La paura di una madre: “Io la notte non dormo più. Ho il terrore che vengano e mi portino via mia figlia”

Continuano i prelievi forzati dei minori da parte dei tribunali e la punizione delle donne accusate di alienare i figli

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



Grida disperate che non si dimenticano, manine che si aggrappano a una madre ritenuta alienante, ostativa, malevola, simbiotica, grazie a perizie ordinate dal giudice e che ricalcano tutte uno stesso e identico copione: la colpa è di lei, della madre, con le sue accuse tutte inventate su violenza domestica o abusi sessuali del padre. Le famose “false accuse”, quelle usate per manipolare i bambini, e “i falsi ricordi”, instillati da chi vuole solo incolpare uomini innocenti.

Falsità che sono un tabù perché quando i bambini dicono quello che hanno visto, vissuto, provato, sentito, sono in grado di far tremare le assi della nostra civiltà e per questo vanno azzittiti, non presi in considerazione, perché semplicemente suggestionati dall’adulto di turno. Una gabbia incandescente fatta di dolore. Donne che hanno paura perché prima inascoltate e poi punite. Bambini che hanno il terrore e che rifiutano una situazione di disagio, costrizione, sofferenza, mentre le istituzioni, invece di proteggerli, espongono questi minori a ulteriore sofferenza con danni irreparabili.

Uomini che reclamando la “proprietà”

Una cosa che succede anche quando il figlio te lo fai da te, senza quell’uomo che ti minacciava, che ti assaliva, perché da lui sei fuggita a gambe levate, ma che però un giorno ritorna e reclama la sua proprietà. Come sta succedendo a una mamma che scelse di allontanare il suo ex prima di partorire sua figlia, perché lui quella bambina non la voleva proprio, arrivando al punto di trattenerla a casa sua per portarla in ospedale ad abortire, subito, immediatamente.

“Quando capisco che lui vuole assolutamente che io interrompa la gravidanza subito – racconta lei – faccio per prendere la porta di casa per scappare e lui mi blocca il passaggio: non potevo più uscire”

“Io quella notte ho dormito sul divano di casa sua vestita – continua – perché mi interessava solo prendere la porta e andare via. In quel momento avevo paura che mi facesse del male perché lo avevo visto tante volte dare di matto contro di me”. Lui che dopo la fuga della donna, che riesce a scappare dalla sua casa dove si era recata per parlare, continua con messaggi, telefonate e pressioni perché lei abortisca.

Insistenza che a un certo punto sparisce con lui che non si fa più vivo, dopo averle detto che le loro strade si dividono e che lui di quel bambino non ne vuole sapere nulla. Ma poi ci ripensa e dopo la nascita della bambina, si rifà vivo, anzi telefona prima sua madre che vuole accertarsi che sia tutto a posto. È passato diverso tempo, la donna si è fatta la gravidanza da sola, ha partorito da sola e ora sta crescendo la bambina da sola: ma che importa? Lui c’ha ripensato, o meglio la famiglia lo ha convinto a ripensarci perché lui è il padre, e quella “roba” è anche sua.

“Mi denigrava, mi insultava”

Lui però non si ripresenta solo per ristabilire un rapporto, e non si ferma davanti a una bimba piccolissima che ha bisogno della mamma, perché pretende non solo di riconoscere la piccola ma detta subito condizioni ben precise: il cambio del nome di battesimo per darle quello della nonna, e che nessuno debba “poter interferire con la sua patria potestà”, come scrive in una lunga email alla ex. Quello che però mette in atto da qual momento in poi, dopo una sparizione totale, sono dei veri e propri atti persecutori. “Si metteva sotto casa mia per delle ore, – racconta lei – e parlava con tutti i miei vicini rivelando anche cose private che queste persone non sapevano”. Un uomo che già nel rapporto di coppia si era rivelato per quello che era.

“Mi lanciava le sedie, le cose che si trovava in mano, anche un rasoio mi ha lanciato – racconta la donna – perché lui poteva fare quello che voleva, mentre io non mi potevo muovere. era geloso, possessivo, mi controllava i like su Facebook. E se io non mi comportavo come voleva lui, mi denigrava, mi insultava”

La bambina lo rifiuta e la colpa è della madre

Un uomo che rifiuta la gravidanza ma che poi si sposta con tutta la sua famiglia nella città dove abita la ex con la bambina, per l’inizio di una battaglia che la signora, con questi tribunali, potrebbe essere destinata a perdere. Perché appena entrano in gioco giudici che si mettono in atto Consulenze tecniche d’ufficio, quello che viene individuato è una madre ostativa, malevola, senza possibilità d’appello e logica dell’alienazione parentale colpisce ancora.  Succede in quanto quando la bambina comincia a vedere il padre biologico e a stare con lui, a un certo punto si rifiuta di andarci: una disperazione testimoniata dalle maestre dell’asilo che non sapevano come consegnare la piccola quando lui la andava a prendere per i pianti e le resistenze della minore che chiedeva di rimanere con loro pur di non andare con lui.

Una bambina a cui questo padre “faceva il lavaggio del cervello chiamandola solo con il cognome paterno, tanto che a un certo punto mi chiedeva: mamma ma io chi sono?”

Non serve a nulla che la mamma si sia rivolta a un centro antiviolenza raccontando com’è andata fin dall’inizio, perché la Ctu e la Ctp del padre le ridono in faccia, spiegando che “i centri antiviolenza sono posti dove le donne vanno, raccontano quello che vogliono, ma poi non c’è nessun modo per dimostrare che quello che raccontano sia vero”. Non solo, perché tutte le richieste di verifica che lei fa verso il giudice, vista anche la grossa sofferenza della bambina, vengono rigettate, respingendo anche i riferimenti alla Convenzione di Istanbul. “Abbiamo visto dei messaggi sgradevoli – dicono i magistrati – ma niente di che”, in quanto lo stalking e gli episodi di aggressività dell’uomo per quel tribunale, sono semplici reazioni ai comportamenti della signora.

La legge 250 va modificata: la proposta di Laura Boldrini

Laura Boldrini

Un riconoscimento che in base alla legge 250 del Codice civile deve avvenire con il consenso del genitore che ha riconosciuto il minore fino a 14 anni, anche se l’altro genitore può chiedere l’intervento del giudice stabilendo il riconoscimento qualora sia corrispondente all’interesse del minore. Un articolo che solo la recente Proposta di legge sugli affidi dei minori (N.3148) della ex presidente della camera, Laura Boldrini, (redatta per fermare lo sfacelo degli allontanamenti coatti nonché l’uso di teorie ascientifiche nelle Ctu), ha individuato come fallace, proponendone quindi la modifica specificando che “il giudice valuti anche l’eventuale condotta pregiudizievole al figlio posta in essere, anche antecedentemente alla domanda, dal genitore che intende riconoscerlo”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

News

On screen