“Io dico Io”: l’arte per prendere la parola nel nome di Carla Lonzi

La collettiva è in corso alla Galleria nazionale Arte Moderna e contemporanea di Roma e durerà fino al 23 Maggio

Paola Ugolini
Paola Ugolini
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“Io dico Io” è il titolo, liberamente tratto dagli scritti della filosofa femminista Carla Lonzi (1931-1982), della collettiva attualmente in corso alla Galleria nazionale Arte Moderna e contemporanea di Roma, dal 1 Marzo al 23 Maggio (a cura di Cecilia Canziani, Lara Conte, Paola Ugolini). L’occasione per la realizzazione di una grande mostra di sole artiste donne italiane di diverse generazioni, è stata la donazione degli archivi di Carla Lonzi alla Galleria Nazionale da parte di suo figlio Gian Battista Lena (materiale archiviale esposto al primo piano del museo e consultabile sul sito on line).

Questo titolo racconta la volontà femminile di prendere la parola senza aspettare che le venga concessa, è la rivoluzionaria affermazione con cui la donna diventa padrona della propria capacità di pensare, ovvero della parola come forza creatrice

La parola e il sé delle donne

Silvia Giambrone – Il Danno, 2018 courtesy l’artista e Studio Stefania Miscetti – photo Giordano Bufo

“In principio era il Verbo (logos), il verbo era presso Dio e il verbo era Dio”, recita il primo verso del vangelo di Giovanni stabilendo quindi che la parola è divina e incarnata. Ma bisogna ricordare che si è incarnata attraverso il sì di una donna che dunque l’ha messa al mondo, anche per gli uomini. Con il tempo e la smemoratezza, parlare in pubblico e l’arte oratoria sono divenute prerogative maschili mentre la chiacchiera e il pettegolezzo sono state confinate fra le mura domestiche o al mercato, tra donne. Nell’antichità la voce delle donne non doveva essere udita in pubblico perché l’oratoria era una delle caratteristiche che definivano la mascolinità come genere “politico”. Mary Beard nel suo saggio “Women and Power” scrive che “Nella tradizione della letteratura occidentale, il primo esempio noto di un uomo che toglie in pubblico la parola a una donna, dicendole che la sua voce non deve essere udita in pubblico, è all’inizio dell’Odissea di Omero, circa 3.000 anni fa. Tutto ha inizio nel primo libro del poema quando Penelope scende dalle sue stanze private nel grande salone del palazzo, dove trova un bardo che intrattiene i suoi pretendenti cantando le difficoltà che gli eroi Greci stavano trovando nel tornare a casa.

Installation view Io dico Io – I say I – Galleria Nazionale – Ph Alessandro Garofalo

Lei non è divertita e, davanti a tutti, gli chiede di suonare qualcosa di più allegro. A questo punto il giovane Telemaco interviene dicendo Madre, torna di sopra nei tuoi appartamenti, e torna al tuo lavoro al telaio, parlare è affare da uomini, di tutti gli uomini, e il mio soprattutto, perché mio è il potere in questo palazzo. E lei tornò di sopra.” (1- Mary Beard, Women & Power. A manifesto. Profile Books LTD, London 2008. Pagg. 3-4).

Dalla mitologia greca a oggi certamente le cose sono molto cambiate e le voci femminili si sono indubbiamente fatte sentire ma sempre a prezzo di enormi difficoltà e battaglie soprattutto se consideriamo che la nostra cultura occidentale ha continuamente sottovalutato le donne

Il potere della voce

Linda Fregni Nagler – From the series Girls from the Southern Seas, ETN 099-ML, “Laos maiden”, 2019 cc45x30 hand painted gelatin silver print on direct positive paper – Collezione privata, Milano

Troppo spesso le voci femminili vengono silenziate perché la donna socialmente gradita è una donna silenziosa, non oppositiva e accogliente, tant’è vero che la rappresentazione femminile nei media italiani è in gran parte quella riservata a una creatura di bell’aspetto, sorridente e muta. Prendere la parola e far sentire la propria voce è quello che ha fatto Carla Lonzi che, oltre ad essere stata una brillante critica d’arte, dal 1970 con la fondazione di “Rivolta Femminile”, il primo collettivo separatista italiano, comincia a definire criticamente la “nuova soggettività femminista” e a dare voce e spessore a quel “soggetto imprevisto”: la donna che ha preso coscienza di sé, che così prepotentemente  improvvisamente irrompe sulla scena pubblica-politica. che è ancora oggi in gran parte appannaggio maschile.

