A Sanremo Beatrice Venezi è “direttore d’orchestra”: l’ideologia è più forte della grammatica

Dal palco dell'Ariston il siparietto all'italiana con un messaggio contro le conquiste delle donne per milioni d'italiani

Luisa Betti Dakli
Luisa Betti Dakli
Direttrice di DonnexDiritti Network e International Women



Diciamolo fuori dai denti: non tutte le donne sono femministe, e se anche le femministe lavorano per i diritti di tutte, non è detto che chi beneficia di queste conquiste apprezzi e sostenga questo difficile lavoro, anche se si tratta di donne. È il caso della direttrice d’orchestra ops, direttore d’orchestra di Sanremo, Beatrice Venezi che ieri sera ha chiaramente spiegato dal palco dell’Ariston, che lei del femminile non se ne fa nulla e che il suo mestiere si declina molto più comodamente al maschile.

“Mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo, per me quello che conta è il talento e la preparazione con cui si svolge un determinato lavoro – ha detto – Le professioni hanno un nome preciso e nel mio caso è direttore d’orchestra”

Amadeus e Beatrice Venezi a Sanremo

Ma perché stupirsi? Perché questa frase non l’ha detta a casa sua tra amici ma dal un palco collegato a milioni di utenti, prendendosi, e questo l’ha ribadito anche lei, la responsabilità delle sue convinzioni, in un contesto come quello di Sanremo che non ha perso l’occasione di rimarcare ed enfatizzare questo messaggio, come a dire: guardate che quelle che arrivano a ricoprire un ruolo prettamente maschile (Venezi è tra le poche donne al mondo a dirigere orchestre internazionali), non sono tutte rompiscatole, ci sono anche quelle che sanno stare al loro posto. Un messaggio che poteva anche passare inosservato senza il siparietto all’italiana ma che invece è stato messo in evidenza perché come sempre solletica tutta quella schiera, uomini e donne di destra e di sinistra, che festeggiano quando una donna dichiara apertamente che l’omologo maschile è il meglio che la cultura dominante possa offrire al suo genere. E così sia.

Elisabetta Casellati

Le tanto vituperate lotte per il diritto a essere riconosciute e quindi nominate in un ruolo storicamente maschile, come quello del machissimo ambiente della direzione d’orchestra, vanno a farsi friggere. Ma è la prima volta? Assolutamente no. Non molto tempo fa la nostra prima presidente del senato, Elisabetta Casellati, scendendo le scale Carlo Felice di Genova aveva ribadito di voler essere chiamata il presidente, e nello stesso primo governo Conte diverse ministre, come la legista Giulia Bongiorno e la cinquestelle Giulia Grillo, si facevano chiamare ministro, e addirittura

Erika Stefani, ministra Affari regionali in quota Lega, aveva aggiunto una nota di colore, dicendo: “Non ritengo una conquista fare finte battaglie terminologiche di nostalgiche femministe”

Alma Sabatini

In barba alla Crusca e a studiose che hanno fatto di questo progresso per l’umanità una missione, come Cecilia Robustelli o la prima grande Alma Sabatini che nel 1987 pubblicò “Il sessismo nella lingua italiana” (edito dalla Presidenza del consiglio dei ministri), ancora a moltissime donne piace essere nominate al maschile: un vezzo? Un capriccio? Oppure l’intima aspirazione a ricoprire un ruolo di potere sacrificando anche la propria identità, perché convinte che in fondo il potere sia ancora tutto e solo maschio?

Forse, ma il fatto che non tutte le donne siano femministe, malgrado si tratti di una battaglia di civiltà, è molto semplice da capire: se la cultura in cui ci ritroviamo immersi fin dalla nascita è maschile anche quando nasciamo femmine, quel modo di vedere il mondo permeerà i nostri neuroni fin nei comportamenti più intimi, entrando nelle viscere dei nostri corpi con ruoli già preconfezionati che, anche se scomodi da portare, sono stati già altamente collaudati.

Laura Boldrini

Pensieri, scelte, opinioni di cui crediamo di essere libere portatrici si riveleranno un boomerang dato che si tratta di catene, a volte non completamente visibili, ma reali. Fortunatamente però ci sono le teste calde, quelle che dicono no, che si ribellano, e rompono uno schema. Donne che non hanno potuto chiedere ma che hanno dovuto imporre, anche con veemenza, diritti per nulla scontati, come la ex presidente dalla camera Laura Boldrini suscitando gravissime polemiche solo per aver dato dignità identitaria a ruoli istituzionali. All’Assemblée Nationale di Parigi è un obbligo usare il femminile dal 1998 per regolamento, mentre in Germania è stato inventato Bundeskanzlerin (cancelliera federale) quando Angela Merkel è arrivata alla guida del Paese. Siamo indietro noi? No, ma che dici:

qui le donne non sono potute entrare in magistratura fino al ’63 quando la legge n. 66 regolamentò “l’ammissione della donna ai pubblici uffici e alle professioni”

dato che fino a quel momento l’art. 7 della legge 17 luglio 1919 n. 1176 ammetteva le donne all’esercizio delle professioni e ai impieghi pubblici, ma le escludeva espressamente dall’esercizio della giurisdizione. Ma perché è importante nominarsi al femminile? Perché declinare al femminile, soprattutto quando si ricoprono ruoli apicali, non è solo una questione di linguaggio spiccio ma è l’affermazione del sé, significa dire: “io sono qui e ci posso stare”, dando un’identità a quel ruolo e formulando il messaggio che quello che sto ricoprendo non è uno spazio prettamente maschile, anche se finora lo è sempre stato, e chi lo occupa non è lì di passaggio, non è un’eccezione ma la regola.

Beatrice Venezi mentre dirige l’orchestra

Ed è per questo che declinare i “tradizionali mestieri” maschili al femminile non dovrebbe essere dettata da una scelta individuale secondo come mi alzo la mattina, ma da una regola grammaticale che in realtà nessuno rispetta, perché l’ideologia e il potere maschile che la detiene, è più forte della regola stessa. Eppure alle elementari quando facevamo un dettato, se mettevamo il femminile al posto di un maschile, ci correggevano, mentre se oggi faccio lo stesso da una poltrona istituzionale o dal palco di una kermesse seguita da milioni di persone, mi fanno l’applauso. C’è qualcosa che non torna.

Accarezzare l’idea di dover avere gli attributi per ricoprire un ruolo apicale tradizionalmente maschile, non è soltanto anacronistico ma direi anche cheap, grossolano

e anche poco rispettoso verso tutte quelle donne che si sono battute per quel posto dove tu stai adesso. Sì perché se non ci fossero state le femministe a spendere una vita per i diritti delle donne, tutte, “il giovane direttore” Barbara Venenzi, malgrado il corposo curriculum, lì dove sta adesso non ci stava di sicuro.

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