Lydia Cacho, giornalismo differente

 

Presentazione dei "Demoni dell'Eden" di Lydia Cacho (Fandango Libri) alla Casa Internazionale delle donne di Roma. Da sx Loretta Bondì, Lydia Cacho, Luisa Betti, Barbara Spinelli.
Presentazione dei “Demoni dell’Eden” di Lydia Cacho (Fandango Libri) alla Casa Internazionale delle donne di Roma.
Da sx Loretta Bondì, Lydia Cacho, Luisa Betti, Barbara Spinelli. (Foto di Dale Zaccaria)

“Molte grazie, sono davvero felice di essere qui alla casa delle donne italiane. Per me, che sono un’attivista femminista, è un onore”. È con queste parole che ieri la giornalista e scrittrice messicana Lydia Cacho, ha introdotto  il suo lavoro che dà testimonianza a chi non ha voce in capitolo. A Roma, alla Casa internazionale delle donne di via della Lungara, Lydia Cacho è arrivata dopo il Festival di Internazionale a Ferrara, tappe italiane per presentare “I demoni dell’Eden”, il libro scritto nel 2005 e che finalmente esce in Italia grazie alla Fandango che, oltre a questo testo, ha già tradotto e pubblicato “Schiave del potere” e “Memorie di un’infamia”. Libri che raccontano un pezzo di vita della giornalista che ha indagato sul traffico di migliaia di bambine e ragazze in Messico e nel mondo, e che per questa sua “attività” ha rischiato di essere uccisa.

“Il mio femminismo lo devo a mia madre – spiega Cacho – una psicologa che lavorava con le donne e dalla quale ho ereditato l’idea che il femminismo è una questione di diritti umani e di esercizio del potere degli uomini”. Un’impronta che fa di lei non una brava giornalista o una scrittrice di talento, ma un’attivista che lotta in prima persona per i diritti umani, e che ha la capacità di fare analisi chiare e pertinenti del reale senza trascurare mai le condizioni concrete e di vita delle persone divise, per opportunità e privilegi, prima di tutto in base al genere.

“In Messico c’è molta violenza psicologica, fisica e sessuale sulle donne – dice Lydia Cacho – fino al femmicidio, ed è molto preoccupante. Ma quello che è più grave è l’impunità dei responsabili che concorre alla normalizzazione di questa violenza. Le donne parlano di violenza domestica ma anche di istituzioni che sostengono questa impunità minimizzando i reati. Crescere con una donna esemplare come mia madre – continua – mi ha dotato di una prospettiva diversa del mondo anche nel mio mestiere di giornalista, per cui quando ho iniziato a lavorare ho capito che in una redazione avere una prospettiva di genere su economia, politica, attualità, su ogni tema, poteva sembrare una stranezza più che una risorsa”. Ma è importante perché “un giornalismo differente”, come lo chiama Cacho, “che si relaziona con la realtà attraverso un’analisi oggettiva ma con una prospettiva diversa, è prima di tutto più democratico, e non sulla base di un ideale teorico o ideologico ma per un diritto concreto”. Prendiamo ad esempio la prostituzione: “Qui la differenza non è se è legale o no – spiega Cacho – ma quanti diritti hai e quanto è davvero libera la tua scelta. Perché c’è una certa differenza tra una prostituta che lavora in Olanda o in Germania, dove la prostituzione è legale, che deve pagare tasse, vitto e alloggio ed è costretta ad avere almeno 3 clienti al giorno se vuole sopravvivere, e una sex worker di lusso che in una serata guadagna più di uno stipendio intero. Eppure la domanda che bisogna porsi è un’altra: cosa sceglierebbe questa donna avendo veramente a disposizione una reale libertà di scelta in un contesto di pari opportunità e di diritti concreti garantiti?”.

