Femminicidio: davvero basta una sentenza esemplare?

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L’altro ieri Muhamed Vapri, 62 anni, ha ucciso con un coltello da cucina la moglie Diana Vapri Kon di 52, con la quale viveva in una palazzina di via Goito a Busto Arsizio: una coppia di albanesi con tre figli maggiorenni che lavoravano e avevano ormai la cittadinanza italiana da anni. I giornali scrivono che probabilmente lui l’ha uccisa perché voleva lasciarlo, come se fosse normale prendere a coltellate una persona che desidera separarsi, mentre giornalisti indefessi continuano a intervistare i vicini i quali descrivono la coppia come affiatata e innamorata, quasi fosse una morte senza un briciolo di logica. Alcune testate riportano anche che non risulta che Diana Vapri Kon abbia mai sporto denuncia verso il marito, una precisazione a cui verrebbe da ribattere: perché, sarebbe servito a qualcosa in Italia?

In questi stessi giorni abbiamo letto che la Corte d’Appello di Messina ha condannato i giudici della Procura di Caltagirone che, ignorando le 12 denunce fatte da Marianna Manduca nei confronti dell’ex marito Saverio Nolfo, hanno concorso alla sua uccisione da parte dell’uomo per “inerzia”: una svista che in Italia potrebbe essere estesa a molte istituzioni che non credendo o sottovalutando la parola delle donne che denunciano una violenza, espongono queste stesse al rischio di ulteriori violenze e anche alla morte. Ma la ciliegina di questa storia è un’altra: sì perché Saverio Nolfo sarebbe stato ritenuto anche un padre modello, tanto da ottenere l’affidamento dei figli da parte del tribunale siciliano. Un uomo che poi ha ucciso la moglie a coltellate.

La responsabilità dello Stato nei confronti non solo di Marianna Manduca ma di tutte le donne, è enorme e riguarda più o meno potenzialmente tutte noi: perché se l’elenco delle donne che sono state uccise malgrado le denunce arrivano al 70% dei femmicidi, nessuno conta le donne che ancora adesso, in questo momento, vengono messe a tacere sulle violenze subite dal partner con il ricatto di non vedere più i figli se non si dimostrano accondiscendenti e collaboranti nel corso di delicate separazioni in cui la violenza domestica non viene riconosciuta dagli stessi magistrati grazie alle valutazioni errate di psicologi e assistenti sociali, intenti a stigmatizzare queste donne come madri malevoli e terribili manipolatrici, pur di salvare l’idea del pater familias. E nessuno conta quante di queste donne, pur di non perdere i figli, vivono una violenza tra le mura di casa in silenzio e nel pericolo costante di essere fatte fuori da chi vive in casa con loro, non per il timore di lasciare il marito ma per la paura di perdere i bambini che potrebbero essere rinchiusi da un giorno all’altro e senza preavviso alcuno, in una casa famiglia o addirittura affidati al padre violento.

Pensare che una grave responsabilità delle istituzioni italiane sia soltanto la negligenza dei magistrati che non hanno valutato il rischio che Marianna Manduca stava correndo, così come quelli che non hanno protetto Elisaveta che si è vista uccidere il figlio mentre la difendeva dai colpi del marito, Andrej Talpis, e per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasbugo, è assai riduttivo di questi tempi.

E allora oggi a cosa serve che Caterina Mangano, Giovanna Bisignano e Mauro Mirenna, abbiano riconosciuto il danno patrimoniale condannando la presidenza del Consiglio dei ministri al risarcimento di 260mila euro, se lo Stato che si macchia di femminicidio non si preoccupa di andare a indagare fino in fondo se stesso e le sue disfunzioni?

A cosa serve la rete tra “tutti gli attori del sistema” per la protezione delle donne – come ha detto Francesca Puglisi (PD), presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio al Senato – se prima non si indaga in maniera sistematica e precisa cosa succede tutti i giorni nei tribunali italiani quando una donna cerca di separarsi da un partner violento soprattutto in presenza di figli minori?

Ecco, questo sarebbe davvero interessante da sapere. (Ma di questo, e di molto altro, parleremo domani con gli addetti ai lavori).

Copia di VIOLENZA NEI CONFRONTI DELLE DONNE E DEI MINORI

La fragile difesa di Bongiorno e Hunziker: non era Pas ma Alienazione parentale

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Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker

Si sono sbagliate, non volevano dire Pas ma Alienazione parentale e chi le ha criticate, non ha capito cosa volevano dire. Questa la riposta di Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno alle critiche sollevate in questi giorni riguardo la proposta di legge che hanno presentato per punire con il carcere chi si macchia di un reato connesso alla Pas, anzi no, all’Alienazione parentale.

La bagarre è scoppiata in seguito alle affermazioni di Hunziker che, invitata da Fabio Fazio in prima serata a “Che tempo fa” domenica 10 maggio, ha parlato della proposta di legge dal titolo “Disposizioni penali in tema di abuso delle relazioni familiari o di affido”, pronunciando chiaramente la parola Pas (Sindrome di alienazione parentale), una malattia dichiarata inesistente dal Ministero della Sanità, assente dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) e dall’ICD-10 (Classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati), rifiutata dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici, la Società italiana di pediatrial’Ordine degli psicologi della Regione Lazio, la Rete nazionale dei centri antiviolenza (DiRe), e dichiarata pericolosa dal National District Attorneys Association (Istituto di ricerca dei procuratori americani) e dall’Associazione Spagnola di Neuropsichiatri.

Un’intervista, quella di Hunziker, che dopo un articolo apparso su questo blog ha sollevato una massiccia protesta di professionisti, avvocati, psicologi, psichiatri, e soprattutto di tutte quelle madri che denunciando un partner violento si sono viste sottrarre i figli portati in casa famiglia proprio in nome della Pas. Protesta che si è rincorsa e arroventata nei social e che ha culminato con una lettera aperta della Rete delle avvocate dei centri antiviolenza che, ribadendo l’inconsistenza della Pas e chiedendo immediata rettifica a Fabio Fazio e ai vertici Rai, ha chiarito come non solo “Nel nostro ordinamento vi sono già strumenti in sede civile e in sede penale idonei a garantire l’esercizio della responsabilità genitoriale (…), nonché norme civili e penali adeguate a sanzionare comportamenti pregiudizievoli dell’interesse dei figli”, ma che Fattispecie penali come quella oggetto della proposta di legge avanzata da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker, sono funzionali solo a veicolare nelle aule giudiziarie strategie punitive nei confronti delle donne che tentano di proteggere sé stesse e i figli dalla violenza maschile”.

Casi che sembrano ignorati dall’avvocata Bongiorno e dalla sua socia Hunziker, che insieme gestiscono un’associazione che si prefigge di proteggere queste donne che subiscono violenza: “Doppia Difesa”.

La reazione è stata tale che stavolta è scesa in campo l’avvocata Bongiorno in persona e specificando che anche se Hunziker ha parlato chiaramente di Pas, in realtà loro intendevano un’altra cosa: l’Alienazione parentale. In un’intervista a “L’Espresso” l’avvocata si è dichiarata infatti sorpresa dal fatto che si fosse parlato di Pas. “Ma io non voglio affatto normare la Pas – ha precisato – io voglio normare un abuso”. La Pas, per Bongiorno, “E’ stata citata mentre spiegavamo in generale l’argomento, come una delle varie conseguenze psicologiche sui minori che alcuni sostengono esista”, “una parola che, peraltro, nel testo nemmeno compare”. E per chiarire la loro distanza dalla Pas è apparso anche un comunicato  in cui si dichiara che non solo la loro associazione “Doppia Difesa”, “ha l’obiettivo di combattere la violenza sulle donne e i minori” ma che con questa proposta di legge loro chiedono solo “che sia introdotta una legge sull’Alienazione parentale”.

“Abbiamo letto una serie di critiche a questa ipotesi – scrivono nel testo – e in particolare, ci ha colpito il dibattito, del tutto fuorviante, che si è aperto sulla Pas”, in quanto “Questa proposta non ha alcuna pretesa di normativizzare la Pas intesa come malattia”, specificando anche che molte di queste polemiche hanno banalizzato “un problema reale, che riguarda molte dinamiche familiari, facendo leva su argomentazioni demagogiche”. Quasi come se la violenza sulle donne e i minori che l’accompagnano, ampiamente citate nelle critiche di esperti e soprattutto dalla Rete delle avvocate dei centri antiviolenza, non possano essere considerate testimonianza di un triste spaccato dell’Italia.

