“Un uomo violento non può essere un buon genitore”: gli effetti letali della violenza “vicaria” sui figli

Intervista all'avvocato Raul Hirakawa Andia che spiega come i maltrattamenti e gli abusi possono continuare anche dopo la separazione attraverso il ricatto della prole usata dal partner per vendicarsi sulla moglie sfuggita al suo controllo

Susana Arizaga
Susana Arizaga
Giornalista a La Opinión El Correo de Zamora.



Convinto che la nuova legge per la Protezione globale dei bambini e degli adolescenti sarà un passo in più per sradicare la violenza vicaria (termine utilizzato per indicare la violenza nei confronti dei bambini da parte dei padri per vendicarsi delle madri, ndr) che i genitori esercitano contro le donne attraverso i loro figli, l’avvocato esperto del settore, Raúl Hirakawa Andia è schietto.

Raúl Hirakawa Andia

Afferma che i genitori che commettono violenza di genere non dovrebbero avere visite con i bambini. Almeno fino a quando non si sottopongono a una terapia e dimostrano di essersi assunti “le loro responsabilità di fronte alla violenza”.

La violenza domestica vicaria è ancora una grande incognita?

Sì, purtroppo doveva esserci il caso delle due minori a Tenerife (due bambine sono state rapite da un padre separato e poi uccise a largo dell’isola, ndr) per rimettere al centro il dibattito sulla violenza vicaria che però non è una novità.

Dal 2013 ad oggi, ovvero da quando si è cominciato a contare, sono 41 i bambini uccisi da i loro genitori. Ma la violenza domestica vicaria è stata messa sotto un tappeto

I figli degli abusati sono trattati come semplici spettatori dei crimini contro le loro madri, perché?

Perché il problema della violenza di genere è stato dissociato, cioè solo la donna viene considerata una vittima, e non i bambini che assistono alla violenza. Già oggi viene applicato il regime di visita per il presunto aggressore. Ma quando ci sono seri indizi che tale violenza ci sia stata, diventa chiaro che quell’uomo non sarà un buon padre, e allora perché può essergli concesso un regime di visite? Che tipo di esempio stiamo dando?

Questo ha permesso ai padri violenti di usare i figli per accanirsi sulle madri?

Certo. La violenza domestica vicaria si verifica da quando la madre decide di rompere il rapporto con il coniuge o il partner. In quel momento l’aggressore inizia a tramare su come ferire la ex partner per infliggerle un dolore molto grande, e strumentalizza i suoi figli per raggiungere questo scopo.

quando l’uomo viene condannato per maltrattamenti, gli viene concesso il regime di visite e mantiene persino la responsabilità genitoriale

Siamo arrivati fino al 2015, con la nuova Legge sui Minori, per considerare anche i figli come vittime di violenza sessista.

A volte la madre, che non la sto giudicando né colpevolizzando, vuole tenere fuori i minori, e sa che denunciare significa anche subire una rivittimizzazione. Quando la donna decide di sporgere denuncia, deve assistere a tutti i procedimenti che si svolgono presso la polizia e i tribunali e spesso vuole tenere i figli fuori dal processo per non amplificare il dolore. Questo è un punto a favore dell’aggressore, un elemento finora poco osservato. In questo modo, lasciando i figli fuori dal procedimento giudiziario, il tribunale concede il regime delle visite al padre.

La violenza domestica vicaria non è contemplata dal momento stesso in cui una donna denuncia?

La massima espressione della “violenza vicaria” è uccidere i bambini per vendicarsi della madre, ma non significa che questa non avvenga utilizzando i bambini all’interno della convivenza con la madre. A volte la madre cade in depressione perché non capisce che errore ha fatto per far ritrovare i figli in questa situazione. Ma tutto ciò che viene creato dal padre.

Perché pensa che ci sia voluto così tanto tempo per reagire e per includere i figli come vittime di violenza insieme alle madri?

