Non è facile denunciare l’uomo che vive con te se la società è contro

Perché spesso le donne rinunciano a uscire dalla violenza? Dalla consapevolizzazione alla paura di non essere credute

Elisa Falcone
Elisa Falcone
Avvocata penalista, specializzata nei reati contro la persona in sede di contrasto a violenza di genere.



La domanda che spesso ricorre è perché le donne subiscano violenza per anni nella relazione con un uomo violento, arrivando pure a farsi ammazzare, senza denunciare, senza uscirne. Perché rinunciano? Questa domanda, che aleggia anche nelle aule di tribunale, sarebbe legittima se la violenza contro le donne fosse considerabile solo come fatto di reato e non come fatto complesso per natura sociale e origine culturale.

Le implicazioni di genere del reato 

La conoscenza del fatto come violento e la coscienza della sua illiceità, sono riconducibili a un processo di riconoscimento, percezione e consapevolezza dei comportamenti violenti che riguardano non solo l’uomo ma anche le donne che la subiscono.

Le difficoltà a denunciare sono legate, innanzitutto, alla natura dei reati di genere, geneticamente contraddistinti dal legame di prossimità con il soggetto maltrattante, dalla relazione intima con lo stesso in cui si consuma il rapporto di forza

La consapevolezza della donna di essere persona offesa di specifici reati realizzati nei suoi confronti, in ragione del suo stesso essere donna, passa per il riconoscimento dell’incastro disfunzionale, violento e di forza che caratterizza la relazione con l’uomo violento. La ritualità della violenza psicologica, verbale, economica sino alla fisica o sessuale, distruggono la capacità di una donna di autodeterminarsi in ordine alla propria identità di genere in nome di una subalternità culturalmente e storicamente radicata.

La rottura del legame all’interno della violenza domestica, segna un percorso doloroso, scoraggiato spesso dal contesto familiare e sociale che ignora le tracce della violenza e, anzi, rende la donna causa della violenza, fautrice dell’aggressività scatenatasi nell’uomo, attiva e provocatrice dell’innesco di un fantomatico raptus o motivo passionale.

Con una naturalizzazione quasi biologica dell’aggressività dell’uomo violento e, sul piano penale, con ridimensionamento del dolo, della sua intensità

Ma c’è qualcosa in più e riguarda l’essere credute

In un momento in cui si è raggiunto il parossismo della vittimizzazione secondaria e del “perché non ha denunciato o non ha denunciato prima”, si tende a ignorare il passo in avanti verso la denuncia di una donna “vulnerata” dalla violenza e, allo stesso tempo, il passo indietro di una donna colpevolizzata perché non aderisce al modello della vittima esemplare e stereotipata. La donna stessa, per non deludere l’aspettativa mentale e stereotipata delle persone da cui è circondata, è spesso portata a negare che la violenza sia accaduta, perché la consuetudine mentale incentrata sugli stereotipi di genere, porta a escludere che la violenza sia accaduta veramente. Quegli stessi stereotipi di genere che offrono una vera e propria esimente culturale, elidono sul piano sociale “l’antigiuridicità” del fatto di reato e la coscienza di subirlo.

Si ha una traslazione della responsabilità della violenza dal soggetto che la agisce alla donna che la subisce

Tutto questo a fronte di leggi che hanno ampliato il prisma delle condotte violente, dei reati di genere, delle misure tutelanti. E con un procedimento penale oggi informato al diritto di protezione della donna persona offesa, ma con ancora tanta strada da percorrere. Nel denunciare la subalternità e l’asservimento delle donne al maschile, Simone de Beauvoir, scriveva: “Le donne vivono disperse nelle case degli uomini, vivono in mezzo agli uomini cui sono legate dai vincoli creati dalla casa, dal lavoro, dagli interessi economici, dalla condizione sociale”.

Oggi, in ragione di questi vincoli, la casa è sempre più il luogo dove muoiono, giorno dopo giorno

La denuncia della violenza contro le donne non è un fatto delle donne né un fatto privato di quelle che la subiscono, ma è la denuncia di diritti umani lesi e l’affermazione culturale del valore negato di uguaglianza e diversità di genere che solo il superamento della cultura dolosamente discriminatoria può garantire, prima della costruzione di ogni tutela, prima di ogni tribunale.

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