Abortirai con dolore

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La salute delle donne è un argomento che non passa mai di moda soprattutto perché costantemente messa in discussione anche in quei paesi che dovrebbero attuare politiche che facilitino l’accesso delle donne al controllo riproduttivo. Il 28 settembre sarà la Giornata mondiale per la depenalizzazione dell’aborto e contro le morti per aborto clandestino, e alcune associazioni in Italia (tra cui l’Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto, l’Associazione Luca Coscioni,  l’AIED, ecc.) hanno presentato una petizione alla ministra della salute, Beatrice Lorenzin, per velocizzare l’IGV farmacologico estendendolo in regime ambulatoriale dato che oggi in Italia, a differenza di altri Paesi come la Francia, per interrompere una gravidanza con procedura farmacologica è previsto il ricovero ordinario di 3 giorni, e dove solo in Toscana, Emilia Romagna e nel Lazio si può praticare con un day hospital (ma solo perché regioni “disobbedienti”). In realtà, tra i tagli alla sanità e l’incombente presenza dei medici obiettori negli ospedali – la cui percentuale italiana (70%) è seconda solo al Portogallo (80%) – interrompere una gravidanza è diventato difficile soprattutto nel centro-sud, e alcune donne sono costrette a fare code interminabili che possono cominciare alle 5 del mattino con esito incerto. Circostanze che mettono in grave pericolo l’attuazione della stessa legge che invece dovrebbe essere invece garantita. Il grosso ostacolo a facilitare l’Igv è spesso legato all’idea che una donna possa “prenderla alla leggera” e usare l’aborto come se fosse un metodo contraccettivo, mentre invece quella dell’interruzione di gravidanza è un’esperienza che le donne vivono spesso in maniera traumatica e anche con grandi sensi di colpa proprio per il contesto culturale che le fa sentire responsabili di una vita che vanno a interrompere, dissociando così loro stesse dal proprio corpo, e come se fossero donne “sbagliate” a prescindere. Ma quello che è doveroso sottolineare è anche la premura che le istituzioni dimostrano rispetto al controllo su quello che una donna decide di fare della propria vita (non tutte le donne desiderano diventare mamma ad esempio) che nel caso dell’aborto farmacologico ambulatoriale diventerebbe quasi “sfacciato” perché praticato con troppa autonomia. Quest’estate è scomparsa Simone Veil che da ministra della salute nel 1974 riuscì a far passare la legge che depenalizzava l’aborto in Francia dopo un’estenuante battaglia parlamentare che le costò insulti e aggressioni pubbliche. I tempi sono cambiati ma solo in apparenza, e anzi per certi versi sono anche peggiorati. In Europa coesistono ancora oggi Paesi come Malta, in cui l’aborto è vietato in ogni caso, e la Svezia in cui l’obiezioni di coscienza dei medici non esiste neanche, e non mancano aggressioni delle istituzioni alla legge, come anni fa in Spagna e l’anno scorso in Polonia (dove la legge è già restrittiva), o i tentativi di boicottare l’Igv attraverso l’obiezione di coscienza come in Italia o il Portogallo.

(da Passaparola Magazine – Rivista italiana in Lussemburgo e in Francia – settembre 2017)

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Perché la violenza maschile sulle donne prevede una vittima e un offender

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C’era una volta un libro che si chiamava “Non credere di avere diritti” della Libreria delle donne di Milano (Rosenberg & Sellier) che spiegava come inseguire l’uguaglianza tout court significasse per le donne rimanere subalterne all’ordine patriarcale: un libro che elencando le conquiste fatte fino a quel momento (1987), spiegava che l’emancipazione senza un cambiamento strutturale della società basata su un potere maschile, non era sufficiente a cambiare la condizione delle donne in maniera profonda: conquiste che, sebbene ne avessero migliorato le condizioni di vita, non avevano intaccato quello che era, e continuava a essere, il nodo del potere maschile e il suo esercizio. Un titolo che riprendeva un’annotazione di Simone Weil del 1941 in cui esortava a non puntare su una politica di rivendicazioni ma a tenere aperto l’orizzonte del diritto e della giustizia, scrivendo: “Non cre­dere di avere dei diritti. Cioè, non offu­scare o defor­mare la giu­sti­zia, ma non cre­dere che ci si possa legit­ti­ma­mente aspet­tare che le cose avven­gano in maniera con­forme alla giu­sti­zia; tanto più che noi stessi siamo ben lungi dall’essere giu­sti”.

Diritti sui quali sempre Luisa Muraro, in “Tre lezioni sulla differenza sessuali e altri scritti” (Orthotes Editrice, 2011) e rileggendo “Le tre ghinee” di Virginia Woolf , avverte come sulla “problematica dei diritti, cioè la politica come noi la vogliamo, non basata sui diritti ma sulla libertà e sulla forza che può venire dai rapporti tra donne”, “il supremo diritto conquistato dalle donne è quello di poter vivere senza dipendere dal rapporto personale con questo o con quell’uomo: padre, marito, figli”. “Basarsi sui diritti, è un fondamento molto precario. Secondo Virginia Woolf – continua Muraro – la cosa necessaria e sufficiente è che non ci sia dipendenza materiale da un uomo”, in quanto se “i diritti hanno spesso questo statuto di cose concesse e ritirabili”, “il diritto a guadagnarsi da vivere, Virginia Woolf è sicura che le donne non se lo faranno portare via”, e quindi “Altri diritti non servono”.

Ma siamo sicure che sia ancora così? O siamo tornate un po’ indietro? È vero che le donne hanno acquisito il diritto supremo a non dipendere da nessuno ma è anche vero che nel tempo questo diritto è stato intaccato pesantemente e, tra spinte e controspinte, non ha comunque risolto quella discriminazione basata su un rapporto sbilanciato tra i sessi che essendo espressione concreta della violenza maschile nel suo esercizio del potere, respinge con forza e combatte in prima linea (e con strumenti propri di un potere coercitivo) quella libertà delle donne di cui parlava Woolf. Insomma, le donne, grazie a questo diritto supremo, sono diventate libere davvero?

Anna Simone in “Sessismo democratico” avverte chi pensa che le donne siano ormai libere di costruire pensieri, opinioni, storia, ridisegnando la mappa di un potere “al femminile”, si sbaglia perché le libertà acquisite negli ultimi 30 anni non sono bastate a rendere le donne soggetti, e quindi agenti, in un quadro di potere che ripropone “rigide ripartizioni che, a loro volta, generano procedure di esclusione e interdetti orientati ad assimilare la costruzione stessa dei discorsi alla funzionalità del sapere-potere” (Foucault). Un potere che decide in base a parametri di scelta che confermano un diretto sostegno al potere stesso. Simone spiega come il potere maschile “democratico” usi il corpo femminile, comprendendo al suo interno le conquiste delle donne in questo ultimo scorcio di secolo e piegandole docilmente a nuovi (vecchi) stereotipi in cui sono comunque rintracciabili i tre grandi filoni: del femminile (cura e protezione), del femminino (femme fatale mangiatrice di uomini) e del femminismo (donne esigenti e rompiscatole). Il neo-patriarcato usa così la stessa libertà femminile a fini strumentali facendo del corpo delle donne, adesso come prima, una tavola su cui è sempre l’uomo a spostare le pedine: un “ritorno al patriarcato sotto nuove vesti” con una strumentalizzazione che non è sempre chiara neanche alle donne più consapevoli. Su questo terreno si muove un sessismo che, democraticamente, mentre con una mano accarezza i nuovi ruoli che le donne hanno faticosamente conquistato, impartisce posizioni, differenziazioni, caselle che nulla hanno a che vedere con la libertà delle donne.

Una riflessione che conferma la precarietà dei diritti e della pura rivendicazione della Libreria delle donne e di Luisa Muraro, mettendo in guardia le donne stesse, nel quadro di quei diritti acquisiti ma regolamentati dal potere maschile, rispetto a una vera e libera indipendenza basata su una reale autodeterminazione delle donne. Riflessione che suggerisce un pensiero anche sullo stato attuale, compreso l’erosione sostanziale di quel diritto supremo dell’indipendenza che nella realtà vede le donne sempre più, e oggettivamente, messe in una condizione di esclusione acuita da esigenze legate a una crisi economica in cui sono loro le prime a essere messe alla porta: il tutto accompagnato dal ripristino anche teorico, dello stereotipo della donna che sta a casa e fa figli, con un attacco plateale anche a quei diritti che pur non essendo risolutivi, hanno permesso una vita diversa a moltissime donne.