Eppure Michelle Hunziker non ha avuto dubbi nel pronunciare la parola Pas e lo ha fatto più volte parlando della proposta di Bongiorno, ovviamente prima che qualcuno le facesse notare che la Pas non esiste. In un’intervista rilasciata a “Chi”, Michelle Hunziker aveva dichiarato che avrebbe presentato, insieme a Giulia Bongiorno, un disegno di legge per “tutelare i minori vittime della sindrome dell’alienazione genitoriale”, mentre sul suo profilo pubblico su Facebook aveva scritto testualmente: “Giulia Bongiorno ed io con DOPPIA DIFESA, abbiamo presentato una proposta di legge che tutela i bambini dalla Pas, sindrome da alienazione parentale”. Ma è proprio in tv e davanti a milioni di telespettatori che Hunziker non ha avuto dubbi nell’affermare che “Quando i genitori si separano – aveva dettoChe tempo fa – il figlio spesso diventa un’arma di ricatto” e che “Non solo il figlio soffre tantissimo perché non riesce più magari a vedere il papà, o addirittura viene talmente alienato, che gli viene una sindrome che si chiama Pas, che è una sindrome a tutti gli effetti che è una sorta di abuso, di violenza”.

Nello spiegare la legge quindi una delle promotrici parla più volte e insistentemente di Pas, ovvero di quella sindrome non scientifica e mai provata che ancora gira nei tribunali italiani, soprattutto per provare le false accuse di madri o minori maltrattati. E non a caso, da Fazio, Hunziker parla proprio di padri alienati e del figlio che “non riesce più magari a vedere il papà”, e non la mamma. Perché Hunziker, nella sua semplicità, dice il vero confermando quanto sollevato dalle critiche e spiegato dalle avvocate dei centri.

Ma allora ci chiediamo: è sufficiente cambiare il nome e passare da Pas ad Alienazione parentale per dare una risposta alle critiche?

Lo psichiatra Andrea Mazzeo, che da anni si occupa di difendere i bambini dalla Pas, spiega che tra Pas e Alienazione parentale la differenza è inesistente, perché le due espressioni indicano il medesimo concetto e che cambiare nome alla stessa sostanza è solo un escamotage per sfuggire ai numerosi rigetti: un tentativo già messo in atto negli USA dai sostenitori della Pas e criticato dalla comunità scientifica statunitense. “Non a caso – dice Mazzeo – in un recente articolo su una rivista di psicologia (Psicologia contemporanea, ndr), vengono proposti per la cosiddetta Alienazione parentale i medesimi otto criteri che Richard Gardner, il fondatore della Pas, aveva proposto come sintomi della Sindrome di Alienazione parentale, un dato che dimostra in maniera inequivocabile che si parli della stessa cosa”.

In realtà il concetto di Alienazione parentale è stato prima considerato una grave malattia dei bambini (Pas) e poi, dopo i respingimenti culminati con la dichiarazione del Ministero della salute che nel 2012 la dichiarò una non-malattia, trasformato dai suoi sostenitori da disturbo individuale a disturbo relazionale, ovvero da sindrome a condizione che, sempre secondo Mazzeo, presenta evidenti analogie con il vecchio concetto di plagio, e questo malgrado il plagio sia stato cancellato dall’ordinamento giudiziario italiano nel 1981 da una storica sentenza della Corte Costituzionale in quanto considerata “ipotesi non verificabile nella sua effettuazione e nel suo risultato, né è dimostrabile” – come appunto anche per l’Alienazione parentale. “Ma la cosa secondo me determinate – conclude lo psichiatra – è che non molto tempo fa il Tribunale di Milano ha rigettato la richiesta di una Ctu contenente la Pas in quanto inammissibile (Trib. Milano, sez. IX civ., decreto 13 ottobre 2014, ndr ), così come aveva fatto la sentenza di Cassazione per il caso di Cittadella. Ed è stato più o meno da quel momento che, pur mantenendo tutti i parametri della Pas, i suoi sostenitori l’hanno trasformata in Alienazione parentale. Nominare la Pas è diventato scomodo e così psicologi e psichiatri a volte neanche la nominano nelle Ctu (Consulenza tecnica d’ufficio, ndr) perché l’essenziale è comunque applicarla per allontanare i figli soprattutto dalle madri”.

Madri chiamate “malevoli” che mettendo in cattiva luce il padre attraverso false accuse di violenza domestica o abusi, hanno scientemente allontanato il figlio dal genitore che in questo modo viene alienato: Ctu in cui non si nomina la Pas ma la si applica semplicemente. Un’applicazione massiccia, quella della Pas alias Alienazione parentale, che ha causato e continua a causare allontanamenti dei bambini, prelievi forzosi, collocamenti in case famiglia, affidamenti congiunti in presenza di violenza domestica, senza che nessuno si renda davvero conto che, come hanno ricordato anche le avvocate dei centri antiviolenza, quando il motivo della separazione coniugale è la violenza in famiglia o addirittura gli abusi sessuali sui figli, i bambini hanno il pieno diritto di rifiutare il genitore violento o abusante.

Per la psicologa Elvira Reale, che dirige il Centro Clinico sul maltrattamento delle donne presso la U.O. di Psicologia Clinica (ASL Na 1) e ha fondato lo sportello antiviolenza del pronto soccorso dell’Ospedale San Paolo di Napoli, “Non c’è differenza tra Pas e Alienazione parentale se non nel nome e nel fatto, risibile, che non si dà più valore a una sindrome di cui soffrirebbe il bambino ma a una relazione di coppia conflittuale che crea disagio nel bambino”. Reale spiega che, a parte queste differenze, il risultato è lo stesso, in quanto si parte in entrambi i casi dal rifiuto del bambino e lo si definisce immotivato sulla base di un pregiudizio: ovvero che un bambino che rifiuta un genitore è un’anomalia. In questo modo, partendo dal rifiuto, le accuse di maltrattamento del bambino verso un genitore, che è frequentemente il padre, vengono considerate come frutto di un processo di alienazione messo in atto dall’altro genitore, di solito la madre, sia che venga chiamata Pas sia che venga chiamata Alienazione parentale sia che non venga nominata affatto.

“L’esito di tutto ciò – conferma la psicologa – è che il bambino diventa inattendibile, per cui le sue parole sono inaffidabili, e data la presunzione di essere stato indottrinato e manipolato, non viene neanche ascoltato e si agisce per suo conto considerando a priori la necessità che sia subito riportato nel rapporto con l’altro genitore che è generalmente un padre accusato di maltrattamenti e violenze, e che ha anche le risorse per agire un’azione giudiziaria pressante. E questo viene fatto in contrasto con tutte le convenzioni e le leggi che tutelano e promuovono il diritto del bambino all’ascolto e a esprimere il suo punto di vista nel processo per l’affido”.

Grazie alla “scuola” fatta dalla Pas in questi anni tra psicologi e psichiatri, la maggioranza delle Ctu in tribunale, che sfornano diagnosi su cui i giudici basano la loro decisione di affido dei bambini, hanno quindi questa impostazione sia che nominino la Pas in via esplicita sia che non la nominino o che la chiamino in un altro modo, perché partono dal considerare la violenza contro le donne come un semplice conflitto di coppia in cui sono le donne a essere altamente conflittuali: non si distingue cioè, per impreparazione, la violenza domestica dalla semplice conflittualità in una coppia che si sta separando. Per la dottoressa Reale se la donna è resistente alla relazione di un partner violento e teme anche per il figlio, “sarà considerata genitorialmente inadeguata perché il genitore adeguato è quello che favorisce la relazione con l’altro, qualsiasi cosa sia successa prima: un passato che non è mai valutato nelle Ctu”.

“Queste consulenze tecniche d’ufficio – continua – non sono quasi mai redatte da esperte di violenza domestica e si rifanno a teorie psicodinamiche o sistemiche relazionali che pongono la responsabilità dei fatti o in vicende individuali infantili, oppure in una relazione di coppia sempre paritaria e collusiva, anche se la violenza invece pone al suo fondamento, come afferma la Convenzione di Istanbul, una disparità di potere tra uomo e donna. Dalla mia esperienza – conclude la psicologa – la Pas o l’Ap viene usata per lo più contro le madri a favore dei padri perché alle donne viene tolto il diritto, nei processi sull’affido, di parlare della violenza e di quello che hanno subito loro ed i figli. Nei processi per l’affido le donne devono solo mostrare adattamento alla condivisione con il partner nonostante questa, nei casi di violenza, divenga uno strumento di vessazione sulla donna a prosecuzione del maltrattamento durante la convivenza. La violenza e lo stalking post-separativi hanno quindi come strumento tipico di vessazione l’uso strumentale dei figli sia per screditare la madre, ma anche, e questo lo si trova solo come tratto specifico di un comportamento maschile, come strumento di controllo e mezzo per avvicinare la madre per continuare a maltrattare, ingiuriare, svilire e picchiare la partner”.

