Femminicidio di Sara Parisi, parla la figlia che risponde a Repubblica: “Oggi mi sento violata due volte”

Intervista a Loredana D'Agostino sull'articolo di Romagnoli: "Mia madre non era una ragazzina ma una donna forte"

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



“Mi sono sentita violata, di nuovo, e sono anche incinta di 6 mesi”. Sono queste le parole con cui mi risponde da Londra Loredana D’Agostino, figlia di Sara Parisi uccisa dall’ex marito Francesco Privitera, il 28 dicembre 2018 ad Altarello, frazione di Giarre, minuscolo paesino in provincia di Catania.

“Io non permetto a nessuno di violare la sua memoria, perché mia madre non è come l’hanno descritta nei giorni scorsi su Repubblica. Lei era una donna forte, solare, che si dedicava agli altri e di certo non la ragazzina descritta nell’articolo”

Il casus belli è un pezzo intitolato “Otto marzo, Sara, che voleva essere libera” uscito sul quotidiano La Repubblica il 7 marzo, dove Gabriele Romagnoli ripercorre la vita di Sara Parisi, vittima di femminicidio, partendo dal suo profilo Facebook e romanzandoci sopra. E lo fa per l’8 marzo, pensando di fare una cosa azzeccata. “Quando ho letto l’articolo – continua Loredana – ho contattato il giornalista chiedendo perché non mi aveva chiamata prima di scrivere, e lui mi risposto che aveva contattato il legale quando invece non era vero”.

Sara Parisi con la figlia Loredana D’Agostino (per sua gentile concessione)

Perché è un articolo rivittimizzante

Il pezzo descrive una vita che non c’è stata e lo fa come se ad agire non fosse una donna di 58 anni, ma un’ingenua ragazzetta alle prese coi social e con una vita sentimentale burrascosa fatta di ripicche, gelosie, e voglia di fare qualcosa di diverso e che poi però finisce male. L’esordio non lascia dubbi: “Esita prima di cliccare. (…) Ha fatto scendere il cursore fino alla nuova possibilità: in una relazione. (…) Che sia davvero il caso di annunciarlo? Ha 58 anni, 2 precedenti matrimoni, una figlia dal primo e 2 figli dal secondo, può davvero lasciarsi trasportare così? Farlo sapere tramite Facebook, come una ragazzina?”

Un tono che continua così fino in fondo, facendo entrare chi legge in un filmetto che il giornalista ha girato solo nella sua testa, e in cui non si raccontano fatti, ma solo l’inesistente vita di una donna reale calata in un racconto stracolmo di stereotipi. Una narrazione distorta in cui si inventa la storia della signora che non vuole invecchiare ma desidera una nuova vita e per questo si ritrova l’ex che, geloso, l’ammazza. Non fa una piega.

Romagnoli però ha fatto male i suoi conti perché creare una nuova sofferenza a chi quei fatti li ha vissuti sulla propria pelle, ha un nome preciso e si chiama vittimizzazione secondaria e che si faccia in un aula di tribunale o su un giornale, la sostanza non cambia

Perché procurare un nuovo dolore a chi è sopravvissuta alla violenza o ai familiari delle vittime di femminicidio, è vietato dalla Convenzione di Istanbul, ma anche regolamentata dal nuovo articolo 5 bis del nostro Codice deontologico sul “Rispetto delle differenze di genere”, che recita: “Nei casi di femminicidio, violenza, molestie, discriminazioni e fatti di cronaca, che coinvolgono aspetti legati all’orientamento e all’identità sessuale, il giornalista: a) presta attenzione a evitare stereotipi di genere, espressioni e immagini lesive della dignità della persona; b) si attiene a un linguaggio rispettoso, corretto e consapevole. Si attiene all’essenzialità della notizia e alla continenza. Presta attenzione a non alimentare la spettacolarizzazione della violenza. Non usa espressioni, termini e immagini che sminuiscano la gravità del fatto commesso; c) assicura, valutato l’interesse pubblico alla notizia, una narrazione rispettosa anche dei familiari delle persone coinvolte”. Una tegolata in testa in piena regola per cui si è mossa anche la Rete nazionale dei centri antiviolenza DiRe che ha espresso la sua solidarietà a Loredana D’Agostino.