Che la questione dei diritti non sia quindi sovrapponibile a quella della libertà e dell’autodeterminazione, è fuori discussione, come è anche fuori discussione l’adattamento che le conquiste delle donne nel corso degli ultimi due secoli siano comunque state regimentate da un potere maschile al fine di renderle il meno eversive possibili – e che ha continuato a esercitare le sue forme di violenza che vanno dalla discriminazione fino alla soppressione fisica. Detto ciò è pur vero che quei diritti, rivendicati e conquistati, sono stati e continuano a essere una base importante per affermare bisogni fondamentali: come il diritto all’aborto, quello dell’indipendenza economica con parità di salario e di mansioni, fino al diritto di vivere una vita libera dalla violenza maschile, e di esprimere una sessualità e un diritto all’autodeterminazione a partire dal proprio corpo. Desideri e bisogni senza i quali sarebbe difficile pensare di costruire anche il resto, e che malgrado non siano l’obiettivo primario per una reale affermazione di libertà, sono oggi rimessi gravemente in discussione, e quindi affatto scontati, come dimostra l’attacco globale alla salute delle donne, il tentativo dei governi di gestire una crisi economica intaccando il diritto al lavoro delle donne stesse cercando di rimandarle a casa a fare figli e ai lavori di cura con un grosso risparmio anche in materia di welfare, fino al tentativo di arginare la violenza in maniera paternalistica, ma soprattutto inefficace, senza affrontare il vero nodo (culturale) di una società che condona la violenza maschile come un ingrediente normale nella vita di una donna. Diritti che hanno permesso e permettono a molte donne di affrontare un percorso personale di autodeterminazione e di superamento di condizioni fortemente discriminate, in un contesto dove la disparità dei rapporti di potere tra uomini e donne è ancora vivo e abbraccia tutti i luoghi del mondo, nessuno escluso, compresi anche quei paesi che hanno raggiunto una certa parità sul piano sociale e politico (che dimostrano che la strada da fare è ancora lunga e tortuosa).

La violenza maschile sulle donne, che attraversa tutti i luoghi del Pianeta senza distinzione di età, classe sociale, cultura e religione, diventa così paradigma per saggiare la vera condizione delle donne nella realtà che in finale si concretizza in una estesa, quanto strutturale, discriminazione del genere femminile che, da un minimo di esclusione a un massimo di soppressione fisica (femmicidio), e con diverse forme, è presente ovunque nel mondo con stereotipi che permeano trasversalmente ogni essere umano.

La violenza maschile diventa così la cartina di tornasole sulla vera condizione delle donne – anche di quelle che pensano di non averla mai vissuta in nessuna forma – e rappresenta bene il terreno su cui ci muoviamo e in cui le donne fanno molta più fatica a vivere: un panorama così pervasivo da sembrare quasi impossibile ma che presenta un fenomeno planetario di discriminazione profonda che va dalla violenza domestica – presente in tutto il mondo come la forma più pervasiva – alle mutilazioni genitali, fino alla schiavitù sessuale, la tratta, i matrimoni precoci e forzati, il gendercidio, lo stupro di guerra, e così via. Situazioni concrete che nessuna di noi, purtroppo, si inventa per il piacere di narrare donne vittime di violenza: una violenza a cui anche donne “vincenti”, quelle che i diritti li hanno sperimentati fino a vere e proprie scalate di potere, sono esenti.

Come indicato dalle statistiche di Morten Kjærum, Direttore dell’Agenzia dell’Unione europea per i Diritti fondamentali, in Europa non solo il lavoro ma anche un alto grado di istruzione e un posto da manager o una posizione sociale di rilievo con posti apicali, cioè neanche la totale autonomia e quel diritto supremo di indipendenza, rende le donne immuni dalla violenza che, anzi, in luoghi come questi si esprime a volte in maniera più brutale. Cosa c’è di meglio che sottomettere una donna indipendente e autorevole per ribadire la supremazia del potere maschile? Donne che pur non appartenendo allo stilema di vittima, vengono devastate da questa violenza che spesso sfiora la tortura.

Giorni fa TK Brambilla scriveva fa sul sito della Libreria delle donne che “I centri antiviolenza ci raccontano infatti che vittime di violenza maschile tra le mura domestiche sono anche donne che potremmo chiamare “vincenti”, donne che hanno studiato, che occupano posti di lavoro di rilievo, donne che si muovono nel mondo con coraggio. E magari è proprio questo loro volere essere libere a scatenare la violenza degli uomini che non accettano la libertà femminile. Sappiamo infatti che il momento di maggiore rischio per le donne è proprio quando decidono di andare via. A scatenare la peggiore violenza è la forza di quelle donne, non la loro presunta debolezza. L’ingiustizia esiste, le donne ne sono vittime in tutto il mondo e non è occultandola che si dà risposta alla richiesta di giustizia. Una donna vittima di violenza maschile che si mostra, che rifiuta la vergogna che su di lei ha da sempre gravato e esce dal silenzio, non mostra la miseria femminile ma quella maschile”.

“I condizionamenti culturali, sociali e economici, la paura, la perdita di autostima e l’isolamento determinati dalla violenza” non sono quindi fattori secondari, e sono questi stessi fattori, e non la loro narrazione, a determinare una vittima di un sopruso, di un abuso, di una violenza: fattori del tutto oggettivi e non soggettivi di cui la donna non è responsabile a causa di un profilo psicologico deviato ma in quanto prodotto oggettivo di una società discriminante a tutti i livelli. Dire che esiste una donna forte (che vince) e una donna debole (che perde), non solo è falso ma significa fare il gioco del patriarcato perché è proprio quello che gli uomini vorrebbero far passare scaricandosi la coscienza da una responsabilità che, in materia di violenza e di discriminazione di genere, riguarda invece proprio loro e l’immaginario imposto in nome di una superiorità basata solo su un pregiudizio e uno stereotipo, ovvero culturale. Sfido chiunque a portarmi davanti  una donna che sceglie consapevolmente di vivere in una situazione di violenza per fare la vittima. Ma c’è di più, perché proprio chi sbandiera questa falsa superiorità “tra donne migliori e donne peggiori” apre la voragine della vittimizzazione: queste donne perché si sentono “vittime”? vogliono essere consolate? Fanno finta? Sono delle perverse? O magari sono pazze, come vengono accusate da perizie psicologiche quando un tribunale sta per sottrarre loro i figli perché hanno denunciato il marito per violenza domestica. Un atteggiamento che, questo sì, rivittimizza le donne che non solo hanno difficoltà a uscire da una situazione di violenza per inefficienza dello Stato e la pesantezza dei fattori oggettivi, ma che non è supportata neanche dal pensiero femminista che dovrebbe stare al suo fianco e in prima linea: non vittimizzando ma raccontando quello che succede in maniera oggettiva e fornendo analisi approfondite.

Sono teorie che, negando il dato oggettivo della violenza – che in quanto tale presuppone una vittima e un offender per la natura stessa del rapporto di forza e di ricatto che si viene a creare – e disconoscendo lo status di vittima, creano la rivittimizazzione. Teorie che mancano di una base fondamentale: un rapporto diretto con la realtà, la realtà fatta di carne e ossa di quelle donne che con molta fatica hanno il coraggio di denunciare un uomo violento, che magari hanno in casa e che è anche il padre dei loro figli, da cui dipendono anche economicamente, e che in un sistema patriarcale come questo si alzano e reagiscono a rischio della propria vita in un contesto che non sempre le sostiene, a partire dai tribunali stessi. Dire quindi che la vittima si riduce a “fare la vittima” ed è tale perché non reagisce e non si difende operando così la propria autodeterminazione, è non solo ignoranza sul fenomeno reale ma anche un’offesa a tutte quelle donne che, al di là della differenza sociale, culturale, religiosa e di età, subiscono violenza maschile e sono anche morte per questo. Vai a dire a una donna che è stata sfigurata con l’acido in faccia che fa la vittima, ma diglielo guardandola negli occhi (se ancora ci vede).

Anche in questo caso, in materia di violenza maschile contro le donne, siamo quindi di fronte a una sottovalutazione del problema che sminuisce la portata oggettiva del fenomeno riducendolo a un fatto di autodifesa personale della donna stessa e che non mette in campo nessuna riflessione spazzando via secoli di pensiero femminista sull’autodeterminazione, alleandosi da una parte con la cattiva coscienza maschile (la violenza è un problema delle donne che esasperano, se la cercano, ecc.) e dall’altra con quella istituzione che minimizza ed espone le donne stesse a una violenza che mette a serio rischio anche la loro vita.

L’avvocata Teresa Manente, penalista e referente nazionale delle avvocate dei centri antiviolenza nonché responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna, chiarisce come “Quando le donne querelano e le loro storie finiscono comunque nel sangue quello che non funziona è la sottovalutazione del problema. E parlo di forze dell’ordine e magistratura che dovrebbero indirizzarla immediatamente a un centro antiviolenza e valutare la possibilità di misure cautelari efficaci a tutela sua e dei figli. E invece sa che succede delle volte quando non c’è specializzazione in materia? Che si avvisa il marito per tentare una riconciliazione o si parla di conflitto coniugale, un conflitto che presuppone parità che invece è uno dei punti chiave delle storie di violenza domestica in cui lo stato di soggezione della donna è reale con violenze e minacce che annientano la sua libertà di autodeterminazione, che non ha niente a che vedere con il conflitto coniugale”. D’altra parte per la psicologa Elvira Reale, che a Napoli dirige la U.O. di Psicologia Clinica e il Centro Studi di genere dell’Associazione Salute Donne, “chiamare le donne che subiscono violenza persone in difficoltà richiama problematiche soggettive ed uguaglia le donne a qualsiasi altra persona in difficoltà mentre la dizione vittime di violenza di genere richiama i processi oggettivi di vittimizzazione del contesto, compreso in primis quello familiare, ed è in linea con la terminologia internazionale. Donne in difficoltà è una terminologia che appartiene ad un contesto clericale/istituzionale che ha così indicato le donne bisognose di assistenza, mentre il termine vittima, nella sua etimologia dal latino, rinvia a una condizione di persona legata ovvero privata della libertà, cosa che risponde meglio al significato intrinseco della violenza, soprattutto familiare, che tende a privare le donne della loro libertà e diritto di scelta”.

