Malefica e fagocitante: al cinema con lo stereotipo della “mammina”

Dalla mamma di "Run", da poco nelle sale, all'horror di "Psyco", le donne mostrificate sulle orme di Medea

Eleonora Degrassi
Eleonora Degrassi
Critica cinematografica e televisiva, esperta di genere nell’immaginario visuale



C’era una volta una mamma, dà al mondo la sua creatura, il giorno da lei tanto atteso, il più bello della sua vita. C’era una volta Diane Sherman (Sarah Paulson) che ha solo un pensiero, vedere finalmente la sua piccola Chloe (Kiera Allen). Ma la bambina nasce prematura e Diane, sola di fronte all’incubatrice, può fare soltanto una cosa: sperare.

La storia di Diane e Chloe

L’esserino è debole, sarà portatrice di varie patologie, di cui alcune didascalie informano lo spettatore: aritmia, emocromatosi, asma, diabete e paralisi. Quella fragile neonata però cresce proprio in virtù delle cure della madre, e diventa grande solo grazie alla presenza costante di lei: curatrice, insegnante, amica, una mamma che è tutto per la figlia. Ma anche qui arriva il momento temuto, quello del distacco: è tempo di scegliere il college, di andare nel mondo con le proprie gambe, anche se con le precauzioni che la salute impone.

È questo l’inizio di “Run”, il film di Aneesh Chaganty da poco anche sugli schermi italiani, che scuote il pubblico con un horror. Un thriller psicologico in cui la paura è  personificata dalla persona che più dovrebbe volere il tuo bene: una mamma che non ha nulla della classica “mammina”. Diane è premurosa, attenta, amorevole, è quella che c’è sempre stata, che ha cullato, protetto, educato Chloe costruendole una casa su misura, un mondo alla sua altezza.

Una mamma “perfetta” che a un certo punto si rivela più vicina alla “strega cattiva” delle favole che non alla classica mamma amorevole che si sacrifica per la figlia

Al centro del film c’è una rappresentazione angosciante e inquietante della maternità e del rapporto con la figlia. Diane è descritta come castrante, fagocitante, toglie indipendenza e libertà a Chloe, relegandola in una aurea bolla asfittica ma claustrofobica. La cognizione del mondo si ferma alle pareti delle stanze dove la ragazza vive (come l’inquietante e ansiogeno “Bad Boy Bubby”, Rolf de Heer, 1993). Lontane dalla “civiltà”, in una dimora isolata dal consorzio umano, senza connessione a internet né interlocutori, mamma e figlia sono una cosa sola, l’una il prolungamento dell’altra: il rapporto è sicuramente simbiotico fino all’estremo. La ragazza crede a colei che le ha dato la vita, segue una rigida routine fatta di pillole, riabilitazione, lezioni casalinghe, e la quotidianità per lei è una soltanto.

Fino a che La lettera d’amissione all’università diventa la speranza di qualcosa di nuovo. La ragazza crede ingenuamente che l’uscita dal nido sarà prossima, perché ancora non sa che la madre non la lascerà mai volare via dalle sue braccia

Lo stereotipo della madre “cattiva” viene da lontano

Chloe inizia a notare alcune stranezze della madre, vuoti che non riesce a riempire, e lentamente emerge la cruda verità: la madre in realtà è la sua peggior nemica, e ha costruito quella casa affinché sia la sua prigione. Si realizza qui, in quest’atmosfera claustrofobico-simbiotica, il manuale di quella psicologia che descrive una “madre malevola” che impedisce lo sviluppo dei figli manipolando e ingannando a proprio vantaggio (anche se non si sa bene quale sia). Uno stereotipo che viene da lontano, dalle favole, dalle tradizioni popolari, dalla paura della madre “natura” che fa nascere e fa morire quello che crea. Una madre che esercita il suo potere e controlla la vita degli esseri umani, ma che può essere buona ma anche cattiva e distruttrice, andando a delineare paure archetipiche e primordiali dell’essere umano. Madre che può dare vita ma può anche toglierla, davanti a uomini che temono e quindi esorcizzano creando il “mostro” di molta letteratura e nell’immaginario collettivo. Un ritratto rintracciabile in Diane che controlla la figlia e le dà dei farmaci come fossero le pozioni di una strega sapiente, affinché le sue gambe si “addormentino” per sempre.

una madre-strega che con i suoi artifici soggioga la figlia costringendola a un costante bisogno di attenzione

Il mito di Medea e la serie “The Act”

Come la mamma malevola per antonomasia, la Medea della letteratura e mitologia classica, che uccide i figli suoi e di Giasone per vendicarsi dell’uomo che l’ha tradita e abbandonata, dopo averla sedotta e dopo che lei, donna-maga-strega sapiente, lo ha aiutato a trovare il “vello d’oro” tanto desiderato. Una mostrificazione che avviene anche con la mamma della serie “The Act” (Nick Antosca e Michelle Dean) con Joey King e Patricia Arquette, basata sulla storia di Gipsy e Dee Dee Blanchard.

