il nocciolo della situazione, comprendendone a pieno i giusti parametri.

Con tutto il lavoro che stiamo facendo riguardo alla violenza, come giornaliste e come società civile, ci tengo a dire che in questo momento in Italia, che ha ratificato la Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e contro la violenza domestica, c’è un assoluto bisogno di capire e di distinguere quello che significa censura e quello che significa esposizione alla violenza. Perché se non si capisce questo, è inutile aver ratificato una Convenzione del genere: possiamo anche rimandarla indietro da dove è venuta.

Il discorso principale riguarda la cultura, a partire da una profonda e completa comprensione di cosa si parla quando si tratta di violenza, compreso il fatto che minacciare, usare parole e frasi violente, ma anche mettere in circolazione foto ritoccate in maniera denigrante e calunniosa – cioè il ritocco distorto della propria immagine divulgata sul web, come è successo anche a me – non c’entra assolutamente nulla con la libertà d’espressione. Capire cioè che il punto non è la censura ma l’avere una percezione chiara su cosa sia la violenza, e soprattutto la violenza contro le donne – femminicidio, di cui tanto si parla in questo momento anche in Italia.

Nella Convenzione di Istanbul è scritto che “l’espressione violenza nei confronti delle donne intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica, economica, comprese le minacce di compiere tali atti”. In questa spiegazione della violenza contro le donne rientra anche quella che è la violenza del linguaggio che ha come bersaglio il genere femminile, una violenza che richiama a stereotipi ben precisi e che può essere veicolata non solo tramite il web o i social network, ma anche, e in maniera altrettanto grave, attraverso l’informazione dei media. Trattare uno stupro come se fosse una storiella da romanzetto, è una forma di violenza per la donna che ha subito quello stupro, una donna che in quel momento certo non ha bisogno di vedersi rappresentata in quel modo: una modalità di racconto che mette in atto la rivittimizzazione secondaria che, come succede spesso anche nei tribunali – e come è espressamente vietato nella Convenzione di Istanbul – rappresenta la donna in maniera distorta, andando anche a vedere qual è il suo passato intimo e dando giudizi sulla sua condotta, e comunque facendola apparire come corresponsabile dello stesso stupro che ha subito. Una narrazione che spesso viene adottata da quell’informazione che si vorrebbe porre come super partes e che invece ricalca pericolosi stereotipi sia perché impreparata sull’argomento sia per una sottovalutazione generale della percezione della violenza.

Sono quindi convinta che questo discorso che oggi si affronta qui, in questa sede, riguarda un discorso molto più ampio. Un discorso che l’Italia sta faticosamente affrontando anche con la ratifica della Covenzione di Istanbul, sebbene non sia riuscita ancora a mettere a punto le raccomandazioni che il Comitato Cedaw dell’Onu ci ha fatto sull’applicazione della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, ratificata da noi nel 1985 e ancora oggi mai interamente adottata.

Rispetto al discorso sulla violenza del linguaggio e sui danni che può provocare, posso dire che io stessa ne sono stata vittima: un linciaggio o una lapidazione mediatica – chiamatela come volete – subita anche insieme a Silvia Della Monica, che vedo qui, e che nella scorsa legislatura era Presidente della Commissione Giustizia al Senato. In breve è successo che la scorsa estate, per dovere d’informazione, scrissi alcuni articoli sul DDL 957 riguardante la modifica dell’affido condiviso che era in discussione al Senato, con tutto quello che riguardava la Pas e l’alienazione parentale, un atto nel pieno diritto per una corretta informazione che mi ha esposta alla denigrazione di gruppi, che sembravano eserciti di persone organizzate e che puntualmente hanno sparso tutto il web mie foto come un wanted, insieme a manipolazioni delle mie stesse affermazioni, fino a commenti denigratori e calunniosi, e minacce. Un assalto violento che ha raggiunto livelli gravi, soprattutto nel momento in cui ho difeso pubblicamente Silvia Della Monica che, a sua volta, era stata apostrofata e anche linciata mediaticamente perché si era permessa di presentare alcuni emendamenti al DDL 957, dato il ruolo che aveva in quel momento e dato che si presupponeva di essere in una democrazia.

Che cos’è questa? libertà? Io non credo che questa sia libertà di espressione. Questa non è libertà, questa è una violenza di fronte alla quale rivendico il mio diritto di voler essere una cittadina italiana libera di vivere in un Paese senza essere soggetta a nessuna forma di violenza. Questo è un mio diritto, è un diritto di tutte le donne, è un diritto di tutte le ragazze e le bambine di questo Paese, come nel mondo.

A ciò aggiungo che questa è una situazione che può diventare pericolososissima se si tratta di ragazze, perché nella fase adolescenziale tutto ciò ha un’amplificazione enorme. Nello specifico i minorenni spesso ignorano che quello che stanno facendo – minacce, calunnie, violenza, bullismo e cyberbullismo – sia un reato e amplificando i comportamenti degli adulti in una maniera straordinaria, diventano straordinariamente pericolosi.

Su quello che è successo in Ohio, dove alcuni ragazzi sono stati condannati per stupro su una minore e per aver divulgato materiale sul reato da loro commesso, la cosa più grave che è successa non è stato solo il fatto di aver raccontato ridendo su YouTube, da parte dei ragazzi, dello stupro sulla minore ubriaca e abusata per sei ore consecutive in uno scantinato, ma il fatto che quando due di loro sono stati condannati, i giornali, i telegiornali, la maggior parte dei media Usa, hanno detto che le vite di questi ragazzi erano state rovinate: erano dei giocatori promettenti ma essendo stati condannati, questa carriera brillante era stata messa in discussione. Qual è allora il punto? Il punto è che un’informazione che si pone a livello oggettivo e che deve riportare un fatto, non può esprimere giudizi rispetto a una situazione di questo tipo, perché è dannosa e fuorviante per l’opinione pubblica in quanto non dà la giusta misura della gravità dell’accaduto, anzi la sottovaluta volontariamente. Una sottovalutazione della violenza dimostrata dal fatto che le stesse reti televisive statunitensi hanno reso pubblico il cognome della ragazza stuprata malgrado si trattasse anche di una minore. Un evento che l’ha resa rintracciabile e che su twitter ha peremsso una ulteriore violenza mediatica da parte di chi difendeva i giovani condannati. Quindi un fatto di una gravità enorme.

Tutto ciò per dire che temi di questo genere sono al centro di un dibattito molto più ampio e non solo nel nostro Paese. E per dire che se si vuole risolvere davvero il problema, bisogna affrontare quello che c’è sotto, e cioè la discriminazione di genere che tocca le donne, le ragazze e le bambine dell’intero Pianeta.

Quindi se noi, come stiamo facendo, vogliamo dare un taglio a tutto ciò, dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro vero nome e avere la determinazione di affrontare la situazione per quella che è nella sua realtà oggettiva senza paura e senza remore. E sono contenta che qui ci siano la Ministra Josefa Idem e la Presidente Laura Boldrini, perché sono due donne che si sono esposte in questo lavoro in maniera intelligente e con grande coraggio: un coraggio che noi, come società civile, sosteniamo perché in questa lotta è fondamentale avere la determinazione nel dire: “No, adesso basta. Noi ci siamo stufate. Grazie”.

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