Ma c’è davvero bisogno di una fiction sul massacro del Circeo?

Ha scatenato l’indignazione dei social che in massa hanno risposto con ferma condanna alla notizia a cui il Tempo ha dedicato un’intera pagina dove si parlava della preparazione di una fiction sul massacro del Circeo e di una consulenza della casa di produzione Cattleya nei riguardi di uno degli assassini delle due ragazze torturate nella villa di Punta rossa: il pluriomicida Angelo Izzo, tutt’ora nel carcere di Velletri con una condanna a due ergastoli. La vicenda è conosciuta: nel marzo del 1975 Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira sequestrarono, stuprarono e seviziarono per 35 ore le giovanissime Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, ritrovate poi, una morta e l’altra in fin di vita, nel bagagliaio di una macchina parcheggiata a Roma mentre i tre assassini mangiavano la pizza prima di occultare i cadaveri e convinti di averle uccise entrambi.

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Articolo del Tempo del 3 novembre 2019

L’articolo del Tempo datato 3 novembre dava grande spazio al fatto che proprio Cattleya, attraverso l’avvocato di Izzo, avrebbe chiesto al detenuto di ricostruire in maniera minuziosa i luoghi della villa dove furono torturate le due ragazze, una notizia smentita sull’Adnkronos solo due giorni fa, dopo l’ondata di proteste, in cui la produzione ha fatto sapere di non aver “mai avuto contatti diretti o indiretti con il signor Angelo Izzo” e “di non aver mai nemmeno pensato di coinvolgerlo nel suo progetto”, ribadendo che “quanto riportato dal quotidiano (Il Tempo, ndr), è totalmente inesatto”, e specificando che la serie sarà incentrata non tanto sul fatto di cronaca in sé ma sul processo e sui cambiamenti “di costume” che ha rappresentato: dalla presenza delle femministe nel processo a porte aperte, a tutto il dibattito che ne era scaturito.

Qualche mese fa anche Il Messaggero aveva scritto su questa fiction, dicendo appunto che la serie sarebbe stata incentrata più sul processo che sul fatto di cronaca, scongiurandone così una ricostruzione morbosa: partire da un fatto di cronaca per declinare il tema e l’impatto sociale. Tanto che il produttore, Riccardo Tozzi, aveva sul Messaggero specificato che non ci sarebbe stato nessun avvicinamento a Izzo: “Ci bastano gli atti del processo – aveva detto Tozzi – abbiamo attinto a materiale pubblicato e atti processuali consolidati, non faremo voli pindarici sul tema”.

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Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido

Eppure malgrado la smentita e le buone intenzioni i dubbi permangono, e il primo è se davvero sia necessaria una fiction sul massacro del Circeo che per forza di cose porta alla ribalta la messa in scena di un femminicidio efferato con due giovanissime donne che essendo morte (la sopravvissuta Donatella Colasanti è deceduta per un tumore al seno) non potranno né dare il consenso alla fiction e ai suoi contenuti, né visionare una storia che riguarda prima di tutto loro, cioè non potranno mai dire cosa vogliono sia mostrato e cosa non vogliono sia mostrato di una vicenda vissuta prima di tutto sulla loro pelle: un fatto che invece dovrebbe essere tenuto in gran conto dalla produzione, qualunque sia il taglio della fiction.

Mettere sul mercato una storia come quella del Circeo può avere certamente un significato più ampio ma per le sue caratteristiche rende impossibile una messa in scena che non scada nella morbosità, a meno di tagliare completamente il fatto di cronaca perché a riportarlo non è un giornale ma la ricostruzione di una fiction che ha linguaggio completamente diverso: e questo con in vita un pluriomicida come Izzo costantemente alla ricerca di notorietà e che ha sempre goduto a raccontare i crimini commessi. Il rischio è infatti quello di una messa in scena che ha insisto il pericolo di una vittimizzazione secondaria sia nei confronti della memoria delle due donne sia nei confronti dei parenti che potrebbero rivivere quella tragedia con nuova sofferenza, un pericolo da cui il basarsi sugli atti processuali non mette a riparo. Anche se la fiction fosse davvero uno specchio dei tempi con la rappresentazione delle “donne per bene e per male” all’interno di un processo a porte aperte con il femminismo romano schierato dalla parte di Donatella, di sicuro la quantità di stereotipi a cui si farà per forza fare riferimento, le implicazioni politiche di ragazzi di destra e di buona famiglia che infieriscono e straziano i corpi di due ragazze di periferia rappresentando la doppia discriminazione di classe e di genere, ma soprattutto il carattere estremamente complesso della vicenda con i suoi risvolti cruenti che accarezzano in maniera particolare la spettacolarizzazione splatter, sono delle voragini in cui è molto facile cadere anche se nello staff della fiction fossero presenti esperte o personale specializzato dei centri antiviolenza che per esperienza sono a contatto giornaliero con le sopravvissute e sanno riconoscere elementi rivittimizzanti: un terreno scivoloso che non può essere garantito dalla semplice presenza delle donne nella stesura del copione perché, malgrado la bravura, non è solo una questione di genere ma di ambiti di diversa professionalità.

