La falsa neutralità del linguaggio: non c’è niente di “naturale”

La lingua è un costrutto e si forma su basi culturali che nella sostanza ricalcano stereotipi partendo dall'uno maschile

Graziella Priulla
Graziella Priulla
Sociologa e saggista, già Docente di Sociologia dei processi culturali all’Università di Catania. Ha pubblicato, tra gli altri, "Violate. Sessismo e cultura dello stupro" (Villaggio maori) e "Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo" (Settenove).



Molti animali dispongono di svariati codici di comunicazione, impiegati per comunicare un’ampia varietà di informazioni soggettive, collettive o territoriali. Rispetto a tutte le altre specie viventi gli esseri umani però godono dello straordinario privilegio di poter articolare suoni che si compongono in una lingua. Questa capacità ha dato loro innumerevoli vantaggi: non soltanto comunicano ma definiscono, giudicano, analizzano, stabiliscono categorie e convenzioni, creano codici e li modificano, conservano memorie, accumulano saperi.

Il metalinguismo

Immersi fin dalla nascita come in un liquido amniotico nella lingua non a caso “materna”, che apprendiamo per imitazione, siamo portati a ritenerla “naturale”, spontanea al punto che riconoscere e magari modificare le proprie abitudini linguistiche può essere assimilato a qualcosa di rivoluzionario e scioccante. Solo se ne abbiamo motivo, poiché costa sforzo, accediamo a quello che chiamiamo “metalinguismo”, usiamo cioè la lingua come strumento per riflettere sulla lingua, per parlarne, per trattarla come oggetto da esaminare riconoscendola come creatura storica, costruita e arbitraria: per quanto possibile contemplandola dall’esterno, cercando di astrarcene. Per questa via possiamo accorgerci che essa non solo manifesta, ma condiziona il nostro modo di pensare: incorpora una visione del mondo e ce la impone.

La lingua non ha solo la funzione di rispecchiare i valori ma anche quella di concorrere a determinarli, organizzando le nostre menti

Tutte le lingue del mondo

Ogni lingua reca in sé la sedimentazione dei significati individuali e collettivi attribuiti alle parole nel corso del tempo ed è deposito di infiniti elementi: giudizi, fantasie, emozioni, affetti, paure, desideri, speranze, idee e pensieri cui veniamo socializzati fin dalla nascita. Discorsi diversi costruiscono diversamente il mondo offrendone diverse rappresentazioni, classificazioni e descrizioni. Il dizionario stesso, ad esempio, non raccoglie semplicemente le parole e le locuzioni di una lingua dandone le definizioni, ma è un’opera che riflette la mentalità di chi l’ha scritto e contribuisce a forgiare quella di chi lo consulta.

Le lingue non registrano proprietà intrinseche della natura ma categorie culturali che sono state proiettate poi sulla natura

Le stesse distinzioni che percepiamo esistono per noi perché abbiamo nomi specifici atti a indicarle (ciò che non si nomina non esiste), ma l’appartenenza a una serie o all’altra non è universale: dipende dalla formulazione che ne danno le lingue. Esse sono i luoghi della codificazione – nelle diverse culture e società – di ruoli vissuti come naturali e ritenuti immutabili: qualità, caratteristiche psicofisiche, disposizioni d’animo, atteggiamenti, abitudini, aspettative e sentimenti pertinenti alle persone secondo i canoni dell’educazione cui dovrebbero conformarsi le donne e gli uomini reali.

Parole e costrutti che controllano l’immaginario, che producono e regolano il mondo, e che si dicono però a nome di tutti e di tutte, presentandosi come neutri non opinabili: è questa la loro forza

Il linguaggio è veicolo principale del cosiddetto “senso comune”, costituito dalla fitta trama delle conoscenze pretese come autoevidenti, condivise come valide a livello sociale e largamente interiorizzate da ogni parlante.

Androcentrismo

Una volta creato un mondo cosiffatto, esercitare il potere è molto più facile. Ai soggetti che dispongono del potere tocca fin dai tempi più remoti l’opportunità di disporre delle pratiche linguistiche: lo fanno posizionandosi al centro del mondo, guardandolo con i propri occhi dalla propria prospettiva e presentandola come l’unica possibile anzi, di più, tacendo su tutte le altre e dunque occultando i propri privilegi. Al massimo includono, come faceva l’antica Roma con i popoli conquistati: e chi può decidere se includere o no, è già superiore. La questione della rappresentazione dell’Altro/a assume maggiore complessità quando l’alterità non abita solamente la dimensione io/tu ma anche la dimensione noi/loro, ossia fa riferimento a identità di gruppo.