Continuare a parlare di Pas o di Alienazione parentale o non nominarla affatto ma sostenerne il meccanismo, è quindi la stessa cosa ed è un incentivo per i padri violenti a continuare con le violenze rimanendo impuniti. Per questo una legge che considera l’Alienazione parentale (questa volta nominata chiaramente da Bongiorno) come base per un reato, sarebbe quindi comunque una legge basata sulla Pas che, oltretutto, rischierebbe di mandare in galera le donne che hanno subito violenza domestica e cercano di tutelare i loro figli.

E questo non perché non esistano separazioni conflittuali in cui i genitori (e non il bambino che deve essere lasciato fuori) non debbano fare un percorso, ma perché in Italia il concetto di Pas o Alienazione parentale, viene purtroppo applicato sistematicamente nei tribunali dei minori e nei tribunali civili a situazioni di violenza domestica non riconosciute nel momento della separazione, e quindi dell’affido, dove il minore è sempre più spesso o dato in affido condiviso, malgrado il padre sia un maltrattante, o prelevato dalla casa in cui vive e rinchiuso in casa famiglia. Questa è la realtà dell’Italia che conta la maggioranza dei casi in questo Paese, e che rappresenta una chiara violazione dei diritti umani, in cui Bongiorno e Hunziker si sono inserite, magari senza saperlo e sicuramente in buona fede.

Come ricordavano le avvocate dei centri antiviolenza, “Dare spazio a informazioni infondate e visibilità a proposte di legge come quelle pubblicizzate da Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker non solo vanno in direzione contraria alla tutela dei diritti dei minori, ma prestano il fianco ad un uso strumentale e antidemocratico del diritto che danneggia i bambini e le bambine e discrimina le donne”. Per questo attendono ancora che la Rai e Fabio Fazio diano la possibilità di rettifica a quanto detto a “Che tempo che fa” da Michelle Hunziker.

I bambini che lo Stato italiano non protegge

FEDERICO convegno

I bambini e le bambine devono essere ascoltati: quando parlano, quando manifestano un disagio, quando comunicano agli adulti segnali inconfondibili. Questo il tema dell’incontro che oggi si svolge oggi, a Roma, dal titolo “La tutela del minore dentro il conflitto genitoriale” che riprende le fila della protezione dei bambini e delle bambine all’interno di dinamiche di violenza domestica, a partire dalla vicenda e dal ricordo di Federico Barak. A organizzare il convegno è la mamma di Federico, Antonella Penati, presidente dell’associazione “Federico nel cuore onlus” e responsabile del “Movimento per l’infanzia” della Regione Lombardia, e ad aprire il convegno stamattina ci saranno Donatella Ferranti, presidente della commissione giustizia alla camera, e Don Ciotti, fondatore del gruppo Abele e presidente di Libera.

Federico Barak è stato ucciso a otto anni dal padre nelle stanze dei Servizi sociali di San Donato Milanese durante un incontro protetto. Era il 25 febbraio del 2009 e, come è stato più volte ripetuto in tutti i procedimenti che si sono succeduti in questi anni nei confronti del servizio che lo aveva in custodia, nessuno poteva prevedere una tragedia di questo tipo. Eppure è successo e Federico è stato ucciso nel momento in cui era sotto la protezione di una struttura pubblica, quindi dello Stato italiano, dopo che con un provvedimento del tribunale dei minori era stato deciso, per il bene del piccolo, non solo che Federico dovesse incontrare il padre, per un equilibrato rapporto genitoriale, ma  che essendo i due genitori inadeguati – anche la madre che fino a quel momento lo aveva cresciuto – fosse posto sotto la tutela dei servizi di San Donato, con collocazione domiciliare materna. Potestà che, pur essendo lasciata ai genitori, veniva però esercitata dai servizi “per la tutela dello sviluppo del minore e del suo bisogno di crescita nel tentativo (…) di garantire un recupero ed un sereno svolgimento del rapporto tra genitore e figlio”.

Ma Federico è stato ucciso con uno sparo di arma da fuoco e 24 coltellate proprio da quel padre di cui lo Stato voleva garantire una presenza costante nella vita del bambino e per lo sviluppo di una vita equilibrata: ma come è potuto accadere tutto questo e soprattutto come è successo in un ambito garantito come un servizio pubblico?

Il padre, che si è suicidato subito dopo, ha avuto tutto il tempo di uccidere il figlio e se stesso senza che nessuno potesse intervenire per sottrarre un bambino di 8 anni che lottava contro un uomo di 52: ma dove stava lo staff del servizio che si occupava di garantire la crescita del piccolo Federico e che su di lui aveva l’esercizio della potestà decisa dal Tribunale, e che quindi doveva provvedere anche alla sua tutela fisica, oltre che psicologica?

Secondo la ricostruzione processuale, sia la psicologa che l’assistente sociale che avevano in carico Federico, erano assenti al momento del fatto, mentre l’educatore, che monitorava direttamente gli incontri tra padre e figlio, stava andando a bussare alla porta dell’assistente sociale sotto richiesta del padre di Federico, lasciando così solo quest’ultimo per un lasso di tempo che comunque, data la ricostruzione dei fatti, non può essere stato un attimo. Come ha ricostruito l’autopsia il bambino avrebbe avuto il tempo di scappare e di tentare di sottrarsi alla morte difendendosi con le braccia e con le mani dai fendenti del padre; e quando un medico e uno psicologo sono accorsi sentendo le urla, la scena che hanno riferito era quella di un fatto criminoso che era in gran parte già attuato, con il bambino sotto il corpo dell’uomo che infieriva con gli ultimi fendenti sul corpicino supino sotto di lui, per poi togliersi la vita tagliandosi le vene e colpendosi al ventre. Un’aggressione già compiuta contro la quale neanche il tentativo del medico di allontanare l’uomo con una sedia e poi con l’estintore, ha valso a nulla. Dov’erano quindi l’educatore, la psicologa e l’assistente sociale che avevano in custodia il bambino? Ma soprattutto questo Stato che si era preso in carico Federico, giudicando entrambi i genitori come inadeguati, poteva immaginare che il signor Barak avesse premeditato l’omicidio del figlio portandosi dietro pistola e un coltello di 20 centrimetri?

Per i tre gradi di giudizio che sono succeduti in questi anni la risposta è no.

Dopo questo omicidio la madre di Federico, Antonella Penati, ha denunciato i servizi che avevano in custodia suo figlio per verificarne la responsabilità nelle 3 persone che direttamente avevano sotto la tutela Federico con un mandato da parte del Tribunale dei minori, e che in quel momento erano assenti durante l’incontro. Una denuncia che all’inizio è stata addirittura archiviata e che poi è stata istruita solo per richiesta insistente dell’avvocato della signora Penati: sentenze che in primo grado ha assolto tutti e tre gli imputati, in appello ha condannato solo la psicologa responsabile della struttura, e che infine la Cassazione, due settimane fa, ha deciso di riportare alla sentenza di primo grado, assolvendo di nuovo tutti coloro che avevano sotto tutela il bambino e dando alla signora Penati l’onere delle spese processuali.

Eppure leggendo i documenti del processo e le sentenze, qualcosa non quadra.

Come riporta la mamma di Federico, quando il bambino aveva 4 anni, dopo la separazione e dopo un periodo di latitanza, il Barak si ripresentò “pretendendo di vedere il bambino” con minacce e persecuzioni. “Io non volevo – dice Penati – perché era violento, faceva uso di droghe, e soffriva di un disturbo bipolare della personalità, ma furono i carabinieri a consigliarmi di richiedere l’affidamento esclusivo visto la pericolosità del padre e per questo mi sono rivolta al Tribunale che ha accolto la mia richiesta ma che per prassi doveva trovare l’avvallo dei servizi sociali territoriali per la verifica del nucleo”. Dalle carte processuali si deduce infatti che in realtà la violenza di Barak era già emersa chiaramente e che malgrado la richiesta di aiuto della donna, non solo l’uomo fosse rimasto indenne da ogni accertamento da parte dei servizi (sia sulla violenza che sull’uso di droghe) ma che alla fine fosse stata Antonella Penati ad essere stigmatizzata come una donna ansiosa e “sopra le righe”, e soprattutto sotacolante nella ripresa dei rapporti tra padre e figlio, con un processo di rivittimizzazione da parte dello stesso Stato ed esposizione sia della signora che del minore. Antonella Penati, essendosi rivolta al tribunale dei minori per tutelare il bambino visto il comportamento del padre, ha sempre insistito sulla pericolosità dell’uomo che l’aveva aggredita più volte fisicamente, che la pedinava, la minacciava di sottrargli il bambino e la sottoponeva a stalking e che lei stessa aveva denunciato, ma senza mai essere stata ascoltata. Una violenza sottovalutata dai servizi sociali, dal Tribunale e quindi dallo Stato italiano, che ha messo a rischio sia la vita della donna che la vita del bambino, e che invece di difendere l’incolumità delle vittime, le ha esposte in maniera fatale.