Non c’è niente di cui vergognarsi, né quando si vive una situazione di violenza né quando la si racconta. E come suggerisce Edda Billi nel commento a questo articolo: “E’ pur vero che con le nostre lotte femministe qualcosa in questo mondo l’abbiamo cambiata ma ho sempre detto che purtroppo è vero che il patriarcato è morto ma che ha un fratello gemello che si è fatto vivo…”.

Grazie Edda

 


*(Per un approfondimento  invece sul femminismo – individualista e materialista – rimando alla interessante lettura dell’articolo di Maria Rossi qui di seguito)

Un femminismo per donne ricche e vincenti. E’ davvero auspicabile? *

di Maria Rossi

Power feminism versus victim feminism

Uno dei testi fondanti della “critica alla vittima” è Fire with fire di Naomi Wolf, libro che, pubblicato nel 1993, dà avvio al post-femminismo. Per l’autrice, negli anni Ottanta le donne hanno acquisito, grazie al movimento che le rappresenta, maggiore rilievo, visibilità e considerazione politica, hanno potuto accedere alla sfera pubblica e ricoprire incarichi manageriali in misura molto più ampia rispetto al passato. La parità fra i sessi potrebbe rivelarsi, dunque, un obiettivo facilmente e rapidamente raggiungibile, se non fosse ostacolato  sia dalla scarsa fiducia delle donne nella potenza dei propri desideri e nella capacità di cogliere le opportunità che il sistema politico ed economico offre a tutti che  dall’esistenza di una corrente del femminismo che, per affrontare le sfide del presente, adotta atteggiamenti inappropriati e controproducenti. Naomi Wolf lo definisce “femminismo vittimario” (victim feminism), cui ne contrappone un altro in grado di esaltare la forza delle donne (power feminism).

Il primo, a suo dire, esorta le donne ad assumere lo status di vittime della violenza, del potere maschile o del patriarcato ed eleva la sofferenza a merito, ingenerando un senso di impotenza, di debolezza, di passività, di disconoscimento della propria forza interiore. Idealizza il genere femminile rappresentandolo come ontologicamente incline al pacifismo, alla cura e alla cooperazione, mentre concepisce gli uomini come naturalmente propensi all’aggressività, alla violenza e alla competitività.  Sul piano dei comportamenti sessuali si rivela moralistico, giudicante e prescrittivo. Celebra l’uguaglianza, l’anonimato, la sorellanza e valuta criticamente, in ragione del suo anticapitalismo, l’affermazione personale e il perseguimento del successo economico, politico e sociale.

Il power feminism presenta caratteri opposti: esalta la forza delle donne e le incita ad appropriarsi del potere; riconosce che l’aggressività, la violenza, la competitività sono costitutive tanto dell’identità femminile quanto di quella maschile, combatte il sessismo, ma non è misandrico, non esprime giudizi moralistici sulla sessualità, valorizza l’individuo, celebra l’aspirazione e il raggiungimento  del successo e l’acquisizione della ricchezza.

Psicologizzazione e responsabilizzazione

Naomi Wolf travolge e amalgama nella sua critica mistificante, confusa e semplicistica femminismo della differenza, radicale, materialista, marxista, anarchico, black in quanto accomunati, a suo parere, dall’identificazione delle donne come vittime, lemma assunto nell’accezione di “oppresse”, una realtà che l’autrice nega in quanto disconosce la potente e sistematica influenza che le categorie di genere, classe e razza esercitano sulla collocazione sociale dei soggetti, sul loro accesso alle risorse, sull’attribuzione dei ruoli, sulla divisione del lavoro, sulle discriminazioni, sulla violenza, sulle posizioni gerarchiche, sulle opportunità e sulla gamma di scelte disponibili, nonché sui rapporti di dominio e di sfruttamento esistenti.

La saggista statunitense attribuisce ad un tratto caratteriale, la “forza femminile”, il potere taumaturgico di infrangere le barriere  rappresentate da questi sistemi di classificazione e di inquadramento economico e sociale degli individui. Ricorre in tal modo alla psicologizzazione, ossia all’interpretazione della realtà in termini psicologici ed individualistici piuttosto che politici, economici e sociali, “un meccanismo potente per disinnescare la consapevolezza dell’oppressione e la potenziale ribellione”, ” una tattica di depoliticizzazione a sostegno dello status quo e dei rapporti di potere dominanti”, come lo definisce la psicologa sociale e femminista materialista Patrizia Romito.

Inoltre, l’enfatizzazione della forza individuale come elemento in grado di rimuovere tutti gli ostacoli  disloca sulle vittime la responsabilità dell’oppressione che subiscono, un processo questo che si rivela essere una delle principali modalità contemporanee di esercizio del dominio.

In un interessante saggio intitolato Les figures de la domination pubblicato sulla Revue française de sociologie Danilo Martuccelli, docente di sociologia all’Università Paris-Decartes, individua  nel principio di responsabilizzazione uno dei principali meccanismi di iscrizione soggettiva della dominazione. Esso si sostanzia nell’ingiunzione al soggetto a percepirsi, sempre e ovunque, responsabile non solo delle proprie azioni, ma anche degli eventi che gli capitano.  Di qui la sollecitazione a mobilitare le  risorse interiori per agire in modo efficace, per affrontare e risolvere da solo qualsiasi problema (dalla violenza, alla povertà, alla disoccupazione). In caso di fallimento, il soggetto, incitato ad assumersi i rischi della propria condizione, viene colpevolizzato, processo che consente alla società di sottrarsi a qualsiasi tipo di responsabilità nei confronti dei suoi componenti più fragili e che permette, al contempo, agli appartenenti ai ceti dominanti di legittimare sia la propria posizione che le diseguaglianze esistenti. [cfr. anche Caroline Guibet Lafaye, La domination sociale dans le contexte contemporain in Recherches sociologiques et anthropologiques  ] Se, infatti, lo status di un individuo viene attribuito interamente al merito, all’impegno, alla forza interiore, è evidente come la ripartizione disuguale della ricchezza, delle risorse, dei mezzi di produzione finisca per apparire equa.

Quanto alla violenza maschile sulle donne, se si ritiene di poterla sconfiggere proponendo modelli  femminili che incarnano i “valori” della potenza e del successo, ciò significa  non solo che si ignora la dinamica del fenomeno, la composizione sociale e il carattere delle vittime, fra le quali si annoverano anche brillanti e determinate professioniste, ma, soprattutto, che, consapevolmente o meno, si imputa a quelle fra loro che non sono in condizioni di poterne uscire rapidamente  la responsabilità di subirla. Si profila così il rischio di innescare un processo di colpevolizzazione e di stigmatizzazione delle vittime  disprezzate in quanto reputate fragili, impotenti, passive, in una parola, perdenti, mentre il ruolo dei maltrattanti viene occultato.

Un processo già in atto, anzi, dominante, come attesta il fatto che il 65,9% degli oltre  1300 studenti e studentesse delle scuole secondarie di secondo grado cui è stato somministrato  di recente un questionario sulla violenza di genere condivida l’affermazione secondo cui ” se una donna viene maltrattata continuamente la colpa è sua perché continua a vivere con quest’uomo“.

Le femministe non dovrebbero contrastare queste radicate convinzioni? E pensano di farlo contrapponendo le donne vincenti e di successo a quelle deboli e perdenti? Ad essere rimossi sono, ad ogni modo, i rapporti sociali di potere, di dominio che si stabiliscono fra  i sessi, così come fra le classi.

Il testo di Naomi Wolf si presta ad ulteriori, rapide considerazioni.

Nessuna pensatrice femminista, che io sappia, interpreta la violenza come un tratto psicologico costitutivo della natura maschile, ma la considera piuttosto come una manifestazione di relazioni imperniate sull’oppressione e sulla dominazione. Non mi soffermo, però, su questo punto già trattato in modo acuto e pertinente da altri, in particolare da Luisa Betti , da Massimo Lizzi   e dal Ricciocorno . Contrariamente a quanto ritiene Wolf, poi, affrontare il tema della violenza e rappresentarla non contribuisce a riprodurla, ma, al contrario,  a rivelarla e a denunciarla,  facendola affiorare dagli imperscrutabili recessi della vita privata, per  poterla efficacemente combattere.  O si pensa forse di sconfiggerla occultandola e rimuovendola dal discorso pubblico? Non si comprende, infine, perché il successo, il conseguimento di uno status sociale elevato, l’arricchimento, l’accesso al potere debbano rappresentare aspirazioni e valori condivisi da tutte le donne.  Perché dovrebbe essere considerato un bene concorrere al funzionamento del modo di produzione capitalista e alla riproduzione dei rapporti di dominio, di oppressione e di sfruttamento che lo caratterizzano?