quando parliamo di androcentrismo ci riferiamo non solo alle relazioni interpersonali ma all’uso costante di spiegare i fenomeni sulla base dell’esperienza di un singolo gruppo: la parte maschile dell’umanità

Non solo le istituzioni, il diritto, le relazioni familiari, il mondo del lavoro e quello dell’economia, la scienza, la medicina, i canoni artistici, ecc. ma più in profondità il lessico, le metafore, la grammatica stessa, si sono improntati sempre a questo tacito assunto: l’uomo (vir) è misura di tutte le cose. La donna è “l’altra metà del cielo” (“altra” come specchio, costretta a riconoscersi nell’immaginario altrui). In passato fu anche peggio: “Esseri deficienti e occasionali, maschi menomati”, diceva Aristotele. “Mulier non est facta ad imaginem dei”, scriveva Agostino.

Gerarchie maschili

Dentro la stessa – privilegiata per anatomia – parte maschile, però, esistono gerarchie: quelle del denaro, del luogo di nascita, del colore della pelle, della conformità ai canoni. In cima a ogni piramide c’è il maschio bianco eterosessuale benestante. In base alla sua figura si definiscono la “normalità” e la “diversità” delle soggettività, dei gruppi, dei comportamenti, dei corpi stessi. Si delibera, si distribuiscono le risorse, si organizza la società, si parla. All’interno dello spazio pubblico definito dal linguaggio egli è dotato delle caratteristiche necessarie per rientrare nella categoria degli individui “normali” mentre altri/e, classificati come irregolari e per questo minacciosi e pericolosi, sono invisibili, marginalizzati o derisi o esclusi. Contro di loro si è legittimati a usare le parole come oggetti contundenti.

È un dispositivo di disciplinamento: ricorda le conseguenze che possono toccare a chi non corrisponde ai modelli obbligatori

Linguaggio aggressivo

Il nesso metaforico tra la vulnerabilità linguistica e quella fisica (“parole che feriscono”, “assalto verbale”), la dice lunga sul senso che l’umanità attribuisce al linguaggio aggressivo, che può non sostituire la violenza ma è esso stesso violenza poiché infligge dolore. A disegnare scenari preoccupanti sono i luoghi e i momenti in cui questa violenza, facendosi sistematica, viene comunemente giustificata e ricondotta al quotidiano.

In Italia c’è l’idea che la reazione al linguaggio d’odio, così frequente, costituisca una violazione della libertà d’opinione o esasperazione del politically correct

“Tr**a”, “pu**ana”, “ri**hione”, “ch**ca”, “ne**o”, “mong**oide”, “ba**one”: io la penso così, tutti lo dicono, sono solo parole, che male c’è? Lo spiega l’etimo stesso: “insultare” significa “saltare addosso”. Quando va bene è soft, quando va male è hard. A differenza di quanto si è andato affermando in altri Paesi europei, da noi c’è strenua resistenza ad attuare una politica normativa che individui condotte linguistiche incriminabili in quanto ledono la dignità umana e violano il principio di eguaglianza: in particolare quelle ispirate da xenofobia, razzismo, sessismo, misoginia, omotransfobia.

Il turpiloquio

Seguire le tracce del turpiloquio, ossia in ultima analisi tracciare le rotte dell’interdetto, significa accedere alle dinamiche profonde e ai nodi irrisolti, alle zone d’ombra della società: e non ne abbiamo voglia. Scopriremmo così che il maschio “universale” ha coniato modi verbali per offendere o umiliare, sminuire o cancellare chiunque, eccetto se stesso. Nessun insulto, nessuna denigrazione tocca mai i maschi in quanto tali, né gli etero, tanto più se ricchi e bianchi.

Spesso in ossequio alla gerarchia maior anche gli insulti rivolti a uomini si riducono a giudizi indiretti espressi sulle donne

Prendiamo “impotente”: non hai la potenza del sesso forte = sei molle come una donna. O “fr**io: non hai la sessualità attiva di un uomo = sei passivo come una donna. O ancora, “co**uto: tua moglie (= un bene che possiedi) non è soltanto tua.

Maschile e femminile

Anche fuori dal turpiloquio ci sono abitudini, etichette e metafore atte a gerarchizzare. Nessun femminile include il maschile: il Signor X, vuol essere chiamato ministro o ministra? Ed è ammirevole che una donna abbia le “pa**e” ma non è previsto apprezzamento per un uomo con le “ovaie”. Si insegna tutto ciò chiamandolo vocabolario e grammatica. Lo si scrive nei libri di testo. Vi corrispondono le narrazioni. Vi si congela e si perpetua la natura regressiva dello stereotipo, a livello cognitivo e valutativo.

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