La denatalità non si combatte sospendendo l’aborto: diamo un taglio alla “madre perfetta”

Lella Golfo dice che per combattere l'arresto delle nascite si può interrompere la IVG ma cosa si gioca sul corpo delle donne? Per scoprirlo bisogna indagare lo stereotipo della "mamma sacrificio in nome della vita" come un dovere

Judith Pinnock
Judith Pinnock
Psicologa e psicoterapeuta italo inglese, è esperta di linguaggi e comunicazione di genere. Ha scritto "A Tavola con Platone" e "Bella CostituZIOne" (Ferrari Sinibaldi).



Periodicamente tornano alla ribalta i dati sulla diminuzione delle nascite in Italia. Lella Golfo, presidente della fondazione Marisa Bellisario, ha aggiunto la sua voce al coro di allarmi segnalandone le ricadute: popolazione sempre più anziana, rischi quindi per la sostenibilità di pensioni, servizi sociali, sanità, impatto negativo su PIL e produttività, freno all’innovazione e allo sviluppo. Verrebbe da sintetizzare che sia preoccupata, in definitiva, dalla scarsità futura di lavoratrici e lavoratori.

Ma ecco l’idea luminosa per risolvere tutto: basterebbe “sospendere” per 5 anni la legge 194: dove la parola Sospendere è tra le virgolette

Sospendere il diritto all’aborto non è la soluzione

Per chi, come me, è irresistibilmente attratta dal significato implicito delle forme comunicative quel virgolettato è un invito a nozze. Sono virgolette che ingentiliscono, quindi vogliono dire “sì sospendiamo ma non proprio del tutto” (in effetti si prevedono eccezioni, qualche parola dopo, per malformazioni del feto o gravidanza a seguito di violenza). Oppure è un: “intanto sospendiamo, poi dopo si vedrà”. Oppure è solo un abbellimento per la vergogna di aver trovato un argomento per l’ennesimo attacco alla 194. In tutto il testo una sola timida frase ipotizza che bisognerebbe interrogarsi sulle cause della denatalizzazione. Partiamo allora da qui, proviamo a capire cosa significa la riproduzione in un mondo basato sulla produzione.

La nascita resta, nonostante i tentativi del femminismo, un’esperienza individuale non socializzata invece che una questione tutta sociale. Chi decide di avere un figlio lo fa in base al proprio desiderio e alle proprie possibilità. La scelta ricadrà sulla sua vita. Sulla vita della madre

Questo è ben rappresentato dall’associare la necessità di aumentare le nascite all’abolizione dell’aborto. Non nominare i padri significa vedere solo un pezzo di tutta la storia. Decidere di avere figli significa avere un progetto di vita e proiettarsi nel futuro. Forse il sistema di produzione dovrebbe interrogarsi su come ha fatto a rendere le giovani generazioni sterili (idealmente, ma sappiamo che sono in aumento anche i casi di sterilità fisiologica). Golfo, in modo davvero previdente, suggerisce che, mentre si proibisce l’aborto, vengano dati alle giovani coppie aiuti economici e lavorativi. Continuando così a collocare la riproduzione nelle logiche di mercato, a preferire la strada degli “aiuti” a quella della garanzia dei diritti, e ad alimentare la comunicazione schizofrenica che questo sistema ci riserva: ormai il mondo del lavoro è devotamente precarizzato, ma ci si chiede di rispondere con progetti a lungo termine che, per loro natura, richiedono stabilità.

Cosa significa fare un figlio oggi? La madre perfetta

Se ci ricordiamo che “precario” deriva da pregare, suppone quindi che un soggetto in posizione subalterna implori un altro soggetto in posizione di potere perché gli conceda un favore, come facciamo a collocare in questo contesto la capacità di proiettarsi nel futuro, di nutrire sufficiente fiducia che saremo, come genitori, in grado di garantire a un figlio almeno la soglia minima della sopravvivenza?

Poiché quasi sempre la genitorialità viene circoscritta, soprattutto la responsabilità, alla maternità, vediamo anche cosa succede alla donna che diventa madre

La schizofrenia delle aspettative sociali esplode: i modelli estetici diventano ancora più opprimenti, e veniamo subissate dalle immagini di donne del mondo dello spettacolo che due ore dopo il parto sono perfettamente in forma – significa ovviamente e prima di tutto magre, con look perfetto, outfit impeccabile ma preferirei chiamarlo mise en place, visto che si tratta di apparecchiarsi per il consumo altrui. Poi inizia il carosello di come debba essere una madre perfetta. Il linguaggio comune ci aiuta moltissimo, basta dare un’occhiata alle frasi che girano in occasione della festa della mamma. Ne ho scelte alcune:

Le madri sono gli unici lavoratori che non hanno mai vacanze (questa è fantastica sia per la declinazione al maschile che in questo caso significa considerare il termine universale, cioè come se lavoratori includesse anche lavoratrici, un esercizio di androcentrismo insomma, sia perché si precisa bene, casomai qualcuna nutrisse delle velleità, che una madre in vacanza deve comunque occuparsi dei figli).

La mamma è quella che quando vede che i pezzi di torta sono 4 e le persone 5 dice che i dolci non le sono mai piaciuti: il sacrificio è un pilastro assoluto della maternità

Una mamma è per sempre: l’etica del sacrificio

Psicologicamente comporta che chi si sacrifica per gli altri arriva a convincersi che i suoi bisogni e aspirazioni siano di serie b rispetto a quelli degli altri. Sapevate che il livello così detto “normale” di autostima per le donne è inferiore a quello degli uomini? La disparità si recupera in parte alla fine dell’età lavorativa, non perché aumenti per le donne ma perché quella degli uomini subisce un brusco crollo.

Un padre può voltare le spalle al figlio, fratelli e sorelle possono diventare nemici, i mariti possono abbandonare le mogli. Ma l’amore di una madre dura per sempre

Anche nella maternità dunque la donna si deve confrontare con un modello irraggiungibile e irrealistico di perfezione. Ma è, come dicevo, un modello fatto di incongruenze e quindi indefinibile. Senz’altro le caratteristiche di sacrificio e rinuncia sono le più stabili. Ricordo quando negli anni ’70 abbiamo lottato contro le prassi ospedaliere rivendicando il nostro diritto all’allattamento. Ma questo si è mutato nell’obbligo di allattare e nella medicalizzazione dell’allattamento, che deve necessariamente essere a richiesta e più duraturo possibile.

Cosa si gioca sul corpo delle donne

Esigenze e bisogni della madre non meritano rispetto e attenzione. L’altra importante rivendicazione, quella di non considerare la gravidanza (ma anche le mestruazioni) una malattia invalidante a giustificazione degli ostacoli che troviamo nel lavoro si è tramutata nel proporre come modello positivo, anzi eccellente, quella donna che lavora fino all’ultimo istante prima di partorire (se ha le doglie sul posto di lavoro meglio ancora) e torna al lavoro il più presto possibile (naturalmente questo avviene quando si riesce a uscire dai giusti obblighi contrattuali).

Il meglio delle incongruenze lo rileviamo nelle diaboliche perizie dei tribunali in casi di contenziosi per l’affidamento dei figli. Lì una madre viene descritta come emotivamente distaccata, trascurante, assente se lavora, simbiotica, isolata, incapace di relazioni sociali se ha scelto di rimanere a casa col figlio. Ecco a me pare che tutto questo non possa essere alleggerito con un sostegno economico, non possa essere risolto o almeno attenuato senza un deciso giro di boa che riporti le persone, tutte, ad avere fiducia nelle proprie possibilità ma, soprattutto, nelle capacità di cura della società.

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