Lydia Cacho è netta, chiara e non perde una battuta. Mentre parlo del suo libro e di quanti punti di contatto ci siano tra quello che lei mette a fuoco nelle sue pagine e quello che succede in Italia sulla violazione dei diritti di donne e bambine, lei prende appunti. Lo fa anche quando a parlare è Loretta Bondì, della cooperativa BeeFree – che gestisce l’unico sportello h24 per vittime di violenza presso l’Ospedale San Camillo di Roma – e Barbara Spinelli, avvocata dei Giuristi democratici esperta di femminicidio. E questo perché i “Demoni dell’Eden” non è solo la storia di un traffico di minori in Messico, ma è uno specchio vivo sulla violenza che, basato su storie vere, crea stimoli e riflessioni su fenomeni e situazioni anche geograficamente lontani tra loro. Partendo dalla denuncia di una ragazza coraggiosa, Emma, che decide di raccontare dell’uomo che da piccola l’ha violentata e avviata al traffico sessuale, Lydia Cacho non solo scoperchia la pentola piena di soldi e corruzione dei pedofili messicani di alto bordo con a capo il ricco albergatore Jean Succar Kuri, ma mette in luce la connivenza e le responsabilità di istituzioni e mezzi d’informazione, facendo emergere la cultura che è alla base di questa violazione dei diritti e che fa parte del senso comune, anche di chi non si sente responsabile diretto dei fatti. Tra questi c’è la procura a cui si affida Emma che invece di proteggere le vittime e il loro anonimato rende pubblica la notizia divulgandola ai media con grave esposizione e rivittimizzazione delle minori e delle loro famiglie, e anche l’informazione che specula sui fatti e dà in pasto al suo pubblico particolari irrilevanti ma morbosi, arrivando anche a ipotizzare un concorso delle bambine nella provocazione degli offender o che loro stesse si siano offerte liberamente a uomini 50 anni più vecchi in cambio di denaro. Responsabilità enormi sulla formazione dell’opinione pubblica che normalizza così la violenza, arrivando a mettere in dubbio la buona fede delle denuncianti e a percepire l’offender o come un uomo debole o uno psicopatico, distorcendo completamente la realtà: quella di uomini normali che scelgono in piena capacità di intendere e di volere di esercitare il proprio potere su donne, ragazze, bambine, esseri umani che pur nella più atroce sofferenza scelgono di non denunciare per non vivere l’incubo di sentirsi loro stessi colpevoli di quello che hanno vissuto. “È importante che chi si occupa di questi temi sia preparato, compresi i giornalisti che altrimenti fanno danni”, ribadisce Lydia durante la conversazione. Una cultura basata sullo stereotipo che la donna “varrebbe meno” di un uomo sempre e comunque, e che non appartiene solo al Messico ma a tutto il Pianeta: compresa l’Italia, dove il 80% delle violenze sulle donne avvengono in famiglia e dove la quasi totalità dei casi di violenza sessuale sui minori è agita da membri maschi del nucleo familiare e al 90% dai padri.

Ma lo stereotipo che colpevolizza le donne della violenza in famiglia, nel caso dei minori le madri, è troppo forte: “Riguardo il fatto che siano madri a vendere i figli o le figlie per avviarli alla prostituzione per via della povertà – dice Cacho rispondendo a una domanda del pubblico – dico che succede certamente ma non è la maggioranza dei casi. La violenza su bambini e bambine è qualcosa di più complesso, e quello della vendita per troppa povertà è uno luogo comune spacciato per la maggioranza dei casi. Ci sono moltissimi minori trafficati senza che le famiglie sappiano nulla e il mito della madre responsabile della violenza subita dai figli è un altro stereotipo che fa ricadere la colpa sulla donna di turno perché più facile in una cultura maschilista. Ci sono ragazzine indigene, per esempio, che vengono prese a lavorare nelle case dei ricchi per lavori domestici con il consenso dei genitori i quali non sanno che le figlie saranno sottoposte a violenze e torture, e quindi ricattate”.

Mentre sulla sindrome di alienazione parentale (Pas, ndr) che accusa la madre di manipolazione dei figli che raccontano violenze subite dal padre, e quindi che accusano falsamente l’uomo di famiglia, Lydia Cacho si chiede semplicemente “quale fondamento può avere una teoria fondata da un personaggio psicologicamente instabile e violento in casa?”. “Questa teoria – continua – è arrivata anche in Messico, e mi è capitato personalmente di imbattermi in un sostenitore della Pas e siccome sono una reporter sono andata a indagare. Ebbene, quest’uomo aveva tre porte tutte sbarrate prima di entrare in casa sua e dietro le mura teneva una giovanissima convivente incatenata. L’idea che mi sono fatta è che quando un uomo, o anche una donna perché ce ne sono molte, sostengono la Pas, hanno sicuramente a che fare con la violenza, cioè hanno un contesto di violenza nella loro vita, non ho dubbi”.