La forza delle oppresse

Non vorrei che dalla lettura dell’articolo si deducesse la mia contrarietà ad evocare la “forza” del femminismo. Al contrario! La ritengo fondamentale, ma la interpreto come il potere che scaturisce dalla consapevolezza della propria condizione di oppresse e dalla volontà di opporvisi e di lottare per la liberazione individuale e collettiva delle donne. Vorrei pertanto concludere il post con le splendide parole di Christine Delphy, la fondatrice del femminismo materialista:

“Molte donne tengono sulla propria oppressione un discorso teorico. Ma la lotta politica, se non è alimentata dall’esperienza vissuta, quasi carnale, della realtà dell’oppressione, diventa una battaglia filantropica. E quando le donne diventano le filantrope di se stesse e non ricordano più, o vogliono dimenticare, che sono loro le umiliate e offese di cui parlano, perdono la loro forza. Difendere, ritrovare le sorgenti di questa forza è un’altra delle sfide del nuovo secolo per il movimento femminista. E per tutti i movimenti che lottano contro l’oppressione.”

*da Femminismo e materialismo

Femminismo sovversivo: Hermione diventa strega cattiva ma le spagnole vincono

 

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Emma Watson alle Nazioni Unite per lanciare la campagna #HerForShe

Non è vero che dappertutto la parola femminista fa orrore, ma sicuramente non sono molti i luoghi in cui ci si possa dichiarare femministe con molta nonchalance. E se questo è vero in Paesi come Stati Uniti o Gran Bretagna, diciamo pure che in Italia è quasi come dire una bestemmia in chiesa. Ma perché? Perché le parole sono importanti e in un contesto maschilista, come quello mondiale abituato a erigere bastioni a difesa del proprio dominio, il richiamo del femminismo a un immaginario di donna castrante, repellente, magari anche brutta, pelosa, maleodorante, e sicuramente lesbica perché odia gli uomini, è di per sé un’ottima difesa alla preservazione di una cultura machista che il femminismo potrebbe mettere un po’ troppo in discussione. E malgrado sia in realtà uno stereotipo ben poco credibile (basta guardare molte femministe), è una convinzione ormai così radicata e profonda, da diventare un’offesa per tutte le donne, anche per chi si dichiara non femminista. Per questo il discorso fatto da Emma Watson, alias Hermione della best seller cinematografico “Harry Potter”, alle Nazioni Unite per la campagna #HerForShe, è importante. La giovane attrice, idolo di milioni di giovani donne ma anche di giovani ragazzi e conosciuta nel mondo per aver interpretato il personaggio femminile nella saga Rowling, ha rotto un tabù nel modo più semplice: dichiarandosi femminista senza indugi e davanti a una platea internazionale e per di più in veste di supporter Onu. Quale occasione migliore per dire una volta per tutte che le femministe si sono stufate di essere etichettate e marchiate sul loro corpo come streghe inavvicinabili, solo perché difendono i loro diritti e i diritti delle altre donne (anche quelle che si dichiarano antifemministe), neanche avessimo l’orologio fermo al Medioevo?

Emma Watson nel suo intervento ha detto: “più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che troppo spesso combattere per i diritti delle donne diventa sinonimo di odio per gli uomini”, uno stereotipo falso e fuorviante che ha solo l’effetto di mettere le femministe in bel recinto con scritto: Danger! “Se c’è una cosa che so con certezza – ha proseguito – è che questo deve finire. Il femminismo è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti, pari opportunità. E’ la teoria dell’uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi”, ovvero è una lotta contro l’ingiustizia più ingiusta del Pianeta dove in base al pregiudizio del rapporto squilibrato tra i sessi, la ripartizione del potere e delle pari opportunità a ogni livello della convivenza umana, è sfacciatamente discriminatorio (e poi la chiamano civiltà). Un invito fatto anche agli uomini, e in modo diretto, per chiedere una volta per tutte da quale parte vogliono stare: “Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse – dice Watson – e se gli uomini non devono controllare, le donne non dovranno essere controllate”, che significa fatevi anche voi uomini un esame di coscienza e decidete seriamente dove collocarvi, senza esibire la faccia di chi “difende” le donne e poi ricalca gli stessi stereotipi maschilisti nella sostanza.

Ma la questione è profonda perché credo che su questo abbia ragione Laurie Penny, giornalista e attivista inglese, quando dice che in realtà il femminismo fa paura, ed è per questo che viene così stigmatizzato in tutte le sue forme, perché “il femminismo è una minaccia allo status quo”. Le minacce fatte a Watson di divulgare foto compromettenti nel web fatta sulla piattaforma 4Chan, anche se lanciata con scopi pubblicitari, sono in verità un elemento rivelatore, visto il numero di visite che ha scatenato (7 milioni di utenti si sono collegati), un numero che testimonia come il problema sia reale: perché non sarebbe stata la prima volta – 4Chan a fine agosto ha pubblicato le foto nude di Jennifer Lawrence e Kate Upton – e perché non c’è bisogno di essere Emma Watson per essere minacciate (dato che la maggior parte di noi, intendo sporche e luride femministe, lo sono state per davvero e più volte). La forma del ricatto intimidatorio e della minaccia, che è una forma di violenza, vale quindi anche se “per scherzo”, perché condiziona subdolamente su quello che stai dicendo e sulla spinta che gli stai dando perché anche se ora “non è” ci sono comunque buone probabilità che “potrebbe essere” (in fondo succede a tante).

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Manifestazione contro il disegno di legge Gallardòn sull’aborto

Che il femminismo sia intrinsecamente e potenzialmente sovversivo, ce lo hanno dimostrato recentemente le spagnole – di cui i giornali italiani non parlano adesso che hanno vinto – donne che oltre a far ritirare lo scellerato disegno di legge che avrebbe cancellato  l’interruzione di gravidanza volontaria nel Paese, hanno portato il ministro della giustizia alle dimissioni. Alberto Ruiz-Gallardón in persona, martedì scorso, ha riconosciuto di non essere “stato in grado di far passare in legge il disegno di legge”, quello sull’aborto, e di non aver avuto la capacità di andare avanti su quel progetto. Un disegno di legge che è stato ritirato per “mancanza di sufficiente consenso sociale”, ha riferito il Premier Mariano Rajoy, e per cui non solo Gallardón si è dimesso ma si è ritirato dalla scena politica: una vittoria plateale per le spagnole e un esempio per tutte le donne del mondo, volutamente oscurata dai media perché pericolosa. Una vittoria che senza la società civile e senza le femministe, sarebbe stata impossibile. Ed è stata Justa Montero, storica attivista spagnola, che ha fatto sapere dall’Assemblea femminista di Madrid che in Spagna nella giornata di “domenica 28 settembre, giorno internazionale per la depenalizzazione dell’aborto, ci saranno manifestazioni convocate dal movimento femminista in molte città” e che “sarà una magnifica occasione per incontrarci tutte e tutti e celebrare, manifestare che sì,  si può”. Un grande incoraggiamento per tutte le donne sul fatto che vincere contro l’ingiustizia e per i diritti delle donne, è possibile. Ma il messaggio è deflagrante e quindi va mantenuto segreto,  perché questo significa realemente che lo stauts quo può essere sovvertito e che se le femministe, se ci si mettono seriamente e tutte insieme, hanno una forza e un impatto molto più incisivo di quello che vogliono far apparire attraverso stereotipi, quelli sì, vetero-sfiancanti.

E se la cultura è importante, e se le parole sono importanti, cominciamo a usarle meglio evitando obsoleti pregiudizi ma anche inventandone di nuove. Per questo domani, venerdì 26 settembre alle 15 a Modena (sala del Consiglio comunale, Piazza Grande), ci sarà un bell’incontro dal titolo “Prevenire è comunicare la violenza di genere” e in cui modererò una parte della tavola rotonda dove si ragionerà appunto su un modo nuovo di nominare la realtà fuori dagli stereotipi.

