Come non sostituire la democrazia con l’autoritarismo

Nella sua introduzione al rapporto di Human Rights Watch (HRW) per il 2018 sulla situazione dei diritti umani nel mondo, il direttore esecutivo Kenneth Roth spiega come arginare (per quanto sia possibile) l’ondata travolgente di autoritarismo, populismo e intolleranza in Europa e nel mondo. Il volto delle nuove destre viste dalla parte del diritto. 

da AZIONE 

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Resistere al populismo

HRW – È uscito il 28.mo rapporto annuale dell’Ong americana che in 660 pagine documenta la situazione in 90 paesi del mondo
di Luisa Betti Dakli

Il rapporto stilato da Human Rights Watch (HRW) per il 2018 sulla situazione dei diritti umani nel mondo, presentato pochi giorni fa a Parigi, risuona come un monito esplicito contro autoritarismi e populismi che appaiono come un’ineluttabile deriva a livello planetario. Un avvertimento diretto ai leader politici, soprattutto di quei Paesi che fino a oggi sono stati la roccaforte di tolleranza e rispetto delle differenze, invitati ad allearsi con quei movimenti che oggi rivendicano un’azione politica contro una xenofobia e un razzismo dilaganti.

Nella sua introduzione al Report Kenneth Roth, direttore esecutivo di HRW, indica apertamente gruppi politici con «programmi populisti autoritari» che cercano «di sostituire la democrazia – il governo eletto, limitato dai diritti e dallo Stato di diritto – con la loro interpretazione egoistica», facendola passare come «ciò che la maggioranza desidera».

«La lezione centrale dell’anno scorso – afferma Roth – è che i diritti umani vanno protetti dal populismo. Oggi – continua – le reazioni popolari registrate in molti paesi, sostenute in alcuni casi da leader politici con il coraggio di difendere i diritti umani, ha reso molto più incerto il destino di molti di questi programmi populisti. Dove la reazione di contrasto è forte, i progressi populisti sono stati limitati. Ma dove ci si è arresi al loro messaggio di odio ed esclusione, questi stanno prosperando».

In questo 28.mo rapporto annuale dell’Ong statunitense di 660 pagine che documentano la situazione in 90 paesi del mondo, si accusano esplicitamente diversi Stati occidentali, tradizionalmente difensori dei diritti, di aver vacillato dando così l’idea a regimi e a forze politiche xenofobe, di poter proseguire indisturbati su questo fronte. In particolare si fa riferimento alle politiche razziste, divisive e misogine del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a cui però la società civile americana, composta anche di intellettuali, avvocati, giornalisti e giudici, ha risposto in maniera inequivocabile e dove il movimento delle donne, iniziato con la marcia su Washington e poi con il movimento #metoo, è diventato un movimento globale contro molestie, violenza e discriminazione.

In Europa il Regno Unito, secondo HRW, ha confermato con la Brexit il suo disimpegno verso il resto del mondo e in generale l’Unione europea non è stata capace nel suo insieme di arginare la crescita del consenso alle destre estreme in diversi paesi con le loro politiche populiste razziste e misogine, incrinando così il tradizionale ruolo di difensori di un modello democratico in linea con i diritti umani. HRW accusa nello specifico l’Ue di aver fatto finta di niente quando il presidente Recep Tayyip Erdogan ha «decimato il sistema democratico della Turchia», e questo per avere in cambio il suo aiuto ad arginare i rifugiati diretti in Europa. Un’Europa dove «governi populisti autoritari», come quelli di Ungheria e Polonia, continuano il loro processo di limitazione delle libertà dei cittadini a cui fanno fronte le proteste di piazza, come quelle delle donne polacche che continuano a manifestare per porre un freno ai tentativi di togliere di mezzo la già limitata possibilità di accesso all’interruzione di gravidanza.

Un vuoto che ha dato la possibilità a Vladimir Putin e a Xi Jinping di mettere in atto indisturbati e senza alcuna critica un altro pericoloso giro di vite per limitare le libertà di espressione che in Cina è stata fortissima nei confronti dei giornalisti. «La loro elusione dalla supervisione pubblica – spiega Roth – attrae l’ammirazione dei populisti e degli autocrati occidentali, e la regressione di molti governi che avrebbero potuto difendere i diritti umani, ha lasciato campo libero ai leader assassini e ai loro sostenitori».

Un atteggiamento di disinteresse e disimpegno che in Yemen, Myanmar, Filippine, Sud Sudan, Siria, e tanti altri paesi in cui continuano massacri e persecuzioni, lascia impuniti i crimini commessi.

Ci sono però anche esempi virtuosi: primo fra tutti il presidente Emmanuel Macron che, con la sua campagna liberale contro il Fronte nazionale di Marine Le Pen, ha arginato la deriva populista dell’estrema destra in Francia, e paesi piccoli come il Liechtenstein che malgrado il diniego russo nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ha creato una coalizione facendo passare l’istituzione di un meccanismo per la raccolta di prove atte al perseguimento dei crimini di guerra in Siria; o i Paesi Bassi che, a capo di una coalizione con Canada, Irlanda e Lussemburgo, ha preteso l’apertura di un’inchiesta Onu sulle aggressioni saudite contro i civili in Yemen. Accanto a loro c’è il primo ministro del Canada, Justin Trudeau, che ha fatto della inclusività e dell’uguaglianza di genere uno dei focus della sua politica, mentre in Tunisia, Giordania e Libano, sono state cancellate norme che permettevano agli stupratori di sposare le vittime per non essere giudicati; ma anche i governi olandese, belga e scandinavo che hanno creato un fondo internazionale per supplire ai tagli statunitensi ai finanziamenti per i programmi di salute riproduttiva per le donne nel mondo.

Ma i segnali di ribellione dei movimenti e gli esempi di paesi o leader coraggiosi che HRW elenca come reazione alle derive autoritarie, non sono sufficienti: «Nessuno di questi esempi di resistenza al populismo – dice Roth – è garanzia di successo. Una volta in carica, i populisti hanno il considerevole vantaggio di essere in grado di sfruttare il potere dello Stato. Eppure la resistenza mostra che c’è una lotta in corso e che molte persone non staranno in silenzio mentre gli autocrati attaccano i loro diritti e le loro libertà fondamentali».

Roth precisa che la demagogia usa soprattutto il malcontento dovuto alla disuguaglianza economica e sociale causata dalla globalizzazione, la paura dell’invasione culturale e la minaccia terroristica, per alimentare xenofobia, islamofobia e ogni tipo di discriminazione, compresa quella verso le donne e i gruppi sociali più vulnerabili, e per cancellare i valori di tolleranza e rispetto che sono il cuore dei diritti umani ma anche della democrazia. E se l’avanzata di politici e gruppi che demonizzano le minoranze e minano le istituzioni democratiche potrà essere arginata da leader illuminati e da movimenti della società civile, la differenza la farà comunque la politica tradizionale che accettando messaggi di odio, continuerà a facilitare il prosperare di populismi e autoritarismi che sembrano già prendere piede in ogni caso.

«Un’equa valutazione delle prospettive globali sui diritti umani – conclude Roth – dovrebbe rappresentare una chiamata all’azione piuttosto che un grido di disperazione. La sfida consiste nel cogliere le considerevoli opportunità che restano per respingere coloro che vogliono distruggere i progressi fatti. Ognuno di noi ha una parte da giocare. L’anno passato dimostra che i diritti possono essere protetti dagli assalti populisti. La sfida ora è quella di rafforzare quella difesa e invertire l’ondata populista».

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