Beatrice Bulgari, una donna al comando dell’arte visuale

In Between Art Film ha prodotto “Mascarilla 19” sulla violenza domestica commissionato a 8 artisti durante il Covid

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



È stato presentato al Maxxi di Roma e al Castello di Rivoli di Torino, e prossimamente sarà a Palazzo Grassi di Venezia. È “Mascarilla 19. Codes of Domestic Violence” ideato e prodotto da Beatrice Bulgari che ha voluto portare la violenza domestica nella video arte contemporanea con 8 punti di vista tra artisti e artiste internazionali.

Iván Argote – Espacios Seguros

Opera di Iván Argote (Colombia/Francia, «Espacios Seguros»), Silvia Giambrone (Italia/Inghilterra, «Domestication»), Eva Giolo (Belgio, «Flowers blooming in our throats»), Basir Mahmood (Pakistan/Paesi Bassi, «Sunsets, everyday»), MASBEDO (Italia, Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni, «Daily Routine»), Elena Mazzi (Italia, «Muse»), Adrian Paci (Albania/Italia, «Vedo rosso»), Janis Rafa (Grecia, «Lacerate»).

Una scommessa come tante altre per questa donna imprenditrice che è a capo di “In Between Art Film”, la fondazione che produce video arte: una forma artistica sicuramente di nicchia ma, come dice lei stessa, “in grandissima espansione”

Beatrice Bulgari

Beatrice Bulgari, come le è venuto in mente di fare una cosa del genere?

Io vengo da vent’anni di cinema dove ho lavorato come scenografa e costumista. E sono stata sempre una grande appassionata di arte contemporanea.

Basta essere delle appassionate?

In realtà collezionavo, e a un certo punto ho iniziato a seguire il mondo della video arte. Quindi alla fine è diventato il mio campo.

Perché video arte?

Perché c’è un legame a due mie passioni: il cinema e l’arte. L’immagine in movimento è in una fase importante dell’arte contemporanea, che ha una straordinaria contaminazione di linguaggi. Non è un dipinto, non è una fotografia, ha a che fare con la performance, con il teatro, il cinema, il balletto, ma ha anche il testo scritto.

Elena Mazzi – Muse

Quando è nato questo interesse?

La scintilla è nata quando avevo una piccola Onlus che si chiamava “Corto arte circuito”. Mi hanno chiesto di collaborare al Festival del Cinema asiatico e di creare qualcosa che avesse a che fare con l’arte contemporanea e il cinema. E ho deciso di coinvolgere gli artisti che erano stati invitati.

E cosa avete fatto?

Ho messo i registi di cinema a contatto con gli artisti di arte contemporanea e in 10 giorni quei due mondi si sono incontrati in maniera creativa. Un incontro folle, surreale, da cui sono venute fuori opere che, girate nei giorni del Festival, alla fine sono state presentate al Festival con i corti girati in questo work in progress.

Da qui è iniziato tutto?

Da qui ho iniziato a seguire gli artisti che facevano video arte, e con alcuni è nato un rapporto di amicizia, come con il duo dei Masbedo. Abbiamo cominciato a frequentarci, e io ho pensato: Voi dovreste fare un film senza però fare i registi ma continuando a fare quello che fate.

Basir Mahmood – Sunsets, everyday

Cosa ne è uscito?

Abbiamo scritto i quattro episodi di “The Lack” a otto mani, perché c’era anche un’altra artista, Mitra Dishali. E da qui è nata l’esigenza di organizzare una società che non fosse più una Onlus, ma fosse una vera società di produzione. Ci siamo messi lì a pensare: Come la chiamiamo? E alla fine è nata “In Between Art Film” che adesso è una Fondazione.

Lei lavora tra New York e Roma: due panorami completamente diversi per l’arte contemporanea.

Sicuramente. Devo anche dire che a New York ci vivo, almeno ci vivevo prima del Covid, e lì ho un grande contatto con gli artisti, vedo molti studi. Adesso però la mia sede è Roma dove abbiamo la Fondazione. L’arte è comunque un fenomeno internazionale, va visto nel suo insieme.

Come si valuta un’opera visuale?

Il punto è che quando fai un video arte è un’opera a tutti gli effetti: come un quadro. Solo che lo fai in sei edizioni. e Come succedeva con la fotografia, in genere sono sei, otto, massimo dieci edizioni, più la prova d’artista che viene venduta. E per venderle ci sono mostre, festival

Qual è la fruizione?

Il collezionista che acquista deve avere uno schermo, un plasma, dove poterlo vedere. Ma in verità c’è tutto un dibattito sulla fruibilità del video. Per esempio c’è una collezionista molto importante, Julia Stoschek Collection, che ha una meravigliosa sede in Germania e che durante il Covid ha dichiarato che per lei è giusto mandare tutto quello che ha online, facendo naturalmente un accordo con gli artisti e con le gallerie.

Masbedo – Daily Routine

Ma allora vale la pena spendere tutti quei soldi per comprarne una?

Il dibattito è aperto perché ci si chiede: Se mettiamo tutto il materiale online, quali saranno le conseguenze? Per esempio, io ho un archivio, non come lei che ha migliaia di meravigliosi video anche degli anni ’60, ’70 e ’80. Però se tu garantisci che quelle edizioni le puoi vedere online senza scaricarle, allora lo puoi anche fare. Ma devono essere protette, altrimenti non è più un’opera d’arte perché solo il proprietario deve avere quella autentica.

