In che modo il lockdown imposto dall’emergenza Coronavirus può occultare la violenza intrafamiliare

Le richieste di aiuto sono calate del 40%: le donne hanno difficoltà ma anche paura di contagiare i loro figli

Nadia Somma
Nadia Somma
Giornalista e Consigliera nel direttivo DiRe, già Presidente del centro antiviolenza Demetra. Ha pubblicato "Le parole giuste" (PresentARTsì)



Da quando sono scattate le misure di contenimento dell’epidemia CoVid-19 con la chiusura di attività e l’invito a svolgere smart working, le richieste di aiuto ai Centri anti-violenza sono calate del 40%: segno che l’epidemia ha reso difficile l’emersione del fenomeno della violenza contro le donne come già aveva i primi gironi di marzo D.i.Re donne in rete.

Dubravka Šimonović, United Nations Special Rapporteur

Un timore espresso recentemente anche da Dubravka Šimonović, relatrice speciale per la violenza contro le donne delle Nazioni Unite: “È altamente probabile che il livello della già diffusa violenza domestica aumenti, come già suggerito da indicazioni preliminari di polizia e operatori perché per fin troppe donne e bambini la casa può essere un luogo di paura e abuso. Una situazione che si aggrava in maniera considerevole in casi di isolamento come il lockdown imposto nell’emergenza CoVid-19 e questo potrebbe aumentare ad un aumento di casi di femminicidi perpetrati dal partner”.

I Centri antiviolenza si sono organizzati per affrontare una situazione che potrebbe prolungarsi e per informare tutte le donne che i luoghi per accoglierle sono aperti e continuano a offrire supporto, consulenze legali e ospitalità alle donne che subiscono violenza e che oggi sono costrette a casa a stretto contatto con autori di maltrattamento e senza la possibilità di allontanarsi facilmente.

Il calo delle richieste di aiuto è legato probabilmente alla paura di esporre i figli al contagio lasciando la propria abitazione, o alla errata convinzione che anche i Centri antiviolenza possano essere chiusi come il resto

oppure l’obbligo di uscire con l’autocertificazione può mettere in difficoltà perché le donne non possono certo scrivere che si allontanano per violenza e potrebbero provare imbarazzo a dirlo qualora venissero fermate. Per questo D.i.Re ha organizzato una campagna di comunicazione a più livelli con spot che sono stati trasmessi in televisione o sono stati fatti circolare su whatsapp o pubblicati sui social per informare le donne che i Centri antiviolenza della rete D.i.Re hanno mantenuto lo stesso orario di apertura e che rispondono al telefono.

I colloqui personali infatti sono stati sospesi per rispettare le direttive volte alla prevenzione del contagio e sono svolti solo nel caso di emergenza ovvero in tutte quelle situazioni in cui le donne devono scappare di casa perché è esplosa la violenza. Eppure restano ancora molti problemi da affrontare. Alcuni Centri antiviolenza li hanno risolti con difficoltà e sostenendo ulteriori spese.

#noicisiamo – D.i.Re emergenza Covid19

🔴 I centri antiviolenza della rete D.i.Re Donne in Rete contro la violenza sono attivi anche durante l'emergenza Covid19. 🔴Al link 👉 https://www.direcontrolaviolenza.it/d-i-re-tutti-i-numeri-telefonici-dei-centri-antiviolenza/ 📞 ci sono tutti i numeri di telefono per trovare quello più vicino. #emergenzacovid19 #laviolenzanonsiferma #noicisiamo

Gepostet von D.i.Re Donne in Rete contro la violenza am Dienstag, 24. März 2020

È stato necessario acquistare mascherine, guanti, e tutti quei prodotti per la sanificazione degli ambienti del Centro antiviolenza e delle Case Rifugio. Nelle strutture dove erano ospitati bambini e adolescenti insieme alle loro madri, si sono acquistati pc o tablet per permettere la frequentazione delle lezioni on line. Infine si è dovuto affrontare i problema della prevenzione del contagio per le donne ospitate in emergenza.

Al momento non è possibile inserire nelle Casa rifugio, donne o bambini, senza che trascorrano almeno 15 giorni in altri luoghi per rispettare i tempi della quarantena: Anche perché il Pronto soccorso non esegue tamponi in assenza di sintomi

Qualche giorno fa, alcune Prefetture su sollecitazione di Luciana Lamorgese, ministra degli Interni, hanno inviato una mail ai Centri antiviolenza per comunicare che sarebbero state individuate strutture alternative dove ospitare momentaneamente le donne ma sono trascorsi giorni e ancora non c’è stata nessuna risposta. Un inerzia che pesa perché la violenza non si ferma a causa del Corona Virus ed è notizia di due giorni fa l’aumento di emergenze per violenza che è stato registrato in Veneto.

Elena Bonetti, ministra delle Pari Opportunità

E mentre il contenimento del Covid-19 continua, i Centri antiviolenza hanno provveduto con le proprie risorse umane e finanziarie a risolvere problemi e a trovare soluzioni. A causa di questo difficile contesto, era stato chiesto alla ministra per le Pari Opportunità, Elena Bonetti, di sbloccare i 30 milioni previsti per l’anno 2019 di cui 20 milioni per l’attività ordinaria e 10 milioni per specifiche attività collaterali per il contrasto della violenza già previsti dal Piano nazionale antiviolenza e fino ad oggi mai distribuiti, ma anche di prevedere ulteriori finanziamenti per l’emergenza Coroma Virus.

I fondi sono stati sbloccati da un decreto ma non ne sono stati previsti ulteriori come avevano chiesto le associazioni a tutela delle donne vittime di violenza

Antonella Veltri, presidente DiRe

Al contrario, i 10 milioni previsti per specifiche attività collaterali come per esempio i progetti di autonomia economica e lavorativa saranno dirottati sull’emergenza Coronavirus. “Si sottraggono di fatto risorse ad attività quali la formazione e l’inserimento lavorativo delle donne sopravvissute alla violenza, che pure sono essenziali per completare l’attività di accoglienza e supporto realizzata dai centri antiviolenza” ha commentato Antonella Veltri, presidente di D.i.re – Donne in rete contro la violenza, “la gestione ordinaria dei Centri antiviolenza richiede impiego di risorse che non sono pervenute nei tempi dovuti e l’avvento dell’epidemia ha determinato un aggravio molto pesante delle attività”. “Le richieste erano chiare. Abbiamo chiesto un fondo ad hoc per l’emergenza Coronavirus, perché i fondi ordinari servono a finanziare il minimo indispensabile dell’attività dei centri”, ha spiegato Mariangela Zanni, consigliera D.i.Re per il Veneto. “Inoltre non tutti i centri ottengono questi fondi mentre è prioritario che tutti i Centri D.i.Re, che sono tutti rimasti attivi in questo periodo, possano accedere a tali risorse.

“Siamo molto preoccupate. Chiediamo che le Regioni definiscano rapidamente criteri omogenei per l’assegnazione immediata dei fondi ai centri antiviolenza, utilizzando i criteri stabiliti dall’Intesa Stato-Regioni e nel rispetto della Convenzione di Istanbul”, ha concluso Antonella Veltri, “e che le procedure stabilite per l’erogazione dei finanziamenti siano monitorate dal Dipartimento Pari opportunità affinché le risorse raggiungano effettivamente i centri antiviolenza che sono da sempre, e ora più che mai, un presidio fondamentale in ogni territorio”.

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