Giornata internazionale delle donne: uno spettro si aggira per l’Europa e viene da destra

I femminicidi aumentano, l'occupazione scende, l'aborto è messo in discussione: chi si riorganizza contro i diritti?

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



Non siamo ancora uscite dalla polemica di Sanremo sul “direttore d’orchestra” Beatrice Venezi, che nella Giornata internazionale delle donne ad arrivarci in faccia sono i dati del Viminale sulla violenza basata sul genere. La mimosa per l’8 marzo quest’anno va ai femminicidi che aumentano del 5% a fronte di una diminuzione del 6% degli omicidi, e con quasi 1.000 donne uccise per motivi di genere in 10 anni. Una strage se si pensa che il movente è prettamente culturale.

Cosa fa il governo?

Numeri di fronte ai quali la neo ministra della Giustizia, Marta Catarbia, ha tuonato, dicendo che questa violenza deve essere non solo contrastata ma addirittura prevenuta. Un live motive che i governi ripetono da anni senza evidente successo. “La violenza contro le donne è espressione di una cultura di potere e di subordinazione che deve essere estirpata dalle radici”, ha detto Catarbia:

un grande lavoro che ha bisogno di grandi risorse, se si pensa che le donne spesso non vengono protette proprio a causa di una mentalità che dentro le istituzioni sottovaluta continuamente la violenza

Marta Catarbia

a causa della scarsa preparazione di chi invece dovrebbe intervenire. Di sicuro, come scrive oggi su DonnexDiritti Network Antonella Veltri, Presidente DiRe (Rete nazionale dei centri antiviolenza), la prima cosa da fare è un nuovo Piano antiviolenza nazionale (che tra l’altro è scaduto nel 2020). ma che sia diverso però dagli anni passati e che abbia tra le priorità, non solo più risorse ma uno stanziamento non annuale e più duraturo. Un piano in cui siano garantiti fondi sicuri e continuativi ai centri antiviolenza che sono gli unici, veri, reali baluardi alla violenza.

Luciana Lamorgese

Perché non basta denunciare

Essì, perché non basta andare a denunciare al primo schiaffo, come si dice in maniera superficiale dato che è il momento in cui il rischio è più grosso. Per uscire dalla violenza c’è bisogno di un percorso lungo e tortuoso dove solo chi è professionalmente preparato può accompagnare la sopravvissuta. Dal primo colloquio con l’operatrice, alla presa in carico di psicologhe e avvocate in un iter delicatissimo, troppe volte intralciato proprio da quelle istituzioni che dovrebbero proteggere la donna – come spiega molto bene sempre oggi su DonnexDiritti Teresa Manente, avvocata a capo dell’ufficio legale di Differenza Donna. Centri antiviolenza che sono vitali ma senza soldi, malgrado gli stanziamenti che però non arrivano mai.

Come nel 2018 in cui dei 19,6 milioni di euro stanziati, sono arrivati solo il 39%, mentre dei 29,4 del 2020, si sono visti 3 milioni e solo in alcune regioni

“Verso una strategia nazionale sulla parità di genere”

Elena Bonetti

Difficoltà oggettive che aspettano risposte non solo dalla ministra della Giustizia Catarbia, ma anche da quella degli interni, Luciana Lamorgese. Ma soprattutto dalla ministra delle Pari opportunità, Elena Bonetti, che è il collante di queste azioni politiche. Tre donne su un argomento che le riguarda in prima persona, diciamo anche solo per empatia con le sopravvissute. La Ministra Bonetti però non è stata con le mani e oltre a firmare il finanziamento del 2 aprile scorso, ha messo su una task force che ha elaborato un documento (“Donne per un nuovo Rinascimento”), che oggi si aprirà al mondo con una web conference dal titolo “Verso una strategia nazionale sulla parità di genere” dove troveremo un messaggio del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ma anche interventi di Emma Marcegaglia, Lella Golfo e Linda Laura Sabbadini. Un compito difficile se pensiamo che solo quest’anno sono andati in fumo 444 mila posti di lavoro, di cui 312 mila occupati dalle donne.

Ma la prevenzione alla violenza di genere è prima di tutto il cambiamento di una cultura legata a un reale e strutturale squilibrio di forza tra i sessi, e in Italia la battaglia è ardua e durissima

Cosa succede in Europa

Ursula von der Leyen

Perché se da una parte la presidente della Commissione europea, grida alle ragazze di occupare posizioni di leadership, è indubbio che la promessa del nuovo governo Draghi, con 8 ministre donne su 23 dicasteri, non è molto credibile. Ma non è finita perché in questo 8 marzo 2021, oltre al Covid, c’è un altro spettro che si aggira per l’Europa e che torna a farsi sentire anche in Italia. Quello che pensavamo di esserci lasciate alle spalle, agli sproloqui sulla famiglia naturale e sul diritto alla vita di Pillon e Salvini, e che invece sono pronti a tornare e che stanno già riaffilando i denti con il riaffacciarsi della destra al governo. Sono gli amici del presidente Orban che in Ungheria ha respinto la ratifica della Convenzione di Istanbul, e della Polonia dove sono riusciti a togliere l’aborto in caso di malformazioni con un evidente colpo di mano della Corte Costituzionale.

Polonia, aborto e Ordo Iuris

Un gioco di potere politico orchestrato dall’attuale Partito al governo, il PiS (Legge e Giustizia), che ha estromesso i giudici precedenti per rimpiazzarli con altri più malleabili. Ma chi è stato a scrivere il disegno di legge 2016 per vietare l’aborto su cui si è basata la Corte, e altri testi legislativi per l’abbandono della Convenzione di Istanbul o le restrizioni sulla fecondazione in vitro e una carta che ha creato le zone “libere da LGBT” in Polonia?

Ebbene sono stati gli avvocati del potente Ordo Iuris, istituto religioso ultraconservatore con una rete che si sta allargando in tutta Europa con risorse e contatti, infiltrandosi nelle classi dirigenti e politiche

Stemma di Ordo Iuris

come in Croazia contro la Convenzione di Istanbul, in Estonia con un referendum sui diritti LGBT e in Lituania sull’aborto. “Oggi è in Polonia che i diritti delle donne sono più sotto attacco – dicono le deputate polacche contro la decisione della Corte – ma se non ci mobilitiamo, se non ci ribelliamo, domani potrebbe toccare ad altri Paesi” (senza dimenticare che anche negli States si stanno organizzando il post-Trump). Per questo anche l’European Parliamentary Forum for sexual and reproductive rights (EPF), di cui fanno parte anche le deputate Laura Boldrini e Lia Quartapelle, ha promosso flash-mob in tutte le capitali d’Europa davanti alle ambasciate polacche, compresa Roma, in contemporanea con Varsavia con Strajk Kobiet.

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