Programma dell'incontro "Prevenire è comunicare la violenza di genere" a Modena il 26 settembre

Programma dell’incontro “Prevenire è comunicare la violenza di genere” a Modena il 26 settembre

 

Le donne di Pushkino (2012)

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East – rivista di geopolitica – luglio 2012

Luisa Betti

L’ospedale di Puskino, vicino Mosca, è dentro un parco e il reparto maternità è una casetta a due piani in mezzo al verde. Non sembra un ospedale, e quando entri c’è sempre qualcuno che ti accoglie con il sorriso, anzi: qualcuna. Il reparto maternità dell’ospedale di Puskino è il regno delle donne: la primaria, Elena Panfilova, è una bella signora dal viso aperto e rassicurante che lavora in quell’ospedale dal 1982, ma anche le altre sono donne: le ginecologhe, le ostetriche, le infermiere e naturalmente, le signore che vanno lì a partorire. Gli unici maschi in questo reparto sembrano essere i neonati che ci sono al nido e due medici che a un certo punto fanno capolino nell’ufficio della primaria dove le dottoresse ci spiegano cosa succede in quel piccolo mondo. “Qui facciamo 1.400 parti all’anno mentre in un passato ne facevamo meno di mille. Oggi siamo attrezzate e vengono anche da Mosca a partorire”, dice Elena spiegandoci che su 1400 parti almeno 70-80 arrivano impreparate senza aver fatto nessun esame né controllo né nulla. Le dottoresse ci raccontano che si tratta di casi sociali ma che a volte subentra anche il fanatismo religioso e le credenti ortodosse rigorose non fanno nulla prima di partorire perché è un dono di dio quindi come va, va. Le donne, se è tutto normale, vengono dimesse con i loro piccoli dopo 4 giorni, ma se si tratta di un cesareo rimangono anche 7 giorni. La cosa buffa è quando uno dei due dottori che si intromette nella conversazione perché ci tiene a illustrare il suo viaggio in Italia, viene fulminato dallo sguardo di Elena e delle altre ginecologhe che garbatamente, e senza proferire parola, fanno capire che il suo discorso è fuori luogo perché stiamo parlando di cose molto più importanti. Numeri, condizioni del parto, statistiche e dati demografici, e tante domande su come invece funziona in Italia, si alternano in un’amabile conversazione dove nessuno di noi deve dimostrare chi è all’altro, in quello che sembra un salottino di casa, con il divanetto e le poltroncine, e che invece è l’ufficio della primaria del reparto. Tè, caffè, frutta e cioccolatini, condiscono la conversazione priva di formalismi e di etichetta, dove a tenere banco sono le boss della maternità.

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Alle donne si chiedono passi indietro (2013)

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Azione 02/set/2013 –

Luisa Betti

Intervista Aysegul Yaraman, docente universitaria a Istanbul, parla della condizione femminile in Turchia e delle spinte imposte da Erdoğan che cancellano molte conquiste acquisite

Oggi a Istanbul della mobilitazione che nei mesi di giugno e luglio ha riversato migliaia di uomini e donne contro il governo di Erdoğan, sembra rimasto ben poco. In compenso piazza Taksim sembra una caserma a cielo aperto, con 4 enormi pullman pieni di poliziotti in divisa nera, parcheggiati fissi sul lato sinistro della piazza, e un continuo via vai di camionette che sfrecciano a sirene spiegate su İstiklal Caddesi. Sotto lo sguardo svogliato dei turisti, i turchi che si ritrovano nel piccolo parco di Gezi, si dividono tra poliziotti in divisa, quelli in borghese, e il resto. Mentre, quasi in sordina, sono anche ripresi i lavori davanti al parco, dopo che un mese fa un tribunale amministrativo di Istanbul ha rovesciato la prima sentenza che sospendeva l’abbattimento di Gezi Park per la costruzione del centro commerciale, sotto la pressione del Ministero della cultura e turismo, malgrado la promessa del premier a indire un referendum sulla questione. E c’è anche chi, come il sindaco Kadir Topbas, sta pensando di rimpiazzare Gezi con un Central Park da un milione di metri quadrati fuori le mura. A Gezi non c’è più traccia dei «forum aperti» dove i cittadini discutevano elaborando proposte politiche. Sgomberati da una polizia che controlla anche il battito delle ciglia dei passanti, la mobilitazione che era proseguita in molti quartieri di Istanbul, come in altre città della Turchia, sembra apparentemente sedata. Le poche manifestazioni che vengono organizzate per la richiesta di rilascio di chi si trova in prigione per essere stato in piazza, vengono prontamente spazzate via da idranti e retate. Soprattutto adesso che Erdoğan deve concentrare la sua attenzione sulla Siria, dopo aver mostrato al suo Paese che chi cospira contro può subire condanne esemplari: come le recenti sentenze del processo «Ergenekon». Ma la Turchia vuole davvero vivere così? Uno dei tanti passi indietro che Erdoğan chiede al suo Paese è rivolto alle donne che durante le proteste sono state protagoniste di un movimento che ha preso vita anche grazie alla loro resistenza pubblica. Dopo aver reintrodotto il velo nelle scuole e dopo aver tentato di limitare l’aborto, pochi giorni fa Erdoğan ha promesso piscine olimpioniche separate tra i due sessi e più scuole religiose, un proposito poco interessante per le ragazze che a Taksim vanno coi capelli al vento, senza preoccuparsi della lunghezza dei loro pantaloncini. «Il 49,8% della popolazione turca è donna, e il tasso di disoccupazione femminile è all’11%, mentre quella delle giovani arriva fino al 20%. Anche se le donne alfabetizzate sono il 92% contro il 98% degli uomini, e malgrado siamo alla pari nell’istruzione, le donne turche si trovano in prevalenza nelle professioni con ruoli tradizionali: il 98% dei segretari, il 97% degli infermieri, il 71% dei venditori, il 53% degli insegnanti, il 48% dei banchieri, e solo il 34% dei medici e degli avvocati». A parlare è Aysegul Yaraman, docente universitaria a Istanbul presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali alla Marmara University, che si lamenta perché «se è vero che il 48% dei professori universitari qui sono donne, è anche vero che ci sono solo sei donne rettori contro 101 uomini che ricoprono questo ruolo».

Signora Yaraman, com’è la situazione delle donne oggi in Turchia?

Ci sono molte incongruenze: da una parte siamo avanti ma c’è una spinta a tornare indietro. Per fare un esempio: se l’età del primo matrimonio qui è intorno ai 23 anni, c’è anche un 28% di ragazze che si sposa prima dei 18.

E in politica?

In politica la rappresentanza femminile è bassa: il 14% dei parlamentari è donna, e nel governo c’è solo una rappresentante del genere femminile che, guarda caso, è la responsabile delle politiche sociali e familiari. Per non parlare poi delle 26 sindache contro i 2924 sindaci del Paese.

Le donne qui hanno motivo di avere paura?

Solo nel mese di aprile di quest’anno, 17 donne sono state uccise all’interno della famiglia dopo aver subito violenza domestica e 13 ragazze sono state stuprate. E anche se la Turchia è stato il primo paese a ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa per la lotta contro la violenza sulle donne , la sensazione è che sia solo una manovra di facciata.

Erdogˇan ha dichiarato che le donne sono il pilastro della famiglia. Che ne pensa?

Erdoğan ha chiesto alle donne di fare almeno tre figli e di rimanere a casa, e ha dato un assegno alle famiglie numerose. Inoltre ha lanciato la legge che avrebbe dovuto limitare l’aborto. Passi che non hanno funzionato, anche se poi, oggi, nella realtà, l’aborto diventa sempre più difficile. Diciamo che c’è un’ipocrisia generale che parla di uguaglianza delle donne, ma insiste sui loro ruoli domestici.

Secondo lei qual è l’obiettivo di questa politica?

La disoccupazione è molto alta in Turchia e sotto la copertura dell’Islam si sta chiedendo alle donne di stare a casa. Un tentativo con cui si cerca di far pagare a noi la crisi economica del sistema globale, come abbiamo già visto fare in Germania con Hitler. Con questa propaganda si vorrebbe convincere le donne a non lavorare più, una cosa che ci porterebbe indietro.

Le immagini che abbiamo visto mesi fa, ci hanno mostrato il coraggio delle turche che si sono opposte alla violenza della polizia. Sono la vera forza del Paese?

Qui la vera forza del cambiamento sono i giovani e le donne. Sono loro la vera forza perché rischiano di più e la loro vita è più difficile.

Ci sono gruppi di femministe?

Le organizzazioni femministe sono state tutte coinvolte dalla protesta, è stato un raro esempio di reale parità con gli uomini.

Ovunque?

Certo. Le donne erano non solo a Istanbul ma anche in altre città. E alcune urlavano e sbattevano pentole in segno di protesta dalle loro finestre o dai balconi.

I media hanno parlato di violenza contro le donne in piazza.

Non son sicura che ci siano stati stupri da parte della polizia, ma posso dire che hanno insultato tutte le donne che sono in custodia, e senza eccezione.

Ci sono somiglianze con le donne della Primavera araba?

Le donne sono state attive durante le proteste, sia nei Paesi arabi che in Turchia. Ma il rapporto con la modernità, in particolare l’impatto del secolarismo e l’ empowerment delle donne in Turchia, è diverso rispetto alle donne arabe. Qui, la modernizzazione è un processo di forza e una via di trasformazione sociale. Questo processo non è iniziato con la proclamazione della Repubblica, perché nell’ultimo secolo dell’Impero Ottomano c’erano già stati diversi tentativi, e le riforme di Atatürk sono state una continuazione di quell’onda.

Un processo che è andato avanti rapidamente?

La struttura di base, l’industrializzazione, non esisteva, e la modernizzazione è lo stile di vita della società industriale che è stato preso dall’Ovest. Per quanto riguarda i diritti delle donne, dal 19.mo secolo ci fu la prima ondata del movimento femminista e un’emancipazione garantita dalle leggi della Repubblica. Più tardi, dopo il colpo di stato militare del 1980, mentre tutte le organizzazioni politiche e sociali sono state vietate, la seconda ondata del movimento delle donne è partita dall’opposizione democratica.

