Lettera aperta a Di Maio e Di Battista: siamo davvero tutti pennivendoli, puttane e sciacalli?

Lucia Annunziata in diretta da "Mezzora in più" con il ministro della giustizia Bonafede risponde al vice-premier

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



Ministro Luigi Di Maio e onorevole Alessandro Di Battista, ieri si è consumata una delle pagine più tristi della storia di questo Paese. Il casus belli è stata l’assoluzione di Virginia Raggi dall’accusa di falso ideologico da parte del procuratore Ielo per il quale la sindaca mentì quando si assunse la paternità della nomina di Renato Marra a capo dipartimento del turismo al Campidoglio, promozione che invece, secondo il procuratore, sarebbe stata gestita dal fratello di Marra, Raffaele, allora braccio destro di Raggi. Una notizia riportata dai giornali in pieno diritto, sia quella dell’accusa che poi quella dell’assoluzione, dove però sicuramente alcuni non sono stati corretti ma addirittura offensivi e sessisti: come “Libero” (giornale “amico” del ministro Salvini dentro la vostra coalizione di governo), che per la seconda volta ha usato il termine “patata” nei confronti di Raggi, questa volta “bollita” invece che “bollente” come la scorsa volta, offendendo la sindaca. Un titolo per cui il giornale sarà sicuramente segnalato all’Ordine dei giornalisti che già lo condannò per il primo titolo.

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Luigi Di Maio, Virginia Raggi e Stefano Di Battista

A questa scorrettezza grave però si sono poi aggiunti i vostri commenti che sono andati ben oltre “Libero”, in quanto per il vicepremier “la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti”, “sono solo degli infimi sciacalli”, mentre per Di Battista “le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma solo per viltà”, riferendosi sempre a noi giornalisti. 

Affermazioni confermate con orgoglio anche quando Giletti, nella sua trasmissione “Non è l’arena”, ha offerto a Di Maio l’opportunità di fare un passo indietro spiegando meglio il suo disappunto senza denigrare un’intera categoria con parole inadeguate e che hanno spinto Lucia Annunziata, in diretta dal suo programma “Mezzora in più”, a chiedere al ministro della giustizia Bonafede, che come voi è del Movimento 5 stelle:

“Io come giornalista sarei definita da lei più una pennivendola o più una puttana?”

Il mio è il tesserino n. 061857 e sono iscritta all’ordine dei giornalisti professionisti del Lazio. Ho guadagnato questo tesserino con lacrime e sangue, e ho fatto il praticantato in un giornale dove ingoiavo rospi ogni giorno per due lire. Arrivata a  Mediaset me ne sono andata dopo 6 mesi perché non volevo leccare il culo a nessuno e perché non ho mai permesso a nessun uomo di trattarmi come un oggetto su cui mettere le mani addosso a piacimento per il mio aspetto. A un certo punto, su due piedi e a metà della mia carriera, ho preso la decisione di dedicarmi anima e corpo ai diritti umani, lasciando tutto e rimettendomi sui libri scegliendo un giornalismo militante per raccontare i diritti violati di donne, bambini e bambine, ricominciando da zero quando tutti i colleghi mi dicevano che in Italia dei diritti umani, non fregava niente a nessuno.

Ho scritto, fotografato, girato con la telecamera in spalla

In Italia nelle carceri con i bambini dagli zero ai tre anni, a Damasco tra i due milioni di profughi dove le bambine venivano comprate e prostituite nei quartieri a luci rosse, in Giordania ad ascoltare tra le lacrime le violenze subite dalle donne scappate dalla guerra in Iraq per ritrovarsi in un Paese dove non avevano nessun futuro, o in Russia tra i bambini diversamente abili che lì erano considerati, fino a pochi anni fa, degli esseri inutili da togliere appena nati alle mamme per essere buttati dentro un Internat fino a che non morivano di stenti. Ho visto, registrato, fotografato realtà dove dovevi tapparti il naso per la puzza. Ho parlato e ascoltato con il magone in gola persone disperate che consegnavano nelle mie mani le proprie, ultime, speranze. Ho intrapreso tutto questo con indomita perseveranza perché la mia idea di un giornalismo militante che desse voce a chi non ce l’aveva era talmente forte che l’idea di non raccontare con fedeltà quello che vedevo con i miei occhi mi faceva schifo, e questo a costo di guadagnare meno e con un lavoro sempre più precario, malgrado una famiglia da mantenere da sola.