Per il poco interesse che c’è stato su questo problema e sui minori in particolare. Diciamo spesso che la violenza maschile contro le donne, quella che attacca e uccide fisicamente, sia la punta dell’iceberg della violenze sessista. Le femministe hanno combattuto molto ed è stato difficile far approvare la legge del 2004 sulle misure di protezione globale contro la violenza di genere in Spagna, che è diventato uno standard in Europa

Dietro a questa difficoltà c’è il pensiero patriarcale denunciato dal femminismo?

La violenza è un fenomeno strutturale, manca molta formazione per rendere chiaro a tutti questo concetto. Veniamo da una società patriarcale in cui la violenza è stata normalizzata, per cui la donna è sempre stata dipendente dall’uomo, la sottomessa, e ci sono secoli di storia basati su questa struttura.

La legislazione deriva da questo modello e ci sono così tanti negazionisti perché non sono consapevoli che la violenza contro le donne è strutturale, un crimine pubblico su lo Stato deve agire

Il caso di José Breton che ha ucciso a calci i suoi figli, ha sconvolto l’opinione pubblica ma non ha portato un cambio totale di rotta.

José Breton

Il problema è molto semplice: perché vengono presi e descritti come casi singoli e sporadici, quando invece non lo sono affatto. Il sistema deve lavorare sodo per combattere questa piaga sociale, ma chi deve esercitare questo ruolo? Fondamentalmente gli operatori giudiziari, i forensi, è una questione che richiede un approccio multidisciplinare, con psicologi, sociologi, assistenti sociali.

Ma soprattutto i magistrati che, a loro discrezione, elaborano le sentenze che decidono la sorte dei bambini e delle loro mamme

Il negazionismo esiste anche tra giudici, procuratori, avvocati: le leggi e la giurisprudenza della Corte costituzionale non dovrebbero mirare ad arginare?

La formazione in genere è essenziale e manca molto, anche tra avvocati. Che cosa intendiamo per genere in primo luogo? Quando parliamo di violenza di genere, parliamo anche dei figli, dei minori. Trattandosi di una violenza strutturale, bisogna prima saper comprendere il problema e poi si può verificare che esista. Dobbiamo lavorare per affrontare questo problema, ma lavorare costantemente e non considerarli casi sporadici, perché non è così, ogni giorno ce ne sono diversi.

Che cosa propone lei?

Formare anche le vittime, chiedere loro di denunciarle, e proteggerle. Ma, certo, qui bisogna criticare il sistema giudiziario perché torniamo alla vittimizzazione secondaria della donna, che deve rivivere costantemente la violenza raccontando più volte la violenza davanti alla polizia, davanti all’accusa, davanti al giudice, al processo. Deve raccontare e vivere nuovamente quello che le è successo davanti a qualcuno che non conosce facendo in modo di essere creduta, e questo è estenuante. Bisogna essere empatici con la vittima per poter raccontare la disgrazia che ha vissuto a casa sua, con il suo partner.

Donna che viene interrogata davanti al partner violento.

Assolutamente sì. Ammiro molto il lavoro delle forze dell’ordine, degli operatori giudiziari, ma c’è ancora tanto da fare. Bisogna essere empatici con la vittima.

Non si può partire dall’idea che la donna sia una bugiarda che sta facendo una falsa denuncia perché in questo modo si perde il senso

In questa visione machista, loro sono le provocatrici, e questa idea si rompe solo con la formazione di genere fin da quando si va in prima elementare a scuola all’interno dell’istruzione obbligatoria, nonché agire nell’ambito familiare. Ciò richiede decisioni politiche ma al Congresso, che legifera, ci sono posizioni molto contrarie al riconoscimento di questa violenza, ed è per questo che bisogna lavorare a livello politico contando su un’assistenza legale che abbia una prospettiva di genere. Il femminismo non vuole eliminare gli uomini, ma lottare per la parità dei diritti tra uomini e donne

Cosa direbbe ai negazionisti?

Di non insistere nel negare la realtà, dato che scientificamente è stato dimostrato che la sindrome di Alienazione Parentale non esiste

Le denunce però vengono spesso archiviate e sono considerate false.