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Donatella Colasanti con l’avvocata Tina Lagostena Bassi

Anche se la fiction fosse davvero uno specchio dei tempi con la rappresentazione delle “donne per bene e per male” all’interno di un processo a porte aperte con il femminismo romano schierato dalla parte di Donatella, di sicuro la quantità di stereotipi a cui si farà per forza fare riferimento, le implicazioni politiche di ragazzi di destra e di buona famiglia che infieriscono e straziano i corpi di due ragazze di periferia rappresentando la doppia discriminazione di classe e di genere, ma soprattutto il carattere estremamente complesso della vicenda con i suoi risvolti cruenti che accarezzano in maniera particolare la spettacolarizzazione splatter, sono delle voragini in cui è molto facile cadere anche se nello staff della fiction fossero presenti esperte o personale specializzato dei centri antiviolenza che per esperienza sono a contatto giornaliero con le sopravvissute e sanno riconoscere elementi rivittimizzanti: un terreno scivoloso che non può essere garantito dalla semplice presenza delle donne nella stesura del copione perché, malgrado la bravura, non è solo una questione di genere ma di ambiti di diversa professionalità. Un processo che la stessa Colasanti ricordava come un dibattimento che certamente riguardava tutte le donne ma nel quale ammise di essere stata rivittimizzata innumerevoli volte per essere stata ferita più “dall’ignoranza e dalla strumentalizzazione” che dal “dolore fisico” di quella notte.

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Il pluriomicida Angelo Izzo al processo del massacro del Circeo

Da non sottovalutare è poi la ribalta che avrebbe, in qualunque modo fosse rappresentata, l’unico ancora reperibile di quell’atroce notte: un efferato assassino pluriomicida che se anche non interpellato dalla produzione, come sostiene Cattleya, troverà il modo per dire la sua su una fiction che lo riguarda da vicino, in quanto si tratta di un uomo che ha sempre cercato di attirare l’attenzione sul suo passato criminale davanti al pubblico televisivo e sulle pagine dei quotidiani. Nel 2009 Izzo si sposò in carcere con la giornalista Donatella Papi (ex nuora di Fanfani) che lo difese pubblicamente e che nella popolare trasmissione “L’Italia sul Due” lesse addirittura un comunicato dove sosteneva l’innocenza di Guido, Ghira e Izzo nei fatti del Circeo. Ribalta che Izzo conquistò nel 1998 quando Franca Leosini lo intervistò per “Storie Maledette”, dove lui si dichiarò pentito, diverso, cambiato, convincente: un new look recitato sotto i riflettori della tv che, insieme all’aver abbindolato i giudici offrendosi come collaboratore di giustizia su fatti che in realtà non contribuirà mai a chiarire, contribuì a fargli guadagnare la semilibertà che gli consentirà di uccidere altre due donne nel 2005.

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Izzo che oltre alla mattanza del Circeo, ha sulla coscienza numerosi stupri e diversi delitti efferati tra cui quello di Maria Carmela Maiorano, moglie del pentito di mafia Giovanni conosciuto in carcere, e sua figlia Valentina di 14 anni, che furono stuprate e uccise a Ferrazzano mentre Izzo era in semilibertà nel 2005: semilibertà di un pericoloso assassino a cui Donatella Colasanti si oppose con tutte le sue forze.

“Sembrava un bravo ragazzo – dice Colasanti in una intervista del 2006 –  Parlava di musica classica per farci buona impressione. Rosaria e io avevamo solo 17 anni. Ci ha invitate a una festa da ballo, dicendo che ci sarebbero stati ragazzi e ragazze, compagni di scuola. Per me la parola scuola fu una garanzia. Avevo visto Izzo e altri suoi amici diverse volte. Così per prendere un gelato. Quindi mi sono fidata. Quando siamo arrivate nella villa del Circeo, ci hanno fatte subito entrare in casa. Ci hanno puntato una pistola contro, sghignazzando: “Ecco la festa!”. Poi ci hanno chiuso in un bagno minuscolo, senz’aria. Ci hanno spogliate, tolto gli anelli, i documenti, tutto quello che avrebbe potuto renderci identificabili. Sapevano benissimo cosa stavano facendo. Era tutto preparato. I sacchi in cui ci avrebbero messe, da morte, ce li hanno mostrati subito. È stato terribile. Izzo voleva essere protagonista, al centro dell’attenzione.

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Donatella Colasanti

Ripeteva in continuazione che lui era capace di uccidere, sosteneva di far parte della banda dei marsigliesi, di essere molto amico di Jacques Berenguer, il capo. (…) Recitava un copione. Ce l’aveva con tutti. Si entusiasmava all’idea di sequestri e rapine. Era un balordo viziato, che voleva diventare qualcuno. (…) A un certo punto ci hanno divise. Rosaria l’hanno portata nel bagno di sopra. Poi sono tornati da me. Ho capito che l’unica, minuscola speranza che mi rimaneva era fingermi morta. (…) Izzo si esaltava nel dare ordini. Provava gusto nel vedermi soffrire. A un certo punto ho sentito una voce che diceva: Questa non muore mai! Allora ho deciso di stare immobile, come un animale paralizzato di fronte al pericolo. Sono rimasta così ferma che Izzo e gli altri due hanno pensato di avermi uccisa. Mi colpivano e io non fiatavo: una morta non prova dolore. (…) Poi ho affrontato il processo a porte aperte. Ricordo l’avvocato di Izzo che diceva: I tre giovani non volevano uccidere la Colasanti. L’hanno colpita in testa ma non è uscito neanche un po’ di cervello“. Una cronaca che Donatella aveva deciso di raccontare.

 

 

 

 

 

 

 

 

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