Perché il ritorno dei talebani è una catastrofe per le donne afghane

Come fotoreporter in 20 anni ho visto i risultati di una battaglia impari per la libertà, ma ora stanno per perdere tutto

Lynsey Addario
Lynsey Addario
Giornalista e fotoreporter, ha pubblicato "Of Love and War" e "It’s what I do". Il suo lavoro si focalizza su conflitti e diritti umani, in particolare sul ruolo delle donne nelle società tradizionali. Ha lavorato in Sud America, Cuba, Nepal, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Darfur, Repubblica del Congo, Haiti. Ha coperto storie in tutto il Medio Oriente e l'Africa, è stata prigioniera del governo libico. Ha trascorso gli ultimi quattro anni a documentare la difficile situazione dei rifugiati siriani in Giordania, Libano, Turchia e Iraq per il New York Times, e ha seguito la guerra civile in Sud Sudan e la mortalità materna in Assam, India e Sierra Leone. La Warner Bros ha acquistato i diritti di un film basato sul suo libro di memorie, che sarà diretto da Steven Spielberg, con Jennifer Lawrence nel ruolo di Lynsey Addario.



Una mattina dell’estate 1999, Shukriya Barakzai si è svegliata stordita e febbricitante. Secondo le regole dei Talebani, aveva bisogno di un “Maharram”, un tutore maschile per uscire di casa e andare dal dottore. Suo marito si trovava a lavoro e non avendo figli maschi ha deciso di rasare la testa della sua bambina di due anni, vestendola con abiti maschili per farla passare come tutore, ed è scivolata dentro a un burqa. Le sue pieghe blu nascondevano la punta delle dita, dipinte con smalto rosso in violazione del divieto dei talebani. Ha quindi chiesto alla sua vicina, un’altra donna, di accompagnarla dal medico al centro di Kabul.

La storia di Shukriya Barakzai

Shukriya Barakzai

Intorno alle 16:30 hanno lasciato lo studio del medico con una prescrizione. Mentre si dirigevano verso la farmacia, un camion carico di talebani del Ministero per la propagazione della virtù e buoncostume si è fermato accanto a loro. Gli uomini andavano regolarmente in giro per Kabul su camioncini e in gruppo, alla ricerca di donne da mettere alla gogna pubblica e punirle per aver violato il codice morale. Gli uomini sono saltati giù dal camion e hanno cominciato a frustare Barakzai con un cavo di gomma finché non è caduta, per poi continuare a frustarla. Una volta terminato, la donna si è alzata piangendo, scioccata e umiliata: non era mai stata picchiata prima.

“Conosci il termine sadismo?” mi ha chiesto Barakzai di recente. “Come se non sapessero il perché, il loro unico desiderio era quello di picchiarti, farti del male, mancarti di rispetto. Questo è ciò di cui godono, nemmeno loro ne conoscono il vero motivo”

Bimba di 11 anni studia a casa, dopo che la sua famiglia è fuggita dai combattimenti nella provincia di Ghazni

Shukriya Barakzai fa coincidere questo momento con la nascita della sua vita come attivista. Prima che la capitale dell’Afghanistan cadesse durante la guerra civile del 1992, Barakzai aveva studiato Idrometeorologia e geofisica all’Università di Kabul.

Quando i talebani, allora una milizia relativamente nuova, salirono al potere nel 1996, le donne afghane furono costrette tutte ad abbandonare gli studi. Quando Barakzai si riprese dal pestaggio, aveva una sola idea in testa: organizzare corsi clandestini per ragazze nel grande condominio di circa 45 famiglie dove lei e la sua famiglia vivevano. In seguito Barakzai è stata eletta in Parlamento, ha avuto due mandati e ha contribuito a redigere la costituzione dell’Afghanistan.

L’Afghanistan dei talebani

Studentesse a Kandahar

Ho viaggiato per la prima volta in Afghanistan nel maggio 2000, quando avevo 26 anni. All’epoca vivevo in India, e come fotoreporter mi occupavo delle donne nell’Asia meridionale ma ero molto curiosa di come vivessero le donne sotto i talebani. L’Afghanistan stava emergendo dopo 20 anni di conflitto brutale, prima con la Russia, e poi dopo una lunga guerra civile che aveva lasciato Kabul completamente a terra. A metà degli anni ’90 i talebani avevano promesso di porre fine alle violenze e molti afghani, stremati da anni di insicurezza e distruzione implacabile, non si opposero al gruppo fondamentalista-islamico. Ma la pace ottenuta è costata cara, con la privazione di molte libertà sociali, politiche e religiose.