La Corte Suprema ha modificato questo aspetto, ma è un precedente che deve figurare nella legislazione per garantirne l’applicazione. Una volta che si arriva al processo orale, quando l’avvocato della vittima presenta l’atto d’accusa contro l’offender, se lei decide di non deporre, il giudice e l’accusa possono valutare se le prove presentate fino al processo dimostrano quell’aggressione.

Solo lo 0,01% è falso. Dietro a questo silenzio c’è la paura dell’abusante da parte della donna che viene minacciata non solo da lui, ma dalla famiglia perché la cultura patriarcale pesa molto: “Che cosa diranno di mia figlia?”, chiedono i genitori della vittima che denuncia il marito come partner violento

Perché ci sono sempre più femminicidi, anche dei figli?

Il maltrattante è un egocentrico, quella cosa che si chiama famiglia o è sua o di nessuno: i suoi figli e sua moglie, anche le loro vite e tutto ciò che li riguarda, sono sui. Quando la donna decide di rompere la relazione, vede che gli sfugge di mano, e se lei decide di rifarsi una vita questa percezione si amplia. Gli esperti spiegano che può arrivare a uccidere e a uccidersi perché “se ciò che mi appartiene non esiste più, io a cosa servo?”

Il ritiro della responsabilità genitoriale a un offender può essere un deterrente?

C’è un punto fondamentale: i maltrattanti possono prendere con sé i figli se sono minorenni. Per questo ho detto che il problema della violenza di genere è dissociato, mentre colpisce anche i bambini. Se riconosciamo anche loro come vittime di questo crimine, dobbiamo farlo in tutta la loro estensione, non solo quando soffrono a casa ma anche dopo. Ai genitori maltrattanti viene dato il regime delle visite e l’ordine restrittivo non riguarda i figli, come si fa a non capire questo?

Senza dubbio deve esserci uno stop alle visite, almeno fino a quando il maltrattatante non si farà carico del suo stesso problema

È stato provato che una percentuale molto bassa di maltrattanti si redimono.

Bisogna lavorare anche su questo. Ci sono terapie, non credo che il maltrattante resti tale finché non muore, si può anche lavorare affinché si assuma la sua responsabilità di fronte all’aggressione che ha perpetrato.

Crede che qualcuno che uccide i suoi figli sia recuperabile?

No, questo non mi è chiaro, non posso avere certezza. La differenza c’è tra un genitore violento recuperabile e uno no, lo decidono gli psichiatri e gli scienziati. Deve esserci un lavoro multidisciplinare, bisogna sempre lavorare con uno staff psicosociale.

Ritiene possibile ripristinare un rapporto con la madre dopo i danni fatti dal genitore maltrattante sui figli? 

Certo, purché ci sia la volontà di questi bambini, se sono già maggiorenni. È una questione molto complessa perché hanno normalizzato tutto. Le madri vittime di violenza di genere spesso non hanno avuto risorse sufficienti, né informazioni per chiedere aiuto. E tacciono per evitare la sofferenza dei figli: ci sono madri che, nonostante tutto, non parlano male del padre. Tuttavia, il padre si adopera affinché i figli si scaglino contro la madre. Ma se educato su un piano di parità, anche se cresciuto sotto l’influenza del padre violento, è possibile che egli stesso chieda aiuto. 

La nuova legge sulla protezione integrale dell’infanzia e l’adolescenza, entrata in vigore in questi giorni, consentirà di affrontare la violenza vicaria?

Credo di sì, inoltre obbliga lo Stato a creare tribunali specifici per proteggere i minori, con giudici specializzati anche su questa tutela integrale. Ma ci vuole tanta formazione anche tra i giovani. La legge sull’istruzione è una questione politica, e ogni governo la può modificare. Abbiamo bisogno di formazione in materia di genere e, come ho detto, questo termine suscita una discussione politica. La conseguenza è che si fa poco e nulla come si dovrebbe: nelle scuole non abbiamo ancora una formazione specifica nonostante la legge del 2004. A livello universitario, non c’è un corso specifico su questo. Gli insegnanti non vengono formati su temi di genere.

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Questa intervista è stata realizzata da Susana Arizaga e pubblicata il 26/06/2021 su La Opinión – Traduzione DonnexDiritti

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