Come la cultura dello stupro alimenta i crimini contro le donne

Mentre i reati in generale diminuiscono, in Italia quelli contro l'universo femminile sono in sensibile crescita

Graziella Priulla
Graziella Priulla
Sociologa e saggista, già Docente di Sociologia dei processi culturali all’Università di Catania. Ha pubblicato, tra gli altri, "Violate. Sessismo e cultura dello stupro" (Villaggio maori) e "Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo" (Settenove).



In Italia negli ultimi anni si è registrata una diminuzione di tutti i reati. Sono in aumento solo i crimini contro le donne, dallo stupro al femminicidio. Questo dato – diffuso dal Viminale – è clamoroso se lo si raffronta alle “emergenze” prioritarie della politica e dei media. Non sono storie lontane nel tempo o nello spazio. Non sono storie di pazzi o di mostri.

Ben pochi crimini sono e sono stati così costantemente praticati senza distinzione di nazione, cultura, colore di pelle, religione, classe, età, professione. Ben pochi criminali han goduto di tanto supporto sociale. Non tutti gli uomini sono violenti ma la stragrande maggioranza dei violenti sono uomini. Domandando perché? non rivolgiamo accuse ai singoli maschi ma al sistema simbolico che costruisce tutti e tutte.

La violenza maschile sulle donne non è una devianza qualsiasi ma di sicuro è la manifestazione estrema di relazioni storicamente disuguali tra i due generi

Il suo legame col potere è stato analizzato a fondo da molte femministe che hanno indicato come si tratti di un dominio particolare perché passa attraverso le vicende più intime. Averlo tolto dalla cronaca nera, aver fatto in modo che non fosse attribuito alla patologia del singolo o ai costumi barbari di comunità straniere, ha fatto in modo che non lo si vedesse come mera questione di sicurezza, ma come problema culturale, sociale e politico di primo piano. Questo approccio tuttavia non è ancora penetrato nella coscienza comune, nemmeno in quella di molte donne che non riescono a vedere il legame tra le diverse forme che la violenza può assumere, da quella simbolica a quella verbale a quella fisica. Facciamo tutte fatica ad ammetterlo perché fa male, destabilizza, mette in crisi immaginari rassicuranti.

Nominare e denunciare la cultura dello stupro è stata una delle azioni femministe più importanti degli ultimi tempi, ma anche una delle più discusse e fraintese. Questa locuzione non descrive necessariamente una società dove lo stupro è routine: descrive il processo per cui lo stupro e le molestie sessuali vengono banalizzati e giustificati.

Una scollatura, una gonna corta: tanto basta per scatenare irrefrenabili assalti selvaggi?

Ciò che qualsiasi essere maschile della specie umana fa tranquillamente, ovvero andare dove vuole quando vuole, vestirsi come vuole, palesare i propri desideri, essere libero di mostrare il proprio corpo e le sue parti senza rischiare nulla, corteggiare in maniera evidente, non è considerato accettabile in una femmina. L’associazione mortale fra seduzione e caccia viene da lontano e attinge a un vasto campo mitologico e letterario. Nella cultura dello stupro uomini e donne danno per scontato che la violenza sessuale sia un fatto della vita, inevitabile come una calamità naturale (L’uomo è cacciatore…), e che spetti alle donne prevenirla con innumerevoli limitazioni precauzionali.

La cultura dello stupro implica la cancellazione della sessualità femminile, da ritenersi inesistente o irrilevante. È scioccante rendersi conto – lo segnalano ogni giorno le operatrici dei centri – di quanto la violenza sia una parte significativa delle esperienze sessuali di molte donne, anche dentro il matrimonio. Il senso di possesso sui corpi femminili abbassa le barriere poste dalla consapevolezza dell’avere di fronte un altro essere umano. Da un lato si raffigura un essere potente, invasivo, in cerca di un controllo e di uno sfogo che somigliano pericolosamente a un diritto; dall’altro un manichino passivo, forzato ad atti che non sceglie.

Lo stupro è percepito da chi lo compie come una punizione, un dispositivo di disciplinamento: il modo per “dare una lezione”

Esiste e prospera nella modernissima rete un’arcaica galassia di gruppi, forum, siti e chat che crescono e si alimentano grazie al disprezzo nei confronti del genere femminile e di tutto quanto possa mettere in discussione l’ordine patriarcale fondato su una gerarchia implacabile (Abbi donna di te minore, se vuoi essere signore). Il fenomeno è talmente diffuso che è stato coniato il termine online domination per indicare le pratiche che tendono a stabilire un dominio di genere. Si inizia di solito attaccando la vittima con commenti di discredito e disprezzo del suo aspetto, per arrivare al post che l’aggredisce specificatamente perché è donna, e raggiungere infine la minaccia, con auguri di stupri. L’odio ha bisogno sempre di degradazione del proprio bersaglio. Nel caso delle donne ogni mortificazione dell’identità passa dal corpo.

Il corpo femminile è simbolicamente violato ogni giorno sul web, dove le parole più usate per offendere le donne sono “tr*ia, va*ca” e via discorrendo

senza contare gli inviti a provare pratiche sessuali reiterate, dolorose, umilianti. Ci riguarda tutte, belle o brutte, cittadine qualunque o ministre, scienziate o astronaute, attrici o giornaliste, a 16 anni come Greta Thunberg (“Alla sua età può andare a battere”) o a 89 come Liliana Segre.

Non basta invocare la repressione, ma bisogna affrontare il problema tagliandone le radici e affrontando ciò che finora è stato relegato nell’invisibile: le forme di mascolinità egemoni, un intero ordine simbolico. È indispensabile evidenziare quanto il privilegio di genere sia connesso alla percezione di legittimità della violenza. Finché questi aspetti rimarranno nascosti continueremo a esecrare la violenza stessa quando assurge a fatti di cronaca straordinari per crudeltà, ma lasceremo inalterato il tessuto sociale che alimenta ogni giorno i mille atti quotidiani nascosti in quella che viene considerata normalità. La scena è una scena di potere, non bisogna dubitarne più. Ciò che non si nomina non esiste.

 

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