La prima volta che sono arrivata in Afghanistan, i talebani avevano già applicato la Sharia, la legge islamica

Laureande a Kabul

L’istruzione femminile era proibita in quasi tutti i casi, e le donne (a eccezione di medici selezionati e approvati) non erano autorizzate a lavorare fuori casa né potevano lasciare le mura domestiche senza un tutore maschile. Le donne che uscivano erano costrette a indossare il burka: un indumento tradizionale che copre le donne dalla testa fino alle caviglie coprendole completamente e quindi rendendole non identificabili in pubblico. In generale tutte le forme di intrattenimento erano vietate: musica, televisione, socializzazione al di fuori della famiglia. La maggior parte degli afghani istruiti erano già fuggiti nel vicino Pakistan o altrove, mentre quelli che erano rimasti sono stati costretti a cambiare vita per conformarsi ai dettami del regime oppressivo.

 I viaggi clandestini

Farzana ha cercato di togliersi la vita auto-immolandosi dopo essere stata picchiata dai suoceri

In quanto donna americana single, avevo bisogno di un marito fittizio per muovermi in Afghanistan e per scattare fotografie senza essere catturata (la fotografia era proibita dai talebani). Così ho preso contatto con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, una delle poche organizzazioni internazionali ancora in funzione in Afghanistan, e con il Programma globale afghano per i disabili, un’agenzia Onu che ha cercato di riabilitare le vittime delle mine sparse in tutto il Paese. Loro mi hanno organizzato scorte di uomini, autisti e traduttori, che mi hanno permesso di attraversare le province di Ghazni, Logar, Wardak, Nangarhar, Herat e Kabul dove ho potuto fotografare e intervistare molte donne afghane. Questo però ha avuto anche i suoi vantaggi: essere una fotoreporter donna significava anche avere libero accesso in spazi in cui gli uomini non potevano entrare per tradizione o per legge.

Dal maggio 2000 al marzo 2001, nel corso di tre viaggi, mi sono spostata con le macchine fotografiche e la videocamera nascosti in una piccola borsa, e sono andata in case private, ospedali femminili, e scuole segrete per ragazze. Ho partecipato a matrimoni clandestini misti dove la colonna sonora del “Titanic” rimbalzava sulle pareti del seminterrato in cemento mentre uomini e donne pesantemente truccate (con lo smalto alle unghie) danzavano gioiosi: un piacere semplice che era punibile con l’esecuzione sotto il regime talebano.

Il silenzio della vita sotto il regime dei talebani è la cosa che ricordo meglio. pochissime auto, niente musica, niente televisione nè telefoni, e niente chiacchiere sui marciapiedi

Le donne tornano ai loro villaggi nella provincia di Badakhshan

Le strade polverose erano affollate di vedove che avevano perso i loro mariti in guerra: essendo bandite dal lavoro, il loro unico mezzo di sopravvivenza era quello di mendicare. La gente era spaventata, dentro e fuori. Chi aveva coraggio teneva comunque un basso profilo, per paura di un pestaggio talebano per qualcosa di semplice come una barba non abbastanza lunga (per un uomo) o un burka troppo corto (per una donna), o a volte per un niente.

Quando il nastro marrone lucido della cassette musicali pendeva da alberi, segnali stradali o pali della luce, lì qualcuno aveva osato infrangere la legge ascoltando musica illegalmente

Le partite allo stadio Ghazi di Kabul erano sostituite con esecuzioni pubbliche, il venerdì dopo la preghiera. I funzionari talebani usavano bulldozer o carri armati per spiaccicare contro i muri uomini accusati di essere gay. Mentre tagliavano la mano a chi veniva accusato di essere un ladro, e lapidavano le donne accusate di adulterio.

La forza delle donne afghane

Donne a Kabul

Durante questi viaggi, ho assistito alla forza e alla resistenza delle donne afghane. Spesso mi sono chiesta cosa sarebbe stato dell’Afghanistan se i talebani fossero caduti. Immaginavo che gli uomini e le donne che mi offrivano così grande ospitalità, umorismo e forza avrebbero prosperato, e che gli afghani che erano fuggiti dal loro paese sarebbero potuti finalmente tornare a casa. Poi arrivarono l’attacco dell’11 settembre 2001 e poco dopo l’invasione americana dell’Afghanistan. I talebani furono cacciati e le donne si dimostrarono preziosissime per il lavoro di ricostruzione di quel paese distrutto. Ho potuto vedere con i miei occhi l’ottimismo, la determinazione e la fiducia nello sviluppo e nel futuro dell’Afghanistan.