“Quando ho incontrato la psicologa del servizio da subito si è dimostrata contraria alle mie istanze – dice Penati – e mi diceva che il bambino aveva diritto di vedere il padre comunque. Lei sminuiva o ignorava i miei racconti, nonostante tutta una serie di indicatori di rischio per stalking, minacce anche al bambino, denunce per aggressioni a mia madre e a me. Parlava di Pas (sindrome di alienazione parentale, ndr) e diceva Lei discrimina la figura genitoriale”.

Un caso in cui la negligenza e la mancata vigilanza del servizio, dovrebbe essere giudicata in maniera ancora più grave, dato che era chiaro come fossero consistenti i fattori di rischio in una situazione di violenza domestica attuata da un ex partner. Una situazione incongruente, quella della piena assoluzione dei responsabili del centro, dato che  si tratta dello stesso Stato italiano che da una parte ratifica la “Convenzione europea contro la violenza sulle donne e la violenza domestica” (in cui tutte queste dinamiche sono molto chiare e vincolanti per il nostro Paese), e dall’altra non riesce a delineare le responsabilità di chi non avendo creduto alla donna che denunciava la violenza dell’uomo, etichettandola anzi come “ansiosa” o “iperprotettiva” e addirittura “ambivalente”, ha esposto Federico a quella stessa violenza che lo ha condannato a morte.

Secondo la Convenzione di Istanbul infatti: “Le Parti adottano misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione; adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini” (Articolo 31 – Custodia dei figli, diritti di visita e sicurezza).

E come riporta la testimonianza di un’altra psicologa in equipe nel centro riguardo alla psicologa e all’assistente sciale che seguiva Federico:

borghese

 

mentre il prete, che conosceva bene Penati, confermava che

don alfredo

 

 Tutte le persone che erano vicine a Penati e a suo figlio hanno infine testimoniato che la donna, a più riprese, aveva esplicitato i suoi timori riguardo la violenza dell’ex partner, come testimoniano anche le denunce fatte dalle stessa e mai prese in considerazione né dal tribunale dei minori né dai servizi sociali. Una sottovalutazione che è costata la vita a un bambino di 8 anni solo perché l’uomo ha deciso di uccidere il figlio (che non poteva avere con sé come fosse un oggetto suo, e quindi in un quadro che rientra nel femminicidio) e non la ex compagna. Un omicidio che si è potuto consumare solo in un momento in cui il bambino, malgrado tutto, non era sufficientemente protetto e che  non si è verificato in presenza della madre la quale, avendo consapevolezza della violenza dell’uomo, tutelava in tutti i modi se stessa e suo figlio.

Una violenza esplicitata dal dottor Parini in modo chiaro:

dottor Parini

 

e anche dal dottor Mazzonis che seguiva Federico:

sentenza 2 - psicologo mazzonis

 

Ma allora perché l’Italia che si preoccupa di ratificare la Convenzione di Istanbul e di stilare un Piano nazionale per contrastare la violenza contro le donne e che due anni fa a varato una legge sulla violenza domestica, non entra nei tribunali dei minori e nei servizi sociali di tutta Italia dove migliaia di bambini vengono sottratti a madri che denunciano il partner di violenza domestica e che nel tentativo di separarsi si trovano costrette a un affido condiviso o a incontri forzati attraverso perizie che non poggiano su basi scientifiche ma proprio su quegli stereotipi culturali che il contrasto alla violenza di genere denuncia? Tribunali  che inaudita altera parte procedono mettendo sullo stesso piano il genitore accudente con il genitore maltrattante o violento? Come dimostra il caso di Federico in cui la signora Penati, che aveva cresciuto fino a quel momento da sola il piccolo, è stata messa sullo stesso piano di un genitore scomparso, inaffidabile, tossicodipendente e soprattutto violento.

Perché le donne che da una parte lo Stato italiano vuole proteggere, vengono poi invece esposte a rischio di vita e di ulteriori violenze da quello stesso Stato che ignora le sue stesse leggi e le sue stesse disposizioni in merito?

Secondo i dati i bambini che a oggi sono stati posti dai Tribunali italiani temporaneamente fuori dalla propria famiglia d’origine, sarebbero circa 30 mila, e di questi moltissimi sono vittime di una ingiustizia senza fine che si consuma dentro i tribunali italiani ai danni dei bambini e delle bambine che lo Stato si vanta di proteggere. Madri che denunciano violenze domestiche e che non vengono credute, sottovalutate, etichettate come “malevole”, ansiogene, iperprotettive, o addirittura isteriche, e quindi inadatte a crescere i propri figli e per questo punite. Donne che, seppure con un procedimento penale contro il proprio ex per violenze domestiche, si ritrovano poi un tribunale dei minori che impone loro un affido condiviso perché “se anche un uomo è violento non significa che non sia un buon padre”, come dimostra infatti il caso di Federico Barak. Madri accusate di false accuse e di aver manipolato i figli tanto da farli ammalare della fantomatica Pas (sindrome di alienazione parentale) che sebbene sia stata dichiarata più volte inesistente e inutilizzabile, continua a essere usata nei tribunali come routine. e senza che nessuno la vieti per legge. Ma allora chiediamocelo una volta per tutte: che Stato è quello che Stato che ipocritamente propaganda una protezione che non è in grado di esercitare e che nel momento in cui fa errori così mastodontici, come nel caso Barak, non è capace neanche di riconoscere i propri errori e le proprie responsabilità, mettendo così a rischio tutti i bambini italiani?

 

 

Perché lo stupro coniugale è un tabù, e non solo in Italia

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In un recente rapporto dell’Unicef, “Hidden in Plain Sight”, si legge che un’adolescente su tre in India viene regolarmente picchiata e violentata dal proprio marito, e che in 190 Paesi del mondo circa 84 milioni di ragazze che hanno o hanno avuto una relazione stabile, è stata vittima di violenza psicologica, fisica o sessuale da parte del marito o del partner, e che circa il 70% delle giovani vittime di violenza fisica o sessuale nelle reazioni intime non hanno mai chiesto aiuto perché non lo ritenevano un problema. Un modo di pensare, quello che all’interno di una coppia sia tutto lecito basta sia l’uomo ad avere questa libertà di decisione, che svela il fulcro della discriminazione delle donne legato allo stereotipo della madre-moglie che nel momento in cui oltrepassa la soglia di casa diventa automaticamente oggetto privato dell’uomo che se l’è scelta. Ma non bisogna andare lontano, per capire come la violenza sulle donne – fisica, sessuale, psicologica o economica – all’interno di una relazione intima, sia ancora un tabù intoccabile nel mondo.

In Italia si è dibattuto aspramente sulla sentenza della Cassazione che ha accolto il ricorso di un 48enne veneto condannato per maltrattamenti e per violenza sessuale sulla moglie (artt. 572 e 609 bis c.p), disponendo un nuovo esame del caso sulla possibilità di applicare le attenuanti all’uomo e annullando con rinvio la sentenza della Corte d’appello di Venezia (07/10/2013) che aveva rifiutato la richiesta di uno sconto di pena dell’offender, confermando la sentenza di condanna del Tribunale di Vicenza.

