“Tette in fuori”: il femminismo pungente della signora Maisel

La serie rompe con lo stereotipo della donna che non può fare la comica tanto più se bella

Eleonora Degrassi
Eleonora Degrassi
Critica cinematografica e televisiva, esperta di genere nell’immaginario visuale



“Gli uomini pensano di essere gli unici a poter usare la comicità per tappare i buchi della loro anima, vanno in giro a dire a tutti che le donne non sono divertenti, solo gli uomini lo sono. La comicità è alimentata dall’oppressione, dalla mancanza di potere, dalla tristezza, dal fallimento, dall’abbandono, dall’umiliazione”.

Così parla Miriam Midge Maisel, protagonista di “La fantastica signora Maisel” (2017 – ancora in produzione), una “commedia tragica” in tre stagioni creata da Amy Sherman-Palladino (“Una mamma per amica”) per Amazon Prime Video. Midge, interpretata da Rachel Brosnahan, dice queste parole di fronte a un piccolo ma caloroso pubblico, con indosso bei vestiti, capigliatura perfetta, l’inconfondibile rossetto rosso che spicca sulla pelle color luna.

Midge è una tipica casalinga ebrea nella New York degli anni ‘50, sempre perfetta, una moglie e una madre modello. Poi però un giorno la sua vita viene distrutta: il marito Joel (Michael Zegen), che per passatempo fa il comico, la lascia per la segretaria

È un terremoto per la donna costretta a tornare a casa dai genitori senza più nulla in mano: non è indipendente, non ha un’identità, nulla. Ubriaca si reca nel locale dove il marito va in scena, sale sul palco e parla del marito traditore, di lei che non se lo meritava perché sempre bella, presente, perfetta, ecc. E malgrado sia una donna, Midge fa ridere.

Perché se primo episodio le donne costruiscono la loro immagine, il corpo e la femminilità misurandosi cosce, braccia, caviglie, e svegliandosi nel cuore della notte, di nascosto dai mariti, per truccarsi e mettere i capelli in piega, lì sul palco le categorie cadono, e anche lei si mostra forse per la prima volta imperfetta, scarmigliata, sconvolta, e per questo la gente che ascolta, ride. Emerge così la verità: lei è divertente, e non suo marito come la “tradizione” vorrebbe.

Ed è qui la rottura dato che la donna non è comica per antonomasia: nel mondo dello spettacolo può cantare, ballare, spogliarsi ma non far ridere perché la cultura sessista che governa il rapporto tra i sessi, non glielo permette

Può stare in cucina, crescere i figli, accompagnare il suo uomo, come Midge che segue il marito nei suoi spettacoli, prende appunti, segna le buone battute e ciò che deve migliorare, e al massimo può essere un oggetto sessuale, ma niente di più. Midge quindi è un cortocircuito per il mondo fallocratico e fallocentrico, soprattutto per quello dello spettacolo e per le stand-up comedy, ancora adesso poco avvezzo ad aprire le porte all’altra metà del cielo (figuriamoci negli anni ’50).

Nella serie c’è solo un’altra comica, Sophie Lennon che nel settimo episodio della prima stagione getta in faccia alla sua ipotetica delfina, la verità: una donna per lavorare nel loro campo deve costruirsi un personaggio. Sophie veste i panni di una popolana del sud con una tuta imbottita che la deforma, perché quando una è bella non ha credibilità, deve solo tacere e farsi guardare. Midge però non ci sta: con il suo primo numero rappresenta la cosiddetta distruzione della casa paterna nell’atto di erigerne una tutta sua, partendo da un gesto maschile: l’abbandono. E lo fa decostruendo stilemi femminili, togliendo maschere e destrutturando ruoli sociali (come quello di moglie e madre) a suon di battute taglienti e “rozze”, e infine spogliandosi sul palco non per attivare il desiderio ma per dimostrare che quel corpo perfetto è stato abbandonato dal marito.

Il suo linguaggio diventa motivo d’imbarazzo per la società mentre invece lei lo usa scherzando sull’esser donna e sulla sua stessa tristissima storia

Con il parlare Midge mette in scena una lotta politica assieme alla sua manager Susie (Alex Borstein), e così acquista indipendenza, autonomia e il gesto primario di presentarsi nell’ultima puntata della prima stagione con il proprio nome (prima usava nomi falsi per timore di essere riconosciuta), diventa la sua nemesi. “Io sono la signora Maisel. Grazie e buona notte”, dice presentandosi e assumendo il proprio nome di fronte a tutti: identità e dignità che legittima la sua voce. Non è infatti un caso che proprio nella seconda stagione la sua carriera inizi a decollare, cominci il suo tour, e così esplora il mondo. Il suo raggio d’azione si amplia, parla di tutto, del marito, dei figli, della vita domestica, del suo corpo, del sesso e della religione e lo fa senza fare sconti a nessuno, anzi demolisce una cultura vetusta e granitica. Midge comprende, alla fine della seconda stagione quando le viene proposto di aprire gli spettacoli di Shy Baldwin, che deve scegliere e mette da parte figli, uomini (anche il nuovo fidanzato Benjamin) per scegliere se stessa, rivendicando un ruolo diverso e la sua lotta contro gli stereotipi.

“Tette in fuori” è l’urlo di battaglia che lei e Susie lanciano prima dello spettacolo: una dichiarazione femminista di riappropriazione del proprio corpo e di libertà che spinge al cambiamento anche gli altri personaggi come la madre Rose, il padre Abe e Joel che trovano la forza per modificare la loro esistenza cercando la felicità. Sherman-Palladino scrive un personaggio potente e credibile, non è un paradosso che lei a volte abbia bisogno di un uomo per non sentirsi sola, per essere aiutata, la sua narrazione rappresenta lo sviluppo umano e identitario di una donna che vive la propria crescita, la ritrovata indipendenza prima sul palco poi nella vita (trova un lavoro come commessa, si affranca dalla famiglia) e attraverso i suoi numeri si fa rappresentazione di tutte le donne. Da vedere.

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