Prostituirsi è una libera scelta? Legge Merlin al vaglio della Corte Costituzionale: le donne si ribellano

Oggi la Corte costituzionale si riunisce per stabilire o meno profili di incostituzionalità della legge Merlin del 1958 che ha introdotto i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. Una legge che non dice che la prostituzione è un reato ma introduce quelli citati anche se fosse “volontariamente e consapevolmente esercitata”. A contestarla sono Giudici di Bari su richiesta dei difensori degli imputati al processo sulle ragazze procacciate e offerte come merce sessuale, tra il 2008 e il 2009, all’ex premier Silvio Berlusconi: un’istanza fatta dagli avvocati Nicola Quaranta e Ascanio Amenduni, rispettivamente difensori di Gianpaolo Tarantini e Massimiliano Verdoscia, che chiedono di valutare l’incostituzionalità della legge Merlin nella parte in cui punisce chi recluta ragazze che, secondo loro, si prostituiscono per libera scelta, e questo in base al “principio della libertà di autodeterminazione sessuale, qualificabile come diritto inviolabile della persona umana, che potrebbe esprimersi anche nella scelta di offrire prestazioni sessuali verso corrispettivo”.

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A contestare gli estremi di questa accusa d’incostituzionalità della legge Merlin, sono le associazioni delle donne: Rete per la parità, Resistenza femminista, Donne in Quota, Coordinamento Italiano della Lobby Europea delle Donne (Lef Italia), Iroko, Salute Donna, Udi Napoli, Differenza Donna, hanno presentato – grazie all’azione della presidente della Rete per la parità, Rosanna Oliva – atti di intervento depositati alla Corte Costituzionale sia dell’avvocata Antonella Anselmo che dell’avvocata di Differenza Donna, Teresa Manente, che saranno discussi stamattina davanti alla Corte, e poi riportati, insieme a quella che sarà la decisione della Corte, nella conferenza stampa organizzata da queste associazioni presso la Federazione Nazionale della Stampa (Corso Vittorio Emanuele II, 349 | Primo piano – Roma) dalle 12.30 in poi, dal titolo La legge Merlin non si tocca, evento che ospiterà, tra le altre, le due scrittrici Rachel Moran e Julie Bindel (v. locandina in basso con interventi).

Ma perché fa tanto discutere questo ricorso e perché le donne si ribellano?

Per quanto mi riguarda non ho dubbi: la prostituzione non è altro che complicità tra uomini nell’assoggettamento della donna con il consenso tacito di tutti, anche di quello Stato che lascia impuniti i protagonisti della storia: gli uomini che pagano e acquistano come se fossero al supermercato a compare cose. Nient’altro. Niente a che vedere con la libertà sessuale, anzi, il contrario perché in una società in cui il sesso è veramente libero la prostituzione sarebbe un controsenso, non esisterebbe, in quanto una vera liberazione sessuale porrebbe uomini e donne sullo stesso livello e con la stessa possibilità di scelta: corpi non in vendita. Mentre “andare a mignotte”, come dicono loro, non è altro che la scelta di dividere la sessualità regolata dal desiderio anche dell’altra, da una sessualità esercitata con diritto di supremazia che non prevede il desiderio dell’altra persona: un’esibizione cerimoniale del proprio fallo.

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Un agito possibile soltanto in una società completamente tarata al maschile per cui uomini di ogni estrazione sociale – poveri, ricchi, potenti, o servi – esercitano il loro potere comprando un corpo ridotto a buco, o una serie di buchi, dove esporre al massimo la potenza del fallo e umiliando, a volte pesantemente, quel corpo usato spesso come rivalsa su tutto quello ciò che quell’uomo non è stato capace di fare, di affrontare nella vita quotidiana per le sue mancanze, e che si consuma su un corpo femminile estraneo e acquistato a tempo: un tempo di cui lui è proprietario assoluto, padrone al di là del consenso e del desiderio dell’altro, più o meno come uno stupro.

Una pratica, quella della prostituzione, che non riguarda solo chi la esercita ma tutte le donne, perché richiama un immaginario di asservimento e di disprezzo tipico di quel maschile evidente anche nel linguaggio: “puttana, mignotta, brutta troia”, sono solo esempli che giudicano una donna al minimo gradino sociale, tanto da risultare gravemente offensivo nel linguaggio comune. Un mestiere vecchio come il mondo, dato che il mondo è millenariamente plasmato intorno a quel fallo che diventa il centro intorno a cui tutto gira, e dove la prostituzione non è altro che l’ennesima discriminazione agita sulle donne e organizzata da maschi per altri maschi: i papponi. Una pratica che anche quando non è frutto di riduzione a schiavitù o trafficking, come la maggior parte di questo mercato, è comunque una scelta-non scelta, dato che chi dice di scegliere lo fa davanti a un mondo del lavoro che offre alle donne meno possibilità e quasi sempre meno remunerative rispetto a quelle di un uomo. Perché diciamocelo guardandoci nelle palle degli occhi: chi sogna da ragazzina di fare la puttana un giorno, quando sarà grande?

In parole povere, accettare di essere pagata per avere un rapporto intimo con un uomo che non ti piace e che non desideri ma che devi accontentare perché è un cliente, non è un lavoro qualsiasi, non è prestazione di manodopera, ma è accettare uno stupro in cambio di soldi che non equivale a un consenso: perché se così non fosse allora cadrebbe semplicemente il concetto di stupro in quanto il consenso si basa proprio sulla scelta che deriva da un desiderio che in questo caso viene completamente cancellato, almeno quello femminile, e che quindi l’uomo baratta. Un baratto che è inaccettabile soprattutto per chi lo esercita, ovvero gli uomini, i clienti, gli innominati di sempre.