In particolare la Suprema Corte – sentenza 39445 – ha accolto la richiesta del ricorrente che “deduce come debba assumere rilevanza la qualità dell’atto compiuto (e segnatamente il grado di coartazione, il danno arrecato e l’entità della compressione) più che la quantità di violenza fisica esercitata”, dichiarando che “nella specie è mancata ogni valutazione globale del fatto in particolare in relazione al fatto che le violenze sarebbero sempre state commesse sotto l’influenza dell’alcol”, e che “ai fini della concedibilità dell’attenuante di minore gravità, assumono rilievo una serie di indici, segnatamente riconducibili (…) al grado di coartazione esercitato sulla vittima, alle condizioni, fisiche e mentali, di quest’ultima, alle caratteristiche psicologiche, valutate in relazione all’età, all’entità della compressione della libertà sessuale ed al danno arrecato alla vittima anche in termini psichici”, concludendo infine “che così come l’assenza un rapporto sessuale completo non può, per ciò solo, consentire di ritenere sussistente l’attenuante, simmetricamente la presenza dello stesso rapporto completo non può, per ciò solo, escludere che l’attenuante sia concedibile, dovendo effettuarsi una valutazione del fatto nella sua complessità”.

Sentenza di fronte alla quale donne singole e appartenenti ad associazioni, si solo alzate per condannare questo rinvio che aprirebbe una porta alle attenuanti per l’offender, senza però andare a fondo su quello che veramente sottintende un’indicazione che in un caso come questo rimanda il pacco al mittente dicendo: riguardatelo bene che manca qualcosa.

Il primo fatto contestato è che “le violenze sarebbero sempre state commesse sotto l’influenza dell’alcol”, e per questo forse meno gravi: un dato in cui la giurisprudenza indica che se è vero che l’art. 91 c.p. esclude l’imputabilità – o prevede la riduzione della pena applicabile nel caso di parziale incapacità – quando l’ubriachezza sia dovuta a caso fortuito o forza maggiore, cioè se è “accidentale”, è anche vero che l’ubriachezza volontaria o colposa, non esclude né diminuisce l’imputabilità (art. 92 c.p.). Un fattore però, quello dell’alcol, che un esperto della materia saprebbe essere ingrediente costante di una parte della violenza domestica nel mondo – soprattutto nei Paesi nordici – dove però l’uso di alcol da parte del partner violento non determina l’atto in sé, in quanto l’offender è considerato violento a prescindere, a riprova del fatto che non tutti gli ubriachi sono violenti. Un concetto che è alla base della comprensione del fenomeno della violenza sulle donne e di come agisce un offender per il quale i problemi da cui è afflitto non possono essere attenuanti del femminicidio.

Quello che però sorprende di più, in Italia e per quanto riguarda i maltrattamenti in famiglia e la violenza sessuale nei rapporti intimi, è la reale applicazione della legge 119 che ha introdotto a ottobre 2103 misure per rendere più incisivi gli strumenti della repressione penale dei fenomeni di “maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e di atti persecutori”, indicando nelle “Circostanze aggravanti” (art. 609ter) proprio quelle commesse “nei confronti di persona della quale il colpevole sia il coniuge, anche separato o divorziato, ovvero colui che alla stessa persona è o è stato legato da relazione affettiva, anche senza convivenza” (5-quater). Normative che dovrebbero aver dato maggior peso alle violenze che avvengono nella coppia, che sono l’80% della violenza complessiva in Italia, ma che stentano ancora a essere completamente assorbite nell’applicazione della giurisprudenza.

Il dato costante, e questo non solo in Italia, è il fatto che davanti a una violenza domestica si metta in discussione il danno arrecato alla donna: perché forse una donna che viene stuprata e picchiata da un marito ha conseguenze fisiche e psicologiche minori? Oppure è lei che ha un profilo psicologico anomalo dato che ha sposato un uomo violento? O magari non era proprio un no ma un nì e quindi la responsabilità è a metà? In fondo le relazioni sentimentali, si sa, sono conflittuali e per essere violenza deve “scorrere il sangue”. Un modo di pensare, ancorato a stereotipi discriminatori delle donne, che porta a una dubbia applicazione delle norme esistenti, anche valide, e che costringe ancora oggi le donne a esibire prove della violenza subita – in quanto non creduta fino in fondo e quindi costretta a dimostrare pubblicamente e in maniera estenuante di essere stata sottoposta a maltrattamento e a stupro – fino a un’esposizione rivittimizzante. Eppure è la stessa Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia e ora in vigore, a sottolineare non solo la gravità della violenza domestica (indicata anche nel titolo) in tutte le sue forme, ma anche a specificare che le Parti devono mirare “ad evitare la vittimizzazione secondaria” (Articolo 18 – Obblighi generali) che significa non sottoporre le donne a ulteriore violenza anche, tra le altre forme, nel momento in cui si verifica l’accaduto nei tribunali e se ne narra in sedi pubbliche.

Ma la verità è un’altra e risiede in un tabù, e cioè che lo stupro, ancor più della violenza fisica, all’interno di una relazione intima o di un matrimonio, è considerato una violenza di serie B: un fatto per cui se non arrivi massacrata e lacerata, o addirittura morta, non è dimostrabile fino in fondo. Un problema culturale che riguarda i doveri coniugali di una donna relegata al ruolo di moglie-madre che non è solo italiano e che attraversa tutte le società del Pianeta. Diciamo pure che rimane la punta di diamante della discriminazione delle donne in una cultura che non ammette che i diritti umani disturbino la quiete familiare e soprattutto mettano in discussione la sua riproducibilità biologica attraverso il “mezzo” femminile, costi quel che costi. Ed è per questo, come ripetuto tante volte, che si possono fare le migliori leggi dell’Universo ma che se non si cambia la cultura tutto rimane inalterato.

Viviane Monnier è co-fondatrice del primo numero verde nazionale francese “Violences conjugales”, e oltre a fare parte dell’Osservatorio sulla violenza contro le donne della Lobby Europea delle donne, dirige il centro antiviolenza “Halte Aide aux Femmes battues” (HAFB) di Parigi, e secondo lei anche in Francia, che è più avanti di noi su molte cose, ci sono buone leggi che continuano a non essere applicate per una questione di mentalità: un buco che produce un sommerso indescrivibile. “Nei tribunali – dice Viviane Monnier – i giudici hanno una professione libera, sono indipendenti ma soprattutto sono intoccabili. Molti pensano di essere neutri, e magari ti dicono anche che sono sensibili sulla violenza contro le donne, eppure ancora adesso davanti a un tribunale gli elementi di prova per una violenza domestica, dove magari ci sono dei bambini, non bastano mai, e spesso si sente ancora la frase che se anche un marito è violento in fondo può essere comunque un buon padre. Una mentalità che si perpetua in maniera devastante tanto che se le sanzioni applicate per le violenze fatte da sconosciuti fossero applicate anche per la violenza domestica, avremmo le prigioni piene di uomini che invece stanno a casa e continuano a fare quello che sappiamo”.

“Anche se oggi va meglio rispetto a quando ho cominciato questo lavoro – continua Monnier – succede ancora che se un marito fa due anni di prigione significa che ha massacrato la moglie, e il termine di paragone è che se quell’uomo avesse fatto a una sconosciuta quello che ha fatto alla moglie, sarebbero stati sicuramente dai 5 ai 10 anni. Ma nel penale la tragedia è nello stupro delle donne da parte del partner – spiega – perché nell’immaginario collettivo per chi vive con qualcuno le relazioni sessuali sono un atto dovuto, ed è per questo che lo stupro coniugale viene denunciato da pochissime donne che in realtà si vergognano e si convincono che sia normale che un marito le costringa ad avere rapporti sessuali. Non entra in testa che lo stupro esiste anche all’interno di relazioni coniugali e convivenze. Questo è il tabù più forte. E allora come fai a denunciare quando sai che non sarai creduta? In verità quando le donne denunciano, spesso la reazione in tribunale è: sì, ma qual è la prova del danno che hai subito? Se è uno sconosciuto la prova è il Dna ma per il marito questa prova non c’è. E allora va accompagnata da violenze fisiche e psicologiche che però devono essere pesanti e devastanti, altrimenti non sussistono. E poi vuoi sapere che fine fanno queste denunce? Molte vengono archiviate”.

(trad. di Tiziana Jacoponi)

 


 

 

Sentenza 39445/14 della Corte Suprema di Cassazione – Terza sezione penale

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Come si affronta la violenza di genere (2011)

IL MANIFESTO – FUORIPAGINA 25/11/2010

Luisa Betti 

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p>“Io feci per respingerlo e lui mi diede una testata in faccia, un colpo, sentii il sangue bollente che mi scorreva dal naso e dalla bocca, mi mancava il respiro, mi sentivo soffocare, mi venne da svenire. Ho avuto paura, una paura terribile, mi sono sentita male, ho pensato di morire. Lui mi ha lasciata per terra pur vedendo il sangue scorrere, mi sono alzata barcollando e mi sono lanciata fuori la porta di casa andando a bussare alle porte dei miei vicini chiedendo aiuto. Mi ricordo confusamente che di tanto in tanto mi mancavano le forze, mi si annebbiava la vista e mi accasciavo a terra, poi mi riprendevo e mi alzavo. Sentivo mio marito che diceva: ‘è pazza! è pazza!’”. Ogni giorno le donne che arrivano al Pronto soccorso dell’ospedale San Paolo di Napoli raccontano storie così: qui l’Associazione salute donna in rete con l’Arcidonna, il Centro anti-violenza, la U.O. di Psicologia clinica dell’ASL Napoli 1, la Direzione del Presidio Ospedaliero San Paolo, hanno attivato da due anni uno sportello che si preoccupa di accogliere, ascoltare e sostenere le donne che hanno subito violenza.

