Guerra mediatica tra fake, censura e propaganda: la strage di Donetsk taciuta (o distorta) dai giornali

"La Stampa" pubblica la foto dei morti nel Donbass uccisi dai missili ucraini per raccontare l'invasione russa, la palestinese Ahed Tamimi fatta passare per una giovane ucraina, Innaro e Orsini censurati, i bombardamenti di Gaza proposti come effetto delle bombe russe: dove va l'informazione che non verifica e sostiene la propaganda bellica?

Judith Pinnock
Judith Pinnock
Psicologa e psicoterapeuta italo inglese, è esperta di linguaggi e comunicazione di genere. Ha scritto "A Tavola con Platone" e "Bella CostituZIOne" (Ferrari Sinibaldi).



Ieri il quotidiano “La Stampa” ha pubblicato in prima pagina una foto (v. sotto) priva di didascalia di un bombardamento con il titolo “Carneficina” mettendo sotto i richiami agli articoli del giornale che per la loro totalità si riferivano all’invasione dell’Ucraina e ai bombardamenti russi. Una cosa gravissima, per un quotidiano nazionale in cui i giornalisti dovrebbero verificare tutto quello che mettono, perché quella foto in realtà ritraeva la strage di Donetsk, la repubblica indipendente del Donbass, dove due giorni fa un missile sparato dall’esercito ucraino in una zona centrale senza obiettivi militari, ha ucciso 20 persone e fatto 28 feriti: una notizia che non abbiamo letto su nessun giornale del main streaming e che è riecheggiata solo sui social senza suscitare l’indignazione di nessuno, e che è stata addirittura usata per rappresentare il nemico russo. Operazione messa in luce per lo più solo dai social che hanno postato i video dopo il bombardamento in cui si può riconoscere l’uomo al centro della foto e su cui non ci risulta, a oggi nessuna rettifica della “Stampa”. Un uso paradossale della notizia che è stata d’altro canto censurata sulla maggior parte dei giornali italiani.

L’uso delle parole e delle notizie

Le parole e le immagini sono essenziali quando si debbano comunicare informazioni, ma sempre di più assistiamo alla loro distorsione, e ciò genera confusione e, cosa più grave, scetticismo e sfiducia generalizzati. Vengono date notizie, successivamente vengono smentite o denunciate come false generando una iperbole in cui non si distingue più la propaganda dall’informazione. Niente che abbia a che fare con un nobile spirito di ricerca che ci spinga a studiare, approfondire e, sopra ogni cosa, verificare.

Come inizia la strategia del terrore in Tv

Provo a disperdere un po’ di nebbia. Il primo punto è l’assuefazione alla tragedia e alla guerra, ai morti e alla disperazione, dato che ormai da anni riceviamo un solo messaggio che fa da sfondo a tutto il resto: siamo in pericolo, dobbiamo avere paura. Se scavo nella mia memoria individuo le prime avvisaglie dell’esistenza di “Mordor” con la guerra del Golfo. Era il 1991, nel secondo giorno del conflitto viene abbattuto un aereo italiano e i due piloti vengono sequestrati e torturati per 47 giorni. Per la prima volta si guarda una guerra in diretta in televisione, quindi nel sicuro delle nostre case che ne vengono simbolicamente contagiate, e un telegiornale di una tv commerciale inventa lo sfruttamento mediatico della paura, moltiplicando a dismisura il numero delle edizioni che quotidianamente vengono messe in onda, interrompendo le trasmissioni usuali per edizioni speciali, alimentando quel sentimento di minaccia e precarietà. Le altre reti, anche quelle di Stato, si adeguano allo standard.

