Il paradosso italiano: violenza sulle donne per l’Istat +80% di richieste ma il “pater familias” non si tocca

Continuano i casi di madri punite per aver denunciato abusi: la violenza istituzionale che non compare nei dati

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



Ieri l’Istat ci ha detto che nel 2020 le chiamate al 1522 sono aumentate del 79,5% rispetto al 2019. Dall’inizio della pandemia di Covid l’aumento ha avuto picchi del +176,9% (aprile 2020) e del +182,2% (maggio 2020). Si tratta soprattutto violenza fisica (47,9%) e psicologica (50,5%) contro le donne, con un aumento delle richieste di aiuto da parte di giovani fino a 24 anni e di donne con più di 55 anni.

Centri antiviolenza: 20.525 donne in 5 mesi

Antonella Veltri

Sarebbero, per l’Istat, 20.525 le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza nei primi 5 mesi del 2020. Dati confermati da DiRe (Rete nazionale dei centri antiviolenza) che si è espressa tramite la presidente Antonella Veltri, secondo cui i loro centri avrebbero avuto, da inizio pandemia, un “aumento del 71% delle donne seguite dalle operatrici rispetto al 2019”. Veltri che ha anche sottolineato “quanto il fenomeno della violenza maschile contro le donne sia ancora sommerso e davvero molto più vasto di quello che finora raccontano i dati”, cogliendo nel segno un problema spinoso e antico. Ma perché la violenza maschile è ancora sommersa per più del 90% in Italia? I dati dell’Istat di ieri ci hanno anche confermato che la maggior parte degli offender si trovano nel posto che dovrebbe essere più sicuro di tutti: la propria casa.

Sì, perché a usare violenza per lo più sono uomini all’interno del nucleo familiare che durante la pandemia sono aumentati del 18,5% nel 2020 contro il 12,6% riferito al 2019

La violenza domestica rimane in grande tabù

Una violenza, quella domestica, che rimane il grande tabù in tutto il mondo e che ritroviamo con dati allarmanti anche in quei Paesi che più di altri hanno affrontato la disuguaglianza di genere: Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia, Danimarca. Il famoso “paradosso nordico” che è presto spiegato dal fatto che in quei Paesi, proprio grazie a una maggiore consapevolezza, le donne denunciano di più e si sentono maggiormente riconosciute nella tutela dei loro diritti.

E in Italia? Lo sfacelo. Qui non solo le donne non si sentono al sicuro quando denunciano, non solo vengono rivittimizzate se provano a segnalare uno stupro o un abuso, ma vengono addirittura punite con pratiche istituzionali che sono sotto gli occhi di tutti e sui cui ancora non ho visto nessuno intervenire seriamente dopo tanti anni di segnalazioni, inchieste, richieste di intervento.

Donne che denunciano e che diventano automaticamente imputate: perché poco credibili, perché “tanto si sa come sono le donne”, perché in malafede. Nel rispetto totale non delle leggi vigenti ma di quegli stereotipi che sono alla base della violenza stessa

Mamme punite, bambini sottratti, e nessuno alza un dito

In questi giorni una mamma è in sciopero della fame. Ha il viso scavato, la voce debole, sembra una reduce di guerra. È una donna vittima di violenza istituzionale, come tantissime altre. Una che ha avuto il coraggio di denunciare i maltrattamenti dell’ex e di riferire i racconti di abuso del bambino, rimasta completamente inascoltata e poi punita. Una donna a cui la giudice ha chiesto di ritirare le denunce per venire incontro al padre del minore, e che davanti al suo riferito sulle violenza, si è vista ridere in faccia. Una mamma che si è permessa di andare in Corte d’appello per il riesame del decreto del Tribunale dei minori che voleva rinchiudere il figlio in casa famiglia, forzando la frequentazione del padre che il bambino non accetta, ed escludendo completamente lei.

Un ricorso che ha vinto e che ha bloccato il decreto, anche per le delicate condizioni di salute del bimbo, e che a oggi il Tribunale dei minori rigetta di fatto e senza vergogna, riproponendo il decreto così come era stato formulato in prima istanza, con prelevamento anche forzato e trasferimento del bambino in casa famiglia, esclusione della madre “simbiotica” dalla sua sfera affettiva, imposizione della figura paterna, che lui non vuole vedere, e quindi collocamento successivo presso il padre.

E questo senza tenere conto non dei riferiti della donna, ma del bambino stesso che ormai è anche grande

La violenza istituzionale è una prassi

I casi sono tanti, sempre più numerosi, e sempre con esito nefasto e punitivo per la donna. C’è una mamma a cui lo stesso tribunale ha sottratto la figlia piccolissima, impedendole anche di vederla, per 10 anni e che oggi si ritrova a doversi giustificare di una colpa che non ha perché nessuno si prende la responsabilità di dire la verità a questa bambina. Un’altra che si è vista imporre da un giudice il riconoscimento di un padre che quella figlia non la voleva tanto da forzarla ad abortire, e che oggi viene punita pesantemente (con multe che l’hanno ridotta sul lastrico) per essersi tenuta quella bambina e aver cercato aiuto in un tribunale quando lui è ricomparso con pretese assurde.

giudici che non hanno preso mai in considerazione il comportamento dell’uomo e non hanno indagato seriamente sul perché la piccola lo rifiuti così categoricamente

Madri che perdono figli per sempre in nome di quella bigenitorialità che garantisce solo la proprietà del pater familias e dove la violenza domestica c’è ma non viene riconosciuta, calcolata, valutata in nessun modo: non vista. Una gravissima violazione dei diritti anche di questi bambini a cui viene tolto l’affetto materno in nome di una violenza più forte, incontrastabile dalla singola cittadina: quella delle stesse istituzioni, capaci a parlare di violenza contro le donne solo nei convegni e davanti a un folto pubblico, ma che poi nella sostanza non agiscono nella direzione di un reale contrasto e non tutelano quelle donne che invitano però a denunciare.

Uno scarica barile infinito. Le donne non sono protette perché non denunciano? Ebbene, se denunciano e vengono addirittura punite da chi dovrebbe proteggerle, quindi cosa dovrebbero fare? Sperare in una giustizia divina? Se il sommerso è un problema enorme per l’emersione di un fenomeno così grande, la prima cosa da fare è proprio garantire la messa in sicurezza di queste donne e dei loro figli, con la sicura applicazione di leggi ottime che esistono sulla carta (ma non nelle teste evidentemente), indagini che si basano su incidente probatorio e non su consulenze tecniche d’ufficio conniventi con il maltrattante: cosa che quando avvengono è per pura fortuna.

Una violenza istituzionale, quella di cui si macchia lo Stato che non protegge e che espone punendo direttamente queste donne, che vorremmo vedere anche nei dati e che invece rimane nel silenzio

Una storia che si ripete sempre uguale, con la violenza che poi viene nei fatti riconosciuta come conflittualità di coppia mettendo l’offender e la vittima sullo stesso livello: per ignoranza, disinformazione, impreparazione di chi invece dovrebbe sapere, conoscere e agire di conseguenza. E questo nel silenzio del mainstreaming e sotto il naso di istituzioni che hanno il potere e dovrebbero agire ma che rimangono ferme come statue di sale.

 

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