E ha continuato ad evolversi.

Sì, con anche l’apertura di organizzazioni nuove, come la Biblioteca delle Donne, le associazioni per le donne maltrattate, i gruppi nelle università e i corsi di studi sulle donne.

E il femminismo islamico?

Il movimento islamista dal 1980 è sempre più presente nel dibattito sociale, politico e intellettuale, e sostiene la regola del velo anche nei luoghi pubblici. Malgrado ci siano dei limiti, le donne velate diventano più visibili e alcune stanno cercando una modernità diversa da quella importata dall’Occidente.

Quali sono le prospettive?

Naturalmente ci sono i tentativi tradizionali e patriarcali contro i diritti delle donne. In altre parole, vi è una fortissima ipocrisia non solo da parte di uomini ma anche di donne. Dalla mia ricerca in diverse categorie, ho trovato che, nonostante le dichiarazioni egualitarie e non sessiste, alcuni atteggiamenti riportano a pratiche sessiste in tutte le classi sociali.

Quindi?

Quindi bisogna stare attente a non tornare indietro ma andare avanti.

Non regalate soltanto mimose (2013)

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Azione 04/mar/2013 –

Luisa Betti

Festa della donna A livello mondiale si stanno sviluppando movimenti nati per lottare contro il femminicidio-femmicidio: l’obiettivo è arrivare alla stesura di una convenzione internazionale nell’ambito dell’Onu

Su Wikipedia si legge che la festa della donna è nata «per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo». Ma l’8 marzo, che nel corso del tempo è diventata la giornata in cui si regalano mimose, quest’anno potrebbe riappropriarsi del suo significato originario grazie ai movimenti che si stanno sviluppando a livello planetario contro il femminicidio.

Il 14 febbraio è stata una tappa fondamentale in questo percorso perché milioni di donne e uomini nel mondo hanno danzato contro la violenza, rispondendo alla campagna «One Billion Rising» lanciata da Eve Ensler, autrice de I monologhi della vagina , che dal ’98 porta avanti il V-Day, ovvero il giorno della vagina. La scrittrice, che con questa iniziativa ha coinvolto 205 paesi, è arrivata a «One Billion Rising» dopo un lavoro di anni in cui è riuscita a pronunciare la parola «vagina» in 50 lingue e 140 Paesi diversi. In Bangladesh, dove tra il 2001 e il 2012 ci sono state 174’691 vittime di violenze (dote, attacchi con acidi, rapimenti, stupri, femmicidio e tratta), nel giorno di san Valentino 13’000 donne sono insorte in 64 distretti del Paese.

In India, dopo la morte della studentessa stuprata sul bus da 5 uomini mentre cercava di tornare a casa con il fidanzato, l’indignazione che si è riversata nelle piazze ha riportato l’attenzione del mondo su un fenomeno che in India ha contorni inquietanti e che solo grazie alle forti mobilitazioni è rimbalzata sui media internazionali. «In India – dice Eve Ensler – ho partecipato alle manifestazioni di indignazione seguite alla morte della ragazza di Delhi stuprata dal branco, e tante donne che marciavano mi hanno confessato commosse di sentirsi per la prima volta libere e unite». In questo Paese un mese fa una bimba di 6 mesi è stata ricoverata per le lesioni procurate da un tentativo di stupro, anche se la madre della piccola, che voleva denunciare il fatto, si è vista in un primo tempo rifiutare l’esposto perché la polizia sosteneva che le lesioni potevano essere state provocate dai morsi di un topo.

La cultura discriminatoria verso le donne, che porta alla mancanza di una vera prevenzione della violenza, è stata alla base della Commissione Varma riunita dal governo indiano dopo lo stupro del 6 dicembre: ma anche se la commissione ha messo in luce alcuni punti fondamentali come la violenza domestica (che è la forma di violenza più estesa anche in India), gli stupri delle forze militari nelle zone in conflitto, la complicità delle forze dell’ordine nelle violenze, il primo ministro Manmohan Singh, più che applicare norme specifiche di contrasto, ha preferito una legge che punisse fino all’ergastolo gli autori di femminicidio (in caso di morte o coma della vittima, e in presenza di una seconda condanna per stupro o violenza sessuale aggravata).

L’Europa nel 2011 a Istanbul ha prodotto la «Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica», in cui uno dei focus è appunto la violenza nei rapporti intimi che anche nei Paesi europei è la forma più estesa di violenza e che coinvolge migliaia di minori che vi assistono, o sono coinvolti, con conseguenze devastanti sul loro sviluppo. Il 70% dei femminicidi in Europa sono legati a violenze per mano di partner o ex già denunciati o segnalati ai servizi ma non adeguatamente allontanati, una sottovalutazione del rischio che produce morti che le istituzioni potrebbero evitare.

A Vienna il 26 novembre (Acuns – Academic Council on the United Nations System), si è svolto il «Simposio sul Femmicidio» in cui si è dichiarato che l’uccisione della donna «in quanto donna» è un crimine in cui sia dimostrabile la connessione con il genere della vittima. Durante questo incontro esperte e studiose si sono confrontate con tutte le forme di femmicidio-femminicidio, partendo anche dal rapporto tematico presentato a giugno alla 20.ma sessione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra e redatto dalla special rapporteur dell’Onu sulla violenza di genere, Rashida Manjoo. Tappe di preludio ai lavori della 57.ma sessione del Csw (Commission on the Status of Women) dell’Onu presieduta da Michelle Bachelet, che si svolge dal 4 al 15 marzo a New York e che quest’anno ha come tema «L’eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze», con focus specifici sul problema.

Secondo Bianca Pomeranzi, membro del Comitato per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne dell’ONU (Cedaw), la vera intenzione è portare le Nazioni Unite alla stesura di una convenzione internazionale contro la violenza sulle donne: «L’India e la parte asiatica insisteranno per avere questa convenzione anche se, a fronte di un grande interesse, il clima politico globale comprende la pressione di gruppi meno inclini alla laicità: Stati arabi, cattolici e protestanti, che introducono elementi di difficoltà nella discussione all’Onu». Per Pomeranzi alcuni Paesi con forte impronta religiosa tendono a mantenere un assetto patriarcale che è diventato un problema all’interno dell’ONU, considerato che non ha più la spinta dei movimenti delle donne come poteva accadere anni fa. «Discutere di femminicidio e discriminazioni fisiche delle donne – conclude – non sarà facile». Un ostacolo cui si opporranno però le donne che in tutto il mondo vogliono un’azione forte e decisa dell’ONU contro femminicidio e discriminazione.

A confronto con Luisa Betti: il mestiere della giornalista e la scelta di dire la propria (2013)

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 Articolo21 – 17 ottobre 2013

Informazione di Silvia Del Vecchio –

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di conoscere Luisa Betti (nella foto), giornalista, una donna preparata e simpatica. Ci siamo conosciute al Convegno “Convenzione di Istanbul e Media” a metà settembre al senato, e da lì è nata la volontà di fare una chiacchierata per una intervista informale sulla situazione delle donne in Italia. Un dialogo incentrato anche sul rapporto donne e comunicazione, dalla parte di chi ci lavora dentro. Luisa fa parte della Rete GIULIA, la rete di giornaliste italiane nata nel 2011 con l’obiettivo di proporre una modalità comunicativa più attenta alle donne sia nel linguaggio sia nei contenuti, e attiva nel proporre una visione dell’informazione globale e dinamica. Luisa si occupa di violenza sulle donne, ed è anche grazie a lei e al suo impegno costante, se oggi la questione del femminicidio ha una rilevanza pubblica nazionale. Concludo con un ringraziamento a Luisa per la sua disponibilità e le rivolgo un invito. La invito a continuare a fare la giornalista così bene come fatto sino ad oggi. Che continui a sollecitare me, se stessa e le altre, ad uscire di casa e a ricominciare dagli/le altri/e per fare la società dove viviamo, dove siamo anche noi gli/le artefici dei processi economici, sociali, politici, civili. Non ci sono altre strade da prendere, se non quella che porta a noi e alle nostre storie, perché la consapevolezza del mio corpo e di chi sono non può che iniziare dal mio sguardo attivo sulle cose che accadono e che si raccontano in giro nel mondo. Buon lavoro.

Ciao Luisa. Inizio chiedendoti di dirmi qualcosa di te e del tuo lavoro.
Sono una giornalista, mi occupo di diritti e discriminazioni su donne e minori in Italia e nel mondo. Tanti anni fa ho cominciato scrivendo per “Leggendaria”, l’inserto della rivista “Noi Donne”, poi sono diventata giornalista professionista, ho lavorato per la carta stampata, televisione, web, e oggi lavoro con testate italiane e straniere, e scrivo per il “Manifesto” ma soprattutto gestisco il blog “Antiviolenza” del giornale online che ha avuto molto successo da quando è nato. Oltre a scrivere, ho fatto anche una bella video inchiesta qualche anno fa sui bambini in carcere con le mamme che chiamava appunto “Il carcere sotto i tre anni di vita”, trasmesso da Rainews24 l’8 marzo del 2010, perché insieme alla scrittura un’altra forma di comunicazione importante, secondo me, è l’immagine che fa informazione, un’informazione a volte più diretta e immediata. In tutti questi passaggi tra un luogo e un altro di lavoro, ho imparato il mestiere della comunicazione e la sua capacità di influire sulla conoscenza e la cultura di un paese. Ma ho dovuto fare i conti con una serie di meccanismi di discriminazione di genere e di stereotipi radicati anche nel nostro ambiente. Potrei dirti che, benché siano stati numerosi i miei datori di lavoro, ho riscontrato molte similitudini nell’atteggiamento discriminatorio verso le donne.