“E gli uomini?”chiede uno degli auditori presenti: “Per gli uomini il percorso deve essere profondo, non è facile abbattere gli stereotipi neanche per loro, ma sono importanti per il cambiamento culturale e devono essere in grado di prendersi questa responsabilità apertamente e socialmente, a partire dai comportamenti dei singoli e nella quotidianità. Ci sono gruppi di uomini che magari partono bene ma poi s’inceppano, perché quello che vale per gli altri maschi non vale per i componenti del gruppo. E allora a cosa serve? Non si può pensare di cavarsela così, c’è bisogno di una riflessione e un’autocoscienza di tutti gli uomini, non esistono buoni e cattivi”.

2 pensieri su “Lydia Cacho, giornalismo differente

  1. Bellissimo l’incontro con Lydia Cacho, un’esperienza davvero unica avere in Italia una femminista così coraggiosa e lucida nelle sue analisi, suffragate da anni di inchieste sulla prostituzione e sulla pedopornografia, una femminista che con grande chiarezza e senza alcuna ambiguità alla domanda se siano compatibili la lotta allo sfruttamento della prostituzione e l’affermazione della prostituzione come lavoro sessuale afferma che:

    “Questa è una domanda per una conferenza sulla prostituzione e il lavoro sessuale. Dopo aver viaggiato per cinque anni in giro per il mondo e aver svolto ricerche in paesi come la Germania, come l’Olanda in cui il lavoro sessuale è legalizzato e in alcune zone dell’Australia come Melbourne, quello che mi domandavo era: è vero che se la prostituzione cambia nome e volto, e ora si chiama “lavoro sessuale”, con dei diritti e si pagano le tasse, tutto funziona meglio? E quel che ho scoperto è che non è così. Quel che accade in realtà è che all’interno di questa struttura formale di lavoro sessuale, si favoriscono alcune donne dell’elite; quelle che fanno le lavoratrici sessuali per i primi ministri, per i politici, per gli attori … per gente che può pagare 500 dollari per passare una notte con una ragazza. Ma le donne di strada, in Germania o in Olanda, ad esempio, quelle nei bordelli, si trovano nelle stesse condizioni di sfruttamento di una lavoratrice della peggiore Maquiladora di Ciudad Juárez o di Tijuana. Questa deve pagare le tasse mentre una lavoratrice sessuale in Germania, per pagare il fitto della sua stanza in cui fa sesso, ha bisogno di tre clienti al giorno. Se la donna ha più di trent’anni, ha solo tre clienti al giorno, deve pagare le tasse e per di più deve pagare per la sua protezione poiché i clienti non sono passati per queste conferenze. I clienti vanno con le donne, si chiamino prostitute o lavoratrici del sesso, perché vogliono una donna oggettificata, una donna oggetto con cui fare quello che loro vogliono. E allora, queste donne, formalmente lavoratrici del sesso, hanno protezione di ogni tipo: la maggior parte di loro in Germania sta ora uscendo dal sistema legale per andare in strada, luogo in cui la prostituzione è illegale, poiché non possono più pagare le tasse e quando escono dal sistema ritornano nelle mani dei trafficanti. In Germania ho documentato due casi in cui un trafficante di esseri umani, molto famoso, complice di certo di alcuni nigeriani che portavano donne africane in Europa, in origine lui era un trafficante, un fuorilegge, un criminale ma in Germania ha regolarizzato la sua posizione grazie all’industria del commercio sessuale e dal mafioso criminale che era si è trasformato in un uomo d’affari e ha aperto un albergo. Lui è proprietario di un piccolo albergo e affitta le stanze alle ragazze. E quelle che non possono pagare la loro stanza, quelle con tre clienti al giorno, gli portano i soldi ogni settimana, ma loro sono “lavoratrici sessuali”. Penso che in questa sede sia un dibattito lungo ma mi sembra che il fulcro della questione sia che le donne che hanno riconosciuti i loro diritti umani, che hanno accesso a un’economia non di schiavitù, non vogliono essere né prostitute né puttane, né lavoratrici del sesso”.

    Maria Grazia

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