Così la casa, il luogo sicuro, il porto che ci accoglie e protegge, si riempie di suoni di guerra, parole di guerra, vittime di guerra

Lo standard non è stato più abbandonato, anche in tempi più tranquilli le edizioni dei TG restano numerose e forse questo è un elemento che ha causato, almeno in parte, la necessità di riempire il vuoto di notizie con servizi che poco hanno a che vedere con l’informazione necessaria. La mia memoria, sollecitata, mi porta però ancora più indietro, al 1981, a una diretta di 72 ore che culminò con la morte di Alfredino Rampi, bambino, caduto in un pozzo. La tv che fino ad allora era stata istruzione e formazione di alto livello, unita a svago e spensieratezza, scopre che può essere cronaca del dolore.

Le fake news e la mancata verifica dei giornalisti

In definitiva sto mettendo sotto accusa il sistema informativo. Lo devo fare, se dall’inizio della guerra in Ucraina continuiamo a ricevere notizie scorrette. Sono le fake news, al solito un termine inglese che è traducibilissimo ma che, lasciato così, assume maggiore autorevolezza e diventa qualcosa contro cui non si può fare nulla, un segno dei tempi moderni e un altro componente del cinismo e della diffidenza che stanno diventando caratteristiche della nostra epoca.

Eppure il Testo unico della Carta dei doveri del giornalista (immagino si applichi anche alla giornalista), nell’articolo 9 (“Doveri in tema di rettifica e di rispetto delle fonti”) prescrive “la rettifica, anche in assenza di specifica richiesta, con tempestività e appropriato rilievo,[del] le informazioni che dopo la loro diffusione si siano rivelate inesatte o errate; il controllo delle informazioni ottenute per accertarne l’attendibilità; inoltre non omette fatti, dichiarazioni o dettagli essenziali alla completa ricostruzione di un avvenimento”. Chi trasgredisce il codice deontologico può essere segnalato al Consiglio di disciplina, e anche se sono molti i giornalisti e le giornaliste che fanno molto bene il proprio lavoro, vale la pena di notare diversi elementi.

Il primo è non dimenticare che “World Press Freedom” di “Reporter senza frontiere” pone l’Italia al 41° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa nei paesi

La voglia di epurazioni nel mainstreaming 

Marc Innaro

Il secondo, effetto del primo, racconta gli interventi censori nei confronti di chi fa giornalismo. Un caso eclatante di cui non si parla più è quello di Marc Innaro, capo corrispondente da Mosca per la Rai che si occupa di Russia da 40 anni, e che per aver fatto notare la cartina geografica, e quindi l’ampliamento della Nato a Est dell’Europa in tv, si è beccato la strigliata dell’emittente di Stato e una interrogazione parlamentare del Pd in commissione di Vigilanza Rai. A togliere tutti dall’imbarazzo è stato Putin che varando leggi contro la libertà di informazione (15 anni di carcere per chi pubblica “fake news”), ha permesso di ritirare i propri corrispondenti senza neanche chiedere la loro opinione.

Il caso di Alessandro Orsini

Alessandro Orsini

Un destino, quello di essere fondamentalmente censurati, che accomuna chi in questo omento cerca di raccontare la guerra con obiettività, come il professor Alessandro Orsini, direttore dell’Osservatorio di Sicurezza Internazionale del prestigioso ateneo privato LUISS, tornando a “Piazza Pulita” su La7, parla con voce rotta, visibilmente angosciato, e si sente costretto a giustificare le proprie analisi da studioso e docente di sociologia del terrorismo internazionale, con le parole e l’atteggiamento di una persona messa sotto accusa. Orsini che è stato ripreso e censurato dalla sua stessa Università per aver descritto la situazione geopolitica alla base dell’invasione russa in Ucraina: un fatto che ha scatenato la solidarietà dei suoi colleghi con una petizione in suo favore in cui si legge che “il clima di oscurantismo che si sta diffondendo in Italia rischia di colpire un numero sempre maggiore di colleghi, proprio nel momento in cui è vitale la presenza di studiosi dal pensiero libero e coraggioso”. 

