Coronavirus: brusca frenata per i diritti delle donne nello sport

Rimandato il riconoscimento del professionismo femminile. Sì al fondo a sostegno delle maternità delle atlete

Luisa Rizzitelli
Luisa Rizzitelli
Giornalista, Presidente di Assist, Direttrice Better Place e Ufficio stampa Differenza Donna



Nel momento in cui il calcio brilla anche questa volta per insensibilità, il Covid è riuscito a spegnere ogni luce e ogni attenzione sulla corsa a ostacoli dei diritti delle donne nello sport. La situazione in Italia, ormai nota a molti, prevede che allo stato attuale nessuna donna possa accedere alla Legge dello Stato sul professionismo sportivo, la L.91 del 1981.

La Legge, vecchissima e studiata per governare i soldi a fiumi del calcio, prevede infatti che a decidere quali discipline sportive possano fare dei propri atleti e atlete dei “professionisti” siano le Federazioni Sportive Nazionali. E, allo stato attuale, solo Calcio, Basket, Cicilismo e Golf hanno chiesto e ottenuto di consentire l’accesso alla legge e quindi al professionismo. Con un piccolo dettaglio: lo hanno chiesto solo per le discipline maschili. Succede quindi che il calcio fino alla Lega Pro, il basket di A1, il ciclismo si strada e il golf consentano ai propri tesserati uomini di avere diritti e doveri sanciti dalla Legge. Alle “omologhe” atlete donne, no. Per loro: accontentarsi del dilettantismo e pedalare, please. In questo scenario un po’ desolante però, qualcosa si muoveva e qualcosa di importante si era anche mosso.

tra gli obiettivi raggiunti da Assist, l’Associazione Nazionale Atlete, c’è l’aver sollevato il problema delle discriminazioni delle atlete in tutto lo sport italiano a livello nazionale

Prima tema ritenuta l’impuntatura di poche femministe, oggi tema noto e sostenuto dall’opinione pubblica. Inoltre, traguardo importante, l’aver ottenuto un “palliativo” per tutelare le atlete in stato di maternità. Un risultato non certo pienamente soddisfacente, ma che ha dato una grande mano ad abbattere lo stereotipo secondo cui l’attività di alto livello e la maternità non siano compatibili. Il “palliativo” di cui parlo è inoltre un grande aiuto concreto alle donne che nel corso della loro carriera sportiva vogliano avere un figlio: è il “Fondo a sostegno delle maternità delle atlete”, cui possono accedere le sportive che hanno un contratto con un’associazione sportiva, da cui ricevono un reddito prevalente.

Alle richiedenti viene assegnato un contributo di mille euro al mese per 10 mesi e a erogarlo è l’Ufficio autonomo dello Sport che per il Ministero coordina la gestione delle risorse e del fondo

Avere questo fondo, peraltro statale e non “sportivo”, ha un valore simbolico davvero grande: significa finalmente fare qualcosa di concreto per abbattere infondate e resistenze meramente “sub-culturali” che hanno per molto tempo impedito alle atlete di considerare anche solo la possibilità di poter essere madri, senza interrompere carriera e guadagni. Assist oltre 20 anni fa aveva denunciato le “clausole anti-maternità” che erano costantemente presenti, nero su bianco, nelle scritture private tra atlete e Club, e che chiarivano come il “contratto” venisse risolto unilateralmente se l’atleta fosse restata incinta.

Le denunce delle atlete sono state su questo punto sempre troppo poche, fin quando proprio Assist, nel 2015, non ha lanciato la campagna “Maternità e atlete: game over” e oltre 200 atlete di alto livello vi hanno preso parte. Tra loro una giocatrice di basket di A1, Lavinia Santucci, che dichiarò: “Quando i nostri procuratori ci trovano squadra ci fanno sempre questa raccomandazione: due cose non devi fare, finire in galera e restare incinta”. Oggi la forza simbolica di un contributo dello Stato fa da testa d’ariete per scardinare questa pessima abitudine e arrivare a un successivo fondamentale passo: il riconoscimento del lavoro sportivo e quindi del professionismo alle donne e a chiunque faccia dello sport il proprio lavoro. Attendiamo di tornare alla normalità, per ricominciare a combattere.

 

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