Un’esperienza che Elvira Reale, che dirige il Centro Clinico sul maltrattamento delle donne presso la U.O. di Psicologia Clinica (ASL Na 1) ed è docente della Scuola di Specializzazione in Medicina del lavoro dell’Università Federico II di Napoli, ha trasformato in un libro diviso in due volumi – perché troppo grande – dal titolo “Maltrattamento e violenza sulle donne ” (Franco Angeli, 2011) che in questi giorni viene presentato in diverse città italiane e che mercoledì 8 giugno, alle 10, verrà illustrato al Tribunale di Napoli all’interno del convegno “I mille volti della violenza e del maltrattamento: gli interventi possibili” in un ambito di proficua collaborazione tra psicologi e avvocati. “Anche se lavoro da trent’anni su questi temi – dice Elvira Reale – quando è cominciata l’attività dello sportello dell’Ospedale San Paolo ho sentito subito la necessità di diffondere questa esperienza e ho capito che lo strumento migliore era una specie di manuale che cristallizzasse le prove e i dati di un lavoro che potrà essere utile per chi si occupa di maltrattamento e violenza sessuale, anche se in realtà è un libro che tutte le donne dovrebbero leggere”.

Scorrendo le pagine si apprende che “il profilo delle donne maltrattate è un profilo normale, corrispondente a quello della popolazione generale” e che “le donne sono vittime di più tipi di violenza combinati: economica, fisica, sessuale e psicologica”, ma soprattutto che “la violenza contro le donne è un problema di salute pubblica” ed è “universalmente diffusa in tutte le culture dominanti attuali, in cui esercita un impatto profondo, anche se ancora poco valutato e quantificato, in ogni settore dell’organizzazione civile”. A sostegno di ciò l’autrice fa puntuale riferimento all’ampia letteratura internazionale di genere in quanto “ l’operatore sanitario – spiega – deve conoscere i riferimenti giuridici e culturali, come le Dichiarazioni e le diverse Convenzioni sui Diritti Umani per le donne, per capire che il problema non è individuale e per rendersi conto che se non ne prende atto fa un cattivo servizio”. Gli psicologi che affrontano questi casi, dovranno quindi saper fare le domande adeguate e un referto dovrà prendere in considerazione il possibile sviluppo di lesività dell’offender nei riguardi delle vittime che, oltre alle donne, sono spesso anche i bambini. “Un referto – continua Reale – deve essere effettuato a tutto campo e deve essere utilizzabile a fronte dei pericoli anche in sede legale, in quanto la donna che fugge da un marito violento può anche essere accusata di abbandono del tetto coniugale e sequestro di minori. Quel che è emerso da questo osservatorio è l’importanza dell’accordo tra attività psicologica e legale perché protegge donne e minori in situazioni che a volte vengono sottovalutate dalle istituzioni stesse, non tanto nei tribunali penali, in cui si indaga su un presunto colpevole, quanto in quelli civili dove, soprattutto nelle separazioni coniugali, i due sono considerati comunque equidistanti”.

A questo proposito va sottolineata l’importanza che ha per queste donne il fatto di essere ascoltate senza essere colpevolizzate “qualsiasi siano le condizioni in cui si sia verificato l’abuso”, soprattutto se si tratta di vittime di violenza domestica che non è un reato di serie B, ma che anzi necessita di una maggiore attenzione perché le donne che subiscono violenza dentro le mura di casa “spesso nei procedimenti giudiziari non sono capite e spesso sono fraintese, divenendo vittime collusive oppure trasformandosi da vittime in offender (le donne mentono, sono suggestionabili, sono fragili, isteriche, ecc.) e spesso le loro accuse sono valutate erroneamente come mosse da motivi di rancore verso il partner”.  A rendere più difficile il percorso, psicologico e legale, è poi la sindrome della vittima che porta le donne stesse a ridurre o addirittura rimuovere la violenza subita, mettendo in pericolo se stesse ed eventuali minori presenti. Nel libro si cita il caso esemplare di una moglie che dopo aver subito un danno irreversibile (asportazione della milza) e dopo che il partner era stato arrestato – e non solo allontanato come richiesto – cercò di ritirare la denuncia nei riguardi del marito. Per questo, spiega Elvira Reale: “La valutazione che fa lo psicologo è importante, perché attraverso la sindrome della vittima, una donna, dopo essere stata traumatizzata per anni, può negare, minimizzare, rimuovere il pericolo con cui è stata costretta a convivere, e uno psicologo che non è preparato e che non ha esperienze in questo campo, può non capire la rimozione e fare danni, soprattutto se ha avuto un incarico come Ctu (Consulente tecnico d’ufficio) da un giudice”.

Ma non è finita qui, perché sulla violenza domestica pesa il danno della violenza assistita da parte dei bambini, più volte sottolineata anche nel contesto europeo.  I piccoli vanno ascoltati e protetti in quanto “la violenza del partner mette concretamente a rischio la salute dei minori” e perché spesso in presenza di gravi conflittualità che sfociano in abusi, l’iter è quello della separazione dei coniugi dove una mentalità, diventata prassi, che considera il minore estraneo e al di fuori delle violenze subite dalla madre può creare conseguenze disastrose sul minore stesso: da disagi psicologici fino a blocchi della crescita. Su questo Elvira Reale, che come psicologa ha alle spalle una solida esperienza sul campo e che in Italia è stata la prima ad affrontare la salute delle donne, dà specifici orientamenti per gli addetti ai lavori: giudici, avvocati, psicologi e assistenti sociali, dovranno affrontare un cambiamento culturale profondo che preveda “una presa di coscienza forte di questa realtà che deve avere come conseguenze, dal minimo al massimo: l’affidamento esclusivo dei minori alla madre vittima, le visite protette, la sospensione della potestà genitoriale paterna in attesa di valutare i cambiamenti dopo un percorso di riabilitazione adeguato e mirato sull’assunzione di comportamenti di coppia non violenti”.

La situazione oggi nei tribunali civili si è anche aggravata grazie alla legge sull’affido condiviso, forse inadeguata per un Paese come l’Italia, passata nel 2006 durante il governo Berlusconi, e redatta dal famigerato avvocato Maurizio Paniz – deputato del Popolo delle Libertà noto per la legge sul legittimo impedimento per il quale si vota nel referendum di domenica prossima – per cui se la violenza latente di un partner non viene valutata in maniera adeguata ma come semplice conflittualità tra coniugi, a farne le spese saranno non solo le donne ma anche i bambini. “Mi ricordo un caso estremo ma molto indicativo di una giovane donna – conclude l’autrice – che aveva lasciato il fidanzato dopo anni. Una dinamica esemplare: lui le chiede un ultimo appuntamento, lei ci va, lui la stupra in macchina e la mette incinta. Lei non interrompe la gravidanza e si rivolge a lui, ma viene assalita e picchiata. A quel punto la ragazza non vuole che sia riconosciuta la paternità dell’uomo mentre lui è deciso a riconoscere il bambino. Lei fa ricorso e alla fine il Tribunale dei minori le dà ragione e nega la patria potestà all’uomo. Certo, questo è un caso estremo ma chiarisce che la paternità biologica non è sufficiente e che se ci si muove nella direzione di una reale tutela del bambino bisogna tenerne conto”.

Cosa significa “centro antiviolenza”? (DL femminicidio IV parte)

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Luisanna Porcu, presidente di Rete rosa di Nuoro e socia della Rete nazionale dei centri antiviolenza “DiRe”.