“Mia madre non era una ragazzina frivola, ingenua ed egoista come viene descritta su quel giornale, ma una donna forte, altruista indipendente, che non si fermava mai”

dice Loredana al telefono con la voce di chi sta trattenendo le lacrime. “Lei ha avuto il coraggio di separarsi due volte, nonostante la sua fosse una famiglia tradizionalista e non si è mai piegata a quello che dicevano gli altri. Era una donna positiva, ottimista, solare. Non una ragazzina incerta”.

I fatti raccontati dalla figlia Loredana

Cercando di capire la sua sofferenza per quelle parole, chiedo a Loredana di raccontare lei, che ha vissuto il femminicidio di sua madre in prima persona, come è andata veramente.

“Io mi ricordo che ero a casa ma dovevo ripartire per lavoro e mia madre mi accompagnò all’aeroporto con un’altra macchina perché il 25 sera le ruote della sua erano state tagliate. Non era la prima volta, e mi ricordo che lei disse che forse non dovevo andare via. Poi il 28 mattina mi sono svegliata in preda al panico, non so perché ma ho preso il telefono in mano e c’erano decine di chiamate dei miei fratelli. Ho richiamato per ore ma nessuno mi rispondeva e ho iniziato a piangere perché sentivo che era successo qualcosa. A un certo punto mio fratello mi ha chiamato dicendo che dovevo prendere un aereo subito ma lui non riusciva a parlare, si passavano il telefono, c’era trambusto e poi qualcuno me l’ha detto: hanno sparato a tua madre. Da quel momento sono andata in trance, il mio compagno ha prenotato l’aereo e siamo partiti, mentre i miei amici hanno iniziato a chiamarmi perché avevano visto la notizia sui giornali.

Io in quel momento sapevo solo che avevano sparato a mia madre ma non che fosse morta, così ho googolato il nome di Sara Parisi e ho scoperto il filmato con il corpo morto di mia madre uccisa sotto casa nostra

E per me è stato atroce, quasi surreale, finché il primo gennaio mi sono decisa di andare a vedere il corpo. Mi sentivo scissa, come se quelle cose stessero succedendo a qualcun altro”. A un certo punto Loredana si interrompe, ma poi continua.

“Io sono in attesa di una bambina che si chiamerà come ma mia madre, perché lei era la mia anima gemella e giuro che se fossi stata lì non so come sarebbe andata, io non mi sarei fermata, l’avrei difesa a costo di morire con lei. Mi ricordo bene come lui la minacciava. Non so quante volte le ho detto di andare dai carabinieri, ma lei diceva che era inutile, che c’era già stata e che loro le dicevano di stare tranquilla perché can che abbaia non morde, che erano liti normali. Io avevo capito il rischio ma nessuno mi ha ascoltato. Lui diceva che si sarebbe suicidato e che Sara se la sarebbe portata via. Le mandava messaggi chiari: garofani e croci sulla macchina, graffi continui sulla carrozzeria”.

“Quel giorno io non c’ero ma ho visto e rivisto centinaia di volte il video degli ultimi istanti di vita di mia madre nelle immagini delle telecamere dell’assicurazione che stava sulla strada. E quando ho letto su Repubblica le allusioni sul suicidio di Franco, mi si sono girate le budella”

“Quella parte è stata archiviata come suicidio ma chi ha visto il video sa bene che non ci sono dubbi e speculare sui colpi partiti durante la colluttazione non lo trovo corretto. Le telecamere hanno ripreso tutto”.

Il femminicidio e il suicidio

Chiedo allora di raccontarmi la dinamica, e Loredana continua nel suo racconto. “Mia madre esce in strada, lui la aspetta sotto casa, le si para davanti e gli scarica 6 colpi di cui 2 quando era già a terra. Poi rivolge la pistola contro di sé, spara due colpi e cade a terra. In quel momento esce dal portone mio zio, e lui si rialza minacciandolo con la pistola. Gli spara ma la pistole si è inceppata. In quel momento arriva mio cugino che lo sbatte al muro e lo disarma, la pistola cade a terra. Solo quando arriva l’autoambulanza si accorgono che è gravemente ferito. E quando arriverà in ospedale, a Catania, vedranno che uno dei proiettili si è conficcato nella colonna, l’altro ha colpito l’intestino, creando un’emorragia interna che lo porterà alla morte”.

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