Eppure anche quando i talebani scomparvero dalle città e dai villaggi, molti dei loro precetti, che avevano profonde radici nella società afghana, hanno resistito

Addestramento delle poliziotte afghane

Ho fotografato la sconfitta dei talebani a Kandahar alla fine del 2001 e sono ritornata nel paese con la mia macchina fotografica almeno una dozzina di volte negli ultimi vent’anni. Da Kabul a Kandahar, da Herat a Badakhshan, ho fotografato donne che si recavano a scuola, che si laureavano, che si specializzavano come chirurghe, che facevano nascere bambini, che lavoravano come ostetriche, che si candidavano in Parlamento e che entravano nel governo, che guidavano la macchina, si addestravano per diventare poliziotte, recitavano in un film, lavoravano come giornaliste, traduttrici, conduttrici, collaborando con organizzazioni internazionali. Molte di loro cercavano di bilanciare il lavoro con la famiglia, un mestiere impossibile, per essere al contempo una moglie, una madre, una sorella o una figlia in un luogo dove le donne rompevano i soffitti di cristallo ogni giorno, e spesso a un grande prezzo.

Manizha Naderi

Una delle persone che ho incontrato durante i miei viaggi è stata Manizha Naderi, co-fondatrice di “Women for Afghan Women”. Per più di un decennio la sua organizzazione ha aiutato ad costruire reti di rifugio, assistenza, servizi legali per le donne afghane che avevano problemi in famiglia, che erano vittime di abusi o che erano in prigione senza essere rappresentate. Naderi ora vive con la sua famiglia a New York e quando abbiamo parlato le ho chiesto se pensava che le cose fossero davvero migliorate per donne afghane negli ultimi due decenni. “Assolutamente sì”, mi ha risposto. “Prima che gli americani invadessero l’Afghanistan, non c’era niente, né infrastrutture, né un sistema legale o di istruzione, non c’era nulla. Negli ultimi 20 anni tutto è stato creato nel paese, dall’educazione, al sistema legale, all’economia. Le donne ci hanno guadagnato in tutto e per tutto. Non solo loro, ma in generale la popolazione afghana ha fatto davvero molti progressi”.

Il ritorno dei talebani

Adesso però questi progressi sono destinati a sparire. Durante la settimana scorsa, i talebani sono riusciti a conquistare tutte le principali città del Paese, hanno assediato Kabul e il Presidente afghano Ashraf Ghani è scappato. I militanti hanno sfondato le porte della prigione e hanno rilasciato migliaia di prigionieri, hanno mandato le donne a casa dal posto di lavoro e rimosso le ragazze delle scuole. Nell’avanzata verso la capitale, le forze talebane hanno distrutto le strutture sanitarie, ucciso civili e hanno lasciato migliaia di afghani dispersi.

Alcuni affermano anche che i talebani abbiano costretto alcune donne dei villaggi conquistati a sposare i talebani ancora senza moglie (anche se il gruppo ha negato queste stesse affermazioni)

Fawzia Koofi

Fawzia Koofi è un’altra donna che ho conosciuto in Afghanistan che ha dedicato la sua vita al suo paese da quando i talebani sono saliti al potere nel 1996. Anche lei negli anni ’90 ha dato il via a una rete segreta di scuole per ragazze a casa sua, in provincia di Badakhshan. Koofi è stata in Parlamento dal 2005 al 2019 ed è stata una delle persone che ha rappresentato la Repubblica dell’Afghanistan durante i negoziati per la pace con i talebani prima della partenza delle truppe americane dal paese. Quando l’ho incontrata per la prima volta, nel 2009, era a Kabul insieme a un piccolo gruppo di consiglieri maschi e una scorta di sicurezza, e stava tornando a casa dopo lunghi giorni passati in Parlamento. Davanti la sua casa c’era una fila di persone con diverse richieste su vari problemi. Koofi ha anche cresciuto due figlie da sola: suo marito è morto di tubercolosi nel 2003, contratta mentre era prigioniero dei talebani. Lei però sembrava non fermarsi, non si stancava mai.