Si parla molto, e se ne parlerà ancora, del decreto sul femminicidio che la prossima settimana approda in aula. Se ne parla perché finalmente c’è una partecipazione della società civile che lavora con indefessa volontà alla costruzione di un percorso politico e che non solo è riuscita a far mettere in agenda la questione della violenza di genere da un parlamento che ha ratificato la Convenzione di Istanbul subito dopo il suo insediamento, ma vuole partecipare direttamente a questo processo di costruzione. Una società civile fatta soprattutto di donne che non si sono svegliate una mattina e si sono accorte che esisteva la violenza di genere, ma che da tempo lavorano su questo e soprattutto hanno alle spalle il pensiero e la pratica femminista che rende possibile, oggi, un livello di discussione politico più alto, e che incoraggia le stesse istituzioni su quello che si deve fare. La violenza maschile contro le donne o femminicidio – come la si vuol chiamare basta che la si nomini in maniera contestuale e senza confondersi – non nasce dal nulla, non proviene da una improvvisa illuminazione, ma da una elaborazione politica e culturale, che non può essere trascurata. E questo a partire dai centri antiviolenza che in Italia sono stati messi in gran parte in piedi dalle donne del movimento femminista italiano, donne che hanno voluto affrontare un fenomeno strutturale attraverso la pratica e la politica delle donne stesse, costruendo sapere e professionalità sull’esperienza. Con circa 120 centri antiviolenza sparsi su tutto il territorio nazionale, di cui 64 riuniti della rete DiRe (Donne in rete contro la violenza), l’Italia non è un modello da seguire, anche se in realtà il lavoro di questi centri  potrebbe insegnare molte cose.

La scorsa settimana  la rete “DiRe”, che è stata ascoltata dalle Commissione Giustizia e Affari costituzionali della camera sul DL femminicidio, ha mosso forti critiche al decreto stesso, facendo poi sapere, attraverso un suo comunicato, che “DiRe ha evidenziato come nel decreto legge manchi qualunque riferimento al riconoscimento del ruolo che i centri antiviolenza svolgono da anni in Italia grazie ad interventi e a progetti di contrasto alla violenza contro le donne”. Del decreto sul femminicidio, la Rete non condivide “il riferimento ad un Piano nazionale straordinario di contrasto della violenza contro le donne”, in quanto “gli interventi nei confronti del fenomeno non debbono rispondere a misure eccezionali perché la violenza contro le donne non è un fenomeno straordinario ma culturale che ha sempre avuto ampia diffusione”. 

“Il decreto legge – scrive DiRe – persegue una politica di intervento emergenziale del problema, non risponde alle richieste della Convenzione di Istanbul recentemente ratificata dal Parlamento, di svolgere un intervento sistemico e di realizzare delle politiche globali ed integrate per affrontare il problema della violenza maschile”. E per questo la Rete chiede al Governo e al Parlamento “il rinnovo ed il miglioramento del Piano Nazionale esistente, e di attuare pienamente la Convenzione di Istanbul, riconoscendo in modo inequivocabile il valore storico-culturale e professionale dei Centri antiviolenza appartenenti a D.i.Re e il loro coinvolgimento in tutti i tavoli tecnici che si occupano di violenza, e lo stanziamento di specifici e adeguati fondi definiti nella legge di stabilità”. Insomma, agli stessi centri antiviolenza il decreto non piace, tanto che nella stessa relazione all’audit la presidente Titti Carrano, ha precisato che non solo questo DL “non risponde a quanto richiesto dalla Convenzione di Istanbul” ma che i centri si aspettavano “una legge organica e finanziata, che affrontasse tutti gli aspetti civili, amministrativi, penali, con un adeguato sostegno ai Centri antiviolenza”, mentre questo DL “contiene solo norme penali e ha un contenuto eterogeneo” e che se “il ricorso allo strumento penalistico è stato finora la forma privilegiata per contrastare la violenza contro le donne, non c’è alcuna relazione tra questa politica legislativa e la libertà delle donne”.

Ma che cosa è veramente un centro antiviolenza, qual è il suo percorso e la sua politica, e soprattutto come deve essere strutturato e perché è così importante che sia fatto in un certo modo? Insomma, perché i centri antiviolenza sono importanti ma non sono tutti uguali.

L’occasione per capirlo in profondità è stato l’incontro con Luisanna Porcu* (di cui riporto qui sotto l’intervento), durante il convegno “Al sicuro dalla paura, al sicuro dalla violenza”, il 2 luglio 2012 a Nuoro (organizzato dall’associazione Rete rosa e dal consorzio Satta). Un evento moderato dalla scrittrice Michela Murgia, e con interventi di Barbara Spinelli, avvocata dei Giuristi democratici, e la sottoscritta, in qualità di giornalista, in cui si spiega non solo il funzionamento dei centri antiviolenza di DiRe ma anche la loro nascita, da dove vengono e cosa hanno fatto finora.

 

Il ruolo dei centri antiviolenza a sostegno delle donne

di Luisanna Porcu*

“Buon pomeriggio a tutte e a tutti, con questo mio intervento mi propongo di illustrare qual è il ruolo dei Centri Antiviolenza a sostegno delle donne. In Italia esistono circa 100 Centri Antiviolenza, in questo intervento mi riferisco ai 64  Centri afferenti all’associazione nazionale D.i.Re (Donne in rete contro la violenza), degli altri non conosco le metodologie e le teorie a cui fanno riferimento. I Centri nascono in Italia agli inizi degli anni ’90. Fino a quel momento le donne non avevano dei luoghi dove rivolgersi per essere ospitate o semplicemente ascoltate e sostenute nei propri diritti. L’origine dei Centri si colloca nei gruppi di autocoscienza femminista ed è stato proprio merito del movimento femminista se la violenza domestica è stata portata alla luce, nominata e definita nella sua complessità, e se sono state create strutture di aiuto alle donne e posta la questione alle istituzioni come un vero e proprio problema sociale. Negli anni 90 sono nati in Italia 70 Centri Antiviolenza, ci siamo riuniti nel 1998 a Ravenna per creare una piattaforma di pratiche condivise. In questi anni i Centri hanno dibattuto su come creare servizi indipendenti e attenti a rispondere ai bisogni delle donne e dei bambini, vittime della violenza maschile, ma soprattutto come obbligare le istituzioni a mettere al centro della loro agenda politica azioni contro la violenza. I Centri non sono infatti attivi solo per l’accoglienza, non sono servizi, rappresentano luoghi di progettualità e protagonismo femminile; sono veri e propri laboratori sociali dove si produce sapere ed esperienza e dove, grazie alla sinergia delle donne, si è costruita in anni ed anni una cultura nuova.

Alla base del lavoro dei centri ci sono alcuni punti cardine. Primo: parliamo di violenza di genere, quindi di violenza contro le donne da intendersi come qualsiasi atto di violenza sessista, che produca o possa produrre danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata. Secondo: il personale è tutto femminile, perché una donna che ha subito una violenza da un uomo, nel momento in cui chiede aiuto, interpella nell’altro una rappresentazione di se stessa, quindi di una persona di sesso femminile. In teoria si parla di relazione sessuata. Il concetto di violenza contro le donne ha a che fare con le relazioni di coppia, con le rappresentazioni sociali dei rapporti di genere e con il potere. Dobbiamo partire da questo concetto per capire quanto è differente essere donne o uomini nella propria professione, perché non è vero che esiste una neutralità nel ruolo rivestito (avvocata/o, psicologa/o, ecc.). Terzo: la violenza alle donne è un problema strutturale e non un’emergenza, un problema politico-culturale. Cosa significa che è un problema politico?  Significa che affrontare il problema della violenza sulle donne diventa legittimo solo in un contesto che mette in discussione la subordinazione all’uomo di donne e bambini. Quarto: il rifiuto dell’atteggiamento di responsabilizzazione o colpevolizzazione delle donne. Infine, noi non lavoriamo mai con il maltrattante: la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani, un crimine e noi lo affrontiamo come tale, quindi lavoriamo solo con chi la subisce e mai, in nessun caso, con il maltrattante.