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Un baratto assai caro da pagare da parte nostra perché coinvolge non solo chi si prostituisce ma tutte le donne e l’immaginario che ruota intorno a noi. Responsabili e autori unici di questo baratto sono gli uomini che candidamente scelgono donne online come comprassero cibo o scarpe, facendo anche recensioni sulla qualità del prodotto, come se fosse un loro diritto, senza chiedersi neanche se quella o piuttosto l’altra sono vittime di trafficking o magari minorenni, in quanto si sentono come in un recinto dove è permessa loro qualsiasi cosa. Uomini che alimentano questo mercato in nome di un moralismo terrificante dove fidanzatini sempre presenti, mariti devoti, compagni di vita, comprano stupri di notte e magari lottano per l’emancipazione delle donne, il giorno dopo. Mondi divisi ma complementari, perché se nel moralismo maschilista esiste la donna buona e quella cattiva, ricordiamoci che da buona potrai sempre diventare cattiva a seconda di come si sposta l’asticella del patriarcato, in un immaginario dove tu sei, in ogni caso, un oggetto da mettere su un comodino, in una cucina, su un davanzale, insomma da usare.

Rachel Moran nel suo libro Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione si chiede cosa resta “dopo la carneficina mentale ed emotiva della prostituzione”, rispondendo che “questo svisceramento dell’esperienza della prostituzione, scaturisce da un luogo dentro di me che rifiuta la prostituzione a un livello molto profondo, per me come per le altre, di conseguenza so che, qualsiasi cosa mi abbia spinto a scriverlo, è qualcosa che la prostituzione non è riuscita a distruggere”.

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Contro la favola della “prostituta felice” e della libera scelta, c’è anche il libro di Julie Bindel, Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione, dove la giornalista ha intervistato 250 persone in Europa, Asia, Nord America, Australia, Nuova Zelanda, Africa, tra bordelli legali e illegali, manager del sesso e papponi, pornografi, sopravvissute alla prostituzione, attiviste pro e contro, e clienti, per sfatare una volta per tutte che prostituirsi sia una cosa meravigliosa. Uno sfruttamento che viaggia tra la discriminazione sessuale e quella socio-economica delle donne.

Un buon motivo, questo, per perseguire penalmente gli uomini che sono i veri protagonisti di questa scena sia quando comprano, come clienti, sia quanto spacciano, come papponi che costringono alla prostituzione con la minaccia, ma anche quando procacciano, quando favoriscono e gestiscono questo mercato. Perché sempre di mercato di esseri umani si tratta.

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In Svezia, Islanda, Norvegia e in Francia lo hanno fatto e la prostituzione è diminuita sensibilmente fino a quasi sparire in Svezia. In Italia, al contrario, per “ridare dignità alle donne che stanno per strada” la Lega al governo ha proposto una legge per riaprire le case chiuse: “Un gesto di civiltà nei confronti delle prostitute che si trovano per strada per il decoro e l’immagine delle stesse strade”, ha detto il senatore leghista Gianfranco Rufa, facendo capire che queste cose per strada non si fanno e che per decoro sono meglio quelle che Marlin citava come prigioni. Case legali che sono state un esperimento fallimentare in Germania, dove il 90% delle prostitute sono straniere, soprattutto dell’Est Europa, dove sono state scoperte vittime di tratta, e dove chi gestiste questa violenza sessuale legalizzata a pagamento è passato da pappone a ricco manager, dato che i clienti sono tanti e il giro d’affari è gigantesco. Un modo che lagalizza il fatto di considerare che “il corpo di una donna possa essere considerato un luogo di lavoro”, come scrive Julie Bindel, rendendo così impuniti chi quel corpo sfrutta, schiavizza, consuma esercitando un diritto: in base a quale barzelletta? Che le donne che si prostituiscono godono?

Una proposta di legge pericolosa per le donne, come molte proposte di questo governo a partire dal ddl Pillon che espone bambini, bambine e donne alla violenza domestica, e che vorrebbe non solo lucrare sulla prostituzione ma istituire elenchi di registrazione: un bel marchio che una volta messo non si leva più. Regolamentazione su un mercato che in Italia vale 4 miliardi di euro, coinvolge 120.000 donne (una su 10 è minorenne) e 3 milioni di clienti: un business che andrebbe spazzato via e non alimentato dallo Stato che si renderebbe così complice diventando lui stesso un pappone con tasse imposte e pagate su stupri a pagamento.

“Chiunque esercita la prostituzione – dice la proposta – è tenuto a sottoporsi ad accertamenti sanitari ogni sei mesi e a esibire, a richiesta dell’autorità sanitaria o di polizia, l’ultima certificazione sanitaria ottenuta”, un po’ come le bestie. E questo in barba alla risoluzione del Parlamento europeo sullo sfruttamento sessuale e la prostituzione della deputata laburista inglese Mary Honeyball, per cui “i paesi dell’Ue dovrebbero ridurre la domanda di prostituzione punendo i clienti”, in quanto “la prostituzione è una forma di schiavitù incompatibile con la dignità umana e i diritti umani”.

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