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Profughe irachene in Giordania

La mia vita e la mia carriera è stata piena di ostacoli che ho affrontato con fierezza perché non volevo che nessuno un giorno mi dicesse che mi ero venduta, che ero diventata una pennivendola, e oggi voi che siete al governo, anche grazie al nostro lavoro di informazione senza il quale anche ciò che esiste sarebbe invisibile, offendete con questa leggerezza l’intera categoria, me compresa, chiamandoci addirittura “puttane”: un’offesa doppia perché oltretutto sessista. Affermazioni, le vostre sui giornalisti, che non provengono da un bar di periferia che nessuno ascolterà, ma dagli spalti di un parlamento e di un governo in una democrazia che i giornalisti, quei pennivendoli, hanno contribuito a costruire combattendo per una informazione libera. Informazione che non è tutta uguale, e questo si sa, ma che deve essere libera perché nei luoghi in cui questa libertà non è permessa i giornalisti muoiono per portare alla luce la verità, uccisi da regimi che tappano loro la bocca per sempre.

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Bambine affacciate alla finestra a Damasco, in Siria

Fare il giornalista è un mestiere nobile che oggi in Italia è diventato sempre più difficile con colleghi che lavorano per 5 euro a pezzo e che ci mettono una vita per guadagnare quello che voi guadagnate in un anno. Colleghi che rischiano la vita per raccontare la mafia, che raccontano le guerre che voi vedete comodi sulle vostre poltrone davanti alla tv e che saltano in aria per farlo, colleghe che rischiano una pallottola in testa, uno stupro o qualsiasi tipo di aggressione, per poter raccontare gli intrecci di potere su cui stanno indagando. Colleghi costretti a lavorare a testa bassa, anche se non sempre d’accordo con la linea del loro giornale, per portare a casa lo stipendio con cui mantenere una famiglia, e colleghe che accettano umiliazioni sessiste e molestie in silenzio pur di non perdere il lavoro e andare in mezzo a una strada.

Nessun giornalista vi ha mai detto che dovete stare zitti e non dovete esprimere le vostre opinioni, nessuno

E le critiche che ricevete sul vostro operato, voi e i vostri compagni di movimento compresa la vostra amica sindaca, non sono mai prive di argomentazioni e quando non lo sono, sono gli stessi giornalisti e le stesse giornaliste, quelli che oggi voi chiamate “puttane”, a difendervi e a prendere posizione, come abbiamo fatto molte volte noi sulle frasi sessiste contro la stessa Raggi. Eppure ieri ci avete dimostrato che non ne vale la pena, perché il metodo che voi condannate è quello che in realtà usate voi con quelli che, secondo voi, sono i vostri nemici: giornalisti, tutti, apostrofati con epiteti spregevoli e minacciosi, e questo da un vicepremier, che è anche giornalista pubblicista, e da un parlamentare che avrebbero potuto e dovuto trovare altre parole e altri argomenti per esprimere il loro disappunto verso quei giornali che avevano offeso la sindaca Raggi ingiustamente e gratuitamente. Allora, perché sputare in questo modo sulla cosa che abbiamo di più prezioso, ovvero la libertà d’informare senza la quale saremmo in piena dittatura? Forse volete dirci che manca poco?

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Le foto in Giordania e in Siria sono di Luisa Betti Dakli © Tutti i diritti riservati 

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