Per la metodologia si parte dalla considerazione che il Centro Antiviolenza è un luogo di transito verso l’autonomia, un luogo per sottrarsi alla violenza, è un luogo di avvicinamento alla libertà. Questo concetto implica il superamento di approcci tecnici standardizzati e aprioristici, a favore di un metodo che parte dal dare credito al racconto di chi soffre e dalla fiducia costruita nella relazione. Le donne che subiscono violenza, la violenza stessa e le sue conseguenze, così come i sintomi, non possono essere considerate un oggetto a cui sovrapporre le professionalità. L’operatrice, la psicologa, la legale, varcando la porta del Centro sono capaci di spogliarsi del loro ruolo, proprio per utilizzare al meglio, nella relazione, saperi e professionalità. Su questa base instauriamo un rapporto di reale reciprocità con la donna, che in quel momento è in una posizione fortemente asimmetrica, infatti si presenta non con un ruolo professionale o sociale, ma solo con il disagio e la sofferenza. Tra noi c’è una disparità che però è positiva: non siamo uguali ma possiamo esserci utili, noi non diamo forza alle donne ma ci scambiamo la forza. Le donne che hanno subito violenza sono in stato temporaneo di disagio, sono cioè donne che stanno male oggi ma potranno stare bene domani: quindi non facciamo mai una fotografia sempre negativa, sempre limitante, sempre come un destino delle donne. La donna che si rivolge a noi è un soggetto agente, è attrice principale del suo percorso di uscita dalla violenza, un percorso che la porta a riprendere in mano la sua esistenza. L’equipe del centro struttura con lei e non per lei, un progetto di ridefinizione, riorganizzazione della propria vita, e mai ci sostituiamo a lei. Il tipo di aiuto fornito alla donna non è di tipo assistenziale, in quanto la sola assistenza anche se fornisce risposte immediate, lascerebbe la donna in una situazione passiva. Lo scopo del nostro lavoro è invece quello di aiutare la donna affinché aiuti se stessa a ritrovare il coraggio e la forza per costruirsi un progetto di vita futura concreto che tuteli se stessa e suoi figli. Un lavoro che parte dall’analisi della propria storia personale, dei sensi di colpa, del vissuto di violenza al fine di riacquistare un livello di autostima e assertività tali che le permettano di gestire e superare le difficoltà.

Nello specifico il centro di Nuoro fa accoglienza telefonica, che in genere è il primo contatto perché il telefono è un mezzo molto efficace per superare il senso di vergogna connesso alla violenza e permette di rimanere anonime. Ed è durante la prima telefonata che cerchiamo di “agganciare” la donna trasmettendole fiducia credibilità e dimostrandole che conosciamo a fondo il problema. Questo aspetto motiva la donna a presentarsi al centro a fare dei colloqui. Facciamo accoglienza presso il Centro, che consiste in una serie di colloqui di durata variabile, in base alle esigenze delle donne: ci sono donne che vengono per un anno intero a cadenza fisse e donne che frequentano il centro qualche mese o qualche volta. I colloqui hanno l’obiettivo di aprire uno spazio alla donna per parlare di sé, per elaborare il suo vissuto di violenza e superare il danno da trauma. E la metodologia prevede che ogni azione (attivazione di servizi, denunce, separazione, ecc.) venga intrapresa solo con il consenso della donna e che si lavori sempre per il suo vantaggio secondo i presupposti della protezione, della riservatezza e anonimato e del non giudizio. L’ospitalità nella casa di accoglienza, in base alla legge regionale che prevede 120 di gratuità, valutabili dall’equipe, e i progetti con i bambini vittime di violenza assistita. Le donne molto spesso hanno infatti dei figli che a loro volta sono delle vittime di violenza diretta o assistita. Il Centro mette a punto dei percorsi di riparazione del danno per i bambini e per le donne come “madri”, in quanto la violenza danneggia fortemente anche la relazione madre-bambino. La letteratura scientifica sul trauma afferma che come un’esperienza negativa danneggia il funzionamento di un bambino, altre esperienze positive e riparative, possono ridare una funzionalità corretta a delle aree che si sono messe a lavorare scorrettamente. È da qui che parte la nostra metodologia di lavoro, mettiamo quindi a punto azioni di buon trattamento come alternativa multiforme al maltrattamento all’infanzia, partendo dal presupposto che per contrastare il maltrattamento non basta individuarlo e fermarlo, come spesso si fa, ma bisogna sostituirlo con altro. Purtroppo, molto spesso, i bambini all’interno del centro fanno percorsi eccellenti di elaborazione del danno, sperimentano altri modelli di pensiero e di comportamento, stabiliscono un forte rapporto di fiducia e alleanza con la madre, unico genitore protettivo, ma poi c’è lo scontro con la realtà giudiziaria dove, per legge, nei casi di separazione l’affido è condiviso. Nei casi di violenza non dovrebbe essere così, ma poiché in Italia molto spesso si confonde la violenza con il conflitto, quando le donne chiedono la separazione viene contemplato l’affido condiviso anche se il padre è violento: eventualità che mette a rischio il bambino che verrà usato per continuare a maltrattare ed esercitare potere e controllo sull’ex partner. Casi in cui nessuno sembra tenere in considerazione che la violenza alle madri e ai bambini non si ferma con la separazione tanto che, quando i bambini chiedono di non vedere più il padre, ci sono psicologi, psichiatri e avvocati che si appellano alla cosiddetta PAS (Sindrome di alienazione parentale): una “sindrome psichiatrica” inventata dallo psichiatra americano Richard Gardner, il quale afferma che il bambino malato di Pas è un bambino manipolato dalla madre nel rifiutare il padre, e che eventuali denunce di abusi e maltrattamenti paterni, in caso di Pas, sarebbero falsi. La terapia che Gardner propone è una terapia coatta, dove il bambino deve essere allontanato dalla madre (genitore alienante) al fine di agevolare il rapporto con il padre (genitore alienato).  Il bambino per Gardner non deve essere creduto e prescrive al terapeuta di ignorare le sue lamentele e di adottare tecniche per forzare il bambino a vedere il padre, come per esempio dirgli che la madre andrà in prigione finchè lui non si deciderà ad incontrare il padre. Tale sindrome non è provata da alcuna ricerca scientifica, non è mai stata integrata nelle varie edizioni dei DSM e l’associazione degli psicologi americani mette in guardia gli psicologi forensi dall’utilizzarla. In Italia però si fanno ancora molte diagnosi di PAS.

Ma chi sono le donne che si rivolgono al centro? Nel 97% dei casi si tratta di donne che hanno subito violenza in famiglia dal proprio partner o ex, e sono donne che hanno subito violenza fisica, psicologica, economica, sessuale o stalking. Provengono da tutte le classi sociali e con differenti livelli di istruzione e molte hanno un lavoro, mentre altre lo avevano ma sono state costrette a lasciarlo perché il proprio partner non le permetteva di andarci. Tuttavia c’è da chiarire una volta per tutte che anche l’indipendenza economica delle donne non costituisce una garanzia di libertà dalla violenza, vi sono meccanismi psicologici e culturali complessi  per cui una donna rimane con il partner violento.

E chi è il maltrattante? Il maltrattante è un uomo normale, con una vita sociale e relazionale normale, nel 99% dei casi con un lavoro. L’uomo violento per sfuggire alle sue responsabilità, tenta con qualunque mezzo di favorire il silenzio della donna ma se non riesce ad ottenerlo attacca la credibilità della stessa: è pazza, non è vero, si è inventata tutto, mi vuole rovinare perché le ho detto che non la amo più, ecc.

Naturalmente nel centro si svolgono attività di formazione, prevenzione e sensibilizzazione, ma anche gruppi di auto e mutuo aiuto, interventi per le donne migranti, consulenza legale, orientamento e accompagnamento al lavoro, attività di rete, raccolta ed elaborazione dati, raccolta di materiale in tema di violenza. Mentre le figure professionali presenti sono l’operatrice di accoglienza, la psicologa, l’assistente sociale, la collaboratrice amministrativa, educatrici per le bambine/i, legali, ricercatrici/documentariste, progettiste e formatrici (alcune figure sono volontarie altre hanno regolari rapporti di lavoro).

Ma a essere continuamente messa a dura prova è anche la credibilità di chi lavora per far emergere e contrastare la violenza sulle donne: ci troviamo molto spesso sottoposte a un isolamento professionale e a una squalifica personale. Per esempio io molto spesso non vengo nominata con il mio nome ma come la figlia di Antonietta Davoli, come a voler minimizzare o annullare le mie competenze professionali e attribuire il mio ruolo solo perché figlia di una femminista che prima di me ha lavorato per le donne – quindi in qualche modo figlia d’arte – e non perché  donna capace di lavorare per altre donne a prescindere da chi è o non è mia madre.

In questi 17 anni di lavoro la solitudine professionale è stata svalutante e a tratti veramente pesante da tollerare, ma poiché partiamo dal presupposto che per ogni donna offesa siamo tutte parte lesa, vedere le donne che possono scegliere della loro vita ci ha fatto arrivare sino ad oggi, fiere di essere donne che lavorano per altre donne. Grazie”

 

*Luisanna Porcu è presidente di Rete rosa di Nuoro e socia della Rete nazionale dei centri antiviolenza “DiRe”.