Perché nella conta dei femminicidi non ci sono le prostitute uccise?

Elena Serban Raluca è stata uccisa ad Aosta la scorsa settimana ed era una escort: il movente è sempre di genere ma di loro non si parla come delle altre e il fenomeno è nascosto. L'inchiesta sulle donne uccise nella prostituzione

Ilaria Baldini
Ilaria Baldini
Operatrice volontaria alla Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (Cadmi)



Una settimana fa una donna è stata uccisa ad Aosta: la gola tagliata con un coltello. I primi titoli accennavano al mondo della prostituzione, notizia poi confermata. Elena Serban Raluca, così si chiamava, è stata uccisa da un “cliente stupratore seriale”, Gabriel Falloni, un uomo con precedenti per tentato stupro, e per avere derubato e picchiato due prostitute dalle quali è era stato denunciato.

La storia di Elena

Elena Serban Raluca

Non è chiaro perché il Corriere, il giorno dell’arresto dell’uomo, decida di citare l’ipotesi degli inquirenti di una rapina finita male, anche perché nello stesso articolo leggiamo: “Nel 2014 Falloni era stato condannato dal Tribunale di Sassari a quattro anni di carcere per aver tentato di violentare una ragazza ventunenne e averla trattenuta con la forza in una casa dove l’aveva attirata con un’offerta di lavoro. Come riportano le cronache locali, era stato anche stato arrestato nel 2013 per aver tentato di violentare una donna sassarese mentre contrattava la locazione di un alloggio e nel 2012 era stato denunciato da due prostitute per essere state picchiate e derubate dopo un rapporto sessuale e anche in questo caso era stato condannato”. Il Messaggero riporta un’ipotesi diversa dato che non c’era alcun segno di effrazione sulla porta dell’alloggio per cui:

“la vittima ha aperto al suo carnefice che conosceva o con cui aveva un appuntamento. È stata aggredita alle spalle ed è morta per una profonda ferita alla gola: le modalità fanno pensare a un regolamento di conti piuttosto che a un omicidio d’impeto”

Le prostitute e il fattore di rischio 

Gabriel Falloni

Non si hanno molte notizie su come vivesse Elena: si sa che metteva annunci come escort. Una notizia di cronaca nera della quale probabilmente si parlerà sempre meno e delle ragioni per cui è stata uccisa importerà poco. E invece dovrebbe importare. Abituate a contare le donne che vengono uccise da compagni e mariti, ne conosciamo la media in Italia, in Europa, nel mondo. Ogni anno le ricordiamo, ci adoperiamo perché le radici della violenza domestica vengano esposte e strappate, perché ci siano vie di uscita vere e concrete.

le donne che vengono uccise nella prostituzione non sono una categoria sulla quale ci soffermiamo, loro appartengono alla cronaca nera, perché non c’è accordo sulla natura di violenza misogina della prostituzione

Forse perché c’è chi nel loro caso parla di “rischio occupazionale”, come si legge in diversi studi che hanno cercato di raccogliere dati sul numero di donne uccise nella prostituzione. Uno studio, “Prostitute homicides: a descriptive study (Gabrielle SalfatiAlison R JamesLynn Ferguson) del 2008 riporta la stima che le donne nella prostituzione corrano un rischio da 60 a 100 volte maggiore di essere uccise rispetto alle altre donne non coinvolte nella prostituzione. Gli omicidi nella prostituzione sono poi difficili da indagare e molti casi rimangono irrisolti. Nonostante il rischio così elevato, le ricerche su questo tipo di delitti sono poche, come le statistiche e le conoscenze.

Studi e ricerche

Teela Sanders

Un’altro studio del 2019, “Prostitute homicides: A 37-year exploratory study of the offender, victim, and offense characteristics” (Heng Choon Oliver ChanEric Beauregard) conferma la necessità (oltre alla difficoltà) di studiare a fondo l’argomento e offre un identikit dei perpetratori, basato sull’analisi di 244 vittime negli USA nell’arco di 37 anni (1976-2012): si tratta di maschi trentenni che uccidono donne mediamente della stessa età, usando armi da taglio o da fuoco, solitamente appartenenti agli assassini.

A parlare di “rischio occupazionale” è di solito chi si riferisce alla prostituzione come “sex work”, come Teela Sanders, autrice di molte ricerche e sostenitrice della necessità di regolamentare o decriminalizzare la prostituzione. In un articolo Sanders riferisce che, basandosi sui dati di una organizzazione pro sex-work, National Ugly Mugs, su 180 omicidi tra il 1990 e il 2016 nel regno Unito, 110 erano da riferire a morti “sul lavoro”. La maggioranza delle vittime erano donne (105), mentre due erano uomini e tre persone trans, una proporzione rimasta costante a fronte di un raddoppiamento delle morti nel decennio 2000-2009 rispetto a quello precedente. Di fronte a una apparente diminuzione del numero totale nel decennio in corso al momento dell’articolo (2010-2016), si notava un aumento in percentuale delle uccisioni avvenute al chiuso anziché sulla strada. Viene notato inoltre un aumento della percentuale di vittime immigrate, legato probabilmente a un aumento del numero di donne migranti coinvolte nella prostituzione.