L’arte ovviamente non è mai stata femminista o non femminista ma è innegabile che molte artiste hanno inglobato questo pensiero rivoluzionario nei loro lavori come dimostrano le innumerevoli sperimentazioni realizzate dalle artiste dalla metà degli anni Sessanta a oggi. “Io Dico Io” mette in scena come in una grande rappresentazione teatrale polifonica e transgenerazionale l’indagine sullo sguardo e sull’auto-rappresentazione come messa in discussione dei ruoli, la scrittura come pratica e racconto del sé; il corpo come misura, limite, sconfinamento; la preziosità come resistenza all’omologazione per ribaltare punti di vista, de-egemonizzare le narrazioni e suggerire nuove posture.

Installation view Io dico Io – I say I – Galleria Nazionale – Ph Alessandro Garofalo

“Io dico Io” è un’indagine sul presente nata dalla necessità di prendere la parola per affermare la propria unicità al di fuori di uno sguardo legittimante, oltre gli stereotipi

e le imposizioni per creare uno spazio di incontro e riconoscimento, alla scoperta delle proprie origini e identità differenti. La curatrice americana Helen Molesworth in un saggio in cui si chiede se e come si possa installare una mostra con una prospettiva femminista, smarcandosi da logiche datate e cronologie lineari, sottolinea come “uno dei contributi fondamentali alla storia dell’arte da parte di artiste e storiche sia stata la logica orizzontale della sorellanza, dell’alleanza tra generazioni e pari, anziché quella della filiazione diretta” (1-Barbara Casavecchia The Imitation Game, Performing Gender, in La Grande Madre, catalogo della mostra a Palazzo Reale Milano 2015, p. 305).

“Io dico io” per dire che ci siamo

Carol Rama – Appassionata, 1943 – Acquerello e matita colorata su carta 23,5×18; cc65,5x55x2,5 – Collezione privata; Torino – Photo Pino Dell’Aquila – © Archivio Carol Rama, Torino

“Io dico Io” è quindi anche tentativo di scrittura espositiva attraverso una genealogia al femminile, inevitabilmente segnata da assenze e omissioni, per generare alleanze, affinità, corrispondenze e ritorni. Tutte prima o poi dobbiamo fare i conti con le nostre radici, ed è questo uno dei motivi che ha spinto Cecilia Canziani, Lara Conte e me a scegliere come opera seminale e germinativa di questa collettiva il lavoro “Origine”, realizzato da Carla Accardi per la Cooperativa del Beato Angelico nel 1976. Accardi, dopo aver rotto la sua amicizia con Carla Lonzi e aver abbandonato il collettivo femminista “Rivolta Femminile”, riprende in mano la sua storia e quella di sua madre, e concepisce questo lavoro, privato e intimo, che è un’ode al legame invisibile che lega le madri alle figlie attraverso le generazioni.

Installation view Io dico Io – I say I – Galleria Nazionale – Ph Alessandro Garofalo

Dal Salone Centrale, nucleo propulsore e di irradiazione, la mostra si ramifica nel percorso espositivo della Galleria Nazionale fino alle sale del lato che affaccia su Via Gramsci, occupando anche le zone liminali del museo. Attraverso un programma pubblico di talk e lectures, “Io dico io” mette in dialogo numerose figure del panorama culturale intorno ai temi che la narrazione porta con sé, nell’ottica di creare un terreno comune di confronto, un luogo di relazione, di tempo condiviso, di gesti da fare insieme, per potersi dire: io. La mostra è stata realizzata grazie al generoso contributo di Dior e di Google Arts&Culture.

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