Le guide alla prostituzione delle università inglesi: un modo come un altro per pagare rette salate

Presto il sesso sarà considerato un confort, le donne pezzi di mercato e gli atenei enormi fiere del "lavoro"

Poppy Coburn
Poppy Coburn
Scrittrice e studentessa all'università di Cambridge



La scoperta che l’Università di Leicester ha creato un “Kit di strumenti riguardo al sex work” non dovrebbe sorprendere nessuno. Il kit è estremamente completo, e potrebbe essere utilizzato come una guida per entrare nel mercato del sesso.

gli atti sessuali legali sono elencati un documento, compreso “vendere biancheria intima online per gratificazione sessuale”, “fare la escort” e “sugaring”, tutte cose inserite nella categoria di atti legali

Le guide alla prostituzione nelle Università inglesi

Inoltre, la guida provvede a una sorta di “cosa fare e cosa non fare” rispetto alla prostituzione di chi è lì per studiare e intende fare questo “mestiere”, con l’elemento agghiacciante che chiede al personale interno di evitare di “pensare che la studentessa voglia sottrarsi alla prostituzione” o “perpetrare falsi miti sulla prostituzione”.

Si spera che l’omissione nella guida riguardo al personale, sia un gesto chiaro del fatto che chi lavora dentro l’Università non debba usufruire dei “servizi” di chi si prostituisce. Ma la cosa non riguarda solamente Leicester. Altre importanti università, incluse Bristol, Goldsmiths e la mia stessa università di Cambridge, hanno anche loro creato personali versioni di questa tipologia di guida o sono in procinto di farlo.

Il paradosso

Oggi viviamo un mondo alquanto bizzarro, dove da una parte le università ci sommergono in corsi infiniti riguardo il sesso sicuro, il consenso e benessere dello studente, e dall’altra contemporaneamente “supportano” studenti e studentesse a lavorare in una delle professioni più pericolose del Pianeta. Gli insegnanti sono (giustamente) rimproverati per atti sessuali impropri con studenti e studentesse, per il dislivello di potere che intercorre tra le due categorie, ma allo stesso tempo:

quando un uomo in una posizione di potere decide di comprare il sesso da una studentessa, ecco allora che il discorso sul consenso improvvisamente scompare. C’è qualcosa di non chiaro riguardo alle università che costringono a debiti spaventosi mentre avallano la possibilità di prostituirsi come una scelta valida per motivi finanziari

Più passa il tempo più sembra che definirsi “radicale” riguardo questi argomenti significhi ripetere meccanicamente un vecchio decalogo sulla libertà sessuale. Questi “radicali” si approcciano al sesso dicendo: “Basta con questi argomenti moralistici! Sembra di stare nel 19esimo secolo”. Ma che cosa faremo una volta che sarà conclusa questa diatriba? Il sesso sarà considerato un confort, le donne saranno pezzi di mercato e le Università saranno enormi fiere del “lavoro”. Che la futura professione di studenti e studentesse possa essere quella del medico o della prostituta, non farà alcuna differenza.

Per alcuni si tratta di moralismo 

Probabilmente non c’è niente di scioccante riguardo alle università, nella loro corsa infinita al creare il “miglior prodotto” per i consumatori, assumendo il ruolo di veri e propri “papponi”.

Una rapida esamina della reazione da parte di alcuni gruppi femministi rivela che domina una sorta di logica che ci si aspetterebbe dai clienti: ripetono che la prostituzione è sempre esistita, e che le donne hanno il diritto di scegliere di vendersi, chiudendo così il discorso

Forse l’esempio di Leicester è così sconvolgente perché poche persone vedono quanto ciniche siano diventati i giovani rispetto al loro futuro socio-politico. Il senso di appartenenza, di etica pubblica e di legami comunitari, sono strutture che sembrano del tutto crollate di fronte alla fredda e dura logica di marketing.

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Questo articolo scritto da Poppy Coburn il 17 Marzo 2021 è stato pubblicato da The Post sezione di UnHerd – Traduzione di DonnexDiritti

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