Uno studio americano del 2003 conclude che nella maggior parte dei casi a uccidere le donne in prostituzione sono i clienti, come vengono chiamati gli uomini che pagano per l’accesso sessuale nella maggior parte dei casi a una donna

Il caso italiano

Nello stesso studio si ammette la difficoltà di individuare tutti i casi di omicidi nella prostituzione e si fa anche cenno al tasso di mortalità generale delle donne in prostituzione e alle altre cause di morte. I dati italiani non sono molto noti e diffusi, a dispetto dei numeri rilevati. In un articolo dell’AGI, “Cosa dicono i numeri sui femminicidi in Italia”, si legge: “Il quarto Rapporto Eures accende un cono di luce sui femminicidi con vittime prostitute (184 tra il 2000 e il 2016), ovvero su “quei femminicidi dimenticati che, nonostante l’efferatezza che spesso li caratterizza, raramente raccolgono, da parte delle Istituzioni, dell’opinione pubblica, della società civile e dei media la necessaria attenzione, risultando anche per questo uno dei segmenti del fenomeno con la più alta percentuale di casi irrisolti (il 44,6%, a fronte dell’11,4% dei femminicidi totali)”.

Il 51% delle prostitute uccise è censito ancora una volta nel Nord del Paese, seguito dal Sud (26,6%) e poi anche dal Centro (22,3%)

L’età media delle vittime risulta in questo caso pari a 30,5 anni (di 20 anni inferiore a quella censita per il totale dei femminicidi), con il 70,7% delle vittime 18-34enni. L’84,8% delle vittime è straniera: le 156 prostitute straniere uccise in Italia tra il 2000 e il 2016 rappresentano il 24% di tutte le vittime di omicidio straniere. Tra le nazionalità delle vittime (sempre tra il 2000 e il 2016) prevalgono le nigeriane (25,3%), seguite dalle romene (18%), dalle albanesi (11,3%), dalle moldave (6,7%) e dalle brasiliane (5,3%). Tutti gli autori noti di questi femminicidi risultano di sesso maschile, con una prevalenza di italiani (70,6% dei casi) rispetto al 29.4% di stranieri.

La violenza contro le donne è trasversale e gli uomini italiani hanno un triste primato per violenza contro le immigrate, anche considerando esclusivamente le uccisioni e lasciando fuori che chi paga una vittima di tratta commette sempre uno stupro, comunque la si pensi sulla prostituzione in generale

La lista degli ultimi anni

Altagracia Corcino Gil

Il rapporto AGI si ferma al 2016, ma basta una ricerca su Google per rendersi conto della situazione. Bastino citare qui alcuni casi. Ci sono Altagracia Corcino Gil, la prostituta dominicana legata e uccisa in casa a via Parma, ad Alessandria, uccisa da un uomo di 47 anni, Andrea Casarin, il cui caso è stato chiarito 14 anni dopo. Il caso di Mariana Szerkeres, 19 anni, romena, uccisa e abbandonata in un campo da Carmine Ferrante, 39 anni, di Vietri, che aveva ucciso un’altra donna, “Nikla” la bulgara, che si prostituiva a Pagani.

Andrea Casarin

C’è Arietta Mata, la prostituta uccisa e gettata sui binari da un uomo nel gennaio del 2018 nel Modenese, il cui corpo è rimasto per 18 mesi all’obitorio perché la famiglia, che vive in un piccolo villaggio in Ungheria, non aveva i mezzi economici per pagare il rimpatrio della salma. E poi Benedicta Daniel, nigeriana, uccisa a Modena dove il “movente” era “L’insoddisfazione dopo il sesso”.

Stefania Maria Rosa Dusi, uccisa nel 2020 a Milano con un movente è orribile: “la donna era diversa da come appariva dalle foto sui social. Un particolare che avrebbe portato l’uomo ad avere una forte lite con Stefania, culminata nello strangolamento. Un tragico appuntamento tra i due, peraltro anche in pieno lockdown”

Mariana Szerkeres

C’è poi una quarantenne slovacca uccisa dal compagno: “Di sicuro faceva la prostituta, ma non per scelta. Anche durante la pandemia. E di sicuro è morta sola, uccisa a botte, il 12 maggio, dopo un giorno di agonia. Ammazzata molto probabilmente dal compagno. Un fatto ignorato, rimasto invisibile per 25 giorni come la vita della donna, fino a oggi, quando i carabinieri hanno arrestato il compagno, 41 anni, rumeno ed è emerso che si chiamava davvero Maria. Sì, Maria Drabikova, 40 anni, slovacca”.

Carmine Ferrante

La lista è lunga. Si trovano donne straniere, donne italiane, donne giovani e meno giovani, donne trans. Probabilmente alcune non si troveranno, perché non saranno arrivate alla cronaca o forse non saranno nemmeno state trovate. Uccise dai clienti, dagli sfruttatori aguzzini, dai compagni: spesso anche sfruttatori e responsabili dell’induzione alla prostituzione, come avviene nel caso di tante donne romene, attirate dalle reti criminali con la tecnica del lover boy, cioè del finto fidanzato manipolatore.

