La guerra porta solo devastazione: la Siria che abbiamo dimenticato

Il racconto di un Paese in rapida trasformazione prima e dopo un conflitto che lo ha trasformato per sempre

Frances Pinnock
Frances Pinnock
Archeologa, già docente di Archeologia e Storia dell'arte del Vicino Oriente antico all’Università La Sapienza di Roma, è co-direttrice della Missione Archeologica Italiana a Ebla, in Siria. Si occupa di studi sulle donne nella Siria e nella Mesopotamia preclassiche. Ha pubblicato, tra gli altri, “Donne alla finestra. Un viaggio alla (ri)scoperta delle donne d'Oriente e delle donne in Oriente” (L’orto della cultura), “Egitto e vicino oriente antichi: tra passato e futuro” (Pisa University Press).



Ho lavorato in Siria per 40 anni, dal 1971 al 2011, come archeologa, nella Missione della Sapienza a Ebla, creata e diretta da Paolo Matthiae. In quei 40 anni ho visto il Paese crescere e svilupparsi, non solo nelle grandi città. La nostra missione viveva in un piccolo villaggio – Mardikh – a poca distanza dal sito archeologico, villaggio che nel 2010 era arrivato contare circa 15.000 abitanti.

Com’era la Siria 

A Mardikh nel 1971 cominciavano ad apparire, tra le caratteristiche case a cupola di mattoni di argilla cruda, le prime case in mattoni di cemento ma non c’era l’elettricità e l’acqua si prendeva da un pozzo. Nel 2011, sempre a Mardikh tutte le case erano ormai costruzioni relativamente moderne di cemento, con elettricità e acqua corrente e quasi tutti avevano l’immancabile televisore, spesso con parabola satellitare, lavatrice e altri elettrodomestici che molto facilitavano la faticosa vita delle donne, tutte casalinghe ma anche impegnate nei lavori agricoli quando era necessario. Cosa più importante: i bambini affetti da glaucoma perché giocavano per strada in condizioni igieniche precarie, che avevo visto nei primi anni, erano completamente spariti. Erano state costruite le scuole, per cui bambine e bambini potevano seguire tutto il ciclo fino ai 13 anni di età nel Paese e ci si era organizzati con un servizio di pullman per mandare anche le ragazze al liceo della città più vicina, a Saraqeb, dove era anche stato allestito un piccolo ma efficiente ospedale/pronto soccorso, del quale anche noi abbiamo usufruito nel caso di piccoli incidenti sul lavoro.

Gravi problemi certamente affliggevano la Siria nel suo complesso e noi tutti ne eravamo ben coscienti, anche se, nella piccola realtà agricola di Mardikh, apparivano più lontani, più sfumati

Qualcosa stava cambiando

Però negli ultimi anni qualcosa stava cambiando, anche nella nostra percezione di stranieri certamente privilegiati e che, soprattutto, vivevano quella realtà per pochi mesi all’anno, finalizzati al compimento del nostro lavoro archeologico. Da un lato, i giovani avevano un accesso relativamente facile alla scolarizzazione, fino agli studi universitari, grazie all’organizzazione del sistema scolastico siriano, e quasi tutti i ragazzi del villaggio (soprattutto maschi in questo caso) studiavano all’università di Aleppo. Dall’altro lato, però, diventava sempre più difficile accedere a posti di lavoro adeguati alla preparazione ricevuta. La Siria, che ambiva a diventare partner europeo, si apriva almeno ad alcune liberalizzazioni nel sistema produttivo, cercando di adeguare la sua economia agli standard richiesti dall’Europa.

E questo produceva sempre più forti diseguaglianze sociali, con un progressivo impoverimento delle classi rurali

Le città diventavano sempre più laiche, dall’altro le campagne si rifugiavano sempre di più in certe forme rigide di interpretazione della religione e questo soprattutto nella parte sunnita della popolazione e certamente con qualche “ispirazione” da parte turca e saudita. Nella nostra piccola realtà paesana, le donne, che tradizionalmente indossavano lunghi abiti colorati a fiori e un foulard colorato sul capo, ci sono apparse all’improvviso tutte coperte in lunghi soprabiti neri, velate di nero con gli occhi soltanto visibili, qualcuna addirittura con i guanti neri, mentre alla piccola moschea degli inizi del ‘900 si aggiungevano due moschee nuove, gestite da gruppi salafiti.

Cosa resta dopo 11 anni di guerra?

Cosa resta del mondo che io ho conosciuto, dopo 11 anni di guerra? Certamente macerie e sofferenza, ma anche barlumi di speranza. Il nostro gruppo di archeologi ha tenuto stretti contatti con i colleghi della Direzione Generale delle Antichità di Damasco durante tutto questo periodo: colleghi con i quali abbiamo collaborato proficuamente per decenni, tra i quali Khaled el-Asaad, trucidato a Palmira da ISIS/DAESH, ma anche altri che hanno dato la vita per proteggere il loro patrimonio culturale, loro e di tutti noi e in quella Direzione sunniti, sciiti, alawiti, cristiani e atei hanno lavorato e lavorano fianco a fianco, per pochissimi dollari al mese, sotto la guida, fino a pochi mesi fa, del meraviglioso professor Maamoun Abdulkerim, ora tornato a insegnare all’Università, per formare nuove leve di archeologi.

Nel 2016 sono tornata in Siria con un giovane collega della missione, Siamo stati insultati sulla stampa, definiti servi di Assad

Io non ho profili social, ma il mio collega sì e lì il figlio del nostro antico padrone di casa di Mardikh, adesso sfollato a nord di Aleppo, manda messaggi affettuosissimi, ringraziandoci perché torniamo a occuparci del loro paese. Eravamo a Damasco quando le bande di ISIS/DAESH hanno occupato Palmira per la seconda volta. Eravamo in un congresso con i colleghi siriani al Museo Nazionale. I colleghi sono scoppiati a piangere e abbracciandoci ci dicevano: “Grazie di essere qui. Ci date coraggio. Ci fate sentire meno soli”. Leyla, la curatrice delle antichità pre-classiche al Museo di Damasco: è una giovane donna mussulmana, che indossa lo hijab e sta finendo il dottorato di ricerca all’Università di Damasco.

Era poco più che adolescente 11 anni fa, ha quindi passato la sua prima giovinezza durante una guerra e non è mai uscita da Damasco. Col mio più giovane collega abbiamo recentemente curato un manuale sull’archeologia della Siria e abbiamo pensato di regalarle una copia del volume. In Italiano. Il giorno dopo, mentre eravamo in viaggio per Aleppo, ho ricevuto questo messaggio WhatsApp da Leyla: “Aspetterò con ansia il tuo ritorno”. Così. In Italiano. Io queste persone non le abbandonerò mai.

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