Le lingue non sono tutte uguali: come includere le differenze

Come usare un linguaggio inclusivo nel rispetto dei generi: l'esempio della guida del Parlamento europeo

Alessandra Praudi
Alessandra Praudi
Communication Consultant, Digital Media Strategist, Public relation e Media planning



Non un semplice dibattito linguistico per chi comunica o traduce da un’altra lingua. Lentamente per esempio in italiano, l’uso del maschile fatto passare per neutro per indicare la totalità, senza specificità di genere, sta subendo una evoluzione per un rispetto invece dei generi nel linguaggio anche grazie ai numerosi interventi della Crusca e degli autorevoli studi di Cecilia Robustelli, linguista e accademica. Molti brand stanno cambiando la propria immagine e i prodotti per essere più inclusivi verso un pubblico vario e multiculturale, ma il divario si amplia quando si tratta di tematiche legate al genere.

La lingua italiana è gendered, e cioè ha il genere grammaticale, mentre l’inglese non lo è: esiste un neutro, neutral gender, dove i pronomi sono genderizzati e i sostantivi non ce l’hanno e quindi ne sono privi

La lingua italiana

Cecilia Robustelli

L’italiano si imbatte in più trabocchetti tra scelte sessiste o meno inclusive ma anche l’inglese, con il suo “they” nella forma singolare, esprime la non specificità del genere e per questo ricorre a semplificazioni per riferirsi a persona di genere distinto, come dimostrano gli studi di Vera Gheno, sociolinguista specializzata in comunicazione digitale e traduttrice dall’ungherese. Ma la questione del genere è discussa da tutti i paesi e per tutte le lingue in Europa, e questo ha dato origine a un documento del Parlamento Europeo dove nel primo paragrafo è sintetizzato il tenore del protocollo: un linguaggio che non discrimini e rispettoso del genere che assicuri la parità. Al Parlamento Europeo la forma generica maschile non è più la prassi prevalente, con grande attenzione alla scelta di parole non lesive. Parlare ma soprattutto scrivere facendo attenzione alle scelte, potrà influire nel cambiamento del modo di pensare e di rivolgersi alle persone.

Le parole possono essere armi per infliggere e aumentare il divario oppure, al contrario possono essere l’espressione di  considerazione

Scrivere includendo

Vera Gheno

La scrittura inclusiva è pratica e tanti sono gli esempi nell’applicazione dell’intelligenza artificiale. Le parole possono avere effetti discriminatori concreti come faceva rilevare una traduttrice francese che segnalò su Twitter che usare traducteur come parola chiave su Linkedin escludeva dai risultati i profili professionali in cui compare traductrice, e si chiedeva infatti quante donne avessero perso un’opportunità di lavoro nel frattempo? Il dibattito si accentua quando si prendono in considerazione i linguaggi di chatbot,  di assistenti personali come Siri o Alexa, i sottotitoli di serie televisive, i portali di assistenza cliente e tanto altro. Sono esempi o applicazioni di intelligenza artificiale che non compensano mai abbastanza il Gender bias ovvero i pregiudizi legati alla mancata parità.

Soluzioni

Luisa Carrada

Scappatoie come l’asterisco (tutt*), la chiocciola (interessat@) o la x (carx) risolvono in parte il problema ma sono anche una forzatura. Oggi è in uso lo schwa /ə/ per compensare la scelta, oppure la ricerca di perifrasi che evitino l’utilizzo maschile sovra esteso. Quante volte, a seguito di un’iscrizione a una nesletter, o a seguito di un nostro acquisto online ci siamo viste recapitare la seguente frase: “Se non sei sicuro inviaci un’email”, invece di:  “Se hai dubbi, inviaci un’email”. Sono studi e accorgimenti, per chi scrive per il web, sui social, newsletter  che Luisa Carrada, editor e business writer, ha sintetizzato con parole semplici: “È tutta questione di atteggiamento e di allenamento, e una volta che si comincia, il maschile non si sopporta più e si trova sempre una soluzione”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

News

On screen