Dee Dee è per tutti una mamma perfetta, ha sacrificato l’intera vita per accudire la figlia segnata da problemi fisici (attacchi epilettici, difficoltà respiratorie, incapacità di deambulazione, intolleranza allo zucchero, impossibilità di ingerire il cibo solido, leucemia) e mentali (un ritardo che la fa essere simile a una bambina). Ma si comprende fin da subito l’ambiguità nel loro rapporto: è la madre che ha in pugno la figlia. Dee Dee tra le mura domestiche è controllante, ma Gipsy in realtà non è malata, non ha alcun ritardo, ma solo dipendente da una madre totalizzante, scellerata, pericolosa. Un meccanismo che si inceppa quando la ragazza si ribella attraverso il classico incontro con il ragazzo/ principe azzurro che può salvarla, attivando il deus ex-machina.

Il potere terrorizzante della donna fuori dagli schemi sociali

Madri che fanno inorridire, ritratti che servono per esorcizzare la paura del potere che una donna potrebbe esercitare in quanto così vicina alla creazione come gli uomini non sanno essere. Donne che devono avere confini molto definiti e ruoli ben disegnati, soprattutto nel momento della maternità, attraverso rigidi limiti che non devono essere socialmente oltrepassabili pena l’essere perseguitata, stigmatizzata, annientata. Perché se da un padre un abuso può essere capito, scusato, normalizzato in quanto uomo, quello perpetrato da una donna, da una madre nei confronti dei figli diventa peccato punibile con la morte e l’annientamento. Come Medea le menti di queste donne (médea=pensieri, da cui deriva a sua volta il verbo médomai=escogitare) sono imprevedibili e incontrollabili, rendendo così i personaggi più intriganti e misteriosi.

Donne descritte come contorte, streghe e maghe, conoscitrici di fármaka sia benefici che mortali

Donne che rompono l’altro stereotipo, quello socialmente ammesso della “mamma buona” che si sacrifica per i figli, sempre presente e protettiva, che si rassegna a lasciare andare la propria creatura quando la società glielo impone. Un contratto tacito che le spoglia del possesso della prole in quanto la proprietà è di competenza maschile. Una incubatrice spossessata anche del proprio corpo che crea la vita come atto di immenso sacrificio, senza la “pretesa” per avere in cambio un “luogo” sociale in cui esercitare il proprio potere. Figure estranianti monocolore di cui il cinema è pieno, come anche la letteratura, e che forse fanno più paura delle orrorifiche madri/streghe.

Molto più colorato e variegato il mondo delle figure tossiche di  mamme gelose paranoiche, nevrotiche, aggressive

Fa parte di questo gruppo “Mammina cara” (Frank Perry, 1981), interpretata da Faye Dunaway che emerge in tutta la sua squilibrata malvagità ai danni della figlia adottiva, Christina. Come la regina cattiva delle favole, una Grimilde che vuole essere la più bella, la più ambita, questa donna spaventa, terrorizza, distrugge. Diva anche tra le mura domestiche, questa madre vive i suoi traumi riversandoli soprattutto sulla figlia. Per farle capire che non è una privilegiata le impone di donare ai bambini meno fortunati i regali ricevuti per il suo compleanno, durante una lite le taglia, o meglio le strappa i capelli, per non farla diventare troppo vanitosa, la picchia con una gruccia costringendola, a causa della sua ossessione per l’igiene, a lavare a terra.

E mentre le madri descritte finora ricordano alle figlie che solo loro possono amarle, qui non c’è un vero istinto materno, neanche perverso, ma il rifiuto del ruolo in toto

La onnipresente, anche dopo morta

Nessuna di queste mamme però arriva alla terribile madre di “Psycho” (Alfred Hitchcock, 1960) che pur non essendo fisicamente presente nel film, rivive nel figlio Norman che le ridà voce, carne, ossa, respiro. Un rapporto ambiguo, disturbante, insano ed edipico tra madre e figlio che si consuma tra le mura del “Bates Motel” e che si protrae in una presenza/assenza di cui l’uomo non può più fare a meno e che ancora teme malgrado sia inesistente. Il più grande incubo in cui la madre non solo manipola la propria prole, ma ne prende possesso fino alla schizofrenia.

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