In che senso?
Nel senso che quando sei una donna capace, autonoma e cosciente delle proprie scelte, non è semplice. Possono innescarsi dinamiche pericolose. Da una parte, la difficoltà di affermarsi all’interno di relazioni rigide e di equilibri preordinati. Dall’altra, l’accesso alla carriera seguendo la via usuale e stereotipata della donna carina e accondiscendente che sta lì in attesa dell’occasione della vita che, quasi sempre, è nelle mani dell’uomo di potere di turno. Avendo toccato con mano, mio malgrado, questa pressione del potere maschile anche dentro le redazioni, a un certo punto, oltre a dire no, ho deciso che avrei combattuto quella discriminazione anche con il mio lavoro, ed è per questo che a un certo punto ho cominciato ad approfondire, decidendo di farlo qui in Italia, non per masochismo o ingenuità ma, al contrario, perché voglio contribuire a cambiare il mio Paese. E anche il lavoro in associazioni come Articolo 21 e GIULIA, è legato questo percorso in condivisione con altre e altri che fanno questo mestiere.

E GIULIA cosa rappresenta per te? Quando e perché è nata?
GIULIA è una rete di giornaliste nata 2 anni fa sulla spinta di ciò che accadeva in Italia da 20 anni e con Berlusconi. Nasce come reazione al degrado del sistema dell’informazione, e soprattutto come presa di responsabilità delle giornaliste che si erano stufate sia di essere discriminate nelle redazioni, sia di dover assistere a una declinazione al femminile fin troppo stereotipata. Quando le giornaliste hanno cominciato a incontrarsi, i temi che premevano di più erano il lavoro, la precarietà, la rappresentanza, e c’era un entusiasmo collettivo e vivace. Lì ho proposto un tavolo sulla violenza contro le donne e ho pronunciato la parola femminicidio, un termine che pochissime conoscevano nella sua complessità. Dico questo perché anche adesso che è stato sdoganato, c’è tutt’ora una certa diffidenza nei riguardi della definizione che invece è un termine internazionale e che comprende tutte le violenze che una donna può subire nell’arco di una vita, e non solo l’uccisione di una donna in quanto tale, come ancora erroneamente fa molta parte dell’informazione e anche nelle istituzioni. Ho lavorato con costanza sul femminicidio, e in GIULIA ho cercato di coinvolgere le altre attraverso una condivisione della motivazione che è un elemento di forza nei progetti, politici o culturali, e in quanto rappresenta un punto d’avvio per il riconoscimento reciproco. La sfida è riuscita perché le giornaliste hanno continuato a spingere su questi punti sui luoghi di lavoro e nelle redazioni, cercando di ripensare il modello comunicativo predominante. Ed è per questo lavoro se oggi il termine femminicidio si usa ovunque, e soprattutto se si parla di violenza sulle donne in Italia.

Quindi GIULIA nasce con la volontà di irrompere dentro questo quadro stagnante, di rimuovere gli architravi delle disparità di genere, dei rapporti forza prima di tutto dove la notizia si fa?
Sì. Con GIULIA abbiamo voluto cominciare a prenderci lo spazio per dire e fare delle cose che non riguardassero soltanto la nostra attività giornalistica. Siamo coscienti che c’è bisogno di partecipazione e che le persone vogliono decidere, avere il potere di scegliere per sé. Io credo sia prioritario ricostruire un tessuto comune. Questa è la nostra sfida nel presente. Dagli anni ’70 in poi in Italia ci sono state molte esperienze di donne impegnate in diversi modi sul versante politico, sociale e culturale, proponendo anche elaborazioni di pensiero e di sapere alternativo. Poi però la realtà è anche tornata indietro con una pericolosa mistura tra diritti acquisiti e il rilancio di stereotipi femminili mai cancellati dalla cultura macista italiana. Modelli maschilisti che il berlusconismo ha saputo usare, producendo l’esasperazione degli aspetti più deleteri. Un dato pericoloso che ha inciso sulla vita delle donne tutte.

Cos’è il potere per te? Pensi che oggi le donne abbiano il coraggio di riprenderselo? Le donne che hai incontrato ti sembrano rispondere a questa domanda?
Per me la priorità è il bene comune, lo stare bene di tutti, una vita dignitosa e a proprio agio per uomini e donne: un obiettivo che bisognerebbe tenere sempre in mente quando si agisce, soprattutto quando si ricoprono ruoli decisionali. Un coraggio che può portare a toccare interessi e privilegi che per la maggior parte rimangono intoccabili anche in un momento di crisi come questo, e ciò fa ben capire quanto non sia sufficiente la buona volontà di alcuni o alcune, anche se ricoprono posti apicali. Certo le donne hanno un ruolo importante perché sono le prime a rimetterci in una crisi economica globale dove i primi diritti che vengono intaccati sono i nostri. Diritti che vengono negati e cancellati con la scusa “culturale” della donna “angelo del focolare”, che così viene ricacciata in casa senza alcuna voce e a svolgere un lavoro gratis per lo Stato, a non reclamare lavoro e quindi stipendi equiparati, a non pretendere di decidere sulla propria maternità e sessualità, a non insistere su una vera spartizione del potere, con un’accentuazione della discriminazione di genere in tutti gli ambiti che invece di essere combattuta, viene rilanciata e sostenuta. Ma c’è poi anche un altro grande problema da mettere sul piatto, e qui vengo alla domanda, e cioè che non sempre le donne sono al fianco delle altre donne, cioè non tutte le donne combattono o lavorano per attuare politiche a vantaggio delle donne stesse, e talvolta sono le prime ad opporsi, o a non capire, dimostrando un’omologazione al potere maschile. Un modo che dà a loro l’illusione di accedere al potere stesso, che rimane invece un potere patriarcale, al massimo paternalista, nei confronti delle donne. Dico senza peli sulla lingua che alcune donne sono più misogine degli uomini e anche nei casi in cui cercano di occuparsi del loro “genere”, queste donne mostrano che i loro interlocutori unici sono gli uomini, e che le altre donne, le loro simili, sono solo oggetti da difendere, tutelare, proteggere, o anche da giudicare con pregiudizio, come se loro non ne facessero parte. Questa, oltre a essere una grande illusione, è anche una grande rimozione, perché scaturisce da un complesso di genere per cui noi donne abbiamo sempre il bisogno di distinguerci, di sentirci apprezzate e riconosciute pubblicamente, di essere le prime della classe in qualunque ambito, ma soprattutto per dimostrare al potere maschile che siamo interlocutrici credibili. Un trabocchetto che porta molte donne a combattersi tra loro, fino all’ultimo sangue come se il nemico fosse lì, mentre nella realtà “lavora” altrove. Si parla molto, per esempio, di saper gestire il conflitto o di relazionarsi nelle differenze, quando invece spesso e in moltissimi ambiti, sembra di assistere a una lotta tutta femminile per la conquista della coroncina da miss con metodi che alle volte sembrano medioevali.

E lo scontro generazionale esiste?
In questa direzione si innesta anche lo scontro generazionale tra donne, e questo lo sto vedendo in molti ambiti, perché c’è una questione tuttora aperta che riguarda il rapporto tra le donne over 50 e le giovani, ma soprattutto le over 50 che detengono una certa egemonia e le donne che sono sulla quarantina e che hanno vissuto sulla loro pelle e per prime l’arretramento di un Paese in materia di diritti. Quelle che ancora oggi sono precarie, quelle che non hanno potuto fare una consapevole scelta di maternità, quelle tagliate fuori e che si sono dovute adattare “ai tempi”, ma che allo stesso tempo non mollano e non hanno nessuna intenzione di farsi da parte, e che quindi sono più vicine alle giovani per linguaggio e visione della realtà. Anche lì c’è una sclerotizzazione del potere, un potere femminile ristretto a quegli ambiti, che si manifesta in modi individualistici e personali, e che non solo non smuove in maniera determinante il contesto globale ma va nella direzione opposta. Detto ciò, sono convinta che solo unendoci su obiettivi chiari e collettivizzando i contenuti e le pratiche, e soprattutto senza gerarchie prese in prestito dai modelli maschili, noi possiamo vincere, perché quello che conta è cambiare le cose nella pratica, cambiare la condizione reale delle donne in questo Paese e nel mondo. Il potere però è anche affermare che si è femministe senza timori di ripercussioni, senza giudizio, e con una trasversalità totale, sia senza sentirsi dire tu non lo sei abbastanza o sei troppo giovane per dirlo, ma anche senza la solita tiritera per cui se sei femminista allora sei settoriale, passata. Lo scorso 8 marzo, sono stata invitata dal Comune di Parigi a un tavolo di discussione internazionale su Donne e potere. Bene, le francesi che ricoprivano ruoli istituzionali si definivano, nei loro interventi, femministe rivendicando il sapere e la pratica femminista come parte integrante della loro politica. Certo, parliamo di una città dove gli eventi dedicati all’8 marzo si sono dispiegati in un mese, e non come a Roma dove è stato acceso il Colosseo, insomma un’altra testa.