Gli altri paesi

Benedicta Daniel

I dati e le notizie da altri paesi confermano la situazione. In Belgio, ad esempio, un articolo su plus.lesoir.be intitolato “La prostituzione uccide. È ora di capire perché” riporta due uccisioni avvenute a distanza di un mese l’una dall’altra a Bruxelles. In Spagna, El mundo riferisce di 31 donne che esercitavano la prostituzione uccise tra il 2010 e il 2015 da clienti, da altre donne, dalle mafie o per la loro condizione di donne transessuali. Sul sito feminicidio.net si trova un’analisi dei dati insieme ad alcune storie dettagliate raccolte dalla lettura degli articoli.

Donne uccise a coltellate, martellate, pugni nella testa, da clienti spesso utilizzatori abituali di droghe, con precedenti per crimini simili, con la motivazione di diverbi sul prezzo o sulla prestazione

Si parla di femminicidi di quattro tipologie: per prostituzione, per tratta, delitti legati alle relazioni intime e per transessualità, in tutti i casi caratterizzati da “grande furia”, con i corpi delle donne trattati come rifiuti umani. Femmincidi invisibili per i mezzi di comunicazione, per le istituzioni dello Stato, per la società. Si leggono notizie simili a quelle italiane: ad esempio la storia di una donna spagnola madre di cinque figli, uccisa con 91 coltellate. Il “movente”: un disaccordo sul compenso con un cliente abituale.

La Germania

Uno studio recentissimo, “Murders In the German Sex Trade: 1920 to 2017” (Manuela Schon, Anna Hoheide), si occupa della Germania, dove nel 2001 la prostituzione è stata regolamentata allo scopo di migliorare le condizioni delle persone coinvolte nel mercato del sesso, con una legge entrata in vigore l’anno successivo. Nel segnalare che mancano dati empirici, viene citato l’unico studio ufficiale, condotto nel 2004 dal Ministero federale per gli affari della famiglia, gli anziani, le donne e i giovani, dal quale emerge che

il 78% delle donne intervistate in germania ha dichiarato di avere paura dei compratori

Solo qualche dato: il 35% ha dichiarato di essere stata rinchiusa contro la propria volontà o limitata in altro modo nella propria libertà di movimento; il 19% di essere stata ferita gravemente (ossa rotte, strappi muscolari, bruciature, ferite al volto; il 41% ha riferito di violenze sessuali o fisiche). Viene citato uno studio del 2009 sui traumi cerebrali subiti da donne e donne trans, dal quale risulta che il 61% ha subito traumi alla testa. Lo scopo dello studio tedesco, che è indagare se davvero la legge ha avuto effetti positivi in termini di riduzione della violenza per le persone prostituite, non è reso semplice dalla mancanza di dati ufficiali su tutte le forme di abuso, violenza e coercizione.

“L’Ufficio federale per le indagini penali ha spiegato, in una email alle autrici, che i dati sugli omicidi non vengono più raccolti, nel tentativo di non contribuire alla stigmatizzazione di queste donne”

Svezia e Nuova Zelanda

I dati dello studio sono pertanto incompleti, ma comunque costituiscono un inizio. Dallo studio emerge che tra il 1990 e il 2017 il numero di omicidi e tentati omicidi è stato costante, e per quanto nell’ultimo decennio siano diminuiti gli omicidi, il totale insieme ai tentati omicidi resta costante: 65 tra il 1990 e il1999, 62 tra il 2000 e il 2009, 59 tra il 2010 e il 2017. Si legge in “Remembering the murdered women erased by the pro-sex work agenda” su Feminist Current che “in Nuova Zelanda, la cui popolazione è la metà di quella della Svezia, diverse donne prostituite sono state uccise in modo cruento da clienti in seguito alla decriminalizzazione totale della prostituzione nel 2002” (cioè anche dello sfruttamento), sollevando meno proteste e attenzioni di quelle ricevute dall’assassinio dell’unica donna svedese prostituita uccisa (non da un cliente, ma dall’ex compagno) in seguito all’applicazione della legge abolizionista che in Svezia non criminalizza le persone prostituite ma punisce i clienti. 

Nel post si trovano le loro storie, basti qui citare Ngatai Lynette Manning, 27 anni, accoltellata, strangolata, violentata e picchiata a morte con un palo di metallo nel 2008

Ngatai Lynette Manning

e Suzie Sutherland, strangolata e gettata nuda in un terreno abbandonato da un cliente. È ora di riconoscere che queste uccisioni sono femminicidi e non “rischi occupazionali”, cioè che alla loro base c’è l’odio verso le donne, la misoginia, e il movente è sempre di genere e la volontà di controllo su quel corpo, sulla sua proprietà. Non è lo stigma a ucciderle, ma sono uomini portatori di una mentalità e una cultura sulla quale è ora di volgere la nostra attenzione, se vogliamo smettere di contare donne morte, che siano mogli, fidanzate, prostitute o sconosciute.

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