Una guerra tra fazioni

Ormai tutti i dibattiti, di qualsiasi argomento si tratti, si dividono con l’accetta tra due schieramenti opposti, senza spazio per posizioni intermedie. È avvenuto per i vaccini, avviene ora per questo conflitto. Chi osserva criticamente le azioni del governo ucraino e chiede una via pacifica, viene automaticamente assegnato a un’ipotetica fazione pro Putin. Così l’informazione sembra ignorare o piuttosto nascondere, l’aumento esponenziale in tutta Europa del peso dei movimenti neonazisti a partire proprio dall’Europa dell’Est, dove scopriamo anche che “non sono tutti uguali”, dato che proprio i neo-nazisti ucraini per esempio sono filo-europeisti e filo Nato.

La palestinese Ahed Tamimi trasformata in ucraina

Arriviamo ad alcuni fatti accaduti: su TikTok vengono diffuse delle immagini che mostrano una ragazzina che affronta un soldato armato, sembra che gli voglia dare un pugno. Chi pubblica il video chiede di pregare per l’Ucraina, e con il passa parola l’informazione correlata diventa che si tratta di una bambina ucraina di 8 anni che tiene testa a un soldato russo. Nata in un social, viene recepita dalla stampa.

Ma ben presto si scopre che si tratta di un confronto celebre avvenuto nel 2017 tra Ahed Tamimi, attivista palestinese all’epoca sedicenne che poi verrà anche arrestata, e un soldato israeliano: una palestinese trasformata in una giovane ucraina all’occorrenza, dato che si presenta bionda con gli occhi chiari, smascherata anche stavolta, da una certa “popolazione social” che poi così ignorante non è.

Usati i bombardamenti su Gaza

Gaza

Non solo perché le immagini manipolate dai supporter dell’una o dell’altra parte con sovrapposizione di sigle che riconducono agli eserciti nemici si moltiplicano e chi non ha l’occhio allentato non ha riconosciuto le prime foto dei bombardamenti pubblicate sull’invasione dell’Ucraina che in realtà erano le foto di bombardamenti su Gaza, in Palestina. Ma quanti sapevano prima di questa invasione che l’Ucraina è parte attiva in un conflitto che va avanti dal 2014 in Donbass che chiede l’indipendenza dall’Ucraina da dopo l’Euromaidan? Volontà popolare espressa con un referendum che il governo ucraino si è rifiutato di riconoscere. Sia chiaro che non si parla di una guerra agita a suon di carte bollate, ma di scontri armati di cui il più grave è stato la strage di Odessa: un massacro perpetrato da estremisti di destra e nazionalisti filogovernativi, nel quale sono morti circa 50 manifestanti che si erano rifugiati nella Casa dei sindacati e a cui il battaglione neo-nazista Azov ha dato fuoco. Un conflitto su cui oggi i giornali riportano ben poco anche davanti all’evidenza fino a vere e proprie strumentalizzazioni, come dimostrato ieri dalla “Stampa”.

Guerre attive che nel mondo oggi contano 869 conflitti con 70 paesi in guerra, tra cui 9 sono europei

Ma perché la gente crede alle notizie false?

Odessa

Il sociologo Francesco Pira ha dichiarato che “in Ucraina in questo momento si stanno combattendo due guerre: una con le armi tradizionali e l’altra a colpi di fake news. La disinformazione ha assunto un ruolo di primo piano in questo nuovo conflitto”. Ma perché crediamo alle false notizie? La psicologia ci fornisce spiegazioni che riguardano la struttura del ragionamento umano. Il ragionamento dovrebbe basarsi appunto sulla ragione ma è fuorviato dalle nostre convinzioni, sistemi di valori, esperienze, tanto che è più facile che si basi sulle nostre opinioni che sui fatti. Siamo esseri limitati dal nostro bisogno di sicurezza, dallo sgomento che proviamo a causa dei cambiamenti, da una fragilità emotiva di fondo che ci accomuna tutte e tutti.

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