Quanto agisce sulla situazione delle donne la fase di crisi attuale?
Molto. Anche perché, come ho già detto, agisce in prima battuta sulle fasce più esposte, quindi donne e bambini/e. Guarda cosa accade in Grecia. In Grecia per partorire devi pagare una quota che si aggira intorno ai 1.000 euro, e se non puoi l’ospedale ti respinge anche se sei in fase di travaglio. Per questo molte donne si presentano al Pronto Soccorso con il “parto aperto”, ovvero in fase travaglio avanzata e con un’apertura di vari centimetri, così da poter comunque partorire lì e subito, per avere un minimo di assistenza. Non se ne parla ma l’Italia sta andando in quella direzione, e cioè verso la cancellazione dello stato di diritto, e le prime a essere toccate da questo azzeramento sono le donne e i giovani, per non parlare dei bambine e delle bambine. Oggi in Italia sembra diventato impossibile interrompere una gravidanza, quasi impensabile essere una madre single, sempre più improbabile accedere al lavoro senza subire in silenzio le avance del proprio datore maschio, e tutto questo con un bombardamento di stereotipi che ti dicono come dovresti essere e quanto sei sbagliata se non sei così. Ora in Italia, ma anche nel mondo, non è solo a rischio la libertà delle donne ma anche la sopravvivenza come soggetti pensanti e desideranti.

Rispetto alla difficoltà che registri, ti chiedo se così come è posta la battaglia contro la violenza, ti sembri efficace?
Assolutamente no, e anche sul decreto sul femminicidio appena approvato alle camere per la conversione in legge, sono molto critica. Sia perché è scandaloso introdurre le norme contro la violenza sulle donne in un pacchetto sicurezza in cui si è votato l’esercito in Val di Susa, la militarizzazione del territorio delle grandi opere, il commissariamento delle province, i furti di rame, sia perché questa è una violenza che non si contrasta con l’inasprimento sul piano giuridico – penale, soprattutto nella forma in cui è passata. Una forma che nella realtà restringe la prospettiva data con la ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, in molti punti. Faccio qualche esempio: descrivere la violenza domestica come “atti non episodici” quando Istanbul declina in maniera molto più ampia questa violenza; ridurre la libertà di revocare la denuncia da parte della donna senza mettere mano alle vere inefficienze dello Stato che spesso rivittimizza la donna, esponendola così a un traballante percorso giuridico da cui non si potrà sottrarre, se vuole; dichiarare che le donne sono “soggetti deboli da dover difendere da se stesse”, come detto dalla presidente della Commissione giustizia in aula, o che bisogna “mettere le donne in sicurezza”, come pronunciato da alcune parlamentari del PD appellandosi ai diritti umani, significa non solo ridurre a un’azione paternalistica che non serve alle donne, ma anche non aver capito in che direzione va la letteratura internazionale a proposito di diritti umani.

In che senso? Puoi spiegare meglio?
La Convenzione di Istanbul, ma anche le Raccomandazioni dell’Onu fatte e rivolte specificatamente all’Italia, sono state chiare nel dire che alla base della violenza contro le donne ci sta la discriminazione di genere in tutte le sue forme, e che per combattere questa violenza bisogna avere una uguaglianza de jure e de facto che qui non c’è. Come disse Violeta Neubauer, referente del comitato Cedaw dell’Onu che era qui due anni fa, “se non si combattono gli stereotipi in Italia, non si combatte neanche la violenza”. L’approccio a livello internazionale sul femminicidio, inteso come tutte le violenze che una donna può subire nell’arco di una vita e non solo la sua uccisione, è ampio e inverso da quello italiano, tuttora invece incentrato sulla vittimizzazione delle donne. All’Onu non si parla più di vittima, la donna che ha vissuto una situazione di violenza è una “sopravvissuta” perché rimane agente, è un soggetto e non un oggetto da mettere sotto una campana di vetro. In Italia c’è molta ignoranza su questi punti, o forse fa comodo non andargli a vedere perché scardinano quella che è l’istituzione chiave in questo Paese, e cioè la famiglia in cui il ruolo della donna è definito rigidamente al di là del colore politico. Per questo la forza delle donne consapevoli deve essere messa in campo tutta e in maniera determinata. Quest’anno la 57a CSW (Commission on the Status of Women – UN Women) ha siglato una carta storica contro la violenza su donne, ragazze e bambine, malgrado l’opposizione di alcuni paesi, come Egitto, Iran, Sudan, Arabia Saudita, Qatar, Honduras, su ciò che riguardava la violenza in famiglia, e la matrice culturale e religiosa di alcune violenze, e malgrado anche la contrarietà di Russia e del Vaticano sul diritto alla salute riproduttiva. Una vittoria portata a buon fine con 132 paesi firmatari, grazie alla forza e al coraggio di queste donne che hanno scelto di sostenere il progetto anche contro il parere del Paese rappresentato, come l’egiziana Mervat Tallawy, che ha replicato ai Fratelli Musulmani, firmando la carta e dichiarando che “La solidarietà internazionale è necessaria per dare i poteri alle donne e prevenire quest’aria di repressione”. Una cosa che mi piacerebbe vedere in Italia.

Quindi secondo te il decreto contro il femminicidio appena passato in Italia in che prospettiva si muove?
E’ da tempo che molte donne che lavorano sulla violenza ripetono che questa violenza è un problema strutturale e che, come tale, non va risolto con la scelta emergenziale come ha fatto questo decreto. E’ assolutamente prioritario invece investire in un’azione di prevenzione, e poi anche di tutela, ma attraverso una rete efficiente e preparata a tutti i livelli, e senza dimenticare mai che la donna non è vittima ma soggetto attivo, da quando racconta la sua storia a quando cerca di uscirne. In questo decreto manca la coerenza e l’efficacia operativa, soprattutto perché devia dalle raccomandazioni Onu, in modo particolare da quelle della special rapporteur Rashida Manjoo, che aveva prima di tutto chiesto una verifica sull’inefficienza dello stato italiano, da cui poi si sarebbe potuti partire per agire concretamente in quello che qui manca. In Italia invece, siccome non si vuole affrontare veramente la questione, si è proceduti dalla fine, al contrario. E addirittura si è preferito fare un decreto quando invece il parlamento stesso, anche sotto la forte spinta della società di quelle donne che stanno combattendo sul campo la violenza, aveva avviato un dialogo costruttivo a partire dalla Convenzione di Istanbul che, ripeto, è molto più avanti di quello che si sta facendo qui. Quel dialogo, quella riflessione, è stata spezzata da un’azione che ha riportato il Paese indietro. Se poi vogliamo dirla tutta, era quello che aveva iniziato a fare la ministra Idem che andava in quella giusta direzione, perché una ministra che sta sette ore ad ascoltare le associazioni prendendo appunti, in Italia non si era mai vista: malgrado l’ascolto delle Ong da parte delle istituzioni, è la prima cosa che si fa in tutti i paesi civili degni di questo nome. Eppure anche questo dialogo è stato interrotto, quindi la risposta è che manca una volontà seria, trasparente e sincera a risolvere veramente la violenza sulle donne, che qui in Italia è per l’80% violenza domestica e quindi fatta in relazioni intime. Un dato che chiarisce cosa bisogna andare a toccare per risolverla.

Le giovani generazioni, anzi le giovanissime, sono interessate secondo te al tema delle violenza?
Mi è capitato di andare nelle scuole per parlare di violenza sulle donne, e posso dirti dipende anche da come poni la questione. Gli stereotipi e la violenza in famiglia sono temi che toccano ragazzi e ragazze da vicino, dal fatto che non possono uscire la sera come i loro fratelli, al fatto che molti adolescenti subiscono e/o assistono a violenza in ambito familiare. Una violenza assistita, quella dei minori, che crea danni enormi e che non può essere considerata solo come un aggravante nei maltrattamenti, come dichiara questo decreto, ma che deve essere allargata a tutte le violenze in ambito relazionale e intimo, e che coinvolge il minore come persona lesa in maniera diretta, come descritto dalla Convenzione di Istanbul. Ecco, se cominci a parlare di quello che li riguarda direttamente, l’attenzione sale eccome, e soprattutto chiedono dove bisogna andare, perché i minorenni che subiscono violenza in famiglia sono davvero le persone più esposte a rivittimizzazione e tante volte sono usati anche come arma di ricatto da parte del genitore violento in fase di separazione. Questo gli adolescenti, figuriamoci i bambini e le bambine. Quello è proprio un tabù in Italia.

http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/2013/10/15/felici-incontri-tra-donne/

17 ottobre 2013