Però è anche vero il contrario.

Certo, se ho comprato un’opera e me la metto nel mio salotto come un quadro, se so che c’è online, ne comprerò poi un’altra? Non abbiamo una linea unica su questo. Il fatto è che un video d’arte lo vedi di più se viene messo in un circuito online.

E le donne? Come si inseriscono?

Le artiste ormai sono tante anche nella video arte. Io per esempio ho conosciuto artiste come Cristina Lucas che ha fatto un meraviglioso video presentato al Manifesto di Palermo. Dal MiArt, alle fiere in Messico, a quelle di New York, Basilea, Venezia: esiste un mondo di artiste

Silvia Giambrone – Domestication

Nella produzione in quante siete?

Qui è molto difficile fare una valutazione su quante produttrici ci siano nel mondo dell’arte contemporanea. Ci sono sicuramente molte fondazioni, anche musei, gallerie che promuovono video arte e con molte donne che ci lavorano.

Avete un peso, un potere? Vi siete affermate?

Succede quello che accade in tutti i campi. A livello globale sappiamo che le donne sono meno pagate, hanno dei ruoli più difficili. Sappiamo a cosa possono andare incontro in un colloquio di lavoro. Questo secondo me è in tutto il mondo del lavoro, non ci sono molte differenze.

La difficoltà quindi è trasversale?

Sì, non credo ci sia molta differenza per le donne artiste. Però credo che nel mondo dell’arte le donne possano aspirare a essere libere di avere lo stesso peso degli uomini. Certo, come sempre le donne hanno più difficoltà ad affermarsi, a trovare una galleria che le sostenga, a trovare musei che le espongano. Però non c’è una discriminazione così forte come in altri campi. In questo c’è un po’ più di equilibrio.

Janis Rafa – Lacerate

In Italia abbiamo un problema con gli artisti che hanno poco sostegno, quasi annullato con il Covid. Lei che ne pensa?

Questo è un aspetto drammatico. Ho visto i miei amici artisti bloccati, con tutte le produzioni ferme. Ed è pensando a questo che è nata l’idea di “Mascarilla 19”. Mi sono detta: Io che lavoro in questo mondo, che posso fare in questo momento sia per le donne vittime di violenza, sia per gli artisti che sono fermi?

Che cos’è Mascarilla 19?

Un giorno ho letto su un giornale di questo codice adottato in Spagna per le donne vittime di violenza che non potevano scappare con il lockdown e che, pronunciando questa parola in farmacia, avrebbero potuto avere aiuto. Così ho pensato: Come è possibile che s’inventi un codice per aiutare le donne a trovare uno stratagemma per chiede aiuto? E mi sono resa conto che la pandemia ha creato una doppia violenza, una trappola mortale.

cos’è la violenza sulle donne?

Io credo che il problema non sia soltanto l’uomo che strangola, soffoca, uccide la partner. Ma che ci sia un problema profondo di cultura. Per cui serve un lavoro profondo di educazione, perché la pena, secondo me, non è un deterrente sufficiente

Paola Ugolini

Beatrice Bulgari, cosa bisogna fare di preciso?

Sradicare i concetti patriarcali, educare attraverso le scuole e i libri. Ma anche attraverso un film, un’opera d’arte come quelle che abbiamo fatto noi, aprendo lo sguardo non solo sulla cronaca ma a livello più profondo, intimo, qualcosa che ti suggerisce anche se non ti fa vedere in maniera immediata.

Stimolando immagini inconsce?

Sì, perché penso che l’arte abbia questo compito. Si può fare una denuncia anche con un meraviglioso film di dieci minuti, poetico, che ha la capacità di entrare dentro.

Come si presenta Mascarilla 19?

Sono 8 film creati sia da uomini che da donne dove ognuno ha espresso il suo punto di vista. E sono artisti e artiste provenienti da tutto il mondo

Aver coinvolto uomini e donne ha creato squilibri?

In che senso?

Voglio dire: gli artisti uomini hanno cercato di rendere il punto di vista della sopravvissuta e mai il punto di vista dell’offender, mentre nessuna artista ha lavorato sul punto di vista dell’offender maschile. Ve lo siete posti come problema?

È una domanda interessante, perché quando abbiamo pensato di chiedere a otto artisti, non abbiamo pensato solo alle artiste, non ci siamo detti: Chiamiamo le donne o gli uomini? L’idea è stata creata insieme ai curatori, che sono Leonardo Bigazzi, il direttore artistico, con Alessandro Rabottini e soprattutto Paola Ugolini che ci ha molto guidati in questa avventura in quanto esperta di genere nell’arte.

Adrian Paci – Vedo rosso

Qual è stato il criterio di scelta?

Ci siamo chiesti: Chi potrebbe essere un artista che ha quello sguardo, quella la sensibilità per poter interagire con questo problema? Abbiamo fatto una selezione di quelli che secondo noi potevano essere più affini come linguaggio, e li abbiamo chiamati.

Eva Giolo – Flowers bollming in our throats

E il risultato?

C’è stato uno sguardo, anzi otto sguardi totalmente diversi, in un approccio anche d’indagine. E il messaggio, anche se subliminale, arriva attraverso altri modi. A noi non interessava registrare fatti di cronaca, ma cosa si muove sotto quei fatti. Cosa evoca.

Gli artisti cosa dicono?

Tutti hanno detto che un tema così specifico, su commissione, non lo avevano mai avuto in tutta la loro carriera di artista.

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