Maida-Khal, 22 anni, grida nella sua cella nel carcere di Mazar-e Sharif. A 12 anni, era sposata con un uomo di 70 paralizzato. Incapace di trasportarlo è stata picchiata dai fratelli. Ha chiesto il divorzio, è stata imprigionata

I talebani hanno tentato di assassinarla due volte, e per precauzione portava sempre con sé una lettera scritta per le sue figlie di suo pugno. Quando ho chiamato Koofi, qualche settimana fa a Kabul, i talebani stavano già guadagnando terreno in tutto il paese. Koofi era molto scettica sulle loro promesse riguardo la libertà delle donne afghane di studiare e lavorare fuori casa. Le ho chiesto se aveva paura.

“Onestamente, non ho paura di essere assassinata – mi ha detto – ma ho paura di vedere il mio paese ancora una volta cadere nel caos”

Le strade di Kabul prima dei talebani

Mentre i talebani invadevano l’Afghanistan, Koofi passava gran parte del suo tempo a rispondere alle numerose telefonate di uomini e donne terrorizzati da una possibile conquista. Era frustrata per il fatto di poter offrire ben poca consolazione. Poco prima di parlare con Koofi, una donna incinta l’aveva chiamata da Faizabad, la capitale di Badakhshan, un luogo che ho visitato nel 2009 per documentare gli alti tassi di morte materna, ridotta dai vari progressi fatti negli ultimi 10 anni. La donna che chiamava Koofi aveva bisogno di far nascere il suo bambino con parto cesario, ma i talebani si stavano avvicinando e lei temeva che non sarebbe riuscita ad arrivare all’ospedale per l’intervento. Mancavano solo tre settimane al parto e non c’era modo di farle lasciare la casa. Cosa poteva fare? Se la donna non avesse partorito col cesareo, sarebbe potuta morire, ma Koofi non aveva modo di aiutarla da Kabul. La settimana scorsa, Faizabad è caduta in mano ai talebani e della donna non si sa più nulla.

Il burka alle stelle

Ultimamente il prezzo del burka è raddoppiato e in alcuni casi è triplicato. Le donne stanno acquistando l’armatura per proteggersi dai talebani: il velo integrale. Nel fine settimana, mentre i talebani circondavano Kabul, ho chiesto a Koofi come stava e cosa intendeva fare. Domenica è scappata di casa e ora è nascosta da qualche parte in Afghanistan. “Nessuno ci sta aiutando”, mi ha detto. “Tu puoi parlare con gli americani?”. Ho ricevuto messaggi come questo ogni giorno da ex traduttrici e soggetti in pericolo, messaggi di paura che chiedevano un modo per uscire dall’Afghanistan. Non lo so, è stata la mia risposta.

Non so dove si possa andare. Ma non credo che l’America vi aiuterà più. No, non credo che daranno un visto a te, a tuo fratello o al mio ex autista di 11 anni fa. Non so cosa succederà alle donne in Afghanistan

Tutto quello che so è che le donne che ho incontrato in questi ultimi 20 anni mi hanno stupito con la loro determinazione. Mi hanno fatto piegare dalle risate e dalle lacrime. Penso a quel bellissimo pomeriggio a Kabul nel 2010, quando ero in macchina con un’attrice afghana. La sua bella faccia completamente truccata e i capelli scoperti mentre metteva musica iraniana e ballava con le mani intorno al volante. Ha passato i posti di blocco, gruppi di burka, e uomini spaventati e beffardi. Ha riso, e io ho riso con lei, e ho pensato a quanto fossero arrivate lontano le donne afghane. I talebani non possono togliere alle donne afghane ciò che sono diventate negli ultimi 20 anni: la loro istruzione, la loro voglia di lavorare, il loro gusto per la libertà.

E c’è una nuova generazione di donne afghane oggi, donne che non possono ricordare com’era vivere sotto i talebani. “Sono piene di energia, speranza e sogni”, mi ha detto Shukriya Barakzai. “Non sono come me 20 anni fa. Sono più attente. Stanno comunicando con il mondo. Non è più l’Afghanistan distrutto da una guerra civile. È un Afghanistan sviluppato e libero, con media liberi, con le donne più libere”. “I talebani hanno preso il paese, tutto il territorio – dice Barakzai – ma non riusciranno a prendere i cuori e le menti delle persone”.

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Questo articolo è stato scritto da Lynsey Addario e pubblicato il 16 agosto 2021 su The Atlantic – Traduzione di DonnexDiritti

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