Violenza assistita: i bambini reagiscono come i reduci di guerra

Uno studio pubblicato su Current Biology ha constatato che i minori che assistono alla violenza è come se la subissero

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



Secondo lo studio del University College di Londra, coordinato dal dottor Eamon McCrory, assistente clinico al dipartimento di Psicologia e Scienze del Linguaggio, gli effetti della violenza domestica sul cervello dei bambini sarebbe uguale al trauma subito da un reduce di guerra. A conferma di quanto detto, il risultato di uno studio neurofisiologico che ha analizzato i tracciati celebrali di bambini coinvolti in dinamiche violente dentro le mura di casa: “Oltre quaranta bambini sono stati scansionati con risonanza magnetica: venti di essi avevano subito violenze domestiche, mentre 23 non avevano mai subito maltrattamenti a casa”, dichiara lo studio pubblicato su Current Biology.

Nello studio “i ricercatori hanno usato i tracciati celebrali per esplorare l’impatto di abusi fisici o di violenza domestica sullo sviluppo emozionale” e hanno osservato un collegamento con “un incremento nell’attività in due zone del cervello nel momento esatto in cui ai bambini sono state mostrate immagini di volti arrabbiati”. Le zone interessate del cervello sono state l’isola anteriore e l’amigdala, che sono associate a “l’individuazione di potenziali pericoli”:

i ricercatori hanno osservato che sono le stesse aree che si attivano e con lo stesso tracciato dei soldati esposti a situazioni di combattimento

Un riscontro che ha portato i ricercatori a definire con certezza scientifica che “sia i bambini che i soldati diventano ipersensibili a situazioni ostili nel loro ambiente circostante, fino a essere paranoici, come succede quindi per la sindrome del veterano”, che altro non è se non una risposta di difesa rispetto all’ambiente ostile.

Nel rapporto si legge che “questa reattività aumentata potrebbe rappresentare una risposta adattiva per i bambini che in questo modo sono aiutati, nel breve periodo, a tenersi lontano dai pericoli”, uno stress celebrale che però comprende un aumentato rischio di depressione futura: “la depressione è già una delle cause principali di mortalità, disabilità e fardello economico, e secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2020 diventerà la seconda malattia mondiale per tutte le età”.

L’esposizione a violenza in età infantile è una delle principali cause scatenanti di “disordini del comportamento e ansia”

compresa la possibilità di sviluppare depressione persistente e ricorrente, con meno probabilità di rispondere positivamente e rapidamente alle cure per la loro malattia mentale. L’età media dei bambini studiati è di circa 12 anni e provengono tutti dai servizi sociali locali di Londra. “Stiamo iniziando solo ora a capire come gli abusi sui minori influenzi il funzionamento dei sistemi emozionali del cervello”, ha detto McCrory, “e questa ricerca offre i primi indizi su come le regioni del cervello del bambino possano adattarsi alle prime esperienze di abuso”.

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