Epidemia Coronavirus: come funzionano i centri antiviolenza

Le aggressioni sono elevate quando aumenta il tempo di compresenza a casa e la quarantena espone le donne

Nadia Somma
Nadia Somma
Giornalista e Consigliera nel direttivo DiRe, già Presidente del centro antiviolenza Demetra. Ha pubblicato "Le parole giuste" (PresentARTsì)



Il Dcpm (Decreto della presidenza del Consiglio dei Ministri), emanato l’11 marzo per contenere la pandemia del Corona virus ha messo a dura prova i Centri antiviolenza che in poche ore hanno dovuto riorganizzare il proprio lavoro per tutelare le donne sia dalla violenza domestica che dal contagio.

Non è stato semplice perché sulle operatrici è gravato il peso di scelte improvvise e senza nessun sostegno da parte delle istituzioni. Da nord a sud, gli 80 Centri antiviolenza della rete D.i.Re hanno adeguato le loro pratiche e i loro interventi alle direttive del  Dpcm e si sono attivate sui social per dire alle donne Chiamateci, noi ci siamo!”. Il  Coronavirus non ferma i centri antiviolenza ma purtroppo non ferma neppure  la violenza, anzi rischia di aggravare le situazioni di maltrattamento. Dai dati in nostro possesso sappiamo che

le violenze aumentano durante il fine settimana, le festività natalizie, le ferie di agosto, ovvero quando le circostanze favoriscono la compresenza tra le mura domestiche

I dati raccolti da D.i.Re  ci dicono che l’autore della violenza è il partner nella maggioranza dei casi (56%), poi è l’ex-partner (21%)  e infine sono altri familiari (10%),  la violenza si consuma  tra le mura di casa e in un momento come questo molte  donne  che convivono con uomini violenti potrebbero trovarsi a vivere un incubo e si deve fare il possibile per dare delle risposte anche nelle difficili settimane che ci attendono.

I  centri continuano a restare aperti, le operatrici fanno turni per evitare compresenza e diminuire le possibilità di contagio, sono stati sospesi i colloqui personali e la relazione di aiuto con le donne viene svolta telefonicamente o tramite Whatsapp o Skype.  Le donne che sono ospitate nelle Case Rifugio hanno ricevuto indicazioni per rispettare il Dpcm e l’emergenza sanitaria e alle straniere sono state date  informazioni  in lingua madre. La situazione nelle strutture è difficile perché si deve anche fronteggiare la paura dell’arrivo di nuove ospiti in spazi che non consentono di mantenere la distanza di sicurezza e per evitare motivi di tensione e prevenire il rischio di esposizioni al contagio, sono state individuate soluzioni per trovare ospitalità temporanea – 15 giorni il tempo di incubazione del virus in luoghi che consentano alle donne di avere propri spazi, senza coabitare con altre persone, per poi essere accompagnate nella Casa Rifugio.

È un contesto di crisi che mette in difficoltà anche molti bambini costretti a casa

“Molti Centri anti-violenza – ha spiegato Antonella Veltri, presidente D.i.Re – hanno coinvolto le psicologhe per dare sostegno alle donne e ai bambini, anche a distanza  ma poi ci sono tutte le difficoltà delle operatrici. Non tutti i Centri antiviolenza si sono dotati di mascherine e guanti che sono di difficile reperimento. Fortunatamente l’Unhcr – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – con il quale siamo in contatto grazie al progetto Leaving violence living safe – si è reso disponibile ad aiutarci. Purtroppo ci siamo rese conto che non siamo considerate nel lavoro sociale, che stiamo facendo e continueremo a fare il nostro lavoro nonostante non ci sia stata riservata grande attenzione dalle istituzioni e

avremmo voluto ricevere maggiore attenzione e concretezza anche da parte del presidente del Consiglio

Giuseppe Conte, perché il fenomeno della violenza richiede attenzione. Il governo non deve dimenticare che le direttive previste nel Dpcm, a mio avviso necessarie, espongono le donne che già vivono relazioni con violenti al rischio che i maltrattamenti si facciano più frequenti e più gravi”.

 

 

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